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Archive for the ‘Autoracconti d’Autore (gli autori raccontano i loro libri)’ Category

GAIA MANZINI racconta NESSUNA PAROLA DICE DI NOI

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GAIA MANZINI racconta il suo romanzo “Nessuna parola dice di noi” (Bompiani)

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di Gaia Manzini

Il romanzo è nato da una voce che mi inseguiva. Era la voce di una ragazza. Avevo voglia di assecondare questa voce che assomigliava alla mia da giovane, avevo voglia di scrivere in prima persona e dire “io”.
Ho lavorato per dieci anni in un’agenzia di pubblicità come copywriter. Mi sembrava fosse un buon proseguimento per la mia laurea in lettere. Quello che mi aveva colpito fin da subito era l’atmosfera che si respirava in un reparto creativo: l’assenza di qualsiasi formalità e l’incoraggiamento alla regressione come processo necessario per accedere al proprio io fanciullo. In agenzia si stringeva subito amicizia, si trovavano degli alleati e dei complici non solo nel lavoro ma anche nella vita.
È quello che succede ad Ada, la mia protagonista. Trova il suo primo lavoro in un’agenzia pubblicitaria di Milano e lì conosce Alessio: lavorano insieme, si scambiano confidenze, paure e ambizioni. Ma soprattutto Alessio fin da subito crede in lei, nelle sue capacità, nella forza della sua immaginazione. Mi ricordo perfettamente la sensazione che si prova spesso da giovani: quella di rinascere dentro le parole degli altri, quando ci restituiscono un’immagine di noi che neanche pensavamo di avere. Ada non ha mai pensato di essere talentuosa, non ha mai pensato di meritarsi le attenzioni del mondo, e invece grazie ad Alessio si sente rinascere: le sue parole la fanno nuova. È una sensazione bellissima, come quando ci sentiamo sospinti dal vento; e in effetti la prima pagina che ho scritto di questo romanzo, e che poi ho tolto dalla versione finale, era una scena che raccontava di Ada e Alessio investiti dal vento durante una giornata al mare, in cima a un belvedere. Allargano le braccia e mimano il volo dei gabbiani. Si sentono due ragazzini, ridono senza sentire le reciproche voci. Leggi tutto…

MARIA GRAZIA CALANDRONE racconta SPLENDI COME VITA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: MARIA GRAZIA CALANDRONE racconta il suo romanzo “Splendi come vita” (Ponte alle Grazie), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Franco Buffoni

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di Maria Grazia Calandrone

Avere una storia come la mia ed essere scrittrice significa sentirsi ripetere per anni «Perché non la scrivi?», significa avere più di una proposta editoriale per un’autobiografia da scrivere e significa, però, dover trovare il tono giusto per parlare di sé senza parlare di sé, perché la mia intenzione è sempre stata quella di adoperare la mia storia per raccontare una relazione universale o, più modestamente, almeno sociale.

Ho fatto un primo tentativo qualche anno fa, rimanendo calata nel mio punto di vista per raccontare i cambiamenti dell’Italia, in particolare di Roma, la mia città. Ma il risultato sembrava una copia addensata, mediterranea, dell’idea acuminata di Annie Ernaux. A Roma ci sono troppe ombre, l’aria è troppo profonda, occorreva più io, perché a Roma l’io è completamente superfluo, irrisorio, è una città che ha visto nascere, passare e morire troppe vite, per dolersi o gloriarsi davvero di una singola esistenza. Sotto gli occhi di Roma i nostri drammi sono molecole di un gran fiume vitale che da millenni attraversa l’essere, senza parola. A Roma cambiano peso e prospettiva dell’identità, la terza persona Ernaux non funziona, suona meccanica e artificiosa: qui il nostro io deve venire esposto, perché non ha importanza. Qui si tratta di dare il cattivo esempio. Leggi tutto…

ALICE URCIOLO racconta ADORAZIONE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ALICE URCIOLO racconta il suo romanzo “Adorazione” (66thand2nd), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Daniele Mencarelli

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di Alice Urciolo

Quando ho iniziato a scrivere Adorazione non sapevo né dove né come sarei arrivata alla fine del percorso, la mia unica guida era un nucleo di temi e di argomenti di cui sentivo l’esigenza di parlare. Adesso, a percorso concluso, la sensazione è quella di aver messo in campo quel nucleo, che i personaggi l’abbiano raccolto, e che poi mi abbiano guidato loro attraverso la scrittura. Insomma, il romanzo ha preso forme diverse sotto i miei occhi e mi ha chiesto di adeguarmi a queste nuove forme.
Ho iniziato a scrivere Adorazione in prima persona: la voce narrante e il punto di vista erano quelli di Diana, una ragazza di sedici anni con una grande voglia a ricoprirle la gamba destra, che lei ha reso il simbolo di tutte le sue insicurezze. Poi, man mano che il mondo attorno a Diana cresceva, che si delineava l’ambientazione – Pontinia, Latina, Sabaudia – e soprattutto acquisivano un profilo definito i personaggi che vi abitavano, il romanzo stesso ha iniziato a cambiare. Leggi tutto…

ROBERTO VENTURINI racconta L’ANNO CHE A ROMA FU DUE VOLTE NATALE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ROBERTO VENTURINI racconta il suo romanzo “L’anno che a Roma fu due volte Natale” (SEM), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Maria Pia Ammirati

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di Roberto Venturini

Fiorello: ‘Non ho parole per commentare un atto così vile’. Baudo: ‘Indignato e dispiaciutissimo’.
Queste le dichiarazioni a freddo all’indomani del ratto della salma di Mike Bongiorno dal cimitero di Arona, nel gennaio del 2011.
Se a questa altezza cronologica le molteplici motivazioni che ormai più di tre anni fa mi hanno sollecitato a scrivere il mio ultimo romanzo mi appaiono in larga parte nebulose e decisamente meno presenti e chiare alla memoria, ricordo però perfettamente, questo sì, uno dei due grandi moventi responsabili della genesi de L’anno che a Roma fu due volte Natale.
Un po’ mi vergogno, non lo nego, ma è stato un morboso interesse per il fatto di cronaca che vide protagonista la bara del Mike nazionale – all’anagrafe Michael Nicholas Salvatore Bongiorno – ad aver innescato la miccia. Fin da subito è scattata in me la curiosità rispetto a un’azione a tutta prima deplorevole e irrispettosa dal punto di vista etico ma che, scartata l’ipotesi del furto allo scopo di estorsione e ricettazione (non fu mai chiesto un riscatto alla famiglia Bongiorno), ha rivelato la natura profondamente simbolica di questo abominevole atto criminale. Leggi tutto…

PAOLO ZARDI racconta MEMORIE DI UN DITTATORE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: PAOLO ZARDI racconta il suo romanzo “Memorie di un dittatore” (Perrone), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Paolo Di Paolo

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di Paolo Zardi

La nascita di un romanzo, la sua esistenza autonoma, compiuta, e indipendente dall’autore, sono i frutti misteriosi di un processo che si svolge in un mondo sotterraneo, buio e inaccessibile che è la mente di chi quel romanzo lo ha scritto. Nel tentativo di ricostruire, a posteriore, i passi che ho seguito per arrivare alle Memorie di un dittatore, credo di dover tornare indietro fino alla quinta ginnasio quando, per la prima volta, incappai nella curiosa e sorprendente storia di Eliogabalo, un ragazzo di quattordici anni che, per una serie fortuite di cause, era salito al vertice di quello che allora era l’impero più grande del mondo. I quattro anni in cui detenne il potere furono caratterizzati da eccessi e follie di ogni tipo, incomprensibili e inaccettabili perfino per quella società romana già avviata verso la decadenza; la sua avventura si concluse come per la stragrande maggioranza degli imperatori romani: venne ucciso dai pretoriani e sostituito dal cugino Alessandro Severo, che a sua volta sarebbe stato ucciso dai suoi soldati tredici anni dopo. Quella storia aberrante, tragica e ridicola allo stesso tempo, poneva una domanda che per me sarebbe diventata centrale: quali qualità specifiche possiedono le persone che conquistano il potere? Leggi tutto…

LISA GINZBURG racconta CARA PACE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LISA GINZBURG racconta il suo romanzo “Cara pace” (Ponte alle Grazie), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Nadia Terranova

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di Lisa Ginzburg

“Decido che assolutamente devo andare a Roma”. Per molto tempo la frase mi ha ticchettato nella testa: era l’embrione del mio romanzo, ma io ancora non lo sapevo. Per il momento (e così è rimasta per molto tempo) si trattava di una sola, singola enunciazione – il suo ritmo, una metrica che cadenzava un grumo di idee e nostalgie delle quali non avevo ancora dipanato nessun bandolo. Mi succede che certe parole o espressioni mi risuonino in testa in maniera anche ossessiva: spesso preludono a qualcosa che scriverò, ma questa volta in quelle diciotto sillabe si annidava un romanzo, una vicenda intera che covavo senza essermene accorta. A essere più esatta, di raccontare la storia di due sorelle lo desideravo da tempo, ma secondo quale intreccio mi sfuggiva del tutto. È stata quella prima frase, con il suo ingombrante ricorrere, a illuminarmi la strada: come un faro.
Poi, spira successiva di quel mandala composto di circolarità successive che la genesi di un romanzo sa essere, s’è imposta alla mente Maddalena, una delle sorelle protagoniste di Cara pace e sua voce narrante. Ancor prima del suo personaggio, ho “visto” il particolare sguardo da lei posato sulla sorella minore, Nina, i suoi eccessi e le intemperanze. Così, dopo una frase, il suo ritmo e l’imperativo che contiene in sé (un monito a tornare a casa, cioè al luogo originario dove tutto è incominciato – mettendo in atto così un redde rationem con il tempo, accorciando le distanze geografiche e ricomponendole, una decisione esistenziale prima ancora che di viaggio), la seconda dimensione che si è configurata nel pensiero è stata psicologica. Narrare due sorelle diversissime nel carattere, le traiettorie dei loro sguardi simmetrici, i contorni di un legame che da subito ho pensato come simbiotico, complesso, stratificato. Leggi tutto…

STEFANO CORBETTA racconta LA FORMA DEL SILENZIO

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: STEFANO CORBETTA racconta il suo romanzo “La forma del silenzio” (Ponte alle Grazie), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Lorenza Foschini

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di Stefano Corbetta

Ho scritto la prima stesura de La forma del silenzio nell’ottobre del 2017, mentre ero convalescente per un incidente a una gamba. Mi trovavo in un parcheggio dopo una serata con amici. All’improvviso, per una distrazione del conducente, un’auto con la portiera aperta ha fatto un balzo all’indietro e lo spigolo di lamiera mi ha perforato il polpaccio scaraventandomi a terra.
Dopo aver passato la notte in ospedale, sono rientrato a casa con l’ordine di restare a letto per almeno tre settimane: immobilità assoluta, pena la compromissione permanente del tendine. Nella completa solitudine della mia camera, imbottito di antidolorifici, trascorrevo le ore della giornata guardando film per neutralizzare l’immagine dello squarcio che avevo sempre davanti agli occhi e che mi causava incubi dai quali uscivo con la sensazione di non avere più la gamba. È stato in quei giorni che mi sono imbattuto in Arrival, il film di Denis Villeneuve basato sul racconto The story of your life di Ted Chiang in cui una perfetta Amy Adams interpreta Louise Banks, una linguista ingaggiata dal governo americano per cercare di aprire un canale comunicativo con gli eptapodi, extraterrestri silenziosi simili a calamari giganti che nel film si esprimavano disegnando nell’aria cerchi d’inchiostro dal significato oscuro. Leggi tutto…

ALESSANDRO RAVEGGI racconta GRANDE KARMA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ALESSANDRO RAVEGGI racconta il suo romanzo “Grande karma. Vite di Carlo Coccioli” (Bompiani), presentato all’edizione 2021 del Premio Strega da Giorgio Van Straten

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di Alessandro Raveggi

Penso che Grande karma come romanzo sia nato da un’impossibilità, e forse tutti i miei romanzi vorrei che lo fossero, nati da un’impossibilità. Si scrive sempre perché si percepisce un contrasto, un attrito, una abrasione, con qualcosa là fuori. E da lì inizia la caccia. E lo scrittore Carlo Coccioli era per davvero molto Là Fuori, “ovunque là fuori nel mondo” come scrisse a suo nipote, un ente misterioso, fantasmagorico, un santone immortale, un’esistenza inesauribile di cui era fin dall’inizio impossibile fare un monumento. Quanto piuttosto un mosaico di documenti, vite, fogli sparsi, chiamiamolo un retablo di vite e chincaglierie: dall’infanzia toscana poi e libica dopo, dalla gioventù partigiana agli allori del giovane écrivain italien a Parigi paragonato a Camus fino all’esilio messicano durato 50 anni, facendo gimkana tra una cinquantina di pubblicazioni importanti, alcune straordinarie, oltre a centinaia di autotraduzioni allo spagnolo e francese, e traduzioni in inglese, tedesco, olandese, ecc. Questo è Carlo Coccioli, nato a Livorno nel 1920, e morto a Città del Messico nel 2003. Una vita tutto sommato felice, quella di un grande dimenticato del nostro Paese. Leggi tutto…

DIEGO MARANI racconta LA CITTÀ CELESTE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: DIEGO MARANI racconta il suo romanzo LA CITTÀ CELESTE (La nave di Teseo)

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di Diego Marani

Il personaggio principale di questo romanzo è la città di Trieste in tutta la sua complessità. Città di frontiera, città contesa, città cosmopolita, città multilingue, città portuale, Trieste ha tutti i connotati del luogo di contrasto, della città-mondo che non può appartenere a nessuna patria perché è essa stessa un mondo, una fautrice di identità, un mosaico di patrie, una collezione di diversità. Il protagonista che viene dall’Italia profonda, uniforme e indistinta, scopre qui le contraddizioni dell’idea di patria, le ipocrisie della nazione, la falsità di ogni bandiera e si avventura in una ricognizione di questa realtà che è in parte rudere del passato, in parte accanita sopravvivenza di qualcosa che non vuole morire.
La storia si situa nel tempo della cortina di ferro, quando su Trieste incombeva anche la minaccia della frontiera politica, il ricordo mai sopito dell’occupazione iugoslava, dei massacri e delle vendette, delle persecuzioni e delle epurazioni etniche. La storia personale del protagonista si ingarbuglia così nella storia della città che dapprima gli sembra inospitale proprio perché non rientra nell’immagine che ne dà la mitologia dello Stato-nazione, si sottrae al luogo comune e si barrica ad ogni comprensione. Leggi tutto…

ANTONELLA LATTANZI racconta QUESTO GIORNO CHE INCOMBE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ANTONELLA LATTANZI racconta il suo romanzo QUESTO GIORNO CHE INCOMBE (HarperCollins), libro candidato all’edizione 2021 del Premio Strega da Domenico Starnone

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di Antonella Lattanzi

Mi capita una cosa strana. Mi capita con tutti i miei libri. Quando cerco di ricordare quando e come mi è venuta l’idea per un personaggio, quando e come ho deciso il finale, o di tornare con la mente al tempo, per esempio, della creazione della struttura, dello studio sui personaggi. Non ricordo quasi nulla.
Vedo solo degli sprazzi. Ma non ricordo mesi e mesi passati a strutturare, studiare schemi, spostare colpi di scena, inventare personaggi. Nebbia. E in mezzo a quella nebbia, delle immagini.
Un’immagine. Un’estate barese in cui sono tornata a casa dei miei per le vacanze. Sto lavorando sul balcone a Devozione, il mio primo romanzo. A un certo punto, nella calura totale (io ho sempre freddo, quindi per me l’espressione “calura totale” vuol dire “metto comunque un giacchettino”), comincia a cadere, dal cielo, la neve. Chiamo mio padre. Esce sul balcone. Vede anche lui la neve. Io penso: finalmente ecco l’evento straordinario che aspetto da una vita. E lo sto vivendo qui, dove sono nata. Leggi tutto…

MIMMO GANGEMI racconta IL POPOLO DI MEZZO

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: MIMMO GANGEMI racconta IL POPOLO DI MEZZO (Piemme), libro candidato all’edizione 2021 del Premio Strega da Raffaele Nigro

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di Mimmo Gangemi

Nelle giornate di levantina, con il vento che si abbatteva a folate possenti fischiando i muri nel rimbalzarvi sconfitto e sciamando la pioggia di qua e di là al modo di un banco di acciughe, sedevamo attorno alla corona circolare, di legno e con il braciere di rame nel buco in mezzo, il carbone ardente sottomesso alla cenere per allungarne la durata, i piedi sui bordi e le mani protese al centro a raccogliere il calore. E ascoltavamo estasiati le divagazioni degli adulti. Il nonno snodava lenta la voce da fumatore incallito, roca di un catarro acquoso, quasi tenesse stabile uno scaracchio in fondo alla gola. Si smarriva nella sua America, quella degli albori del secolo scorso. Ci era rimasto tredici anni, sempre a costruire ferrovia. Lo restituì all’Italia la diceria che chi non fosse tornato a servire la patria nella Grande Guerra non avrebbe più potuto farlo.
Da allora è diventata anche la mia America, l’ho costruita attraverso quei racconti, i ricordi faticosi su cui lo scorrere del tempo aveva steso una patina che sfumava in dissolvenza i patimenti e imbrillantava di una lucentezza che non c’era stata la gioventù sacrificata lontano. È spanciato al mondo da lì il mio primo romanzo sull’emigrazione, La signora di Ellis Island. Da lì, pure Il popolo di mezzo, perché mi era debitrice di altro, la memoria.
Seguendo la fatica da schiavi nei cantieri ferroviari, ho impattato sul razzismo addosso ai neri e agli italiani – i non visibilmente negri – colpevoli anche di fraternizzare tra loro, e sui linciaggi, con i nostri emigrati che ne furono vittime innocenti, così a Tampa, a Louisville, a Denver, a Tallulah, così nel 1891 a New Orleans, dove vennero impiccati undici siciliani già assolti per l’omicidio del Chief, il capo della polizia. E mi sono imbattuto nel jazz, la cui origine va a merito dei neri e dei siciliani, in una New Orleans che nel 1910 contava 90 mila abitanti, 12 mila dei quali giunti dalla Sicilia. I neri contribuirono con gli spiritual che accompagnavano la fatica nei cantieri e nei campi di cotone. I siciliani, con gli strumenti a fiato e con le sonorità delle bande tradizionali. Leggi tutto…

CHIARA MEZZALAMA racconta DOPO LA PIOGGIA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CHIARA MEZZALAMA racconta DOPO LA PIOGGIA (E/O), libro candidato all’edizione 2021 del Premio Strega da Jhumpa Lahiri

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di Chiara Mezzalama

Il 13 novembre 2015 ho sentito degli spari. D’istinto ho chiuso le persiane. A poche centinaia di metri da casa si stava consumando la strage del Bataclan. Per la seconda volta in quello stesso anno, il quartiere si è trasformato in un cimitero. Portavo a scuola i figli camminando tra le candele, le corone di fiori, le lacrime, la rabbia e la paura.

