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Archive for the ‘Racconti’ Category

“Specchi deformanti”: il debutto editoriale di FuoriAsse

https://www.cooperativaletteraria.it/wp-content/uploads/2022/03/Specchi-deformanti.jpgFuoriAsse Edizioni debutta nell’editoria con una raccolta di racconti di autori vari  dal titolo “Specchi deformanti“.

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È il frutto del laboratorio di scrittura tenuto da Guido Conti nel 2020: un lavoro di ricerca letteraria e di verifica che ha permesso di giungere a un prodotto coerente con lo spirito della casa editrice

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di Massimo Maugeri

Dopo la pubblicazione di ben 26 numeri (il più recente si intitola La Pietas), il magazine culturale FuoriAsse (di Cooperativa Letteraria), realizzato a Torino e diretto da Caterina Arcangelo (con collaborazioni di pregio del calibro di Daniela Marcheschi e Guido Conti), diventa anche casa editrice. Una giovanissima casa editrice improntata sul binomio ricerca/qualità. Un primo volume è stato dedicato alla figura del grande Giuseppe Pontiggia, intitolato per l’appunto “Giuseppe Pontiggia. Fare letteratura insieme” a cura di Sara Calderoni: un libro che contiene gli atti di un seminario dedicato alla figura di Pontiggia (Attraverso la testimonianza di scrittori diversi, un Pontiggia conosciuto di persona. In rilievo, non solo lo scrittore e l’intellettuale, ma anche il maestro, l’uomo, l’amico capace di sostenere esperienze di valore, in un’intelligente apertura agli altri, alla cultura umana). Leggi tutto…

NESSUNA SOLITUDINE È PICCOLA di Luisa Parrelli (L’Erudita)

Nessuna solitudine è piccola - Luisa Parrelli - copertina“Nessuna solitudine è piccola” di Luisa Parrelli (L’Erudita – illustrazioni di Alessandro Bertoni)

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di Dario Marsic

A un certo punto del racconto che apre la raccolta Nessuna solitudine è piccola, Luisa Parrelli fa dire a uno dei protagonisti: “Il pane è potente, ma anche fragile, come le persone. Se sei troppo brusco, lo stracci, se perdi tempo, collassa, se hai premura, non matura. Non permette imbrogli, capito?”.
La stessa cosa succede coi racconti, un genere tanto prezioso quanto difficile da maneggiare e per questo poco frequentato nonostante abbia regalato alla nostra letteratura tanti capolavori. I sei racconti che compongono questo libro sono fragili e potenti come il pane, hanno ossa piccole e una scrittura femminile, esiste una scrittura femminile e una scrittura maschile, non credete a chi dice di no, e però quelle ossa piccole li rendono leggeri e scattanti e la loro fragilità è la stessa di certe finestre che fanno da barriera al mondo per mostrarcelo più nitidamente. Leggi tutto…

SETTE PICCOLI SOGNI di Enrico Scandurra (Algra) – incontro con l’autore

“Sette piccoli sogni” Enrico Scandurra (Algra): incontro con l’autore e un brano tratto dal libro

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Enrico Scandurra, 28 anni, è giornalista pubblicista dal gennaio 2016. Dopo aver conseguito la licenza liceale classica, inizia a collaborare con vari giornali on-line locali. Per un breve periodo è corrispondente da Letojanni (Me) per il “Giornale di Sicilia” e, dall’aprile del 2012, per il settimanale messinese d’inchiesta “Centonove”. Nel 2013 inizia la sua collaborazione con “La Sicilia”, oltre a lavorare per un’agenzia di comunicazione. Dall’ottobre 2016 è corrispondente cronista da Giardini Naxos per la “Gazzetta del Sud”. Nel dicembre 2011 esordisce con la sua prima raccolta di poesie, Tra ospedale e paradiso, mentre è dell’agosto 2014 la seconda silloge, D’amore e d’altre notti insonni. Scrive racconti ancora inediti e organizza eventi culturali con l’associazione “Cinit Cineforum-Primo Piano”, di cui è presidente.

Il suo nuovo libro si intitola “Sette piccoli sogni” (Algra). Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«“Sette piccoli sogni” è una raccolta di sette racconti di genere fantastico e onirico ambientati nei più disparati luoghi di una irrealtà a tratti reale, a tratti metafisica», ha detto Enrico Scandurra a Letteratitudine. «Si tratta, appunto, di storie che ho scritto tra il 2016 e il 2019 e che sembrano voler pescare nel buio virtuale della coscienza l’illuminazione della fantasia, percorrendo analogicamente sorte e contraddizioni di un’umanità indistinta. Leggi tutto…

LE SCRITTRICI DELLA NOTTE a cura di Loredana Lipperini: il racconto di Matilde Serao

“Le scrittrici della notte” a cura di Loredana Lipperini (Il Saggiatore)

Loredana Lipperini ha curato per Il Saggiatore il volume “le scrittrici della notte“, firmando anche una intensa e interessantissima prefazione. Pubblichiamo qui di seguito la scheda del libro e, per gentile concessione dell’editore, il racconto “Leggenda di Capodimonte” di Matilde Serao

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Instancabile esploratrice di libri, Loredana Lipperini scava nella terra del nostro passato letterario e ne riemerge con nuove possibilità per il lettore del presente e del futuro, componendo con Le scrittrici della notte l’antologia definitiva dell’orrore al femminile; il canone inverso dell’inquietudine più dolce e terribile che la nostra letteratura abbia conosciuto.

