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Archive for the ‘Racconti’ Category

MINA, IL POZZO E L’UOMO CHE RIPARA I RICORDI di Tea Ranno

https://parrocchia.mozzanica.com/wp-content/uploads/2014/03/Samaritana.jpgUn racconto inedito di Tea Ranno, collegato al suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori), sul tema del farcela nonostante tutto, sulla possibilità di incontrare qualcuno che ti spingerà a dire che l’Amore c’è (soprattutto a Natale)

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È il modo di Tea Ranno, attraverso le pagine di Letteratitudine, per augurare buone festività natalizie (nonostante tutto) alle sue lettrici e ai suoi lettori.

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di Tea Ranno

… nei giorni della fame

Un giorno che aveva troppa fame ha pensato di buttarsi nel pozzo.
Ci sono monete in fondo al pozzo, puoi comprarti il pane, s’è illusa.
Era stremata.
Anzi sfinita.
Anzi triste.
Anzi disperata
e quel giorno il pozzo è sembrata l’unica soluzione possibile: Mina non le parlava più nei pensieri, la creatura le mangiava ogni forza, tutta la strada le pesava nelle gambe, tutte le lacrime le calavano dagli occhi e dai capelli, tutto era niente, anzi, pianto: pianto come piange una bimba di quindici anni che vaga da sei settimane ed è ormai così stanca che vuole buttarsi nel pozzo. Non c’è Mina, non c’è spensieratezza, il giubbotto non basta a scaldarla, tutti parlano di scemenze, vestiti, trucchi, pizza, calici di vino
ci vediamo per l’aperitivo
ci vediamo per un cinema
ci vediamo per fare shopping
andiamo a correre
andiamo a teatro
andiamo a prendere un caffè
un gelato
un cartoccio di caldarroste
una birra
pizza e birra, dai! Leggi tutto…

FIGLIA DEL GIORNO, MOGLIE DELLA NOTTE di Tea Ranno

Pubblichiamo in esclusiva un nuovo e inedito racconto di Tea Ranno, in attesa dell’uscita del suo nuovo romanzo “Terramarina” (Mondadori)

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Risultato immagini per tea ranno letteratitudineFiglia del giorno, moglie della notte

di Tea Ranno

La figlia mia, signora, aveva l’abitudine di andarsene per la marina. Le piaceva l’odore del sale che s’aggruma nelle pozze, dell’alga viva che verde si muove sotto il pelo dell’acqua, dell’agro che cola dagli aranci, giunge alla riva, e si frammischia alle gocce di pazienza che i pescatori vanno seminando mare mare.
Capelli lunghi aveva, scuri come la notte quand’è ancora imperfetta. La seguivano a strascico per la rena e trattenevano fuscelli, resti di patelle, matasse d’alga e altro minutame arenato per la battigia.
“Mi aiuti?” chiedeva porgendomi il pettine.
L’aiutavo, e intanto lei diceva dello zoppo, della smemorata, di quelli che campavano a filo di marina: di ognuno mi portava un vezzo, un saluto, una parola da riferire al mare, perché il mare mi ascoltava, signora, perciò potevo ammansire le tempeste stillando lento l’olio, ma pure smuovere la bonaccia buttando pepe sulle onde che ripigliavano a correre.

Poi la figlia mia cambiò. Passava da un’inquietudine all’altra, certe volte mi scacciava, certe altre m’abbracciava furiosa dicendo: “Tu sei il sole. Senza di te sono persa”.
Me la tenevo stretta e si placava.
Presto, però, dalla marina, giungeva a singhiozzo, a lamento, il suo nome.
Si tappava le orecchie, scuoteva la testa, resisteva finché poteva. Poi si slacciava da me e volava laggiù.
Quando tornava aveva i capelli imbrogliati di cavallucci e stelle, coralli, squame, scaglie. Malamente li scotolava, con furia, né a me era dato di sfiorarli. Nera, la figlia mia, tutta chiusa in un colore di tenebra.
Allora sparivo. Leggi tutto…