Il 30 novembre, sempre a Parigi, era prevista la conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, la Cop21. Ho seguito una parte dei lavori con un collettivo di giornalisti, giornaliste e militanti arrivati da ogni angolo del globo.
I terroristi volevano che ci chiudessimo in casa, i militanti ecologisti spalancavano le porte del mondo e ci invitavano a prenderci cura di un pianeta rovinato; il nostro. Degli attentati hanno scritto in molti (anche io avevo scritto qualche mese prima Voglio essere Charlie: diario minimo di una scrittrice italiana a Parigi). Della crisi ecologica quasi nessuno. Leggi tutto…

ROMANA PETRI racconta CUORE DI FURIA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ROMANA PETRI racconta CUORE DI FURIA (Marsilio)

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di Romana Petri

L’idea di scrivere questo romanzo è nata molti anni fa, mentre stavo lavorando a I padri degli altri, una raccolta di racconti sulle crudeltà paterne. Volevo inserirlo, poi mi sono resa conto che non sarebbe stato mai un racconto, ma un romanzo. E così ho aspettato, rimandato, provato, rinunciato. E poi scritto tutto di un fiato. Come non avessi scelto io.
Cuore di furia nasce dal desiderio di raccontare due mondi: quello dei padri crudeli, che molto mi affascina, soprattutto quando questa incapacità genitoriale si tramanda, come se il male avesse sempre il potere di non essere mai inquinato dal bene; e quello del padre artista, in questo caso scrittore, e dunque uomo-libro.
Il romanzo è liberamente tratto (molto liberamente) dalla vita del grande scrittore Giorgio Manganelli. Non so se sia stato un padre così terribile come io descrivo Jorge Tripe (questo il nome del mio personaggio), ma non ha molta importanza, Manganelli è un’ispirazione, forse il suo essere così tenebricoso nella scrittura un po’ mi lasciava “ben sperare”.
Ho analizzato l’incapacità affettiva dell’uomo-libro, di quell’individuo che, così preso dalla creazione, dall’evoluzione linguistica del suo scrivere, subisce un’involuzione affettiva dalla quale non può (forse non vuole) tornare indietro. Si chiude nel gigantesco, egotico mondo dell’Io. Gli dicono che è un genio, e credo non vi sia iattura peggiore di quella di essere definiti da troppe persone un genio. Se davvero diventiamo ciò che gli altri vedono in noi, un genio si sentirà un genio. Dunque non adatto a vivere con gli individui comuni (praticamente tutti quelli che non sono lui). Subirà una specie di auto abbandono. Essendo un genio deve stare per conto suo, nessuno sarà mai alla sua altezza. Leggi tutto…

GIULIO MOZZI racconta LE RIPETIZIONI

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIULIO MOZZI racconta LE RIPETIZIONI (Marsilio)

[la foto di Giulio Mozzi, in basso, è di Francesco Terzago]

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di Giulio Mozzi

Le ripetizioni è un romanzo ambizioso. La frase che ho avuta in testa per quasi due anni, diciamo tra l’autunno del 2018 – quando sono stato spinto da Greta Bertella a riprendere in mano certe vecchie carte – e il 30 luglio del 2020 – quando ho consegnato all’editore il romanzo finito – è: «Voglio fare un romanzo impeccabile». Mettetevi nei miei panni. Sono nato nel 1960. Come scrittore ho dato il meglio di me – per comune giudizio – con le raccolte di racconti che ho pubblicate negli anni Novanta: Questo è il giardino, 1993, La felicità terrena, 1996, Il male naturale, 1998; ai quali si può aggiungere, ma il giudizio comune lo mette in secondo piano, Fiction, 2001. Negli anni successivi ho pubblicato, con un ritmo sempre più lento, libri sempre più difficili da classificare: dei prosimetri, come Fantasmi e fughe, 1999, e La stanza degli animali, 2010, un poema, Il culto dei morti nell’Italia contemporanea, 2000, e altri libri in versi; una raccolta di novelle brevissime, Sono l’ultimo a scendere, 2009, e un libro e metà strada tra teatro, novella e poesia, Favole del morire, 2015. Inoltre: fin dal 1993 mi sono dato all’insegnamento di quella cosa che viene orribilmente chiamata «scrittura creativa», e che altro non è che la pratica della letteratura; dal 1998 ho lavorato nell’editoria, soprattutto come scout, facendo da levatrice a qualcosa di più di un centinaio di romanzi. Leggi tutto…

LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LOREDANA LIPPERINI racconta LA NOTTE SI AVVICINA (Bompiani)

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di Loredana Lipperini

La notte si avvicina” racconta un’epidemia di peste che scoppia nel 2008 in un piccolo e inesistente paese delle Marche, Vallescura. Nasce con l’intento di raccontare un flagello, di cui la peste è metafora, e nasce molto prima del flagello vero. Era il 2016. Partecipavo a una residenza letteraria, Sconfinare a Lampedusa, dove ero stata invitata da Evelina Santangelo: scrittori che restano una settimana sull’isola, osservano, la raccontano nell’ultimo giorno. L’idea iniziale era quella di un gemellaggio con Gita al Faro, a Ventotene, ma scopriamo quasi subito che non può essere così. A Ventotene tutto è già avvenuto: il confino di Giulia, figlia dell’imperatore, il carcere borbonico a Santo Stefano, la morte di Gaetano Bresci, Altiero Spinelli, il manifesto per l’Europa.
Ecco, l’Europa. Quando arrivi a Lampedusa capisci che qui tutto sta accadendo, invece, e che c’è un mondo millenario che sta vacillando (il centro vacilla, dice Yeats, e non sapeva quanto fosse profetica questa frase) e una mutazione che non è ancora raccontabile, e che sicuramente in molti, moltissimi, non vogliono neppure provare a raccontare. Leggi tutto…

GIULIA CAMINITO racconta L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIULIA CAMINITO racconta L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE (Bompiani)

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di Giulia Caminito

L’acqua del lago non è mai dolce nasce da un racconto, molto breve, che scrissi qualche anno fa, un racconto che ha in comune con il romanzo: il lago, la morte e i limoni.
Quel racconto – piccolo, doloroso – l’ho poi messo da parte, tenuto al caldo, aspettando di essere pronta per rileggerlo, deciderne il futuro.
Come autrice ho sempre prediletto le fughe, i racconti surreali, i romanzi che andavano a pescare nelle pozze delle vicende famigliari. I non detti altrui, le fotografie, i ricordi, le cartine geografiche. Il tempo della scrittura, prima di questo romanzo, era stato per me un confortevole rifugio.
Anche se facevo guerreggiare mentre scrivevo la voglia di trovare uno stile mio – e mio soltanto – con le storie del passato e la grande Storia, ero nascosta, al margine e potevo abbuffarmi di molti libri per delineare e modellare i miei, mi sentivo al sicuro. Leggi tutto…

TULLIO AVOLEDO racconta NERO COME LA NOTTE

Nero come la notte Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: TULLIO AVOLEDO racconta il suo romanzo NERO COME LA NOTTE (Marsilio), libro vincitore del Premio Scerbanenco 2020.

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LANCIARE FRECCE CONTRO GLI ELICOTTERI

di Tullio Avoledo

All’origine di ogni mio libro c’è un seme.
Può essere una frase, un ricordo, un’immagine.
Può essere, in realtà, qualsiasi cosa.
Tre sono le cose misteriose, per dire, è nato da un osso mezzo rosicchiato. Camminavo con mio figlio Francesco, allora molto piccolo, per un viale di una città di mare, e ho visto quest’osso spuntare da sotto una siepe. Perché Francesco non lo vedesse l’ho spinto col piede sotto i rami. Tornato a casa, mi sono messo a scrivere una storia che aveva come protagonista un giovane pubblico ministero in un tribunale internazionale per crimini di guerra.
Ossa e ruggine e orrore, quello che affiora dalla terra in quel libro, è germinato da quel mio gesto, dal mio nascondere l’osso a mio figlio. Vi si è unito il ricordo irreale dell’estate in cui, disteso al sole sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro, guardavo passare, fra l’indifferenza dei bagnanti, gli aerei USA in volo per bombardare la Bosnia. Poi sono venuti i testi di medicina legale, gli atti dei tribunali veri e le memorie di chi aveva lavorato per identificare i morti delle fosse comuni di Srebrenica e di altri luoghi dell’ex Jugoslavia in cui la pretesa civiltà europea era collassata in un buco nero d’orrore.
Ma all’origine c’era solo un osso spolpato.

L’ispirazione per La ragazza di Vajont sono stati invece la poesia Parole povere di Pierluigi Cappello e alcuni versi di Walther von der Vogelweide sull’inverno. Si può tranquillamente dire che l’ambientazione di quel romanzo freddo e cupo sono di fatto quelle due poesie, cui poi venne ad aggiungersi il quadro Cacciatori nella neve di Pieter Bruegel il Vecchio, che quell’anno vidi, in un freddo pomeriggio di febbraio, al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Pierluigi (per inciso: non è lui lo “Storpio” del romanzo) mi ha prestato anche la passione per il modellismo aereo e per la numismatica romana.

Per Nero come la notte l’origine è l’incontro di tre letture: Leggi tutto…

GIANLUCA MOROZZI racconta ANDROMEDA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIANLUCA MOROZZI racconta il suo romanzo ANDROMEDA (Perrone)

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https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/6/6c/GianlucaMorozzi.jpgdi Gianluca Morozzi

Il conte di Montecristo. È la risposta automatica, no? Ti chiedono “qual è il più grande romanzo sul tema della vendetta?  “Ma Il conte di Montecristo, non è ovvio?”.
Però, prima di addentrarmi nelle pagine degli autori francesi dell’Ottocento, da bambino leggevo gli Urania. Quella bella fantascienza da edicola, con il bianco a evidenziare le straordinarie, evocative illustrazioni di Karel Thole racchiuse in un cerchio. E quegli altri romanzi dell’Editrice Nord, le copertine della Serie Oro…
Destinazione stelle di Alfred Bester, Serie Oro, fu il mio primo balzo (o jaunto?) nell’affascinante, intrigante, irresistibile mondo della vendetta. Mi piacque così tanto che comprai anche un Urania firmato Bester, La tigre della notte, solo per scoprire… che era sempre Destinazione stelle (quei bizzarri equivoci tipo La svastica sul sole / L’uomo nell’alto castello). Siccome ho ricomprato anche l’edizione più recente, posso dire di possederlo in triplice copia.
I miei occhi e il mio cervello fiammeggiavano leggendo dell’ossessione vendicativa di Gully Foyle, un mediocre individuo, una bestia in forma umana, nei confronti di chi l’aveva lasciato a morire. E per riuscire a portare a termine il proprio obiettivo, si superava. Diventava un altro, un anti-eroe così determinato da diventare una creatura semidivina, destinata a guidare l’umanità verso nuovi traguardi. Lui, l’umile meccanico che si aggirava nello scheletro dell’astronave Nomade! “Stava morendo da centosettanta giorni e non era ancora morto…” Leggi tutto…

GIORGIO VAN STRATEN racconta IL MIO NOME A MEMORIA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIORGIO VAN STRATEN racconta il suo romanzo IL MIO NOME A MEMORIA (Brioschi editore)

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di Giorgio van Straten

Il mio nome a memoria ha cominciato a nascere molti anni prima della sua pubblicazione. Mio padre era morto da poco, alla fine del 1988, e un suo biscugino, di cui ignoravo l’esistenza, mi scrisse dicendomi che ero l’ultimo della famiglia a portare il cognome van Straten. Per farmi capire meglio di cosa stesse parlando, mi allegò la fotocopia di un vecchio documento dei primi anni dell’Ottocento in cui un tale Hartog, che viveva a Rotterdam, aveva scelto il proprio cognome (che era anche il mio) di fronte al sindaco della città, a quel tempo possedimento napoleonico. La storia mi colpì, anche perché in Italia i cognomi sono molto più antichi e, soprattutto, non sono il frutto di una scelta, ma nascono da una caratteristica fisica, dal mestiere praticato, dal nome di un antenato, e di solito sono stati imposti dagli altri. L’idea che a qualcuno fosse stato ordinato di sceglierselo, di abbandonare il semplice patronimico – Hartog figlio di Alexander – e che quella scelta avesse finito per coinvolgere inevitabilmente anche me mi emozionava. Leggi tutto…

MARTA BARONE racconta CITTÀ SOMMERSA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: MARTA BARONE racconta il suo libro CITTÀ SOMMERSA (Bompiani). Libro candidato all’edizione 2020 del Premio Strega

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di Marta Barone

Città sommersaLa storia di come Città sommersa è nato è già dentro il libro. Un padre muore; una figlia non riesce ad attraversare il lutto per le troppe cose non dette e le lacerazioni rimaste aperte e in qualche modo lo lascia da parte, non riesce a guardarlo; un paio di anni dopo quella figlia, che si è trasferita in un’altra città dopo la laurea e che una volta scriveva e aveva pubblicato libri per ragazzi, ma è impantanata da anni in un silenzio fangoso, a cercare di scrivere un libro nato già morto perché basato su delle idee ma senza una storia, torna a casa e quasi per accidente ritrova la memoria difensiva su un processo per partecipazione a banda armata a cui suo padre è stato sottoposto negli anni ottanta. La figlia sa già, molto vagamente, del processo e del carcere: ma dentro quelle pagine, che sono solo un riassunto degli eventi – l’accusa è di aver curato, lui medico operaio, un ferito di Prima linea e di aver “quasi” visitato un’altra terrorista ferita tre anni dopo – si muove un personaggio sconosciuto, interessante, misterioso, che accende una miccia sepolta.
Ora io – che naturalmente sono quella figlia – desideravo sapere qualcosa di quel fantasma sfuggente: e così ho cominciato a cercare persone, a scoprire cose della sua militanza politica nell’estrema sinistra, da Valle Giulia alle lotte operaie e per la casa a Torino, dei suoi amori, delle sue amicizie, del suo bizzarro vagare, della sua generosità e delle sue scelte a volte incomprensibili, di eventi sconvolgenti che dovevano avergli cambiato per sempre la vita e di cui non sapevo nulla, e che mi costringevano a rileggere in una nuova chiave quasi tutto dell’uomo che avevo conosciuto, o creduto di conoscere. Leggi tutto…

LUIGI LA ROSA racconta L’UOMO SENZA INVERNO

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: LUIGI LA ROSA racconta il suo romanzo L’UOMO SENZA INVERNO (Piemme)

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di Luigi La Rosa

La genesi de L’uomo senza inverno (Piemme) è in qualche modo legata a una storia d’amore e probabilmente a un’ossessione. È così che gli scrittori sentono le storie: come idee divoranti, che prendono forma, che guadagnano corpo e consistenza, che impongono di sprofondare, dolcemente, nell’abisso che li circonda.
In questo caso, ricordo ancora quello che gli occhi, nel lontano inverno di sette anni fa, stentavano a mettere a fuoco dalle vetrate del bistrot vicino casa, nella pioggerella del pomeriggio parigino. L’enorme boulevard, la schiera dei platani dai tronchi scuri e massicci, l’ombra che cadeva, lieve come un velo, sul marciapiede bagnato. E i passanti, numerosi, nervosi, affaccendati: tutti un po’ anonimi e di corsa, come nelle meravigliose tele di Gustave Caillebotte, perché in quel gomito di tempo lontano e particolarmente intenso della mia vita era già a lui che pensavo, al genio dimenticato, al pittore perlopiù sconosciuto, un uomo misteriosissimo sulla cui vicenda s’era depositata una spessa coltre di silenzio. Leggi tutto…

GIORGIO FONTANA racconta PRIMA DI NOI

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIORGIO FONTANA racconta il suo romanzo PRIMA DI NOI (Sellerio)

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di Giorgio Fontana

Durante la rotta di Caporetto, un giovane soldato si dà alla fuga e trova riparo in un casolare del Friuli occidentale: qui seduce la figlia del contadino che lo ospita, e quando scopre che è incinta fugge, per poi ritornare sotto minaccia del contadino stesso. Questo è quanto abbia mai saputo di mio bisnonno, che non ho mai conosciuto personalmente. Una decina di anni fa ho iniziato a fantasticare su tale piccolo episodio, che mi pareva racchiudere — come una molla ben compressa e pronta a esplodere — grandi potenzialità narrative: i mesi in trincea come avevano ridotto quell’uomo? Quali emozioni lo legavano alla ragazza? E come aveva gestito i sensi di colpa?
Non possedevo risposta alcuna a queste domande, per fortuna: ho potuto colmare il vuoto con l’esercizio dell’immaginazione. In uno di quei pomeriggi di dieci o undici anni fa intuii, in forma ancora oscura ma perentoria, che partendo da lì potevo raccontare la storia di un’intera stirpe, una famiglia segnata dalla diserzione originaria, e insieme i modi con cui far fronte o ribellarsi alla condanna. Già sapevo che sarebbe stato un libro molto lungo. Un libro di quattro generazioni, con una certa estensione geografica, e la storia d’Italia in filigrana. Avevo l’inizio, intravedevo la fine: si trattava, compito arduo, di colmare lo spazio nel mezzo. Leggi tutto…

CLAUDIA PETRUCCI racconta L’ESERCIZIO

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CLAUDIA PETRUCCI racconta il suo romanzo L’ESERCIZIO (La nave di Teseo)

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di Claudia Petrucci

È l’inverno del 2016. Da mesi mi insegue la visione nitida di tre persone in una stanza, due uomini, una donna, conosco i loro nomi, so perché si trovano lì; uno di loro, a cui so che vorrei affidare la mia voce, guarda fuori dall’unica finestra: nel suo mondo piove. Anche nel mio mondo piove. Sono a Milano, all’università Statale, aspetto che la leggendaria enorme carpa del laghetto si faccia vedere. Milano è la mia città, eppure vivo già in un’altra, e precedentemente ho vissuto ancora altrove, in un perpetuo allontanamento dall’oggetto del mio desiderio. Milano è la mia acqua, e il primo posto in cui mi sento abbastanza me stessa da raccontare a qualcuno la storia che vorrei scrivere. Tra qualche mese prenderò la seconda decisione che mi ribalterà l’esistenza, non ci sarà più una laurea a cui pensare, niente più viaggi su treni interregionali; non so ancora che chiuderò la porta dell’appartamento in cui ho trascorso i primi quattro anni del mio matrimonio e non la riaprirò mai più. Leggi tutto…

CHIARA VALERIO racconta IL CUORE NON SI VEDE

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CHIARA VALERIO racconta il suo romanzo IL CUORE NON SI VEDE (Einaudi)

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di Chiara Valerio

Il cuore non si vede comincia in fondo molto tempo fa. O comunque di questo mi sono convinta adesso che da scrittrice ne sono diventata lettrice.
E in realtà non è un romanzo che comincia, è un romanzo che continua.
Nella prima pagina Andrea e Laura infatti si svegliano seminudi nel letto, come succede quasi ogni mattina da molti anni, e, inoltre, nel corso del romanzo, continueranno a stare insieme, non si lasceranno. Non come pensano loro.
Sono adulti, sono sopravvissuti all’adolescenza, agli studi e pure all’inizio, sempre incerto, della vita lavorativa.
Sì, vita lavorativa, nessuno di loro utilizzerebbe la parola carriera.
Dicevo che comincia tempo fa perché i cartoni animati preferiti della mia infanzia erano Jeeg Robot d’acciaio e La principessa Sapphire.
E in entrambi, il determinante narrativo, la ragione e l’origine della storia, era un malfunzionamento cardiaco.
Forse, dovrei dire che nella prima pagina del libro Andrea Dileva, il protagonista di queste vicende, si sveglia senza il cuore, però è vivo. Leggi tutto…

CAMILLA BARESANI racconta GELOSIA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: CAMILLA BARESANI racconta il suo romanzo GELOSIA (La nave di Teseo)

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di Camilla Baresani

La gelosia è uno stato d’animo morboso, che può diventare ossessivo. Corrompe e poi soffoca ogni slancio sentimentale, prendendone il posto. È un veleno a lento rilascio.
Ho deciso di dedicarle un romanzo quando, ascoltando le confidenze di un amico, ho cominciato a ragionare sulla gelosia maschile, in particolare su quella nei confronti dell’amante. Ossia: un uomo che non può e non vuole concedere l‘esclusiva alla propria amante, perché sposato e magari ancora innamorato della moglie (sebbene in modo diverso da quello degli inizi), si fa prendere da un assillante desiderio di possesso, che lo rende sospettoso di tutto, persino delle amicizie o delle conoscenze della donna con cui ha sviluppato un amore clandestino, fino a rendersi ridicolo, persino ai propri occhi. I due lavorano insieme, e le ore in ufficio sono quelle destinate alla loro vita comune. In un’ansia di possesso sempre crescente, l’uomo vuole controllare l’amante; non sopporta che abbia delle amicizie, che parli con i colleghi, che possa confrontarsi con un’altra figura maschile. La segue, la spia, soffre, e per allontanarla da altri si spinge a prometterle cose che sa benissimo di non voler realizzare, però a forza di mentire comincia a immaginare una realtà parallela, come in un sogno. D’altro canto, l’amante soffre di gelosia ossessiva nei confronti della moglie, la rivale che non sa nulla di lei, la donna cui non è preclusa l’ufficialità del rapporto e che ha una prospettiva di progetti familiari, inclusa l’adozione di un figlio. Col tempo, l’amante comincia a percepirsi come vittima di un complotto. Leggi tutto…

FABIO GEDA racconta UNA DOMENICA

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: FABIO GEDA racconta il suo romanzo UNA DOMENICA (Einaudi – Stile Libero)

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di Fabio Geda

Una domenica è nato in Finlandia lo scorso anno. L’Istituto di Cultura di Helsinki mi aveva invitato per alcuni incontri nelle biblioteche e nelle università, e alla fine di una chiacchierata, credo nella biblioteca di Espoo, una cittadina a ovest della capitale, mi sono fermato a parlare con una signora. L’avevo intravista nel pubblico e avevo immaginato fosse italiana sia per la differenza di incarnato – il suo decisamente più mediterraneo di quello della maggior parte dei finlandesi presenti – sia perché seguiva il mio discorso e non quello dell’interprete.
Fatto sta che alla fine della chiacchierata è venuta a parlarmi. Da vicino sembrava più anziana di quello che avevo pensato all’inizio, fra i settanta e gli ottanta. Mi ha detto di essere di Palermo. Le ho chiesto come mai si trovasse a Helsinki. Per mia figlia, ha risposto. Mi ha raccontato che la figlia lavorava lì da tempo e che lei una volta all’anno prendeva l’aereo e andava a trovarla. Non solo. Aveva anche un figlio. E il figlio lavorava e viveva in Sudafrica. Così una volta all’anno prendeva un aereo per il Sudafrica per andare a trovare anche lui. Per il resto del tempo se ne stava in Sicilia, in attesa che fossero loro, per Natale, o d’estate, a raggiungerla. A Palermo. Dove ormai viveva da sola, perché suo marito era mancato alcuni anni prima. Leggi tutto…