«C’è uno strano equivoco che, specie negli ultimi anni, coinvolge il romanzo: pretendere che la letteratura racconti la realtà. Tuttavia bisogna cercare, tramite il fantastico, forme di reincanto, tra cui il confronto, continuo, con il Male.»

Cimiteri infestati, bare inchiodate troppo in fretta, corpi palpitanti di terrore, simulacri in cui albergano divinità intrappolate e spettri assassini di donne innamorate. Loredana Lipperini indice una seduta spiritica e chiama a raccolta le scrittrici della notte: donne che hanno sfidato il canone letterario, che si sono cimentate con il fantastico e con il perturbante e ancora terrorizzano chi mette gli occhi sulle loro pagine. La corona di racconti composta da Loredana Lipperini mostra tutte le sfumature nella palette del buio letterario. Troviamo il gotico spettrale di Carolina Invernizio e Marchesa Colombi, la tensione al sublime e all’eroico di Paola Masino, il fantastico frammisto al folklore di Grazia Deledda e Matilde Serao, la fusione di ricordo e fantasticheria di Anna Maria Ortese, la visionarietà poetica di Gilda Musa e Chiara Palazzolo – due autrici che hanno scardinato i cancelli della letteratura di genere e che, come Paola Capriolo, hanno saputo aprire il fantastico a nuove, contemporanee vastità.

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Leggenda di Capodimonte

di Matilde Serao Leggi tutto…

MADRI di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

https://i0.wp.com/www.castelvecchieditore.com/wp-content/uploads/2021/10/9788832905021_0_536_0_75.jpg“Madri (Storie di Lena di lune e di maree)” di Marisa Fasanella (Castelvecchi)

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Pubblichiamo la recensione di Nicola Merola e un racconto tratto dalla raccolta

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di Nicola Merola

I racconti di Madri compongono, con quelli di Gineceo (1996) e Rimorsi (2010), l’organico trittico di narrativa breve con il quale una scrittrice originale e apprezzata ha intervallato e coronato insieme una produzione ormai folta e riconoscibile nel panorama contemporaneo. Nel suo nuovo libro Marisa Fasanella conferma l’acquisizione di un tono inconfondibile e una più matura esplicitazione delle opzioni iniziali. Il punto di vista femminile si rivela sempre meno tendenzioso, senza né rinunciare alla propria nettezza, né attenuare una conflittualità oggettiva, ma rivendicando la centralità esemplare oltre ogni identificazione sessuale delle proprie riconosciute prerogative, mortificate da una simbolica reclusione e ora promosse da un autentico talento affabulatorio. Leggi tutto…

OTTO PASSI E 1/2 di Tea Ranno

“Otto passi e 1/2”

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di Tea Ranno

Per otto passi e mezzo ti camminerò accanto: otto di saviezza, quel mezzo ultimo di follia per cui, poi, che sapremo di noi?
Folle sarà quella svolta di strada, forse a filo di precipizio per un volo senza cinture di sicurezza, o forse imbracati a un aliante che ci permetterà un dopo. O forse no: quel mezzo ultimo passo sarà quello dell’abbandono, del taglio netto che reciderà la corda che nel tempo di quegli otto passi ci saremo fatti l’uno per l’altra, amore mio.
Nel primo ci sarà la timidezza del darsi la mano, del provarsi la pelle, del sentirsi seta o ruvido di fatica nella palma, screpolature di freddo tra le dita, perché gelido è quest’inverno in cui ancora dobbiamo incontrarci e il ponte tra noi è solo di parole gettate da una sponda all’altra di questo fiume che ci separa.
Nel secondo, ci sarà un sorriso.
Nel terzo, un abbraccio: sentirti sotto la lana del cappotto, nell’odore che ancora non conosco e che poi cercherò tra uomini mascherati per individuarti, sapere che sarai tu. Il passo dell’abbraccio obbligherà il tempo a fermarsi, e staremo lì a conoscerci nel respiro, nella stretta che poggerà il mio viso al tuo petto, le tue labbra sui miei capelli. Resteremo così nei minuti regalati da una Morgana che ci ammanterà d’invisibile: isola in una piazza dove carabinieri armati impediranno assembramenti, cieli grigi di cui ci importerà zero, perché nel passo degli abbracci c’è sempre sole e brezza di mare, e il cappotto solo uno schermo per nascondere la primavera che ci inguanta il cuore. Leggi tutto…

