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Archive for the ‘Autoracconti d’Autore (gli autori raccontano i loro libri)’ Category

FABIO GEDA racconta UNA DOMENICA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: FABIO GEDA racconta il suo romanzo UNA DOMENICA (Einaudi – Stile Libero)

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di Fabio Geda

Una domenica è nato in Finlandia lo scorso anno. L’Istituto di Cultura di Helsinki mi aveva invitato per alcuni incontri nelle biblioteche e nelle università, e alla fine di una chiacchierata, credo nella biblioteca di Espoo, una cittadina a ovest della capitale, mi sono fermato a parlare con una signora. L’avevo intravista nel pubblico e avevo immaginato fosse italiana sia per la differenza di incarnato – il suo decisamente più mediterraneo di quello della maggior parte dei finlandesi presenti – sia perché seguiva il mio discorso e non quello dell’interprete.
Fatto sta che alla fine della chiacchierata è venuta a parlarmi. Da vicino sembrava più anziana di quello che avevo pensato all’inizio, fra i settanta e gli ottanta. Mi ha detto di essere di Palermo. Le ho chiesto come mai si trovasse a Helsinki. Per mia figlia, ha risposto. Mi ha raccontato che la figlia lavorava lì da tempo e che lei una volta all’anno prendeva l’aereo e andava a trovarla. Non solo. Aveva anche un figlio. E il figlio lavorava e viveva in Sudafrica. Così una volta all’anno prendeva un aereo per il Sudafrica per andare a trovare anche lui. Per il resto del tempo se ne stava in Sicilia, in attesa che fossero loro, per Natale, o d’estate, a raggiungerla. A Palermo. Dove ormai viveva da sola, perché suo marito era mancato alcuni anni prima. Leggi tutto…

ANTONELLA CILENTO racconta NON LEGGERAI

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ANTONELLA CILENTO racconta il suo romanzo “Non leggerai” (Giunti)

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di Antonella Cilento

È successo al principio dell’anno: esce un mio nuovo romanzo, Morfisa o l’acqua che dorme, e m’intervistano. Naturalmente, senza aver letto il libro.  E siccome Morfisa non si può risolvere in una formuletta perché ha aspirazione ampie e complesse, l’intervistatrice porta la conversazione sull’argomento editoria, crisi della lettura, come dobbiamo fare…
Il solito insomma, che, considerando che stiamo parlando di un libro che non ha letto e non leggerà, è una questione cui la domanda autorisponde.
E io mi lascio scappar detto (sbotto) che la lettura muore se la rendiamo scolastica, obbligatoria, una medicina amara ma necessaria, una sostanza nociva ma che fa bene alla società. E che l’unico modo di farla tornare in auge, diciamola tutta, sarebbe vietarla.
Non è la prima volta che lo dico: ho criticato numerosi anni fa’ il sistema con un libro molto detestato da chi ci si riconosceva, Non è il paradiso. Ho invocato l’epidemia di lettura per contagio in un altro libro, Asino chi legge, perché da 27 anni mica faccio la profetessa da salotto: giro l’Italia facendo lezione, ho una scuola creata dal nulla a Napoli, Lalineascritta, allievi portati alla lettura e alla scrittura che appartengono ormai a diverse generazioni, hanno pubblicato con grandi case, lavorano per la tv o l’editoria. Leggi tutto…

ANDREA TARABBIA racconta MADRIGALE SENZA SUONO

ANDREA TARABBIA racconta il suo romanzo MADRIGALE SENZA SUONO (Bollati Boringhieri)