ANTONELLA CILENTO racconta NON LEGGERAI

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ANTONELLA CILENTO racconta il suo romanzo “Non leggerai” (Giunti)

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di Antonella Cilento

È successo al principio dell’anno: esce un mio nuovo romanzo, Morfisa o l’acqua che dorme, e m’intervistano. Naturalmente, senza aver letto il libro.  E siccome Morfisa non si può risolvere in una formuletta perché ha aspirazione ampie e complesse, l’intervistatrice porta la conversazione sull’argomento editoria, crisi della lettura, come dobbiamo fare…
Il solito insomma, che, considerando che stiamo parlando di un libro che non ha letto e non leggerà, è una questione cui la domanda autorisponde.
E io mi lascio scappar detto (sbotto) che la lettura muore se la rendiamo scolastica, obbligatoria, una medicina amara ma necessaria, una sostanza nociva ma che fa bene alla società. E che l’unico modo di farla tornare in auge, diciamola tutta, sarebbe vietarla.
Non è la prima volta che lo dico: ho criticato numerosi anni fa’ il sistema con un libro molto detestato da chi ci si riconosceva, Non è il paradiso. Ho invocato l’epidemia di lettura per contagio in un altro libro, Asino chi legge, perché da 27 anni mica faccio la profetessa da salotto: giro l’Italia facendo lezione, ho una scuola creata dal nulla a Napoli, Lalineascritta, allievi portati alla lettura e alla scrittura che appartengono ormai a diverse generazioni, hanno pubblicato con grandi case, lavorano per la tv o l’editoria. Leggi tutto…

ANDREA TARABBIA racconta MADRIGALE SENZA SUONO

ANDREA TARABBIA racconta il suo romanzo MADRIGALE SENZA SUONO (Bollati Boringhieri)

Finalista al Premio Campiello 2019

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di Andrea Tarabbia

Il 20 agosto del 1613, Carlo Gesualdo, principe di Venosa, ricevette, mentre si trovava nel suo castello arroccato sulla collina della cittadina irpina di Gesualdo, la notizia della morte del figlio primogenito: Emanuele era caduto da cavallo e lasciava il padre, che detestava, senza eredi maschi. Pare che, ricevuta la notizia, Gesualdo desse mandato ai suoi segretari di redigere il suo testamento e si chiudesse, per lasciarsi morire di inedia, nella stanza dove da sempre aveva composto la sua musica sbalorditiva. Morì l’8 settembre del 1613, lasciando un feudo, una seconda moglie, Leonora d’Este, che si liberava del peso di un matrimonio di convenienza, di una solitudine sempre più feroce e della lontananza forzata dalle sue terre, sei libri di madrigali a cinque voci che sono uno dei vertici sonori della sua epoca, dei responsorii, dei mottetti e dei canti sacri, e il dubbio che quel cattivo carattere, quell’oscurità che lo circondava, quell’ipocondria manifesta e paralizzante, ma anche il genio che lo aveva attraversato mentre componeva, fossero figli di una notte, quella tra il 16 e il 17 ottobre 1590 quando, ventiquattrenne, insieme ai suoi creati aveva barbaramente ucciso, nei suoi appartamenti di piazza San Domenico a Napoli, la prima, amatissima e splendida moglie, Maria d’Avalos, e il di lei amante, Fabrizio Carafa. Secondo il diritto dell’epoca, era piena facoltà del marito cornuto uccidere moglie e amante purché i due venissero colti di sorpresa (vale a dire: purché non ci fosse premeditazione), e l’assassinio fosse figlio di un impulso, di una rabbia feroce e improvvisa, figlia della sorpresa e del disincanto. Leggi tutto…

CRISTINA MARCONI racconta CITTÀ IRREALE

CRISTINA MARCONI racconta il suo romanzo CITTÀ IRREALE (Ponte alle Grazie)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Cristina Marconi

«All’inizio non si fideranno di te ma dopo un po’ ti lasceranno anche servire ai tavoli, vedrai». Le luci della città illuminavano di bagliori elettrici i capelli castani delle due ragazze sedute davanti a me su un autobus notturno. Odore di patatine fritte con l’aceto, folate di birra irrancidita, un inizio di rissa proveniente dai sedili posteriori. E poi le giovani voci italiane delle due passeggere, così compita quella di chi dava consigli, così timorosa e emozionata quella di chi li stava ricevendo. Mi sono chiesta se qualcuno avrebbe mai raccontato la loro storia prima di scendere anche io al capolinea e dimenticarmi di loro.
Nella mia vita londinese, declinazione personale di un’esperienza sempre più collettiva, ho spesso ascoltato narrazioni plastificate, racconti di sé ponderati e sterili con una sottile nota di autogiustificazione. «Non sono partito perché ero infelice, anzi…». Sintomo di uno sforzo estremo di coronare la propria nuova esistenza di qualcosa che forse, non sempre, era mancato nella precedente: l’equilibrio della soddisfazione. Un esercito di moderati, almeno stando ai racconti, che in realtà stava facendo qualcosa di estremamente smodato come cambiare tutto, accettare di perdere punti di riferimento, di privarsi del riflesso rassicurante dello specchio di casa. E quindi giù a negare ogni nostalgia, giù ad appigliarsi ad argomenti molto razionali per spiegare il proprio percorso, a mostrare costantemente il lato migliore di sé. Poi ogni tanto saltava fuori lo spiraglio di verità, la scivolata rivelatoria, il momento di guardia bassa, da non confondere con la cupa lamentela dei giorni di pioggia, immancabile al ritorno da una qualche vacanza al sud. Ho iniziato a raccoglierli, mi piacevano molto. Leggi tutto…

ELEONORA MARANGONI racconta LUX

ELEONORA MARANGONI racconta il suo romanzo LUX (Neri Pozza)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

di Eleonora Marangoni

Quando ho iniziato a scrivere Lux ero in un minuscolo paese del Calvados chiamato Crépon, nel giardino di un’antica villa di campagna molto diversa – per geografie e carattere – dall’hotel Zelda che sarebbe poi finito al centro del romanzo, ma provvista dello stesso fascino che ci fa sembrare mesi le ore che passiamo lì dentro, e scambiare per tesori tutti i ninnoli e piccoli cimeli che posti del genere proteggono dal mondo.
Ero alle prese con un altro libro, allora, un saggio su Proust di cui stavo scrivendo gli ultimi capitoli, e ricordo che buttare giù in un mattino quelle poche righe che parlavano d’altro fu l’equivalente di una passeggiata, o di una chiacchierata con un amico che non sentivo da tempo.
I libri che scriviamo – come del resto i libri che leggiamo, a volte – ci tengono in ostaggio, e capita che si senta il bisogno di sfuggirgli, anche solo per qualche ora, anche solo per poi tornare ad amarli e capirli nel modo giusto. Così è stato quel giorno, e quella prima paginetta scritta sul tavolo tra i resti di una colazione durata troppo a lungo fu un’imprevista e purissima boccata d’aria, l’intuizione di un suono di cui un giorno sarei andata in cerca.
A lungo, poi, quelle righe non sono state molto di più. Ho fatto e scritto altro, e per molto tempo quel file è rimasto nel mio computer senza che tornassi ad aprirlo, o a parlarne con chi avevo intorno e mi chiedeva a cosa stessi lavorando. Leggi tutto…

SIMONA LO IACONO racconta L’ALBATRO

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo L’ALBATRO (Neri Pozza)

[ascolta la puntata radiofonica di Letteratitudine dedicata a “L’albatro”: Simona Lo Iacono in conversazione con Massimo Maugeri]

di Simona Lo Iacono

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Cercavo un libro di commedie di Nino Martoglio.
Come sempre, la ricerca nella mia libreria durava ore. Non appena aprivo un testo, mi immergevo nella lettura e dimenticavo ciò che mi interessava. Non sono mai riuscita a resistere al richiamo dei libri. Troppo implorante per essere trascurato.
Il volume de “Il gattopardo” saltò fuori dalla terza mensola. Un’edizione vecchissima, appartenuta a mia madre. Le pagine erano ingiallite. Tra l’una e l’altra sbucavano fuori resti di petali essiccati, vecchie cartoline, una foto tagliata a metà che ritraeva i miei genitori in viaggio di nozze.
Non ho mai voluto che i libri restassero integri. Li ho sempre sottolineati. Li ho riempiti di resti, di carte, di oggetti.
Mi fa piacere che, quando li apro, dalle pagine affiorino anche residui e antiche nostalgie. Qualche rimasuglio di un momento, qualche spasmo di felicità.
In questo modo mi pare che siano vivi, sempre in procinto di dirmi che hanno un’anima, oltre che mani capaci di consegnarmi frattaglie, cose lacere, inutili, che altri avrebbero buttato.
Avevo letto “Il gattopardo” decine di volte. Non solo perché amavo la fierezza di don Fabrizio, la sua malinconia di scrutatore di stelle. Ma anche perché ero una sostenitrice del ruolo degli animali in letteratura. E spasimavo per il suo cane, Bendicò. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI racconta NERO ANANAS

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo NERO ANANAS (Voland)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Valerio Aiolli

Lo chiamavo “il romanzone”. Stava lì. In piccola parte steso su qualche decina di pagine. Virtuali, stampate, corrette, ristampate. In una parte un po’ più grande imprigionato in schemi cronologici e diacronici suddivisi in varie cartelle dai nomi strani. Stampati, corretti, ristampati… Stava in schede di personaggi, in ritagli di giornale. In pacchi di fogli alti trenta centimetri contenenti dispositivi di rinvio a giudizio o motivazioni di sentenze. Ma in gran parte, la parte assolutamente preponderante, stava nella mia testa. O nel mio cuore. O nel mio corpo. Insomma, dove stanno i romanzi quando esistono potenzialmente, come possibilità, ma ancora non sono stati scritti. E quindi, a pensarci meglio, è sbagliato dire che stava da qualche parte. Perché un romanzo esiste solo a partire dal momento in cui lo si scrive.
«Il concepimento è ben poca cosa in confronto al parto» ha scritto Philip Roth. «Intendo dire che, fino a quando non sono state assorbite in una strategia narrativa d’insieme, le mie “idee” […] non [sono] diverse da quelle di chiunque altro. Tutti hanno “idee” per romanzi, la metropolitana è piena di persone che si reggono alle maniglie rigirandosi per la testa idee per romanzi che non riusciranno mai a scrivere. Spesso anch’io sono una di loro».
Quindi per lunghi anni il romanzone “non stava” lì, mentre la strategia narrativa d’insieme che era necessaria a dargli vita veniva a poco a poco componendosi. Non riesco a contare le volte in cui ho pensato che non ce l’avrei mai fatta a finirlo. Leggi tutto…

PIER PAOLO GIANNUBILO racconta IL RISOLUTORE

PIER PAOLO GIANNUBILO racconta il suo romanzo IL RISOLUTORE (Rizzoli)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

 

di Pier Paolo Giannubilo

La storia di Gian Ruggero Manzoni di San Lorenzo, frazione di Lugo, non sono stato io a cercarla. Un bel giorno si è messa in movimento dalla Bassa Romagna ed è venuta a stanarmi nel mio isolato Molise chiedendomi udienza senza alcun preavviso.
L’aspetto curioso della faccenda è che la stessa cosa mi era già successa anni addietro, quando per una bislacca serpentina del Caso aveva bussato alla mia porta un’altra vicenda reale all’insegna dell’assurdo: l’odissea di Manuele Sertorio – il “bambino-puntaspilli” di Ortona a Mare sopravvissuto miracolosamente negli anni Trenta alle orripilanti pratiche di stregoneria di cui lo avevano fatto oggetto i familiari – che sarebbe poi diventata Corpi estranei, il mio primo romanzo.
Per la seconda volta, mi ritrovavo ad avere accesso, e senza aver preso alcuna iniziativa, ai segreti sconcertanti di un perfetto estraneo la cui vita pareva una sceneggiatura scritta da un pazzo.

Era iniziato tutto così.  Avevo conosciuto Manzoni a un suo reading di poesia nella mia città. Lo accompagnava la sua morosa di allora, madre di sua figlia: Ester, giovane e bellissima ereditiera con trascorsi da pornoattrice suo malgrado, con la quale si era fidanzato quando era il suo professore all’Accademia d’Arte di Urbino, scandalizzando l’ateneo marchigiano già scosso dalle dicerie sulle sue presunte attività di mercenario in ex Jugoslavia. Leggi tutto…

RAFFAELLA ROMAGNOLO racconta DESTINO

RAFFAELLA ROMAGNOLO racconta il suo romanzo DESTINO (Rizzoli)

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Raffaella Romagnolo

Quando lessi Canale Mussolini di Pennacchi, mi colpì la sicurezza con cui l’autore sbatte in faccia al lettore: “questo è il libro per cui sono venuto al mondo”. Che azzardo, pensai, che esagerazione. Lo scrittore è uno come tutti gli altri: che ne sa di cosa gli riserva il futuro? Altre storie lo trascineranno fuori dal torpore e lo obbligheranno a sacrificare pomeriggi di sole, serate con gli amici, notti, albe. E anche i prossimi saranno libri a cui si sentirà chiamato, no?
Poi ho scritto Destino, e ho cominciato a capire. Perchè anche Destino, come Pennacchi dice di Canale Mussolini, è un libro che parla della mia gente. Con una differenza fondamentale: la mia gente non è la mia gente, le mie radici non sono qui. Non una differenza da poco. Leggi tutto…

PAOLA CEREDA racconta QUELLA METÀ DI NOI

PAOLA CEREDA racconta il suo romanzo QUELLA METÀ DI NOI (Giulio Perrone editore)

Libro candidato all’edizione 2019 del Premio Strega

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di Paola Cereda

“Che lavoro fai?” è una delle domande che, di solito, mi fa la gente. Di formazione sono psicologa, ma la passione mi ha portata fin da giovanissima verso il teatro. Che cosa c’entra la scrittura? C’entra eccome. Io ce l’avevo chiaro fin da subito, ancor prima di andare da uno dei miei professori universitari per chiedere la tesi sul teatro: “Psicodramma?”, domandò il docente. No no, dinamiche di gruppo ed estetica del teatro. Il prof mi spedì fuori dalla stanza, urlandomi contro un poco cortese: “Signorina, non mi faccia perdere tempo. Crede di essere al DAMS?”.
Finì che la tesi la feci sull’umorismo ebraico e il mio correlatore, Moni Ovadia, due mesi dopo la laurea, mi chiamò nella sua compagnia multietnica come assistente alla regia. E in quel momento iniziò il mio grande viaggio.

Oggi posso dire che, di mestiere, mi occupo di storie. In parte di storie che scrivo da sola, nella solitudine del mio studio, in parte di storie collettive che costruisco con la compagnia teatrale assaiASAI di Torino che raccoglie circa cinquanta attori con provenienze, età e abilità differenti. Mi occupo di storie anche come formatrice quando, insieme a giovani e adulti, tentiamo di sbrigliare la nostra creatività per dare forma alle idee, alle convinzioni, ai sentimenti. Leggi tutto…

ELEONORA LOMBARDO racconta LA DISOBBEDIENZA SENTIMENTALE

ELEONORA LOMBARDO racconta il suo romanzo LA DISOBBEDIENZA SENTIMENTALE (Cairo editore)

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di Eleonora Lombardo

A cinque anni mio padre il sabato pomeriggio mi portava all’ippodromo della Favorita. Era un “gentleman”, uno che correva con i cavalli da trotto per sport, un driver non professionista che per hobby faceva il farmacista. Correva una corsa che durava più o meno due minuti e il resto del tempo scommetteva sulle altre. Scommetteva per mettere alla prova la sua conoscenza dei trottatori, per giocare d’anticipo sulle strategie dagli altri. Mi annoiavo. Faceva freddo o caldo. Troppo. Mi piaceva solo mangiare il cedro con il sale, i lupini e il panino con le melenzane. Eppure ho continuato ad andarci, inseguendo la promessa di una barbie dopo una tris vinta, poi, crescendo, perché era bello compiacerlo e vederlo vincere. E’ andata avanti così fino al sabato pomeriggio del maggio 2008, a poche settimane dal mio trentesimo compleanno. Quel sabato papà è morto in pista, dopo la prima curva. Sicuramente voleva diventare una leggenda per quell’ippodromo e ci è riuscito. Lo chiamavano il Cobra. Leggi tutto…

CAROLA SUSANI racconta LA PRIMA VITA DI ITALO ORLANDO

CAROLA SUSANI racconta il suo romanzo LA PRIMA VITA DI ITALO ORLANDO (Minimum Fax)

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di Carola Susani

Qualche anno fa, una coppia di amici artisti del legno, Ute Pyka e Umberto Leone, mi ha coinvolto in un progetto, quattro opere e quattro racconti che parlavano d’alberi. C’erano pini abbattuti dai mafiosi, mandarini della conca d’oro, ficus palermitani. A me sono toccati i mandorli selinuntini della signora Varvaro. Sono andata a trovare la signora, e lei mi ha raccontato la storia del suo mandorleto amatissimo, della pasta di mandorla mangiata in tempo di guerra, dell’evoluzione del rapporto con la campagna e della ricerca del petrolio negli anni Cinquanta, che portò alla distruzione del mandorleto, per lei traumatica. Il racconto della signora Varvaro in questi anni ha lavorato dentro di me, ma si è deformato, è cambiato di natura. La signora raccontava il mondo di prima, il mondo contadino, come si racconta delle meraviglie della giovinezza, persino la guerra smetteva di far paura racchiusa com’era in una parentesi d’incanto. Io invece del mondo contadino, nei suoi racconti, ho visto luccicare il momento del passaggio, quello in cui per un istante s’è vista balenare la felicità collettiva, pane e companatico per tutti, luce elettrica, acqua corrente nelle case, benessere diffuso. Tutte cose che poi ci sono state per davvero, c’è stato davvero un mondo nuovo, un mondo di benessere, eppure nel suo compiersi ha deluso, ha tolto qualcosa. Ma il momento che mi ha incantato è stato l’istante prima, quello della speranza; mi è sembrato, oggi – per noi che viviamo la crisi del mondo che è nato allora – più intenso e più poetico del mondo delle lucciole. Leggi tutto…

LUCIA TILDE INGROSSO racconta UNA SCONOSCIUTA

imageLUCIA TILDE INGROSSO racconta il suo romanzo UNA SCONOSCIUTA (Baldini + Castoldi)

Un brano inedito, scritto apposta per Letteratitudine, introduce “Una sconosciuta“, un giallo psicologico in cui nessuno è come sembra. Protagonista compresa.