MINA, IL POZZO E L’UOMO CHE RIPARA I RICORDI di Tea Ranno

https://parrocchia.mozzanica.com/wp-content/uploads/2014/03/Samaritana.jpgUn racconto inedito di Tea Ranno, collegato al suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori), sul tema del farcela nonostante tutto, sulla possibilità di incontrare qualcuno che ti spingerà a dire che l’Amore c’è (soprattutto a Natale)

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È il modo di Tea Ranno, attraverso le pagine di Letteratitudine, per augurare buone festività natalizie (nonostante tutto) alle sue lettrici e ai suoi lettori.

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di Tea Ranno

… nei giorni della fame

Un giorno che aveva troppa fame ha pensato di buttarsi nel pozzo.
Ci sono monete in fondo al pozzo, puoi comprarti il pane, s’è illusa.
Era stremata.
Anzi sfinita.
Anzi triste.
Anzi disperata
e quel giorno il pozzo è sembrata l’unica soluzione possibile: Mina non le parlava più nei pensieri, la creatura le mangiava ogni forza, tutta la strada le pesava nelle gambe, tutte le lacrime le calavano dagli occhi e dai capelli, tutto era niente, anzi, pianto: pianto come piange una bimba di quindici anni che vaga da sei settimane ed è ormai così stanca che vuole buttarsi nel pozzo. Non c’è Mina, non c’è spensieratezza, il giubbotto non basta a scaldarla, tutti parlano di scemenze, vestiti, trucchi, pizza, calici di vino
ci vediamo per l’aperitivo
ci vediamo per un cinema
ci vediamo per fare shopping
andiamo a correre
andiamo a teatro
andiamo a prendere un caffè
un gelato
un cartoccio di caldarroste
una birra
pizza e birra, dai! Leggi tutto…

FIGLIA DEL GIORNO, MOGLIE DELLA NOTTE di Tea Ranno

Pubblichiamo in esclusiva un nuovo e inedito racconto di Tea Ranno, in attesa dell’uscita del suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori)

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Risultato immagini per tea ranno letteratitudineFiglia del giorno, moglie della notte

di Tea Ranno

La figlia mia, signora, aveva l’abitudine di andarsene per la marina. Le piaceva l’odore del sale che s’aggruma nelle pozze, dell’alga viva che verde si muove sotto il pelo dell’acqua, dell’agro che cola dagli aranci, giunge alla riva, e si frammischia alle gocce di pazienza che i pescatori vanno seminando mare mare.
Capelli lunghi aveva, scuri come la notte quand’è ancora imperfetta. La seguivano a strascico per la rena e trattenevano fuscelli, resti di patelle, matasse d’alga e altro minutame arenato per la battigia.
“Mi aiuti?” chiedeva porgendomi il pettine.
L’aiutavo, e intanto lei diceva dello zoppo, della smemorata, di quelli che campavano a filo di marina: di ognuno mi portava un vezzo, un saluto, una parola da riferire al mare, perché il mare mi ascoltava, signora, perciò potevo ammansire le tempeste stillando lento l’olio, ma pure smuovere la bonaccia buttando pepe sulle onde che ripigliavano a correre.

Poi la figlia mia cambiò. Passava da un’inquietudine all’altra, certe volte mi scacciava, certe altre m’abbracciava furiosa dicendo: “Tu sei il sole. Senza di te sono persa”.
Me la tenevo stretta e si placava.
Presto, però, dalla marina, giungeva a singhiozzo, a lamento, il suo nome.
Si tappava le orecchie, scuoteva la testa, resisteva finché poteva. Poi si slacciava da me e volava laggiù.
Quando tornava aveva i capelli imbrogliati di cavallucci e stelle, coralli, squame, scaglie. Malamente li scotolava, con furia, né a me era dato di sfiorarli. Nera, la figlia mia, tutta chiusa in un colore di tenebra.
Allora sparivo. Leggi tutto…