LA PROMESSA di Simona Lo Iacono

Pubblichiamo il racconto “La promessa” di Simona Lo Iacono

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Appuntamento qui tra trent’anni ci siamo promessi, voltando le spalle allo spavento. Stessa ora e stessi vestiti, così ti riconosco, stesse scarpe senza lacci e stesso ciondolo sul cuore.
L’abbiamo diviso in due e ce lo siamo spartito, una medaglia della Vergine del buon consiglio che adesso ha metà faccia e metà corpo, una parte che batte sul mio petto e l’altra sul tuo. Come sempre, sei stato più fortunato di me, ti è toccato il braccio di Maria che regge una stella, a me la mano aperta, senza appigli se non pochi raggi che scoscendono a picco, e a cui gli uomini non prestano attenzione.
Ma tant’è, il sorteggio non si discute, e ci siamo divisi quell’unica cosa che ci restava come i beni trafugati a un morto di guerra.
L’oro è difficile da tagliare, hai detto, ma poi hai preso a limare in verticale quell’ovale leggero, quasi di latta, che si è spezzato perfettamente a metà. Buon segno, hai sorriso alla solita maniera, senza svelare che una rottura così precisa e netta faceva pensare a una ferita.
Buon segno, ho borbottato senza crederci, perchè sapevo che, separandoci, la vita sarebbe andata alla rovescia. Leggi tutto…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il racconto (edito in versione cartacea da Melino Nerella)…

IL CANCELLO, di Simona Lo Iacono

Siracusa, 31 dicembre 1492

Se mi darai ascolto, Dio di Abramo, forse questa mattina riuscirò a dirti tutto come non ho mai fatto, come non sarebbe stato possibile neanche al tempio, con i tefillin annodati alla fronte che oscillano sul mio respiro. Qui, a Siracusa, li chiamano filatteri, e per quanto abbia osteggiato questo termine, Dio d’Abramo, adesso mi è caro.
Lo so che ti chiederai come mai il vecchio rabbi Aronne, che si alza al mattino con la Shacharit sulla bocca e chiude la sera con la Ma’ariv, si rivolga a Te raccontandoti soltanto una storia.
Ma ascolta, Dio di Abramo. Perché questa è la mia storia.

***

Non so bene quando i miei progenitori scelsero la Sicilia. Vagavano da troppi anni, ormai, e Siracusa era giunta al loro sguardo dal mare. Si raccontava di uno scoglio su cui si era posato un gabbiano.
I padri dissero: è qui.
Da bambino chiedevo perché a mia nonna Ester e le tiravo le gonne, interrompendo il rito del pasto.
Perché la Sicilia è bar mizwà, figlia del precetto.
Detto questo, cominciava le benedizioni, per il viaggio del passato e per quello del futuro, per il mestruo e per l’alba, per le evacuazioni della giornata e per la vista dei sapienti, per essere nata donna e per me che ero nato maschio – ti ringrazio Dio d’Abramo, diceva, che ad Aronne hai risparmiato il dolore e l’impurità della madre, anche se di questo io Ti benedico.
E mi sospingeva fuori dall’uscio, dove i bambini siciliani si mescolavano a noi ebrei senza numero e ordine di appartenenza, svicolando su strade appaiate e strettissime, che i miei padri studiarono in tutto identiche a Gerusalemme (sia benedetto il suo nome) per proteggerci dallo scirocco. Misero su un quartiere di filatorie, merciai, calzolai e mastri ferrai, sommandosi ai siculi che sorridevano addomesticati e indifferenti, pronti a unirsi e a separarsi senza rimpianto, chè un isolano, pontificavano, è solo un approdo. Una zattera che tira vento.
Mai visto un popolo più duttile, Dio d’Abramo, mai vista appartenenza meno certa, dicevano i padri, o forse mai vista tanta appartenenza. Agli ispanici, ai libici, ai fenici d’Africa e ora, speravamo, a noi.
Se non fosse che noi giudei l’appartenenza la covavamo nella carne, e alle donne siracusane che strabiliavano innanzi alla milà, alla circoncisione del destino e del sesso, raccontavamo con orgoglio che la terra promessa la portavamo incisa in un taglio, netto e filato, rispetto al resto del mondo.

***

All’inizio, dunque, ci sfioravamo. Siracusani ed ebrei, gli uni sugli altri a respirare l’afa, a percorrere cunicoli a fior di mare, a piegarci sul lavatoio nei pressi dell’antico tempio d’Atena dove i cristiani avevano edificato la loro cattedrale. Ci entravamo anche noi, Dio d’Abramo, perché sorgeva tra le stesse colonne del tempio greco, e sentivamo – senza ombra di dubbio – che se tu eri stato lì per chi ci aveva preceduto, potevi essere lì anche per noi, senza curarti da che terra provenissimo.
Col tempo costruimmo la sinagoga, i bagni, il macello, la casa dei limosinieri. Un intera Gerusalemme stretta da quattro vie che delimitavano la soglia del nostro mondo, che ergevano una sfidante torre a guardia di un regno che non era di dominatori ma di dominati e che, tuttavia, pareva più libero dei padroni, ovunque andasse, e su qualunque terra si innestasse, come se noi ebrei, pur restando in Sicilia, non avessimo alcun ospite a cui rendere grazie.
Ma sempre e soltanto la storia, a cui slegavamo, di giorno in giorno, un nodo. Leggi tutto…