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di Lucia Tilde Ingrosso

Sono Carmen Tavanti e fino a poche ore fa avevo una vita. Non una vita particolarmente entusiasmante, forse. Ma una vita. Una come tante.
Ho un bravo marito. Un bambino di otto anni, che ancora mi ama. Una ragazza di quindici, che già mi odia. Un lavoro a scuola. Una bella casa con un mutuo ventennale. E una macchina. Ecco, forse, è la mia macchina il problema.
È (era?) una Y rossa del 2003. Quindici anni, in effetti, sono parecchi per un’auto. Però dicono che per i chilometri che faccio è più che sufficiente. Poi la tengo bene: manutenzione e tagliandi a ogni scadenza. E allora perché, quando pigio il pedale del freno adesso non succede niente?
La vita ci abitua che alcuni gesti hanno conseguenze certe. Spingo, si apre. Clicco, mi connetto. Freno, frena. E invece questa volta no. L’eccezione che conferma la regola, il sasso nell’ingranaggio, il colpo di scena in una vita piatta e senza sussulti.
Alla mia destra, sento un rumore. Una via di mezzo fra un gemito e un colpo di tosse. Quanto può essere eloquente anche un banale verso. Ha paura. E ho paura anch’io. Leggi tutto…

VALERIO VARESI racconta LA PAURA NELL’ANIMA

VALERIO VARESI racconta il suo romanzo LA PAURA NELL’ANIMA (Frassinelli)

L’ultima indagine del commissario Soneri

di Valerio Varesi

Gran parte dei miei libri parte da una vicenda di cronaca. Del resto che cos’è la letteratura se non una sintesi della vita che viviamo? Nel caso de “La paura nell’anima”, la vicenda reale che ha fatto da detonatore è quella di “Igor il russo”, titolo rappresentativo della scorribanda criminale di Norbert Feheler, il killer che ha ucciso due persone nella pianura tra Bologna e Ferrara per poi fuggire in Spagna e ammazzare due poliziotti e un contadino. Che cosa ho intravisto in questo tragico episodio? Leggi tutto…

BARBARA BARALDI racconta AURORA NEL BUIO

Autoracconti d’Autore: BARBARA BARALDI racconta il suo romanzo AURORA NEL BUIO (Giunti) – romanzo vincitore del Premio Nebbiagialla 2018

di Barbara Baraldi

La ragazza con la cicatrice sulla tempia prende posto alla scrivania nella stanza degli interrogatori. Per qualche istante si limita a osservare la donna di fronte a lei. Si sofferma sui suoi occhi inquieti, sulle mani affusolate con quasi un anello per dito.
«Vice ispettore Scalviati» si presenta poi.
«Piacere, Barbara Baraldi» ribatte l’altra.
«È stata informata del motivo per cui è stata convocata, signora Baraldi?»
«In effetti no. Il suo collega…»
«Il sovrintendente Bruno Colasanti».
Barbara si schiarisce la voce. «Dicevo, si è presentato alla mia porta con un mandato di comparizione e mi ha condotto a qui, al commissariato di Sparvara. Questo è tutto».
«Lei è una scrittrice di romanzi polizieschi, giusto?»
«Thriller, per la precisione. Ma ho scritto anche altro».
«Cerchiamo di non divagare». Aurora rivolge la sua attenzione al fascicolo sul ripiano. Lo apre e inizia a leggere distrattamente le prime righe. «Mi parli del suo metodo di lavoro».
«Be’, mentre scrivo procedo a visioni. È come se un film mi passasse davanti, descrivo quello che vedo. C’è il lavoro di documentazione, fondamentale in un thriller per descrivere le procedure, e in questo caso ci sono voluti anni di studio, in cui ho approfondito il lavoro di John Douglas sui serial killer e sul criminal profiling. La documentazione da sola, però, non basta. È scavando nella propria esperienza personale che si permette ai personaggi di prendere vita». Leggi tutto…

DAVIDE ORECCHIO racconta MIO PADRE LA RIVOLUZIONE

DAVIDE ORECCHIO racconta la sua raccolta di racconti MIO PADRE LA RIVOLUZIONE (Minimum Fax)

libro finalista al Premio Campiello 2018 (Premio Selezione Campiello)

ritratto

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di Davide Orecchio
Volevo scrivere una raccolta di racconti dedicati alla storia e al mito della rivoluzione russa. Volevo lavorare con gli strumenti della narrazione per esplorare possibilità non accadute, ma sempre partendo dai documenti. Volevo proporre in ogni capitolo  un personaggio – a volte famoso, a volte no – e una situazione, un’epoca del Novecento, un luogo, dalla Russia alla Germania, dall’Italia al Messico. Così ho messo insieme i brani di Mio padre la rivoluzione. Anche qui, come nei miei lavori precedenti (Città distrutte e, in parte, Stati di grazia) ho seguito il percorso dell’ibridazione tra materiali storici – di archivio o da fonti secondarie – e invenzione narrativa. Ho manipolato e usato testimonianze e voci, le ho portate sulla pagina, nel racconto, nella storia; ho provato a governarle col ricorso a diversi registri (epico, mitologico, lirico). Ho affidato spesso il racconto a un noi che vorrebbe collimare col punto di vista della posterità, ossia davvero con noi tutti, i presenti, i vivi, chiamati a misurarci con un passato da risvegliare e interrogare. Così, accanto ai personaggi veri e propri dei dodici capitoli, emerge il tempo, creatura che insemina e genera, dal cui accoppiamento con le madri nascono gli eroi e i mostri della rivoluzione, i titani e i giganti, gli angeli caduti. Ma il tempo che sta in queste pagine prova a corrispondere anche a quello che vive nella mia coscienza; non fa distinzioni tra passato, presente e futuro, non accetta unità di misura e convenzioni di linearità; perché nella coscienza tutto è simultaneo, perché la memoria tiene il passato vicino, lo serba presente. Leggi tutto…

FRANCESCO TARGHETTA racconta LE VITE POTENZIALI

FRANCESCO TARGHETTA racconta il suo romanzo LE VITE POTENZIALI (Mondadori)

romanzo finalista al Premio Campiello 2018 (Premio Selezione Campiello) – vincitore del Premio Berto 2018

di Francesco Targhetta

L’idea de Le vite potenziali nasce nel 2013 dal mio interesse verso i nerd. Ne ero circondato sin dal liceo, ma mi rendevo conto che quel tipo umano, pur tra molte continuità, aveva una collocazione e reputazione sociale ormai diversa rispetto agli anni ‘80/’90: sebbene gli smanettoni rimanessero per lo più introversi, goffi, impacciati e ignorati dalle ragazze, al contempo avevano assunto un ruolo centrale in un mondo sempre più tecnologizzato. Al di là dei casi più eclatanti, da Mark Zuckerberg a Bill Gates passando per Steve Jobs, ossia nerd diventati influenti e iconici a livello mondiale, anche su piccola scala era evidente come i programmatori fossero tra i pochi ad avere infinite possibilità di lavoro e un buon riconoscimento economico. Eppure tra loro continuavano a esserci molti ragazzi timidi, un po’ autistici, visibilmente a disagio nel paradigma che proprio a loro spettava di incarnare. Mi sembrava un attrito fertile dal punto di vista letterario, sicché ho iniziato a frequentare l’azienda di consulenza informatica che un mio carissimo amico gestiva assieme ad alcuni soci a Porto Marghera.
Le vite potenzialiA quel punto è scattata un’altra molla per me decisiva quando si tratta di iniziare un nuovo progetto di scrittura, ossia l’innamoramento per un luogo: Marghera, che, da trevigiano che ci vive a 20 chilometri di distanza, avevo sempre ignorato (perché, d’altronde, andarci?), è stata una scoperta straordinaria, per altre contraddizioni da cui è marchiata in modo evidente. Anzitutto, la convivenza di vecchio e nuovo: scheletri di capannoni e fatiscente archeologia industriale sono affiancati dal polo scientifico e tecnologico del VEGA, dove si lavora sulle nanotecnologie o sulla produzione di beni, come i siti internet, ormai del tutto smaterializzati. Da un lato è un luogo che si va spegnendo, come buona parte del Petrolchimico, dall’altro è un centro di start-up. E poi mi colpiva, a livello più propriamente estetico, la componente sublime del suo paesaggio: la mastodonticità di certi suoi scorci e la sua natura anfibia (le gru e i canali, i carriponte e i tramonti sull’acqua, il profilo delle ciminiere e quello dei campanili di Venezia) la rendevano ai miei occhi un posto unico, mai visto altrove, e vivissimo proprio in virtù dei suoi continui contrasti. Leggi tutto…

GIANLUCA BARBERA racconta MAGELLANO

GIANLUCA BARBERA racconta il suo romanzo MAGELLANO (Castelvecchi)

Il mio Magellano è un novello Ulisse, ma potrebbe anche assomigliare a un personaggio delle leggende di Re Artù.
Un omaggio a Salgàri, indimenticabile compagno della nostra giovinezza.

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di Gianluca Barbera

Circa un anno e mezzo fa, sul principio della primavera, camminavo nei boschi intorno a casa con un amico. Gli parlai del fatto che volevo scrivere un romanzo che raccontasse e in qualche modo condensasse l’epopea dei viaggiatori e degli esploratori del passato. Pensavo di dare vita a un personaggio immaginario che avrebbe concentrato in sé le avventure dei vari Marco Polo, Colombo, Vespucci. Nei mesi successivi lessi molti libri sull’argomento. Tra questi la biografia di Stefan Zweig su Magellano e la Relazione di Pigafetta. Mi resi subito conto che la mia ricerca era terminata. Avevo trovato il mio “eroe”. Volevo con tutte le mie forze scrivere una storia epica e divertente al tempo stesso, una storia di mare e di terra, piena di sale e di vento. Un inno allo spirito libero che è in ciascuno di noi. E quella di Magellano era una storia drammatica già fatta e compiuta, con una struttura narrativa perfetta. Una tragedia che pareva uscita dalla penna di Shakespeare. Con spettri, tradimenti, morti violente, sensi di colpa, figure titaniche, rivalità insanabili. Mi ci buttai a capofitto. Innanzitutto andavano sistemate alcune cose, oliati alcuni ingranaggi; bisognava trovarle una lingua, un punto di vista non banale, occorreva dare spessore ai personaggi. E vi andava innestata una ironia tutta moderna, se volevo che certe situazioni non risultassero eccessive. Leggi tutto…

YARI SELVETELLA racconta LE STANZE DELL’ADDIO

YARI SELVETELLA racconta il suo romanzo LE STANZE DELL’ADDIO (Bompiani)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

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di Yari Selvetella

Non ho un posto per scrivere, non ho un’ora a disposizione. Ho un quaderno che mi piace, di marca Spalding, di forma quasi quadrata, con carta gommata. Perdo sempre la penna, ma ne trovo un’altra. Mi siedo nella sala interna del Caffè Italia, a piazza Santa Croce in Gerusalemme. Ascolto attorno a me i discorsi di agenti immobiliari, di coniugi pensionati, di sfaccendati. Indosso occhiali da sole, almeno per qualche minuto. In genere in motorino piango, poi una volta seduto aspetto che passi l’irritazione agli occhi e agli zigomi, che non punga più quell’acido. Quando non ho più lacrime mi tolgo gli occhiali e scrivo.
La mia sedia nel bar è la sedia della sala d’attesa del reparto. Il brusio mi concentra, le voci mi convincono che il buio non è la mia unica patria. Devo dirmi tutto, per convincermi che sia veramente accaduto. Su, una parola appresso all’altra. Così e così. Così e così.
Devo vincere il vizio di riprendere la solita strada che passa il Tevere e raggiunge Prati, si inerpica sull’Aurelia antica fino a Boccea e poi da lì taglia la pineta e all’improvviso si fa imbuto, proprio all’altezza dell’Ospedale. Lì proprio si stringe il budello, lì si complica lo scorrimento. Lì continuo a entrare, sempre; e non ne posso più. Leggi tutto…

MARCO MARSULLO racconta DUE COME LORO

MARCO MARSULLO racconta il suo romanzo DUE COME LORO (Einaudi)

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di Marco Marsullo

“Due come loro”. Già nel titolo, inizia il dualismo. È un romanzo che parla di coppie. La prima, lampante: Dio e il Diavolo. In lotta tra loro, come sempre. Umanissimi, nel loro modo di vivere, pensare e parlare. Pieni di manie, di tic, di ossessioni. E in mezzo a loro, Shep, il protagonista. Che fa un lavoro strano, per entrambi: si occupa di decidere il destino degli aspiranti suicidi. Se per conto del Padreterno dovrà convincerli a non compiere l’estremo gesto, per il Signore degli Inferi dovrà fare l’esatto contrario. Perché un’anima che sceglie di ammazzarsi finisce dritta dritta all’Inferno.
La sfida, perché di sfida si tratta, era quella di raccontare una storia diversa in Italia. Un romanzo così surreale, scorretto, pieno di riflessioni sul passato della gente, sul destino, sul bene e il male, è un azzardo. Un azzardo che ho voluto fortemente perché mi andava di raccontare quanto dolore ci fosse nel vissuto di ognuno di noi. E come in ognuno di noi convivano istinti altissimi e bassissimi, praticamente ogni giorno. Shep è questo: un caos di passato e futuro, un mix esplosivo di umanità normale. Leggi tutto…

SILVIA FERRERI racconta LA MADRE DI EVA

SILVIA FERRERI racconta il suo romanzo LA MADRE DI EVA (NEO Edizioni)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

di Silvia Ferreri

Ricordo che me ne stavo seduta in un ristorante, a una certa distanza dalla tavola visto il mio ingombrante pancione di sette mesi.
Ero felice e in attesa del mio primo figlio. Io e mio marito vivevamo a Parigi dove lui fotografava e io stavo per lo più appunto in attesa.
Eravamo così, rilassati, a cena con vecchi amici italiani in visita, quando qualcuno mi parlò per la prima volta di quella cosa. Della bambina che voleva cambiare sesso. Te la ricordi, l’hai vista piccola, abitavano vicino a noi, ora vuole diventare uomo.
Non so perché ma questa notizia mi scatenò un’altamarea di sentimenti. La ragione non la compresi subito. Forse perché conoscevo la sua famiglia? Non so. Fatto sta che quella cosa mi aprì e si fece un cantuccio dentro di me. E lì rimase sopita per alcuni mesi.
Ogni tanto ci pensavo e di nuovo sentivo quell’alzarsi di emozioni. Capii solo tempo dopo la ragione per cui mi aveva scossa e la ragione era che io stessa stavo in quel momento nel più grande processo di creazione che un essere umano conosca. Credo che sia stato per questo che quell’ immagine della bambina che si fa sventrare per cambiare sesso mi si appiccicò addosso e non mi abbandonò più. Costruzione e distruzione di un essere umano. Lui, colui che più amerai al mondo.
La decisione era presa. Avrei scritto di lei.
Ma non subito, evidentemente.
Perché nel frattempo nacque mio figlio, passò qualche anno, tornammo a Roma, cominciai un lavoro full time come autrice televisiva.
Ma Eva era sempre lì, appiccicata a me, dentro i miei pensieri della mia nuova vita di madre.
Decisi che dovevo cominciare.
Avviai la ricerca, e fu una ricerca faticosa.
Parliamo di quattro anni fa. Oggi forse, che si parla con più facilità di disforia di genere, non avrei trovato tante resistenze. Allora era quasi come cercare testi proibiti, o ficcare il naso in faccende private o ancora peggio andare a caccia di storie un po’ oscene con un qualche fine voyeristico. Dovevo fare molta attenzione. Altrimenti quelli che avrebbero potuto aiutarmi, che potevano essere fonti preziose, sarebbero fuggiti e non avrebbero più parlato. E io avevo bisogno di loro, avevo bisogno di entrare in quel mondo e in quelle realtà e di pescarne a piene mani. Leggi tutto…

MARCO BALZANO racconta RESTO QUI

MARCO BALZANO racconta il suo romanzo RESTO QUI (Einaudi)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

di Marco Balzano

Era da tanto che volevo scrivere un romanzo con una protagonista. Volevo dire “io” e essere una donna. Adesso posso dire che questa è stata una delle esperienze più importanti che ho provato scrivendo. Tutto è diventato ancestrale, viscerale, materno. Fragilità e coraggio, due sentimenti che non ho mai considerato in contrapposizione, si sono amplificati in maniera assolutamente inedita. Trina (Caterina) – così si chiama la protagonista – ha il nome di mia figlia, della chiesa del paese di confine in cui è ambientata la vicenda e, soprattutto, dell’ultima donna che ha lasciato il borgo dopo che la Montecatini ha messo il tritolo alle case, ha sbattuto la gente nei container e ha riempito l’invaso sommergendo per sempre ogni cosa. Quando l’acqua era già alta si sono accorti che era rimasta una signora anziana, che una fotografia ritrae in ginocchio sul tavolo, con le mani strette al davanzale della finestra. Immagino Trina che grida “Resto qui!”, che punta i piedi anche quando sotto non ha più terra ma acqua. La vedo che si rifiuta di andarsene quando con una barca la vanno a prendere per portarla via di peso. Volevo una donna così, con questo attaccamento oltranzista al suo mondo e ai suoi affetti.
Nei romanzi precedenti ho sempre raccontato di quanto sia legittimo partire, di come l’emigrazione sia una straordinaria metafora del nostro legittimo desiderio di andare incontro al miglioramento della nostra sorte e, perché no, alla felicità. Non è però una convinzione che mi impedisce di osservare quanto bisogno abbiamo di persone che sappiano restare, puntare i piedi, cambiare le cose dall’interno. Ma non è solo questo: volevo scrivere un romanzo diverso per ambientazione e per tema, pur rimanendo legato all’esplorazione degli ultimi, all’Italia meno conosciuta, a una letteratura di stampo civile. Sentivo la necessità di calarmi in un sapere diverso, in cui non mi sentissi comodo, nel quale percepissi l’inquietudine e la fame di chi vuole conoscere per la prima volta. Così, quando quel giorno d’estate sono arrivato in val Venosta, in questo paesino a pochi chilometri dalla Svizzera e dall’Austria, e ho visto il campanile che torreggia sull’acqua, ho subito pensato che quella era una storia. Uno scrittore è prima di tutto qualcuno che le storie se le va a cercare e che le sa ascoltare: per la prima volta, invece, la storia mi è venuta incontro. Leggi tutto…

DARIO BUZZOLAN racconta LA VITA DEGNA

DARIO BUZZOLAN racconta il suo romanzo LA VITA DEGNA (Manni)

Un romanzo di formazione tardiva.
A proposito di La vita degna

Dario Buzzolan

(foto di Giliola Chisté)

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di Dario Buzzolan

Mi sono distratto un attimo e quando ho rimesso a fuoco lo sguardo, d’un tratto, Leonardo Bolina mi stava davanti. Somigliava ad alcune persone realmente incontrate, realmente conosciute; ma c’era qualcosa di più. Un supplemento di senso che meritava di essere indagato, con calma; che valeva un’attesa.
L’origine di un romanzo è sempre, per me, nella nebbia. E diradare la nebbia è possibile solo alla fine (quando il libro è diventato un oggetto, svincolato da te, esterno, quasi lontano), rileggendoti e ascoltando chi ti ha letto.
A volte tutto nasce da un intreccio seminale, un nucleo narrativo già strutturato. C’è un esercito che assedia una città. Oppure: c’è un tizio che dopo avere assediato una città per anni deve tornare a casa sua (come sosteneva Quéneau: esistono soltanto Iliadi o Odissee). Altre volte, invece, ti capita di trovarti davanti un personaggio, lo porti con te per un po’ e tutto quello che conta è lui. Nel caso di La vita degna è andata così. Ed è strano, perché io ho sempre amato i plot, la bottega delle costruzioni e delle scalette calcolate al millimetro, ed ero fermamente convinto che nulla mi avrebbe mai smentito. Invece è arrivato lui, Leonardo. Mi ha seguito per qualche tempo, io ho seguito lui, e a un certo punto, aspetta che ti aspetta, mi è parso un perfetto protagonista intorno a cui raccontare. Da quel momento in poi, il suo carattere ha forgiato il suo destino – cioè ha costruito la storia.
La vita degna è un libro su un tema desueto. Che non è (o non è innanzi tutto) la vecchiaia, bensì la felicità. L’ho capito soltanto dopo, ripeto, rileggendo e ascoltando chi lo aveva letto.
Come rispondereste a uno che vi chiede se siete felici? O come si raggiunga la felicità? Leggi tutto…

HELENA JANECZEK racconta LA RAGAZZA CON LA LEICA

HELENA JANECZEK racconta  il suo romanzo LA RAGAZZA CON LA LEICA (Guanda)

Vincitore del Premio Bagutta 2018, candidato al Premio Strega 2018

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di Helena Janeczek

Ogni libro ha una storia che può essere facilmente ripercorsa e una storia sotterranea di cui l’autore riesce a vedere alcune tracce. Entrambe cominciano nel 2009, con una visita al Forma di Milano che ospitava la prima retrospettiva di Gerda Taro accanto a una mostra di Robert Capa. In quel periodo lavoravo a Le rondini di Montecassino, dove Capa è menzionato per una foto dei funerali degli studenti del liceo Sannazaro caduti nel 1943 durante le “Quattro giornate di Napoli”. Però tutto il suo lavoro a seguito delle truppe americane mi aveva permesso di toccare con gli occhi la realtà della guerra che stavo raccontando. Erano quelle foto della “Campagna d’Italia” che volevo vedere in uno spazio espositivo. Questo significa che, sul versante della storia sotterranea, Robert Capa era già una presenza interiorizzata quando uscii dal Forma con il desiderio di approfondire la conoscenza di Gerda Taro. Comprai il catalogo a cura di Irme Schaber e poco dopo andai a procurarmi Gerda Taro, Una fotografa rivoluzionaria nella guerra civile spagnola (DeriveApprodi, 2007), la biografia con cui la studiosa di Stoccarda poneva fine al lungo oblio della sua concittadina morta a nemmeno ventisette anni nella Guerra di Spagna.
Ma soltanto sul finire del 2011 si affacciò l’ipotesi che quella lettura potesse fungere da base per un lavoro di scrittura. Non pensavo a un romanzo, bensì a un racconto da affiancare a altri due che componessero un trittico dedicato a tre donne reporter di guerra. Le rondini di Montecassino, uscito nel 2010, aveva suscitato spesso la domanda come mai avessi scelto un tema così maschile come la guerra. In realtà, non mi sentivo molto svantaggiata rispetto a uno scrittore, bastava solo studiare un po’ di più. Però restava vero che narrare qualcosa che travalica le esperienze di noi figli e figlie del dopoguerra comporta un rischio di inadeguatezza sia etica che estetica. Mi colpiva, perciò, che esistessero donne disposte a mettere a rischio la propria vita per testimoniare con le parole o con le immagini la realtà delle guerre ancora in corso. Avevo già scritto un contributo per un’antologia (I persecutori, Transeuropa, 2007) che riconvocava la figura di Anna Politkovskaja nella cornice della fiera del libro di Francoforte agitata dalla notizia del suo assassinio. Durante le ricerche per quel racconto, avevo scoperto che tra i pochissimi giornalisti presenti a Grozny nei giorni della caduta ci fosse un’altra donna. Già inviata a Gaza e Sarajevo e in molti altri conflitti (in italiano è stato tradotto Il giorno che vennero a prenderci; dispacci dalla Siria, La nave di Teseo, 2017), Janine di Giovanni ha scritto anche il memoir Ghosts by Daylight (2011), dove racconta come la scelta di mettere al mondo un figlio avesse attivato i traumi che lei e il suo compagno, un fotoreporter francese, avevano subito.
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PATRICK FOGLI racconta A CHI APPARTIENE LA NOTTE

PATRICK FOGLI racconta il suo romanzo A CHI APPARTIENE LA NOTTE (Baldini + Castoldi)

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di Patrick Fogli

Scrivo queste righe mentre fuori nevica.
È un caso, è ovvio, però se ci rifletto è il momento migliore per tentare di mettere in fila la strada che ha portato A chi appartiene la notte a diventare un romanzo.
Senza l’Appennino reggiano, la mia casa, la mia vita traslocata dalla pianura, questa storia non sarebbe nata.
È la prima volta che non c’è nemmeno una riga su Bologna, nemmeno nella mia testa, nell’immaginario che ha dato origine a luoghi inventati.
È una storia che arriva in fondo a un periodo difficile, non solo per i tre anni di silenzio editoriale. Un periodo in cui ho anche pensato che non avrei più scritto.
In fondo la vita ha le sue stagioni. Poche cose durano per sempre.