Finalista al Premio Campiello 2019

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di Andrea Tarabbia

Il 20 agosto del 1613, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, ricevette, mentre si trovava nel suo castello arroccato sulla collina della cittadina irpina di Gesualdo, la notizia della morte del figlio primogenito: Emanuele era caduto da cavallo e lasciava il padre, che detestava, senza eredi maschi. Pare che, ricevuta la notizia, Gesualdo desse mandato ai suoi segretari di redigere il suo testamento e si chiudesse, per lasciarsi morire di inedia, nella stanza dove da sempre aveva composto la sua musica sbalorditiva. Morì l’8 settembre del 1613, lasciando un feudo, una seconda moglie, Leonora d’Este, che si liberava del peso di un matrimonio di convenienza, di una solitudine sempre più feroce e della lontananza forzata dalle sue terre, sei libri di madrigali a cinque voci che sono uno dei vertici sonori della sua epoca, dei responsorii, dei mottetti e dei canti sacri, e il dubbio che quel cattivo carattere, quell’oscurità che lo circondava, quell’ipocondria manifesta e paralizzante, ma anche il genio che lo aveva attraversato mentre componeva, fossero figli di una notte, quella tra il 16 e il 17 ottobre 1590 quando, ventiquattrenne, insieme ai suoi creati aveva barbaramente ucciso, nei suoi appartamenti di piazza San Domenico a Napoli, la prima, amatissima e splendida moglie, Maria d’Avalos, e il di lei amante, Fabrizio Carafa. Secondo il diritto dell’epoca, era piena facoltà del marito cornuto uccidere moglie e amante purché i due venissero colti di sorpresa (vale a dire: purché non ci fosse premeditazione), e l’assassinio fosse figlio di un impulso, di una rabbia feroce e improvvisa, figlia della sorpresa e del disincanto. Leggi tutto…

CRISTINA MARCONI racconta CITTÀ IRREALE

CRISTINA MARCONI racconta il suo romanzo CITTÀ IRREALE (Ponte alle Grazie)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Cristina Marconi

«All’inizio non si fideranno di te ma dopo un po’ ti lasceranno anche servire ai tavoli, vedrai». Le luci della città illuminavano di bagliori elettrici i capelli castani delle due ragazze sedute davanti a me su un autobus notturno. Odore di patatine fritte con l’aceto, folate di birra irrancidita, un inizio di rissa proveniente dai sedili posteriori. E poi le giovani voci italiane delle due passeggere, così compita quella di chi dava consigli, così timorosa e emozionata quella di chi li stava ricevendo. Mi sono chiesta se qualcuno avrebbe mai raccontato la loro storia prima di scendere anche io al capolinea e dimenticarmi di loro.
Nella mia vita londinese, declinazione personale di un’esperienza sempre più collettiva, ho spesso ascoltato narrazioni plastificate, racconti di sé ponderati e sterili con una sottile nota di autogiustificazione. «Non sono partito perché ero infelice, anzi…». Sintomo di uno sforzo estremo di coronare la propria nuova esistenza di qualcosa che forse, non sempre, era mancato nella precedente: l’equilibrio della soddisfazione. Un esercito di moderati, almeno stando ai racconti, che in realtà stava facendo qualcosa di estremamente smodato come cambiare tutto, accettare di perdere punti di riferimento, di privarsi del riflesso rassicurante dello specchio di casa. E quindi giù a negare ogni nostalgia, giù ad appigliarsi ad argomenti molto razionali per spiegare il proprio percorso, a mostrare costantemente il lato migliore di sé. Poi ogni tanto saltava fuori lo spiraglio di verità, la scivolata rivelatoria, il momento di guardia bassa, da non confondere con la cupa lamentela dei giorni di pioggia, immancabile al ritorno da una qualche vacanza al sud. Ho iniziato a raccoglierli, mi piacevano molto. Leggi tutto…

ELEONORA MARANGONI racconta LUX

ELEONORA MARANGONI racconta il suo romanzo LUX (Neri Pozza)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Eleonora Marangoni