LA PROMESSA di Simona Lo Iacono

Pubblichiamo il racconto “La promessa” di Simona Lo Iacono

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Appuntamento qui tra trent’anni ci siamo promessi, voltando le spalle allo spavento. Stessa ora e stessi vestiti, così ti riconosco, stesse scarpe senza lacci e stesso ciondolo sul cuore.
L’abbiamo diviso in due e ce lo siamo spartito, una medaglia della Vergine del buon consiglio che adesso ha metà faccia e metà corpo, una parte che batte sul mio petto e l’altra sul tuo. Come sempre, sei stato più fortunato di me, ti è toccato il braccio di Maria che regge una stella, a me la mano aperta, senza appigli se non pochi raggi che scoscendono a picco, e a cui gli uomini non prestano attenzione.
Ma tant’è, il sorteggio non si discute, e ci siamo divisi quell’unica cosa che ci restava come i beni trafugati a un morto di guerra.
L’oro è difficile da tagliare, hai detto, ma poi hai preso a limare in verticale quell’ovale leggero, quasi di latta, che si è spezzato perfettamente a metà. Buon segno, hai sorriso alla solita maniera, senza svelare che una rottura così precisa e netta faceva pensare a una ferita.
Buon segno, ho borbottato senza crederci, perchè sapevo che, separandoci, la vita sarebbe andata alla rovescia. Leggi tutto…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto (edito in versione cartacea da Melino Nerella)…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

Siracusa, 31 dicembre 1492

Se mi darai ascolto, Dio di Abramo, forse questa mattina riuscirò a dirti tutto come non ho mai fatto, come non sarebbe stato possibile neanche al tempio, con i tefillin annodati alla fronte che oscillano sul mio respiro. Qui, a Siracusa, li chiamano filatteri, e per quanto abbia osteggiato questo termine, Dio d’Abramo, adesso mi è caro.
Lo so che ti chiederai come mai il vecchio rabbi Aronne, che si alza al mattino con la Shacharit sulla bocca e chiude la sera con la Ma’ariv, si rivolga a Te raccontandoti soltanto una storia.
Ma ascolta, Dio di Abramo. Perché questa è la mia storia.

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Non so bene quando i miei progenitori scelsero la Sicilia. Vagavano da troppi anni, ormai, e Siracusa era giunta al loro sguardo dal mare. Si raccontava di uno scoglio su cui si era posato un gabbiano.
I padri dissero: è qui.
Da bambino chiedevo perché a mia nonna Ester e le tiravo le gonne, interrompendo il rito del pasto.
Perché la Sicilia è bar mizwà, figlia del precetto.
Detto questo, cominciava le benedizioni, per il viaggio del passato e per quello del futuro, per il mestruo e per l’alba, per le evacuazioni della giornata e per la vista dei sapienti, per essere nata donna e per me che ero nato maschio – ti ringrazio Dio d’Abramo, diceva, che ad Aronne hai risparmiato il dolore e l’impurità della madre, anche se di questo io Ti benedico.
E mi sospingeva fuori dall’uscio, dove i bambini siciliani si mescolavano a noi ebrei senza numero e ordine di appartenenza, svicolando su strade appaiate e strettissime, che i miei padri studiarono in tutto identiche a Gerusalemme (sia benedetto il suo nome) per proteggerci dallo scirocco. Misero su un quartiere di filatorie, merciai, calzolai e mastri ferrai, sommandosi ai siculi che sorridevano addomesticati e indifferenti, pronti a unirsi e a separarsi senza rimpianto, chè un isolano, pontificavano, è solo un approdo. Una zattera che tira vento.
Mai visto un popolo più duttile, Dio d’Abramo, mai vista appartenenza meno certa, dicevano i padri, o forse mai vista tanta appartenenza. Agli ispanici, ai libici, ai fenici d’Africa e ora, speravamo, a noi.
Se non fosse che noi giudei l’appartenenza la covavamo nella carne, e alle donne siracusane che strabiliavano innanzi alla milà, alla circoncisione del destino e del sesso, raccontavamo con orgoglio che la terra promessa la portavamo incisa in un taglio, netto e filato, rispetto al resto del mondo.

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All’inizio, dunque, ci sfioravamo. Siracusani ed ebrei, gli uni sugli altri a respirare l’afa, a percorrere cunicoli a fior di mare, a piegarci sul lavatoio nei pressi dell’antico tempio d’Atena dove i cristiani avevano edificato la loro cattedrale. Ci entravamo anche noi, Dio d’Abramo, perché sorgeva tra le stesse colonne del tempio greco, e sentivamo – senza ombra di dubbio – che se tu eri stato lì per chi ci aveva preceduto, potevi essere lì anche per noi, senza curarti da che terra provenissimo.
Col tempo costruimmo la sinagoga, i bagni, il macello, la casa dei limosinieri. Un intera Gerusalemme stretta da quattro vie che delimitavano la soglia del nostro mondo, che ergevano una sfidante torre a guardia di un regno che non era di dominatori ma di dominati e che, tuttavia, pareva più libero dei padroni, ovunque andasse, e su qualunque terra si innestasse, come se noi ebrei, pur restando in Sicilia, non avessimo alcun ospite a cui rendere grazie.
Ma sempre e soltanto la storia, a cui slegavamo, di giorno in giorno, un nodo. Leggi tutto…