Poi è arrivata la Pietra.
C’è la Pietra di Bismantova all’inizio di tutto.
Non solo della storia, nella notte in cui si decide il destino di Filippo e con cui si apre il romanzo, ma dell’idea, dell’ipotesi senza forma che, molti anni fa – credo cinque – ha cominciato a balbettarmi in testa.
Una notte di stelle, una notte d’estate, un adolescente in cima a un luogo impossibile, una scogliera di mille metri, sopravvissuta ai tempi in cui tutto era mare, dalla Liguria a Venezia, un destino che si gioca in un istante, i pochi secondi in cui il suo corpo buca i trecento metri di dislivello e precipita. E sua madre alla finestra, una sigaretta in mano e la stessa notte davanti, a consumare il tempo una boccata lenta dopo l’altra, gli occhi fissi a quella sagoma più scura in lontananza – sempre lei, la Pietra, la montagna del Purgatorio o la montagna del Diavolo – in cui, nello stesso istante, la vita di suo figlio finisce.
Non avevo nient’altro, allora. Non era ancora il suo tempo.
Con le storie, almeno per me, funziona così. Leggi tutto…

SACHA NASPINI racconta LE CASE DEL MALCONTENTO

SACHA NASPINI racconta il suo romanzo LE CASE DEL MALCONTENTO (Edizioni E/O)

di Sacha Naspini

C’era l’idea di mettere le mani in un posto mio, tra quelli che mi hanno toccato, facendo il primo solco. A quarant’anni uno si diverte anche così: mappe. Ce n’era una giù, che abbaiava come una bestia viva. Mi piaceva il fatto di buttare sulla carta quella roba, perché toccava una geografia intima che però, a occhio, aveva la presunzione di portare con sé una creatura superiore (alla fine sono vivo e mi sporco nel mondo; vibrazioni spesse si avvertono anche da queste parti). Insomma, la chiamata arrivava da un luogo con un volto preciso: il borgo di Maremma da cui vengo, scavato là, nella roccia di una cresta che dalla notte dei tempi guarda la spianata delle acque marce; ma si vede anche il mare. Ecco il campo da gioco. Nella realtà si chiama Roccatederighi. Nel libro l’ho ribattezzato Le Case.
Ovvio: pensandolo nella prospettiva di un romanzo intuivo un territorio infame, dove sarebbe stato difficile restituire i simboli, la vocazione al vivere di una realtà minima. E piena di tutto. Corde sottilissime che d’un tratto cominciano a ronzare. Per diventare botte di cannone.
Quindi la nebbia. Le Case del malcontento è nato lì. C’era un bel velo bianco, latte a tutto spiano. E un subbuglio indecente nello stomaco dello stomaco. Alla fine mi sono calato in quella zona e basta.
La prima stesura fu un approccio fatto in punta di spada. Tenevo un piede in salvo, sguainando gli strumenti dell’artigianato assorbito come uno scemo. Mi buttavo nella scrittura, ma stando sulla difensiva. “Forse c’è una storia bella” mi dicevo, e guardando solo da quella parte perdevo la voce, povero cretino, tutto concentrato nei giochi di trama. Quindi non scrivevo davvero: tagliavo una fetta sottile di qualcosa. Grattavo la crosta. Infatti non ero contento per niente, perché sotto le parole urlava un’occasione e io la ignoravo – ma forse si trattava solo di un passaggio necessario: un animale comincia a muoversi e neanche capisci da quale parte gli stanno nascendo le corna. La prima stesura fu come un colpo d’accetta. Di quelli dove la lama resta incastrata nella pancia del ciocco. Allora bisogna fare lo sforzo vero. Leggi tutto…

VANNI SANTONI racconta L’IMPERO DEL SOGNO

VANNI SANTONI racconta il suo romanzo L’IMPERO DEL SOGNO (Mondadori)

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di Vanni Santoni

Prima di tutto, grazie a Letteratitudine per l’invito a parlare dell’Impero del sogno. Per farlo, mi piace partire oggi dalla copertina, disegnata da Vincenzo Bizzarri. È sempre una soddisfazione per l’autore quando capisce che il copertinista ha letto il libro con attenzione, e devo dire che quando sono arrivate le prime prove mi sono addirittura commosso: durante la lavorazione, mi chiedevo spesso se non avessi ecceduto nella varietà degli elementi e dei riferimenti mitologici, letterari e “pop” messi in campo. Quel primo disegno a matita, che poi è diventato la cover che vediamo oggi, mi ha detto che quanto stavo facendo poteva avere senso anche per occhi esterni. Mi piacciono molto anche i riferimenti all’Italia che si vedono qua e là: quando con Carlo Carabba di Mondadori abbiamo cominciato a parlare del romanzo, una delle prime cose su cui ci siamo trovati era che sarebbe stato bello fare un romanzo fantastico con una forte collocazione italiana, e la copertina riesce a rendere anche questo. Lo scrittore, e artista visivo, Francesco D’Isa, nel commentarla, aveva evocato le bahavachackra, le rappresentazioni simboliche del samsara, sovraccariche di dei, demoni e bodhisattva, che si vedono nei templi tibetani, e il paragone mi piace: è tipico, nella grammatica della visione, il passaggio da una zona di caos sovraccarico prima di sfondare verso le rivelazioni, e un percorso del genere è proprio quello che compie il protagonista del romanzo.

La seconda cosa che credo valga la pena raccontare, è che questo libro nasce davvero da un sogno. Ho davvero sognato quello che sogna Federico Melani all’inizio dell’Impero del sogno, il palacongressi, il congresso, i Draghi, i Sacerdoti, gli alieni, il fatto di essere io stesso un “delegato”. Avvenne sette anni fa, a Londra. Il sogno era così vivido, carico di senso apparente e curiosamente “seriale” che sentii il bisogno di trascriverlo, pensando che un domani, con opportuni sviluppi e modifiche, avrebbe potuto costituire lo spunto per qualcosa. Quella trascrizione è rimasta nel suo quaderno per diversi anni, finché non ho capito che poteva essere utile come base per questo romanzo, che a sua volta nasce da altre esigenze. Dato che da un po’ di anni ho cominciato ad articolare i miei romanzi, per quanto sempre autonomi, all’interno di un sistema narrativo unico, pativo un po’ il fatto che i due Terra ignota, in quanto fantasy, fossero del tutto avulsi dal resto dei miei libri. Mi assillava inoltre una questione, potremmo dire, “cosmologica”: trovare una giustificazione coerente alla natura intertestuale del mondo di Terra ignota. Ho voluto allora scrivere un romanzo che risolvesse quest’ultimo nodo e allo stesso tempo facesse da ponte tra quei due fantasy e il grosso della mia produzione, quella realistica di Muro di casse, Gli interessi in comune o La stanza profonda. Leggi tutto…

MARGHERITA OGGERO racconta NON FA NIENTE

MARGHERITA OGGERO racconta il suo romanzo NON FA NIENTE (Einaudi)

di Margherita Oggero

È spesso molto difficile stabilire da dove nasce lo spunto per scrivere un libro: stabilire e non ricordare, perché sulla memoria operiamo tutti, volontariamente o no, correzioni aggiustamenti o vere e proprie falsificazioni che poi non riteniamo più tali. E preferisco la parola spunto al posto di ispirazione, adatta forse alla poesia più che alla narrativa.
Non fa nienteNel caso di Non fa niente, il mio ultimo romanzo, mi sembra (uso molta cautela) che all’origine ci sia una conversazione avvenuta a tavola moltissimo tempo fa, al tempo del liceo. Ero ospite della mia compagna di banco Maria Pia nella sua casa poco fuori città, ad A.; c’era, oltre a me e alla famiglia, un altro invitato, il medico condotto, e in mezzo alle chiacchiere conviviali (di cui non ho alcuna memoria) ci fu una specie di brusca diversione quando fu pronunciato un nome maschile che invece mi rimase impresso, proprio perché avvertii un mistero o forse una reticenza intorno a esso. Non ne parlai con la mia compagna, forse per discrezione o forse perché allora me ne dimenticai.
Decenni dopo, sempre a tavola, chiesi improvvisamente a Maria Pia, diventata una cara amica di vita, notizie circa quel nome, tornato chissà perché a galla dall’archivio della memoria e lei mi raccontò anche il motivo di quell’antico mutamento del discorso. Era un figlio di due madri, un ragazzo concepito da una donna, ma legalmente figlio di un’altra e del marito di quest’ultima, padre ufficiale nonché biologico. Sul caso c’erano stati in paese alcuni mormorii, o meglio sospetti, ma di breve durata e intensità, anche perché nel frattempo un misterioso omicidio aveva spostato l’interesse sulle indagini e poi sulla scoperta dell’imprevedibile colpevole. Leggi tutto…

BRUNO ARPAIA racconta QUALCOSA, LÀ FUORI

BRUNO ARPAIA racconta il suo romanzo QUALCOSA, LÀ FUORI (Guanda)

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di Bruno Arpaia

A volte ci si porta dietro un’immagine per anni e anni. Quando ne avevo una ventina, ho nitidamente «visto», chissà perché, un popolo intero che viaggiava in condizioni avverse, assetato, malridotto, sfinito. Quell’immagine mi è rimasta dentro e ogni tanto si riaffacciava, faceva capolino tra i pensieri. Poi, qualche tempo fa, da cittadino appassionato di scienza, ho cominciato a interessarmi al cambiamento climatico. La situazione era molto più grave di quanto la dipingessero e implicava sconvolgimenti anche sociali, economici, politici, tra cui le migrazioni di massa. E a un certo punto è scattato qualcosa, ho legato quell’antica immagine all’oggi, al domani: il popolo che migrava eravamo noi in un probabilissimo futuro. Dopo, si è trattato «soltanto» di scriverlo, il romanzo.
Non m’interessava fantasticare su scenari catastrofici. Ho preferito immaginarne di probabili, a volte provocati da eventi già accaduti senza che ce ne rendessimo conto, a partire da dati scientifici. Leggi tutto…

PEPPE FIORE racconta DIMENTICARE

PEPPE FIORE racconta il suo romanzo DIMENTICARE (Einaudi)

di Peppe Fiore

Ogni volta che faccio un romanzo ho questa sensazione, che la parte della storia di cui ho più nostalgia è quella che è rimasta fuori. Fuori dalle pagine cioè: il protagonista del mio libro precedente era un impiegato modello di un’azienda di latte e caseari alle porte di Roma, che si trovava risucchiato in un maelstrom di suicidi a catena. DimenticarePersonaggio grigiognolo e prono sulla routine, circondato da colleghi trascurabili, e costretto suo malgrado al confronto archetipico che in un modo o nell’altro, prima o poi, tocca a tutti se si vuole diventare uomini davvero: quello con l’Inspiegabile. Nessuno dei miei lettori sa che, dopo l’ultima pagina del romanzo, quella con la parola Fine, Michele Gervasini trovava l’amore, si trasferiva in Croazia e abbracciava il buddismo mahayana. Nessuno lo sa perché, per questioni di equilibrio e di struttura, la storia doveva finire, appunto, con la parola Fine. Lo so solo io. Ma sapere che dentro il mio Michele, nascosto sotto strati e strati di geologia impiegatizia, si annidava una torsione verso l’assoluto, per quanto anchilosata dalla quotidianità, mi è servito a conoscerlo, a farlo muovere in quelle scarse 200 pagine che precedono la parola Fine e a trovare la sua voce.

Lo stesso con Daniele – che è il protagonista di Dimenticare. Leggi tutto…

FRANCESCA G. MARONE racconta POCHE ROSE, TANTI BACI

FRANCESCA G. MARONE racconta il suo romanzo POCHE ROSE, TANTI BACI (Castelvecchi)

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di Francesca G. Marone

Non te ne sei mai andato tu. Ci penso sempre quando cammino per le strade del centro di Napoli e distrattamente immagino di incontrarti. Ti  vedo sbucare da un negozio, camminare piano, appoggiato al bastone, con la barba sfatta e un foularino stretto al collo. Un tipo alternativo e senza cravatta. Un bel vecchio con le sopracciglia scure, spettinate e spolverate di bianco dagli anni. Com’è possibile mi chiedo ogni volta? Com’è possibile che io immagini di incontrare te che in vita non vedevo mai, e non la mia amatissima madre? Lei c’era e tu no. Andavi e venivi, riapparivi come una nuvola. E uno che non c’è non se ne può andare. Poi un giorno hai scatenato una tempesta: hai gettato la malattia e la morte di fronte a me con violenza. E io mi sono ritrovata con una cassetta degli attrezzi povera e insufficiente. Così ne ho scritto, ho attraversato una storia di incomprensione, distanza, dolore, abbandono, dove tu, in maniera insolita per noi due, mi hai accompagnata per mesi, poi per anni. Ho lastricato la strada della mia scrittura con dubbi e soste. Molti mi hanno sostenuta altri volevano farmi desistere. Una folla con cui ho combattuto dentro. Ha deciso la storia di portarmi avanti con lei, ad ogni costo. Ho avanzato facendomi largo con le parole di una bambina che mi assomiglia e una donna che si è fatta scandaglio. Da una mano tu, papà, e dall’altra un diffuso senso di orfanitudine, un tratto di sofferenza che ha pervaso ogni gesto della protagonista del libro. Leggi tutto…

FABIO DELIZZOS racconta IL CACCIATORE DI LIBRI PROIBITI

FABIO DELIZZOS racconta il suo romanzo IL CACCIATORE DI LIBRI PROIBITI (Newton Compton).

di Fabio Delizzos

«Benvenuti. Siamo nell’anno 1559 e ci troviamo in una sala da pranzo molto rustica e confortevole, in una casa di campagna rinascimentale, appena fuori Roma. Dalla finestra si vedono vigneti e alberi spogli, gli uccelli che veleggiano nel cielo grigio d’autunno. Fa un po’ freddo, ma per fortuna qui c’è un grande camino che crepita e balugina riscaldando l’ambiente. Oggi ho il piacere di partecipare all’Autoracconto d’autore per il blog Letteratitudine e di parlare con me stesso del mio nuovo romanzo, che si intitola Il cacciatore di libri proibiti, edito da Newton Compton. Naturalmente insieme a me e a me stesso ci sono anche i personaggi del libro. Innanzitutto, vi presento Raphael Dardo, il protagonista, nonché agente segreto del duca di Firenze».
«Ciao a tutti».
«E il suo grande amico Ariel Colorni, alchimista e inventore ebreo».
«Buongiorno».
«Poi c’è il capo dei birri, Giusto Leccacorvo…».
«Presente».
«Ci sono le bellissime e conturbanti cortigiane Luna Nova e Selvaggia».
«Ciao, ciao».
«C’è il divino Michelangelo Buonarroti».
«Mm».
«C’è il prete siciliano, don Antonio Lo Duca».
«Pace e bene a tutti i lettori».
«C’è Angelo, il cattivo».
«Eccomi».
«E poi tutti gli altri personaggi: il camerlengo Santa Fiora, i cardinali Carafa, l’oste Cocco Bernardozzo e sua moglie Cornelia, lo stampatore veneziano Menico de’ Madi, fratello Serafino e tanti altri. Fatevi sentire, ragazzi».
«Ciao!!!».
«Comincerei riassumendo brevemente il libro, per chi ancora non lo avesse letto. Questo è il seguito de Il collezionista di quadri perduti. Le vicende si svolgono anche questa volta a Roma, quattro anni dopo, mentre il papa esala l’ultimo respiro e in città esplode la rivolta. L’agente segreto Raphael Dardo è in carcere, condannato a morte per il possesso e il commercio di libri proibiti, ma ha la possibilità di conquistarsi la libertà, a patto di risolvere alcuni casi di omicidio particolarmente efferati e, soprattutto, di recuperare un antico codice contenente verità pericolose, verità antichissime che sono proibite alla maggior parte degli uomini. Dico bene? Lo chiedo a me stesso». Leggi tutto…

FLAVIO VILLANI racconta IL NOME DEL PADRE

FLAVIO VILLANI racconta il suo romanzo IL NOME DEL PADRE (Neri Pozza)

Flavio Villani, autore di “Il nome del padre” (Neri Pozza)

di Flavio Villani

Molti dicono che le presentazioni dei libri sono un inutile e stanco esercizio di autoreferenzialità, dove un annoiato presentatore ha il compito di esaltare un testo che in qualche caso non ha neppure letto.
Passati alcuni mesi dall’uscita nelle librerie de “Il nome del padre” (Neri Pozza, 2017), e dopo numerose presentazioni in librerie e festival letterari, sono arrivato a considerare quei momenti non del tutto inutili se fra autore, presentatore e pubblico si stabilisce una forte relazione biunivoca, basata da una parte sulla voglia di comprendere, dall’altra di raccontare. Per lo meno, a me qualche volta così è successo, forse sono stato semplicemente fortunato: alcune domande sono state l’occasione per inattese riflessioni, utili tanto a comprendere me stesso quanto la mia opera. In fondo sono gli altri, i lettori in particolare, che trasformano l’atto più solipsistico che si possa immaginare, lo scrivere, in un vero atto di comunicazione.
Qualcuno un giorno mi ha chiesto: perché hai scritto un giallo? Io ho guardato quel tipo per qualche secondo senza riuscire a pronunciare una sola parola (in quel momento il mio sguardo doveva essere perso o, meglio, attonito), poi finalmente, quando forse alcune sinapsi del mio cervello si sono collegate, ho risposto la cosa più sincera che mi potesse venire in mente: non lo so, ho semplicemente detto. Il tipo mi ha guardato, e ha scosso il capo come per dire: a chi la vuoi raccontare?, immaginando da parte mia una misteriosa e inspiegabile reticenza. La cosa però è durata poco, perché subito dopo ho iniziato a raccontargli tutto quello che so di come e perché è nato “Il nome del padre”. Leggi tutto…

CARMELO NICOLOSI DE LUCA racconta LA CONGIURA DEI MONACI MALEDETTI

CARMELO NICOLOSI DE LUCA racconta il suo romanzo LA CONGIURA DEI MONACI MALEDETTI (Newton Compton)

di Carmelo Nicolosi De Luca

Per il mio lavoro, ho speso parte della mia vita in aereo e nelle sale d’attesa degli aeroporti di mezzo mondo. Ma mai solo: sempre in compagnia di un libro, preferibilmente un giallo, la mia passione fin da giovanissimo. Ricordo i lavori di Raymond Chandler, Mickey Spillane, Rex Stout, Peter Cheyney, con i suoi indimenticabili personaggi: Lemmy Caution, spericolato agente dell’FBI e Slim Callagan, investigatore privato.
Gli anni, lo si sa, passano veloci e allorché smisi di fare l’inviato, data l’età non più giovane, continuai a occuparmi di giornalismo in modo più tranquillo. E mi venne il prurito di scrivere qualcosa di più lungo di un articolo o di un reportage: un libro. E così nacque L’Intrigo parallelo, un lavoro sulla Sicilia delle nebbie, dove tutto appare e scompare, dove tutto e visibile e, allo stesso tempo, invisibile. E francamente non mi aspettavo l’attenzione della stampa nazionale. E con i mistery pensavo, allora, di aver chiuso.
Decisi di dedicare il mio tempo alla “ricerca” della storia d’Italia poco conosciuta o addirittura sconosciuta ai più giovani, dall’Unità d’Italia fino ai giorni nostri. La storia del nostro Paese non è mai stata chiara e veritiera: vicende volutamente falsate o coperte, frutto di depistaggi e menzogne. Leggi tutto…

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA

ELENA MORETTI racconta QUASI A CASA (Mursia), romanzo vincitore della prima edizione del Premio RTL 102.5-Mursia

di Elena Moretti

Sono una farmacista. E chi di voi non pensa subito al farmacista, quando si parla di professioni letterarie? Ma come, non c’è proprio nessuno?