Quando ho iniziato a scrivere Lux ero in un minuscolo paese del Calvados chiamato Crépon, nel giardino di un’antica villa di campagna molto diversa – per geografie e carattere – dall’hotel Zelda che sarebbe poi finito al centro del romanzo, ma provvista dello stesso fascino che ci fa sembrare mesi le ore che passiamo lì dentro, e scambiare per tesori tutti i ninnoli e piccoli cimeli che posti del genere proteggono dal mondo.
Ero alle prese con un altro libro, allora, un saggio su Proust di cui stavo scrivendo gli ultimi capitoli, e ricordo che buttare giù in un mattino quelle poche righe che parlavano d’altro fu l’equivalente di una passeggiata, o di una chiacchierata con un amico che non sentivo da tempo.
I libri che scriviamo – come del resto i libri che leggiamo, a volte – ci tengono in ostaggio, e capita che si senta il bisogno di sfuggirgli, anche solo per qualche ora, anche solo per poi tornare ad amarli e capirli nel modo giusto. Così è stato quel giorno, e quella prima paginetta scritta sul tavolo tra i resti di una colazione durata troppo a lungo fu un’imprevista e purissima boccata d’aria, l’intuizione di un suono di cui un giorno sarei andata in cerca.
A lungo, poi, quelle righe non sono state molto di più. Ho fatto e scritto altro, e per molto tempo quel file è rimasto nel mio computer senza che tornassi ad aprirlo, o a parlarne con chi avevo intorno e mi chiedeva a cosa stessi lavorando. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta L’ALBATRO

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo L’ALBATRO (Neri Pozza)

[ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “L’albatro”: Simona Lo Iacono in conversazione con Massimo Maugeri]

di Simona Lo Iacono

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Cercavo un libro di commedie di Nino Martoglio.
Come sempre, la ricerca nella mia libreria durava ore. Non appena aprivo un testo, mi immergevo nella lettura e dimenticavo ciò che mi interessava. Non sono mai riuscita a resistere al richiamo dei libri. Troppo implorante per essere trascurato.
Il volume de “Il gattopardo” saltò fuori dalla terza mensola. Un’edizione vecchissima, appartenuta a mia madre. Le pagine erano ingiallite. Tra l’una e l’altra sbucavano fuori resti di petali essiccati, vecchie cartoline, una foto tagliata a metà che ritraeva i miei genitori in viaggio di nozze.
Non ho mai voluto che i libri restassero integri. Li ho sempre sottolineati. Li ho riempiti di resti, di carte, di oggetti.
Mi fa piacere che, quando li apro, dalle pagine affiorino anche residui e antiche nostalgie. Qualche rimasuglio di un momento, qualche spasmo di felicità.
In questo modo mi pare che siano vivi, sempre in procinto di dirmi che hanno un’anima, oltre che mani capaci di consegnarmi frattaglie, cose lacere, inutili, che altri avrebbero buttato.
Avevo letto “Il gattopardo” decine di volte. Non solo perché amavo la fierezza di don Fabrizio, la sua malinconia di scrutatore di stelle. Ma anche perché ero una sostenitrice del ruolo degli animali in letteratura. E spasimavo per il suo cane, Bendicò. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI racconta NERO ANANAS

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo NERO ANANAS (Voland)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Valerio Aiolli

Lo chiamavo “il romanzone”. Stava lì. In piccola parte steso su qualche decina di pagine. Virtuali, stampate, corrette, ristampate. In una parte un po’ più grande imprigionato in schemi cronologici e diacronici suddivisi in varie cartelle dai nomi strani. Stampati, corretti, ristampati… Stava in schede di personaggi, in ritagli di giornale. In pacchi di fogli alti trenta centimetri contenenti dispositivi di rinvio a giudizio o motivazioni di sentenze. Ma in gran parte, la parte assolutamente preponderante, stava nella mia testa. O nel mio cuore. O nel mio corpo. Insomma, dove stanno i romanzi quando esistono potenzialmente, come possibilità, ma ancora non sono stati scritti. E quindi, a pensarci meglio, è sbagliato dire che stava da qualche parte. Perché un romanzo esiste solo a partire dal momento in cui lo si scrive.
«Il concepimento è ben poca cosa in confronto al parto» ha scritto Philip Roth. «Intendo dire che, fino a quando non sono state assorbite in una strategia narrativa d’insieme, le mie “idee” […] non [sono] diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per romanzi, la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso anch’io sono una di loro».
Quindi per lunghi anni il romanzone “non stava” lì, mentre la strategia narrativa d’insieme che era necessaria a dargli vita veniva a poco a poco componendosi. Non riesco a contare le volte in cui ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a finirlo. Leggi tutto…