Be’, non avete mica tutti i torti. Per quanto appassionata di chimica e farmacologia, però, io sono golosa di storie, vivo di storie, mi ci perdo dentro e, alle volte, va a finire che ne invento di mie.

Questa sete costante è una strategia che ho messo in atto per sopravvivere alla mia stessa testa. Perché, sapete, non è facile convivere con un cervello che non se ne sta mai zitto e, in back-ground, macina e frulla, impasta e reimpasta, rifrulla e rimacina tutto il santo giorno: alla fine della fiera tutto questo frullato da qualche parte devo pur riversarlo, se non voglio che mi fermenti dentro.

Quello che scrivo nasce quindi dalla voglia di dire qualcosa che sento profondamente mio, dando voce a personaggi che, per assurdo, con me hanno solitamente ben poco a che fare. Ma il bello del gioco sta proprio lì: ricreare, anche se solo su carta, delle vite fittizie eppure palpitanti. Leggi tutto…

FRANCESCA FIORLETTA racconta BORGES NON È MAI ESISTITO

FRANCESCA FIORLETTA racconta il suo romanzo BORGES NON È MAI ESISTITO (L’Erudita)

di Francesca Fiorletta

Immaginate un inverno molto freddo. Un inverno a cui i romani non sono per niente abituati.
La capitale coi suoi vicoli assolati, gli scorci primaverili anche a gennaio, le belle ville con gli alberi perennemente in fiore. Ecco, forse non si è trattato proprio di un inverno, non tutto intero almeno. Sarà bastata una settimana o forse due, una ventina di giorni al massimo, ma sferzati da temperature a dir poco polari… Che poi, polari. D’accordo, in qualche rara occasione abbiamo sfiorato lo zero, ma c’è da dire che io sono una donna estremamente freddolosa. E, insomma, la sensazione era quella di essere stata improvvisamente trapiantata in Alaska.
Immaginate poi di dover affrontare un trasloco. Non proprio un trasloco di casa, ma un trasloco sul posto di lavoro. Scatoloni da riempire dappertutto, scaffali mezzi vuoti, dio non voglia la connessione internet assente. Insomma, il panico vero.
Così è nata la mia personale Siberia. Perché Borges, cioè, il mio romanzo, prima di chiamarsi Borges non è mai esistito, si chiamava Siberia. E raccontava di questo inverno molto freddo in cui era piombata la capitale, e di una ragazza che ogni mattina usciva di casa intabarrata per recarsi sul posto di lavoro. Leggi tutto…

MARINA VISENTIN racconta LA DONNA NELLA PIOGGIA

MARINA VISENTIN racconta il suo romanzo LA DONNA NELLA PIOGGIA (Piemme)

Marina Visentindi Marina Visentin

La prima idea della “Donna nella pioggia” è nata in una notte di pioggia. Banale? Meno di quanto sembri. Perché il titolo è venuto dopo, molto dopo, quando il romanzo ha trovato un editore (Piemme) e l’editore ha deciso che il titolo che io avevo immaginato – “Nessuno accanto” – non era abbastanza forte, e così mi ha proposto di sostituirlo con “La donna nella pioggia”.
Sulle prime ci sono rimasta un po’ male, ho temuto che il mio libro stesse scivolando via, rischiasse di cadermi dalle mani (un’ossessione di perdita che forse molti autori hanno, o forse no… io comunque sì, che ci posso fare?), poi mi sono detta che quella donna nella pioggia, immersa in un universo liquido e sfuggente, un po’ spaventata e in gran parte ottenebrata, era esattamente lei, Stella Romano, la mia protagonista. E ho pensato che quel titolo rispecchiava perfettamente l’anima imperfetta e fuggitiva del mio romanzo. Leggi tutto…

PATRIZIA RINALDI racconta LA FIGLIA MASCHIO

PATRIZIA RINALDI racconta il suo romanzo LA FIGLIA MASCHIO (Edizioni E/O)

di Patrizia Rinaldi

Ci sono stati anni in cui non potevo spostarmi da casa per motivi con cui non amo tediare il prossimo. Durante quel periodo una persona cara, che invece gira il mondo, mi concedeva racconti di viaggi. Bevevo ogni parola fino all’ultima goccia di minuzia.
Il dato insostituibile di quei racconti era la vicinanza al privato mio e suo, al nostro passato comune. Che ne so, nel racconto potevano intervenire frasi tipo: te la ricordi la signora Ego Mi Assolvo? Beh, ho viaggiato con una donna come lei. Immagini? La voce mi arrivava quasi sempre da un telefono fisso e il racconto non aveva nessuna pretesa fondante o di chissà quale arricchimento. Erano resoconto preciso e compagnia; viaggiavo anch’io, da ferma, come in genere mi succede con le letterature.
L’abitudine di quelle descrizioni si è interrotta quando ho ripreso a viaggiare. La persona cara di cui ho detto preferisce l’essenzialità: puoi viaggiare di nuovo? Puoi anche raccontarti i viaggi da sola. Ma quando tre anni fa Paola – la persona cara si chiama Paola – è stata per un lungo periodo in Cina, al ritorno mi ha chiamata in una sera d’inverno e siamo state tutta la notte al telefono. Credo che per una volta il racconto servisse più a lei che a me. Ripeteva che l’esperienza recente faceva parte di quei ricordi ribelli che scappano da tutte le parti. Diceva che non si era mai abbandonata in quella maniera a un luogo e perciò aveva perduto lucidità.
Aveva conosciuto una ex bambina fantasma, una donna che per lunga parte della sua esistenza non aveva avuto identità; la sua famiglia voleva discendenza maschile e per la regola del figlio unico aveva scelto di tenerla nascosta, di non denunciarla all’anagrafe, per poter accogliere il figlio maschio con tutti i crismi della legalità. Ripeteva: io di identità ne ho troppe, lei per mezza vita non ne ha avuta nemmeno una.
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DONATELLA DI PIETRANTONIO racconta L’ARMINUTA

DONATELLA DI PIETRANTONIO racconta il suo romanzo L’ARMINUTA (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio “Alassio Centolibri 2017

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Donatella di Pietrantonio ci parla de “L’Arminuta” offrendo a Letteratitudine un racconto inedito delizioso e toccante

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di Donatella Di Pietrantonio

Ero bambina, abitavo con la mia famiglia in un piccolo borgo del teramano, ai confini con la provincia di Pescara. Sopra di noi il Monte Camicia, così vicino da non poterne vedere la vetta. Era una contrada remota, non arrivava mai nessuno fin lì, il sentiero che portava alle case era battuto solo dai pochi abitanti. I parenti venivano in occasione della trebbiatura in estate e dell’uccisione del maiale in inverno. Erano quelli gli eventi più importanti dell’anno.

La sera, davanti alla fiamma vivace del camino, gli adulti raccontavano storie, ma vere. Nel debole chiarore del lume ad acetilene noi bambini ascoltavamo, seduti su bassi sgabelli di legno. Una volta li sentimmo parlare di una famiglia povera e numerosa che aveva ceduto l’ultimo nato a una coppia di parenti sterili. Dicevano che lu cìtile era fortunato perché quelli che lo avevano preso tenevano la roba. Molti ettari di terreno, numerosi capi di bestiame nelle stalle, il casolare rimesso a nuovo. Abitavano vicino al paese e gli avrebbero inzuccherato la bocca al piccolino, così diceva una mia zia acquisita.

“Stai attenta tu, con quella lingua lunga” ammonì poi voltandosi dalla mia parte.

Cosa intendeva, che potevo essere data pure io? Aveva suggerito più di una volta a mia madre di prendere provvedimenti nei miei confronti, “non sta bene che essa risponde”. Rispondere agli adulti equivaleva a mancargli di rispetto.
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ALESSANDRA SARCHI racconta LA NOTTE HA LA MIA VOCE

ALESSANDRA SARCHI racconta il suo romanzo LA NOTTE HA LA MIA VOCE (Einaudi)

romanzo vincitore del: Premio Selezione Campiello 2017 e del Premio Letterario Internazionale Mondello 2017

Ritratto di Alessandra Sarchi 2015

di Alessandra Sarchi

Questo romanzo ha il suo nucleo originario nel personaggio della Donnagatto, amputata di una gamba e su una sedia a rotelle, eppure tanto vitale da far pensare a un felino sinuoso e scattante, da cui le deriva il soprannome che l’assimila a una supereroina.
La Donnagatto era già apparsa alla mia immaginazione quando scrivevo un racconto pubblicato poi nel numero 63 di “Nuovi Argomenti” col titolo La nuotatrice. Per la prima volta cercavo di affrontare il tema della diversità e della menomazione fisica nelle sue implicazioni simboliche e nel suo potenziale narrativo: lì il confronto si svolgeva fra due donne di cui una sana che aveva appena perso il lavoro e ne era affranta, l’altra che avendo perso da tempo la propria integrità fisica aveva trovato un altro modo per dare senso al proprio sé. S’incontravano in piscina, in acqua dove le regole della gravità sono abolite e le distinzioni fra chi cammina e chi non può farlo vengono accorciate.
Quando iniziai a pensare di estendere e arricchire il personaggio del racconto, che si chiamava Giovanna, nome che ho poi conservato nel romanzo, si aggiunse l’elemento della bella voce: doveva avere un dettaglio fisico molto caratterizzante e al tempo stesso estremamente impalpabile. La voce infatti ci contraddistingue come individui in maniera unica e sembra tradurre tutte le note del nostro carattere, ma è anche molto poco fisica, a differenza delle impronte digitali o della forma e del colore degli occhi.
E questa voce disincarnata in un certo senso doveva essere il paradosso intorno cui ruotava la faticosa ricerca di identità che viene percorsa all’interno del romanzo: come si sopravvive alla perdita di una parte di sé fondamentale, come si ricostruisce l’eros verso di sé e verso il mondo quando si è perso il contatto con il proprio corpo? Leggi tutto…

FRANCESCA MANFREDI racconta UN BUON POSTO DOVE STARE

FRANCESCA MANFREDI racconta la sua raccolta di racconti UN BUON POSTO DOVE STARE (La nave di Teseo) – vincitrice del Premio Campiello Opera prima 2017

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di Francesca Manfredi

Credo che la prima idea di Un buon posto dove stare sia nata molto presto, annidandosi da qualche parte quando ancora non pensavo ne avrei scritto un racconto, tantomeno undici. Era il 2011 ed ero ad Amsterdam. Camminavo per le vie del centro, i quartieri residenziali, senza una meta precisa. Mi capitò di notare un aspetto ricorrente, un’abitudine che accomuna molti Paesi del Nord: quella sorta di reticenza ai tendaggi. Gli appartamenti, anche quelli al piano terra, affacciati sulla strada, non avevano tende alle finestre. Il che saltava ancora di più all’occhio di sera, col buio, la luce delle case a illuminare le vie. Camminavo tra questi edifici sconosciuti e non riuscivo a fare a meno di guardare all’interno, dove era ora di cena e le famiglie si sedevano a tavola. Quasi a favore dello spettatore, come un presepe vivente, come un dipinto di Jan Steen o un catalogo Ikea.
Ho pensato – forse in quel momento, forse più tardi – che nulla si avvicinava di più al racconto, alla definizione di racconto in sé. Uno sbirciare dalla finestra. Ricordo che mi sono fermata, senza farmi vedere, e ho pensato a tutte le storie che potevano contenere quelle stanze. Ho provato a immaginarle, a ricostruirle da ciò che potevo osservare. Case affollate di studenti, famiglie con bambini; appartamenti abitati da coppie silenziose, che cenano l’uno di fronte all’altro, senza guardarsi mai. Leggi tutto…

GIORDANO TEDOLDI racconta TABÙ

GIORDANO TEDOLDI racconta il suo romanzo TABÙ (Tunuè)

di Giordano Tedoldi

Ho scritto “Tabù”, come gli altri miei libri, per me stesso, “a mio beneficio” come si diceva delle Accademie musicali (così si chiamavano i concerti) al tempo di Beethoven, per stare meglio. “La letteratura è terapeutica?” si sente spesso chiedere. Molti non hanno voglia di dichiararsi in cura, sia pure la cura non ortodossa della letteratura, e quindi respingono la domanda con ingiustificata sicurezza. Per me non è un problema, e dunque rispondo di sì. Ho scritto i racconti di “Io odio John Updike” contro la solitudine, e i miei due romanzi, “I segnalati” e “Tabù”, rispettivamente, contro il dolore e contro la mancanza. Inutile girarci attorno: la vita mi sembra un inferno (su questo dirò qualcosa più avanti), e devo difendermi. La difesa è largamente inadeguata alla minaccia, ma è l’unica efficace, l’unica che mi faccia stare meglio. Da questo punto di vista la scrittura di “Tabù”, per utilizzare un (controverso) concetto di Daniel Dennett a proposito della coscienza, si è svolta secondo il motto competence without comprehension. Ho fatto qualcosa perché la sapevo fare, in ultima analisi per sopravvivere, senza sapere cosa stavo facendo. In un certo momento della mia vita, sopravvivere ha voluto dire scrivere “Io odio John Updike”, in un altro momento più recente, scrivere “Tabù”. E potrei chiudere il discorso qui, quanto ai motivi, perché non li conosco e non li conosco perché probabilmente non ne avevo, l’unica cosa che so è che sono stato, inaspettatamente per me (e non solo per me, vi assicuro) in grado di scrivere i miei libri: ne avevo evidentemente la competence, la capacità anche semplicemente fisica, nonché le condizioni materiali, e queste potrebbero mancare da un momento all’altro e dopo un breve respiro io non sarei più uno scrittore, esito che del resto è nel mio destino. Leggi tutto…

GIANFRANCO MANFREDI racconta SPLENDORE A SGHANGHAI

GIANFRANCO MANFREDI racconta il suo romanzo SPLENDORE A SGHANGHAI (Skira)

di Gianfranco Manfredi

La storia del mio romanzo, in breve.
Anno 1925. Giannetto, detto Doremì, è un pianista di nemmeno vent’anni. Vive a Senigallia (Ancona) e suona al cinema Eden improvvisando colonne sonore sui film muti. Doremì è rimasto orfano di entrambi i genitori e il cinema riempie la sua solitudine e dà sfogo ai suoi sogni di evasione dalla provincia. Il conte Paolini, magnate e protettore degli artisti, amico di Giacomo Puccini, frequenta regolarmente Senigallia nei periodi di vacanza. Incuriosito dallo stile pianistico di Doremì, lo ingaggia per accompagnare al pianoforte una soprano sua protegée che deve tenere un concerto presso il consolato italiano di Shanghai. Doremì si ritrova così catapultato dalla sua piccola città e una metropoli internazionale dove, in quegli anni turbinosi, furoreggiano i locali da ballo e tutti i generi musicali si mescolano grazie alla composita umanità che popola le concessioni straniere. Quel mondo cosmopolita, unitamente alla complessa, inafferrabile realtà sociale e culturale della Cina, il suo dislocamento improvviso e assoluto, lasciano Doremì totalmente smarrito. La musica diventa per lui l’unico appiglio cui afferrarsi per dare un senso alla sua nuova vita. Le figure femminili che incontra, le fugaci relazioni amorose che intreccia, con la soprano stessa, con una cantante di colore e trombettista jazz americana, con una poetessa e pittrice cinese, sono avventure che continua a vivere idealizzandole quasi facessero parte di un sogno dal quale non riesce a svegliarsi. Finché conosce Olga una giovane cantante russa e con lei approfondisce un diverso tipo di relazione: sulle prime puramente sessuale, poi di intensissima collaborazione artistica perché si mette a comporre canzoni per lei. Gradatamente , e non senza inciampi e incomprensioni, i due cominciano a conoscersi come persone, contraddittorie, dai trascorsi oscuri, alla ricerca di una non facile accettazione reciproca. Si afferrano a quest’amore come a un’ancora di salvezza, perché nemmeno più lo spettacolo ormai può distrarli dalla tragica realtà sociale della Cina che precipita nella guerra civile e nell’imminente guerra contro il Giappone. Può lo spettacolo continuare mentre intorno ai dorati recinti dell’International Settlement scorre il sangue e mentre anche all’interno di questo recinto protetto affluiscono masse di profughi e si coltivano intrighi di spie internazionali, si scontrano opposte fazioni in lotta, si scatena la criminalità d’ogni genere, anche quella degli affari, e dilaga la miseria? Può ancora la musica rappresentare una difesa dalla violenza del mondo e l’amore un argine alla disumanizzazione di ogni rapporto sociale?

Perché ho scritto questo romanzo. Leggi tutto…

LAURA PUGNO racconta LA RAGAZZA SELVAGGIA

LAURA PUGNO racconta il suo romanzo LA RAGAZZA SELVAGGIA (Marsilio)

romanzo vincitore del Premio Selezione Campiello 2017

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laura Pugno

di Laura Pugno

La ragazza selvaggia (Marsilio), è un romanzo che racconta l’impossibilità di ritornare alla natura, o almeno, di ritornarvi in modo ingenuo. Racconta anche, come in uno specchio, l’impossibilità di consegnarsi completamente alla cultura, la sopravvivenza irriducibile dell’animale in noi, il territorio segreto –  il bosco, l’oceano? – che circonda le frontiere dell’umano e in questo, un sottile filo rosso lo ricollega al mio romanzo d’esordio, Sirene.
La storia raccontata parte da un territorio narrativo – e reale – che a molti è noto, le vicende dei cosiddetti “ragazzi selvaggi”, che uniscono mito e realtà. Chi ricorda il film di Truffaut, L’enfant sauvage, sulla vicenda di Victor de l’Aveyron, cresciuto nei boschi alla fine del Settecento, muto forse per una ferita alla gola, e del medico Jean Itard, che per anni se ne occupò?
Ne La ragazza selvaggia, siamo al giorno d’oggi, tra Roma e l’immaginaria riserva naturale di Stellaria, da cui la presenza umana è stata bandita. È qui che all’inizio del romanzo viene ritrovata, allo stato selvaggio, Dasha, la protagonista.
Dasha e la sorella gemella Nina hanno alle spalle una complicata vicenda familiare. Orfane, provengono dalla zona di Chernobyl, e sono state adottate da un industriale, Giorgio Held, e dalla sua giovane moglie, Agnese. Ma mentre Nina entra subito a far parte della nuova realtà, impara l’italiano, fa rapidamente nuovi amici, Dasha rifiuta con violenza di integrarsi: rifiuta di parlare.
È già una ragazza selvaggia, qualcuno che non possiede l’arte umana del linguaggio?
Non lo sappiamo, ma un giorno, il legame fortissimo che unisce Nina e Dasha si rompe, al punto che Nina, con un gesto infantile e terribile, di cui si pentirà per tutta la vita, porta la sorella nel bosco di Stellaria e l’abbandona.
E Dasha scompare, davvero, per dieci lunghi anni. Si perde? forse scappa? decide di non ritornare? Leggi tutto…

FEDERICA MANZON racconta LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI

FEDERICA MANZON racconta il suo romanzo LA NOSTALGIA DEGLI ALTRI (Feltrinelli)

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di Federica Manzon

Ho iniziato a scrivere La nostalgia degli altri il 6 gennaio 2016. Ero appena arrivata a Milano dopo molti giorni a Trieste. La città era abbandonata per le feste, c’era quella pioggia costante da pianura che toglie ogni imprevedibilità e si incolla ai vetri, l’irakeno del negozio di telefoni sotto casa mi aveva chiesto se avevo bisogno di qualcosa e io, forse per rendere speranzosa la sua giornata e il mio rientro, avevo comprato una scheda da vecchio Nokia, mettendo insieme gli spiccioli come per un braccialetto portafortuna. Ero salita a casa senza molto da fare. Mi mancava Trieste. Non il mare o gli amici di là. Piuttosto il suo essere instabile, inquieta e adolescente, città più raccontata che vera, pronta a corrisponderti quando ti prende quel languore da fine estate o amori perduti. Una città impossibile da vivere senza uscirne matti. Pensavo a Bobi Bazlen che se ne era andato, a Saba che spesso fuggiva per poi tornarci perché “solo qui e non altrove” riusciva a scrivere, a Carlo Stuparich che ne conosceva l’anima più oscura, a Joyce che nei bordelli della città vecchia imparava il triestino e trovava l’inglese più suo. Però, mi chiedevo, poteva mancarmi in modo così fisico un mito letterario? La nostalgia non è forse un sentimento dedicato ai corpi e ai sensi?

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PAOLO CODAZZI racconta IL PITTORE DI EX VOTO

PAOLO CODAZZI racconta il suo nuovo romanzo IL PITTORE DI EX VOTO (Pironti)

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di Paolo Codazzi

Fulvio, il personaggio principale (secondo numerosi lettori e recensori, ma potrei non condividere l’attestazione) del “Il pittore di ex voto”,  è un uomo maturo (e la definizione meriterebbe molte altre pagine descrittive), laureato in matematica e vincolato professionalmente a questioni concernenti lo “spazio campionario” (artiglio della matematica contemporanea anche se il pisano Leonardo Fibonacci ne anticipò alcune “probabilità”  molti anni fa, all’incirca fra undicesimo e dodicesimo secolo; e prima di lui un paio di presocratici seppure in forme che oggi considereremmo rozze: e anche tutto questo meriterebbe molte pagine di commento), ma soprattutto di quelle funzioni che consentono, o dovrebbe consentire, le previsioni meteorologiche che, come sostiene Fulvio,  … “Conoscere le previsioni del tempo è al giorno d’oggi un’esigenza dilatata degli individui, che ambirebbero a conoscere non solo le condizioni climatiche del Paese o della Regione, ma bizzarramente anche della città e del quartiere se non addirittura del condominio, e tutto questo ha reso le previsioni meteo un importante mezzo di comunicazione televisivo, contenitore di molta pubblicità e di conseguenze proliferato le società affaccendate sulla questione, rendendolo uno dei settori fecondi delle applicazioni matematiche e fisiche che pure nell’antichità avevano avuto dei tentativi  fin dai babilonesi per giungere ai greci e ai romani ma queste ricerche si arrestarono senza risultati a forme di proto scienza.” Leggi tutto…

ALESSANDRO PERISSINOTTO racconta QUELLO CHE L’ACQUA NASCONDE

ALESSANDRO PERISSINOTTO racconta il suo romanzo QUELLO CHE L’ACQUA NASCONDE (Piemme)

di Alessandro Perissinotto

Quello che l’acqua nasconde inizia con un esergo e una premessa; li riporto entrambi qui sotto perché dicono molto della genesi del romanzo.

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Si tratta di un errore molto comune. La gente pensa che l’immaginazione dell’autore sia sempre all’opera, che egli inventi costantemente un’infinita serie di avvenimenti ed episodi, che semplicemente immagini le sue storie partendo dal nulla.
Nella realtà è vero l’opposto. Quando le persone scoprono che sei uno scrittore, sono loro a portarti i personaggi e gli eventi. E fintanto che conservi la capacità di osservare e ascoltare con attenzione, queste storie continueranno a cercarti nel corso della tua vita.
A colui che spesso ha raccontato le storie degli altri, molte storie saranno raccontate.

Wes Anderson, Grand Budapest Hotel

 

Premessa dell’autore
Dopo la pubblicazione di Le colpe dei padri, nel 2013, molte storie sono venute a cercarmi. Storie di persone che si riconoscevano in ciò che io avevo scritto in quel romanzo, dunque vicende abbastanza simili a quella che io avevo già messo su carta. Di fronte a me si aprivano due possibilità. La prima era quella di ignorare quel patrimonio immenso di umanità, col pretesto di aver già esaurito ciò che avevo da dire intorno agli anni di piombo e alla nostra memoria rimossa. La seconda era quella di correre il rischio della ripetizione. Ho scelto la seconda, cercando di cogliere l’unicità di quanto mi veniva raccontato, sapendo che, quando si attinge alla realtà, non si trovano mai due storie identiche, anche se prendono origine da uno stesso dramma, da uno stesso fatto, da una stessa immagine. E poi, per conservare la memoria non è necessario essere originali, l’importante è essere ostinati.

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Ecco, le cose sono andate proprio come le racconta il personaggio di Gran Budapest Hotel: un giorno, era la fine del 2013, ho trovato una mail, di un lettore che aveva molto amato Le colpe dei padri e che mi diceva che, per via del suo ruolo professionale (era ed è direttore sanitario di un grande ospedale torinese), aveva da raccontarmi molte storie di ospedale. Leggi tutto…

FILIPPO NICOSIA racconta UN’INVINCIBILE ESTATE

FILIPPO NICOSIA racconta il suo romanzo UN’INVINCIBILE ESTATE (Giunti)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Filippo Nicosia

Senza l’incontro con L’estate e altri saggi solari di Albert Camus, il romanzo si sarebbe intitolato Fratelli, o forse neppure, dato che c’era il rischio che venisse eclissato dal bel libro di Carmelo Samonà edito da Sellerio. Questo per dire che non avevo fin da subito chiare le immagini centrali della vicenda, la grana, la voce, sapevo solo che era una storia di fratelli senza l’ingombro dei genitori, o meglio, con l’ingombro di genitori morti e quindi solamente ricordati, per questo il file è nato e cresciuto, nel piatto ventre baluginante del desktop, con il nome: fratelli_primastesura.doc.
Lo spunto è autobiografico: qualche anno fa mi è capitato di riconoscere per la prima volta il più piccolo dei miei due fratelli. Quando a diciotto anni sono partito da Messina per frequentare l’università a Roma, mio fratello ne aveva appena otto, e negli anni precedenti, attorcigliato nei patimenti e nelle frustrazioni tipiche della pubertà, non mi ero quasi accorto della sua presenza. Dieci anni dopo, seguendo la mia strada, si è trasferito a Roma per studiare e per un anno e mezzo abbiamo vissuto insieme sotto lo stesso tetto, diviso il letto matrimoniale, fatto i turni di corvée, cucinato insieme la domenica e buttato la spazzatura i giorni pari io e i dispari lui (così gliene toccava uno in più).
È stato un periodo felice, anche se mi ha presentato il conto. Mentre ritrovavo un fratello, acquisivo la consapevolezza che i dieci anni che ci separavano, in realtà, per me non erano mai passati. Alla soglia dei trent’anni vivevo come uno studente fuorisede e le prospettive non lasciavano presagire grandi cambiamenti.
Mio fratello, senza accorgersene, è stato una luce, la sua sola presenza ha illuminato la mia condizione e la sua determinazione e coscienza del presente mi hanno definitivamente convinto che quelli che io pensavo come giovani, da più parti dipinti come debosciati senza spina dorsale, erano di gran lunga più pronti e determinati di come ero stato io e la gran parte dei miei coetanei.
Così Diego, il protagonista e la voce narrante del romanzo, ha preso corpo da un giovane fratello ritrovato e Giovanni, l’aspirante attore, è stato sbozzato da uno dei tanti ragazzi che lavorano nei bar delle grandi città e covano sogni di arte, letteratura o cinema, un ragazzo su tre di quelli che si incrociano a Roma, me stesso. Leggi tutto…

CHIARA MARCHELLI racconta LE NOTTI BLU

CHIARA MARCHELLI racconta il suo romanzo LE NOTTI BLU (Giulio Perrone editore)

Tra i 12 romanzi candidati alla LXXI edizione del PREMIO STREGA

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di Chiara Marchelli

La distanza è il filtro attraverso il quale ogni scrittore sta al mondo. Osserva, ascolta, registra. È un modo anche strano di vivere: per quante relazioni, vita, viaggi, mestieri, figli, traslochi tu scelga di fare, ti senti sempre un po’ ai margini. Ti mescoli, ti strappi, sanguini e ti sporchi, perché poi sai che tutto servirà a scrivere. Ami, e sai che servirà. Soffri, e sai che servirà. Alcuni rimangono scandalizzati da questo fenomeno, quando se ne accorgono. Gli pare mostruoso. Altri soffrono. Sfuggi, ti dicono, la scrittura viene sempre prima. Non deve essere facile, sentirsi dall’altra parte di quella distanza. Non lo è nemmeno per noi che la mettiamo in atto. Non sentirsi mai davvero “dentro”, perché, se sei troppo dentro, non vedi più. Diventiamo quasi freddi nell’adoperare pure noi stessi, anzi, noi stessi innanzitutto, perché siamo i primi che servono alla scrittura. Non è una mancanza, è una modalità. Mettiamo in atto una distanza più fredda possibile per entrare nel centro incandescente della natura umana. Pare una contraddizione, e invece è lo strumento necessario a non far scempio di ciò che, delicato e vivo, merita un rispetto chirurgico.
Spesso mi chiedono consigli da indirizzare a chi vuole scrivere. Penso che questo sia, oltre ai più consueti (leggi, lavora sodo, riscrivi), quello più onesto e necessario. Dimenticati di te, sviluppa una forma di osservazione quasi disumana, e porta rispetto. Per la storia che stai raccontando e per chi la leggerà. Cancellati, levati di mezzo, a meno che tu non sia necessario alla storia. Nella scrittura le regole vanno al contrario: tu non conti, o meglio, conti perché servi, senza di te la storia non passa. Sei importante, essenziale, nella misura in cui diventi capace di trasmettere la voce dei tuoi personaggi e i loro destini senza che si senta un fiato provenire da te. Leggi tutto…

NICOLA VERDE racconta IL VANGELO DEL BOIA

NICOLA VERDE racconta il suo romanzo IL VANGELO DEL BOIA (Newton Compton)

di Nicola Verde

Una delle domande più frequenti che mi viene posta alle presentazioni è: “Perché Mastro Titta?”
Già, perché Giambattista Bugatti – è a lui che allude il titolo -, l’uomo che per circa 70 anni è stato al servizio del papa eseguendo ben 516 condanne a morte?
La domanda non è fine a se stessa: di solito, infatti, nei romanzi si preferiscono personaggi positivi, eroi nei quali potersi identificare. Quando, un po’ di anni fa, lo proposi per un’antologia, l’editor fu categorico: «No! Non è un personaggio in cui il lettore può immedesimarsi!».
Io, quel racconto, lo scrissi ugualmente e fu incluso nell’antologia della Hobby & Work “Delitto capitale”, una delle antologie più riuscite degli ultimi anni.
Insomma, il seme di un personaggio controverso era stato gettato. Ma non ho spiegato il perché della mia scelta.
Fu occasionale? Coincidenza? Al tempo in cui dovevo scrivere quel racconto ero alla ricerca di un’idea o di un personaggio (la storia doveva essere ambientata nella metà dell’Ottocento)… incappai nelle memorie di Mastro Titta, fui incuriosito da quest’uomo di cui si sapeva molto poco (pure le sue memorie sono in realtà apocrife, scritte da un certo Ernesto Mezzabotta sulla base di un taccuino, unico documento lasciatoci da Bugatti, dove il boia annotava scrupolosamente le sue “giustizie”). Leggi tutto…

STEFANO SANTARSIERE racconta I GUARDIANI DELL’ISOLA PERDUTA

STEFANO SANTARSIERE racconta il suo romanzo I GUARDIANI  DELL’ISOLA PERDUTA (Newton Compton)

di Stefano Santarsiere

Quanto pesa nella nostra esistenza ciò che serbiamo nella memoria e ciò dimentichiamo?

Questa, la domanda di fondo de I guardiani dell’isola perduta. La memoria di specie e quella individuale (o ciò che resta di esse) si mescolano in un gioco di prospettive falsate, amplificate o del tutto illusorie, nella caccia che spinge i protagonisti dall’Italia meridionale fino agli antipodi. Terre unite dal mare, dal rapporto mistico ed esaltato con la culla della vita, ma anche dalla suggestione per un passato ignoto.

La vicenda si snoda lungo il sottile crinale tra dubbio e convinzione. Una morte che sembra un incidente ma forse non lo è. Una scoperta che potrebbe essere reale ma anche una montatura. Un farmaco miracoloso ma forse no. E nell’avanzare in questo intrico, Charles Fort dovrà interrogarsi costantemente sulla realtà delle sue percezioni, su quanto ricorda e quanto gli deve essere ricordato, perché afflitto da un problema neurologico che gli provoca amnesie transitorie e perdite nella memoria a breve termine. Leggi tutto…

FLAVIO SANTI racconta L’ESTATE NON PERDONA

FLAVIO SANTI racconta L’ESTATE NON PERDONA. La nuova indagine dell’ispettore Furlan (Mondadori)

di Flavio Santi

Una delle caratteristiche del giallo è la cosiddetta serialità: i personaggi sono in sostanza sempre gli stessi, così come i luoghi, cambia in pratica soltanto l’oggetto dell’indagine. Tutto ciò, da una parte, presenta indubbi vantaggi: un certo meccanismo narrativo rodato, la possibilità che il lettore si affezioni ai personaggi, li possa ritrovare, una sensazione di vita vera. D’altra parte, però, capite bene che è sempre in agguato il rischio della ripetizione, del già detto o visto o sentito. Ebbene: come fare? Come rispettare, cioè, il meccanismo della serialità, sacrosanto in un giallo (e in effetti insito nell’idea stessa di racconto e di letteratura: la Bibbia, l’Iliade e l’Odissea non sono esse stesse grandi narrazioni in loop?), e non cadere nella ripetizione? Questa era la domanda “di metodo” che mi ponevo mentre scrivevo L’estate non perdona. La nuova indagine dell’ispettore Furlan (Mondadori, 2017). Amo le sfide, dunque la domanda era sì un macigno ma anche e soprattutto uno stimolo. Io ho cercato di fare in modo che i personaggi evolvessero, crescessero, che il tempo si sentisse. Che fossero, sì, buoni amici da ritrovare, ma che avessero anche qualcosa di nuovo da dire, da condividere. Qualcosa di nuovo innanzitutto per se stessi. Per questo era importante che la natura stessa dell’indagine crescesse. La parola chiave potrebbe essere crescita, sviluppo, evoluzione. Leggi tutto…

ANDREA FREDIANI racconta IL CUSTODE DEI 99 MANOSCRITTI

ANDREA FREDIANI racconta il suo romanzo IL CUSTODE DEI 99 MANOSCRITTI (Newton Compton)

di Andrea Frediani

Oltre un anno di lavoro. Ore e ore trascorse a studiare il periodo tardo antico e l’epoca costantiniana, le fonti, le lotte religiose e l’affermazione del Cristianesimo. Tutto questo per produrre, nel corso del 2016, la trilogia Roma Caput Mundi, una ponderosa saga sulla dinastia di Costantino, vista attraverso una storia di grande passione tra i due protagonisti principali e di cui adesso è uscita la ristampa in un unico, grande volume. Uno sforzo enorme, che mi indotto a pensare di poter mettere a frutto tutto quello che avevo assorbito per realizzare qualche altro lavoro. Ma soprattutto, mi ha fatto venire la voglia di rilassarmi e rilassare i lettori scrivendo qualcosa di più agile e incalzante: avevo scritto una storia che si dipanava attraverso tre generazioni, tre continenti e ottant’anni? Bene, adesso era il momento di scrivere un’avventura in tempo reale, con unità di tempo e di luogo. Perché uno scrittore ha bisogno di affrontare sfide radicalmente antitetiche a quelle che ha appena affrontato.
Il custode dei 99 manoscritti si svolge a Roma nell’arco di cinque giorni e, soprattutto, cinque notti. E non è la Roma che sono abituato a descrivere nei miei libri, quella gloriosa e luccicante dell’Antichità, dei fasti repubblicani e imperiali. No, è una Roma che, scommetto, nessuno conosce: quella dei secoli oscuri, dell’Alto Medioevo. Quella in cui la Chiesa e il papato la fanno ormai da padrone, all’ombra di un Sacro romano impero che è stato creato appena mezzo secolo prima ma che è già in crisi.
E in che modo c’entra Costantino, direte voi? Eccome se c’entra. Quella, infatti, è anche l’epoca in cui salta fuori la cosiddetta “Donazione di Costantino”: la più colossale truffa della storia, o almeno di quella occidentale, e credo proprio che fosse ora che qualcuno ci scrivesse sopra un romanzo. La Donazione di Costantino (Constitutum Constantini) è il documento su cui la Chiesa ha fondato il proprio potere temporale per tutto il medioevo, perlomeno fino a quando gente illuminata come Lorenzo Valla e Niccolò Cusano, non due qualunque, ha dimostrato che si trattava di un falso. Leggi tutto…

MATTEO MARCHESINI racconta FALSE COSCIENZE

MATTEO MARCHESINI racconta il suo libro FALSE COSCIENZE. Tre parabole degli anni zero (Bompiani)

di Matteo Marchesini

Quando parliamo di un libro che abbiamo scritto, ci tocca oscillare tra il tentativo di rappresentare il miscuglio di impulsi o intenzioni da cui è nato, e il tentativo di restituire le impressioni maturate ex post, mentre ci rileggevamo e sceglievamo di pubblicarlo. In realtà è difficile separare i due aspetti, ma il secondo, credo, è più importante del primo: perché ci ricorda che scrivere non significa assecondare un puro atto della volontà, compiere una scelta a priori, ma piuttosto, mantenendo una tensione mimetica quasi attoriale e dando colpi di pollice più o meno temerari, accompagnare verso il destino più adeguato una materia, una figura o un tono che ci si impongono e magari ci infestano. Se riapro oggi False coscienze. Tre parabole degli anni zero, io vedo tre racconti lunghi che a volte somigliano a romanzi condensati, fortemente scorciati, sottoposti a una specie di anamorfosi: viene da pensare che esista un punto in cui la deformazione prospettica che li schiaccia, e che secondo me doveva necessariamente schiacciarli perché testimoniassero ciò che testimoniano, potrebbe lasciare il posto a un flusso narrativo espanso, appunto romanzesco. Questa scorciatura è legata a un’atmosfera dove tutto acquista un’afosa corposità realistica, ma al tempo stesso tutto appare onirico e astratto come un incubo. Dipende da come si “guardano” le linee della trama e i profili dei personaggi, un po’ come succede davanti a quei disegni a doppia interpretazione che si usano negli esercizi sulla percezione visiva, e che Mariolina Bertini ha evocato per altre ragioni a proposito del primo racconto (amo molto il Moravia dell’Imbroglio e le raccolte di Loria).
Nel sottotitolo ho usato il termine impegnativo di parabole: alludendo sia alle storie “esemplari” sia alla metafora geometrica, perché i tre quadri tracciano curve esistenziali che dopo il climax sfumano verso il basso, la deriva, il tonfo. Lo fanno con velocità, densità e stili differenti, calibrati a seconda della situazione a cui aderiscono: si va dalla saturazione psichica o drammatica al timbro divagante e umoristico, dall’ingorgo di chiacchiere da cena in piedi all’azione concitata e ai botta e risposta che si dispongono intorno a piccole o grandi catastrofi.
Nel primo racconto, ogni evento è mediato da un io narrante che si presenta come un termometro ipersensibile, un io ossessivo-compulsivo arroccato in una mente che va su di giri e che lo avvolge in una nube di rimuginii sofistici. Quale sarà la verità? Davvero l’inaugurazione della casa è una scenografia di cartapesta che nasconde appena l’imminente abbandono della compagna? Leggi tutto…

DIEGO MARANI racconta VITA DI NULLO

DIEGO MARANI racconta il suo romanzo VITA DI NULLO (La nave di Teseo)

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di Diego Marani

Il vero personaggio di questo romanzo è un paese, il mio. E racconta di qualcosa che nel nostro mondo è andato perduto: il tessuto sociale. Quella trama fitta di rapporti, frequentazioni, conoscenze, affetti e anche contrasti che nel bene e nel male tengono insieme una comunità di persone. C’è una più intensa intimità fra persone che non hanno scelto di frequentarsi ma che vi sono obbligate dalla quotidianità. Una specie di intimità al cubo. In paese le amicizie non si scelgono, vengono in qualche modo assegnate. Dalla consuetudine, dal giudizio sociale, dall’opportunità, dal ruolo che ognuno svolge nel gruppo. Qui la conoscenza è quasi forzata, si sa tutto di tutti anche senza volerlo, si condivide anche quel che non si vorrebbe, dolori, gioie, lutti e nascite, successi e sconfitte. Ci si deride e ci si ferisce, ci si abbraccia e ci si pugnala. Alla fine, questa vicinanza ingrandita crea legami che sono più forti di quelli che uno si sceglie da sé. Le figure del paese non sono mai persone ordinarie, non possono esserlo, non ne hanno la libertà. Inevitabilmente si caricano di una missione, di un ruolo sociale. C’è lo stregone, ci deve essere, c’è la vittima, c’è il matto, c’è il saggio. C’è il coro, come nelle tragedie greche. Il gruppo cerca in sé le sue maschere eterne. Non potrebbe vivere senza. Leggi tutto…

ENRICO MACIOCI racconta LETTERA D’AMORE ALLO YETI

ENRICO MACIOCI racconta il suo romanzo LETTERA D’AMORE ALLO YETI (Mondadori)

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di Enrico Macioci

Scrissi la prima, rapida stesura di Lettera d’amore allo yeti nell’estate del 2013. Lasciai il romanzo a maturare in un cassetto e lo ripresi nel 2014, lavorandoci per parecchi mesi. Poi lo misi di nuovo a nanna e lo recuperai nel 2015 (altri due mesi di lavoro). Infine c’è stato l’editing precedente la pubblicazione, nell’autunno del 2016.
Dall’estate del 2013 in poi ho scritto altro, ma credo che Lettera rappresenti una svolta nella mia narrativa. Da modalità ibride, dove la storia si mescola a inserti sociologico/filosofici (La dissoluzione familiare) o a una forte componente autobiografico/diaristica (Breve storia del talento), a una modalità che contempla solo la storia. Naturalmente nessuna storia può essere mai del tutto solo una storia. Ogni storia, nutrendosi del vissuto di chi la scrive, è una finzione spuria. Intendo però affermare che, con Lettera, ho imboccato una strada più decisa verso ciò che potremmo definire “romanzo classico”. Uso le virgolette perché so di calpestare un terreno minato. Cos’è un romanzo? E cos’è poi un romanzo classico? Di preciso non lo sappiamo. Provo a cavarmela così: il romanzo è un testo che fa muovere una serie di personaggi (al limite anche un solo personaggio) entro determinati ambienti e situazioni. Un romanzo inteso in senso classico – sempre per sommi capi – agisce senza tenere conto (o tenendo conto relativamente) dell’esperienza del postmoderno, delle avanguardie, del decostruzionismo, della teorie che hanno coinvolto molti intellettuali e romanzieri negli ultimi decenni. Cantastorie è forse il termine che meglio definisce ciò che cerco quando leggo, e ciò cui tendo quando scrivo. Uno che sembra parlare come si parla attorno al fuoco, inseguendo con le proprie parole una forma da offrire a chi lo ascolta – e al buio. Leggi tutto…

ALESSANDRO ZACCURI racconta LO SPREGIO

ALESSANDRO ZACCURI racconta il suo romanzo LO SPREGIO (Marsilio)

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di Alessandro Zaccuri

All’inizio, quando Lo spregio non era ancora Lo spregio, il protagonista non si chiamava Franco Morelli, detto il Moro, ma Remigio Labruna, sapeva già  «di essere un uomo infame, e ne era fiero». Così leggo nel più vecchio degli appunti relativi al libro. L’annotazione risale all’aprile del 2010 ed è consegnata a un file che porta la dicitura, non poco pretenziosa, di incipit sine explicit. Mi era capitato, come altre volte, di mettere per iscritto una scena della quale non capivo bene il significato e per la quale non sarei stato in grado di prevedere uno sviluppo. È l’appunto più antico e anche il più vicino a quello che poi, nell’autunno del 2013, il libro è diventato.
Nella cartelletta in cui conservo gli altri esperimenti trovo una manciata di abbozzi, ciascuno accompagnato dal suo titolo e addirittura da una citazione in esergo. C’è La rovina, del gennaio 2013, che è un inizio di racconto in prima persona, dettato dalla voce di un giovane uomo che viene trascinato controvoglia, a notte fonda, davanti a un rudere in montagna. Probabilmente avevo un’idea di come proseguire, anche se non la ricordo con esattezza. Non era male, però, la frase di Saint-Just alla quale mi appoggiavo e della quale, di nuovo, non sarei più in grado di stabilire la provenienza: «Nulla assomiglia alla virtù più di un grande crimine». È lo stesso paradosso – niente affatto paradossale, in realtà – nel quale mi imbatto nelle prime righe di un’altra stesura, intitolata Il dispetto e datata marzo 2013. Avevo rinunciato al racconto in prima persona per introdurre subito il protagonista, che nel frattempo aveva conquistato il suo soprannome: «Il Moro sarebbe stato un grande santo, se fosse stato un santo». Meglio, per quanto la citazione introduttiva (Farinata che, nella descrizione di Dante, tiene «l’inferno a gran dispitto») suoni prevedibile, scolastica. Leggi tutto…

ROMANO DE MARCO racconta L’UOMO DI CASA

ROMANO DE MARCO racconta il suo romanzo L’UOMO DI CASA (Piemme)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

di Romano De Marco

L’idea di scrivere questo romanzo mi venne a Courmayeur, nel dicembre 2014, durante il Noir festival. Assistevo a una presentazione dell’ultimo thriller di Jeffrey Deaver, da parte di Gianrico Carofiglio che, a un certo punto, disse: “Esistono tre regole fondamentali per scrivere un romanzo di grande successo. Il problema è che nessuno le conosce.” Quella brillante citazione (non ricordo di quale altro autore) mi diede da pensare a lungo. La domanda che mi posi fu “Esistono o no le regole per il successo nel campo editoriale?”. La mia risposta è che sì, esistono, ma cambiano nel tempo e per funzionare devono comunque passare attraverso una serie di variabili molto complicate. Detto ciò, mi dissi che sarebbe valsa comunque la pena di provarci. La missione da quel momento fu: provare a scrivere un romanzo di successo!
Una quarta regola la introdussi subito io, in piena autonomia: deve restare invariato, per me, il piacere dello scrivere. Deve comunque trattarsi di una storia nelle mie corde, che mi appassioni e che mi ispirerebbe anche come lettore.
Assodato ciò, iniziai la ricerca delle tre fatidiche regole, quelle valide nel preciso “momento editoriale”, sperando che non cambiassero troppo in fretta. Ritenni di averle individuate in: Leggi tutto…

CARMELA SCOTTI racconta L’IMPERFETTA

CARMELA SCOTTI racconta il suo romanzo L’IMPERFETTA (Garzanti)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

L'imperfetta - Garzanti

di Carmela Scotti

Chiamata a percorrere a ritroso la strada che mi ha portato a concepire il personaggio di Catena Dolce e del suo lungo vagabondare, mi ritrovo a non sapere con precisione che direzione imboccare, come se Catena stessa avesse cancellato dalla mia memoria le tracce del suo passaggio, affinché io non potessi mai costringerla, neppure nei ricordi, a ripercorrere quel cammino che tanta pena le è costato. Dunque, non posso che partire dalla fine, dal momento in cui cioè, Catena è arrivata al cuore dei lettori, e da loro, dalle loro riflessioni, ha ricevuto in dono una voce e un corpo, diventando una presenza capace di mutare, come un vento, ad ogni sensazione nuova che il lettore mi restituiva ricavandole dalla lettura.
L’Imperfetta non è, e non è mai stato, un romanzo “di trama” (per quanto l’ordito ci sia e abbia, pur nei suoi salti temporali che annullano le distanze, un inizio, un proseguimento e una fine) ma di “ritmo”, come diceva Virginia Woolf a proposito del suo “Le onde”, dove il racconto è concepito come un brano per orchestra e ciascun personaggio è uno strumento con un proprio ritmo. In altre parole, ciò che mi premeva fare era raccontare una storia non soltanto consegnandola, nuda e cruda, al lettore, ma donandole un incedere musicale, un ritmo che permeasse la pagina, come un balletto dove ogni movimento è parte di un complesso e ben oliato ingranaggio di gambe, braccia e volti. Leggi tutto…

ALESSANDRA MINERVINI racconta OVERLOVE

ALESSANDRA MINERVINI racconta il suo romanzo OVERLOVE (LiberAria)

Un estratto del libro è disponibile qui

alessandra-minervini

di Alessandra Minervini

Overlove è un romanzo di non-amore. La storia di Anna e Carmine è tutt’altro che romantica. Se posso azzardare una definizione, forse quella che potrebbe descrivere il mio romanzo è thriller sentimentale. Non si sa fino alla fine cosa succederà e come e se succederà. Se l’abbandono si trasforma in libertà o giace come maceria. Volevo raccontare la dissipazione di  un sentimento, il suo fallimento e per farlo non ho indugiato in alcun sentimentalismo. La storia comincia con un gesto netto, chiaro che Anna compie nei confronti di Carmine:

“Quando erano lontani, come succedeva per la maggior parte dei giorni, ad Anna per la nostalgia fiorivano addosso delle piume smodate, viola con sottili striature verdi. Il peso delle piume era imprevisto come un temporale e, dopo un po’, a seconda della distanza che li separava, le piume diventavano insopportabili. Cicatrici ossidate. Con questo peso sulle spalle, novella dea della mancanza, Anna aveva preso la loro storia e l’aveva schiacciata come si fa sulle pareti con gli insetti minuscoli, quelli che si temono anche se non possono nuocere.” Leggi tutto…

GIULIA CAMINITO racconta LA GRANDE A

GIULIA CAMINITO racconta il suo romanzo LA GRANDE A (Giunti)

di Giulia Caminito

A Legnano le bombe fanno rifugiare i bambini insieme ai circensi. Gli scolari seguono in fila la maestra, mentre i pesci rossi vengono abbandonati nelle loro bocce di vetro. La guerra non risparmia neanche le noccioline caramellate e le scarpe gialle dei clown.
Giadina è una bambina vestita di nero, linda e pinta, come ogni brava scolara del fascio. Da sempre minuta, vocetta gracchiante, gambe a stecco e portamento da giunco, Giada vive la Seconda guerra mondiale tra corse nei campi, casaletti bombardati, chili di patate e riso e le angherie della Zia e della Cugina, con cui vive da quando sua madre, Adele, è partita per andare a cercare fortuna in Eritrea, lasciando figli e marito sul suolo italico.
Giada ha le croste intorno alla bocca e dorme all’addiaccio, da quando i vetri della casa sono scoppiati, ma fantastica di poter raggiungere la madre in quella che lei chiama la Grande A, l’Africa delle (quasi) ex colonie italiane, terra per lei di elefanti e tigri, di sole e palme, di scoperte e conquiste, ruggente e al sapore di cioccolata. Giada infatti pensa che la madre lì sia impegnata in incredibili avventure tra le dune del deserto e che rida con le scimmie mentre sorseggia tè e fuma sigarette francesi.
Dopo la guerra finalmente Adele torna, strappa la figlia alle grinfie della Zia e la fa imbarcare per la Grande A. Anche l’avventura della piccola milanese può dunque avere inizio.
Il viaggio è lungo e noioso, Giada sente già la mancanza di casa, e quando arriva al porto di Massaua si rende conto di essere vestita scioccamente, ha calzette al ginocchio e maniche a trequarti, mentre il sole assassino cuoce le uova sulla banchina.
Inizia così, nell’inadeguatezza e sotto il solleone, la scoperta della Grande A, e poi della piccola Assab, dove dopo qualche giorno Giada arriva e raggiunge Adele. Ad aspettarla, purtroppo, non ci sono case bianchissime, ballerine bellissime, feste lunghissime e mobili pregiatissimi, ma un bar al limite del deserto, un paesino torrido e spoglio, dove non piove da nove lunghi anni, un turno di lavoro fino alle due di notte tra stoviglie e caffè ristretti, per controllare gli avventori del bar della madre che si fermano a giocare a biliardo, e una madre bisbetica che nessuno ha mai avuto la capacità di domare. Leggi tutto…

VALERIO AIOLLI racconta LO STESSO VENTO

VALERIO AIOLLI racconta il suo romanzo LO STESSO VENTO (Voland)

Un estratto del libro è disponibile qui

di Valerio Aiolli

ImmagineCi sono libri, anche corposi, che si scrivono in un soffio. A me capita di rado, ma è capitato. E altri, magari non lunghissimi, per i quali c’è bisogno di più tempo. A volte di molto tempo.
La prima cosa che si legge, aprendo Lo stesso vento, è una data: 23 dicembre 1999. È il momento in cui inizia la storia narrata nel libro, ma è anche il momento, più o meno, in cui il libro cominciò a essere scritto.
Nell’aprile di quell’anno era uscito il mio primo romanzo, Io e mio fratello. Raccontava, dal punto di vista e col linguaggio di un bambino di cinque anni, la vita e la morte all’interno di una famiglia fiorentina, afferrata e scossa dal boom economico degli anni ’60. C’erano personaggi immaginari, così come lo era parte della trama, ma non posso negare che quel libro avesse una forte radice autobiografica.
In quegli stessi mesi stavo scrivendo quello che sarebbe diventato il mio secondo romanzo, uscito poi due anni dopo: Luce profuga. Anche in questo caso, se l’intreccio e molti dei personaggi erano frutto di fantasia, l’ambiente fisico e sociale in cui era ambientata la storia li conoscevo bene per il fatto di viverci tutti i giorni, da più di dieci anni, nell’ambito del mio lavoro cosiddetto normale. E il protagonista aveva più di un aggancio con la mia persona.
Forse è inevitabile che sia così. Si scrive sempre di sé stessi, in qualche modo più o meno mascherato. Eppure in quel periodo sentivo la forte esigenza di staccarmi, dal punto di vista narrativo, da me. Volevo rendermi conto se fossi anche capace di raccontare storie e persone lontane dal mio mondo per estrazione sociale, esperienze, carattere, età, sesso.
L’occasione per far ciò mi venne offerta grazie a Laura Lombardi, un’amica storica dell’arte. Fu lei a chiamarmi e a chiedermi di partecipare con un racconto all’introduzione al catalogo di una mostra che avrebbe avuto luogo verso la fine di quel 1999 in una galleria di piazza Santa Croce, a Firenze.
Venni invitato allo studio del pittore, Gianni Cacciarini. Lo conobbi, mi furono mostrati i suoi quadri, fornite alcune fotografie che portai a casa. Leggi tutto…

FABIO STASSI racconta LA LETTRICE SCOMPARSA

FABIO STASSI racconta il suo romanzo LA LETTRICE SCOMPARSA (Sellerio) – vincitore del Premio Scerbanenco 2016

Le prime pagine del romanzo sono disponibili qui

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di Fabio Stassi

Vince Corso somiglia a Gérard Depardieu, fuma le Gitanes e, nel tempo libero, suona il clarinetto e ascolta solo musica francese e maghrebina. È nato a Nizza, ma dall’amore di una notte tra una cameriera italiana e uno sconosciuto. Dopo un’infanzia vissuta negli alberghi e nelle pensioni della Costa Azzurra, dove sua madre lavorava, passa l’adolescenza a Genova e si laurea in Lettere a Roma. Per vent’anni figura nelle graduatorie di Scuola secondaria e superiore, per l’insegnamento delle materie letterarie. Ma un settembre si ritrova senza nessun incarico. Prima di lasciare l’Italia, tenta allora una disperata scommessa con sé stesso. Un’anziana ma energica signora gli affitta per due mesi una soffitta a via Merulana e Vince, grazie all’esperienza fatta per qualche mese su una rivista femminile, vi apre uno studio di biblioterapia.
Ha un amico libraio, Emiliano, e un’amica bibliotecaria, Marta. Ogni tanto si siede nel cortile a parlare di boxe con un ex allenatore, il sor Gigi. Il portiere del suo palazzo è peruviano e si chiama Gabriel, ma di cognome. Serena lo ha lasciato prima dell’estate, ma lui ci pensa ancora.
Ogni giorno esce con il suo cane, un weimaraner muto di nome Django, per spedire una cartolina al padre all’unico indirizzo dove sa che, almeno per una volta, quell’uomo è transitato: Hotel Le Negresco, Promenade des Anglais. Come un contabile, vi scrive sopra il resoconto di tutti i suoi fallimenti, delle tante storie che le donne gli raccontano e della sua feroce volontà di farcela.
Comporre la sua storia è stato un azzardo, un’incoscienza e un divertimento. Leggi tutto…

PAOLO COGNETTI racconta LE OTTO MONTAGNE

PAOLO COGNETTI racconta il suo romanzo LE OTTO MONTAGNE (Einaudi)

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di Paolo Cognetti

Ho cominciato a scrivere Le otto montagne un giorno di giugno del 2014, scendendo con il mio amico montanaro per una gola che chiamano Vallone della Forca. È un toponimo comune sulle Alpi: la forca o forcella è un passo particolarmente angusto, che noi avevamo appena superato per buttarci giù dall’altra parte. Ci lasciavamo alle spalle un posto a cui, per motivi diversi, siamo entrambi legati. Un sentiero interrotto da una frana, una conca in cui raramente s’incontra qualcuno, un grande lago dall’aria cupa, gli ultimi boschi, ruderi, pietraie. Il posto che poi è al centro di questo romanzo che ho scritto. https://i0.wp.com/static.lafeltrinelli.it/static/frontside/xxl/5/7327005_2044687.jpgCamminando io e il mio amico non parliamo molto, però ci piace ogni tanto indicare le cose e condividere con l’altro i ricordi che alle cose sono legati. Su quel sentiero c’è la baita col tetto di lamiera dove io ho passato una notte, anni fa, senza chiudere occhio sotto il temporale, e poco dopo l’alpeggio in cui la mamma del mio amico saliva da bambina, in groppa a un mulo che ragliava alla luna. C’è il punto in cui lui ha bivaccato in primavera, illudendosi di passare una notte romantica con la sua futura moglie furibonda, e quello in cui io a dodici anni ho piantato la tenda con mio padre, dopo aver fatto il bagno nel lago e cantato davanti al fuoco. Queste storie le conosciamo già, ce le siamo raccontate tante volte, ma camminando per quei posti non è noioso riascoltarle, è come veder riaffiorare nell’altro i ricordi e si è contenti di essere lì mentre succede, onorati di venire accolti in quel luogo così privato. Noi due ci stupiamo sempre di aver condiviso gli stessi sentieri in una vita precedente, ed è probabile che una volta o l’altra ci siamo pure incontrati – io un bambino di città che camminava davanti a suo padre, lui un ragazzo di montagna scontroso e solitario – senza poter immaginare che in un futuro lontano vent’anni saremmo diventati amici. Queste sono le cose che di solito ci diciamo, e ce le saremo ripetute anche quella mattina di giugno. Leggi tutto…

VIOLA ARDONE racconta UNA RIVOLUZIONE SENTIMENTALE

VIOLA ARDONE racconta il suo romanzo UNA RIVOLUZIONE SENTIMENTALE (Salani)

Storia di “Una Rivoluzione sentimentale”…

…ovvero, come mi persi sulla circumvallazione esterna e mi ritrovai in un romanzo

Risultati immagini per viola ardonedi Viola Ardone

Io non ho senso dell’orientamento. Mi perdo. Come un’Alice recidiva in un ricorrente Paese delle Meraviglie. Anche se, sulla strada che mi porta a scuola tutte le mattine, di meraviglie non ce ne sono tante. Insegno italiano e latino in un liceo in provincia di Napoli e ogni giorno faccio la stessa strada, andata e ritorno. E a volte mi perdo. Soprattutto quando sono stanca o arrabbiata, decido inconsciamente di sbagliare strada per mettermi a vagare in un altrove indefinito. Scelgo di “errare” per poter “errare”.

E quando mi perdo inizio a litigare con me stessa ad alta voce: “Ecco qua! Ti sei persa un’altra volta! La strada che fai tutti i giorni da otto anni… Ma come devo fare io con te? Perché fai sempre gli stessi errori?”. Mi mortifico, mi giustifico, mi accendo una sigaretta, la spengo perché la puzza di fumo in macchina non la sopporto, attivo il navigatore sul telefonino, lo giro sottosopra e poi lo rigiro, per capire esattamente chi sono io e qual è la mia direzione, mi fermo, battibecco con la voce atona del satellitare, accosto e con gli occhi lucidi mendico un’informazione al benzinaio.

Poi a scuola ci arrivo, in ritardo ma ci arrivo. L’ultima volta che mi sono persa sulla circumvallazione esterna e mi sono trovata a Grumo Nevano, ho detto: “Basta! Devi metterci più attenzione! Devi tenere gli occhi aperti!”.
E allora ho visto. Ho visto la strada, quella che ogni giorno dalla città mi porta in provincia. Da Napoli alla periferia. La strada costellata di sacchetti multicolori della spazzatura spappolati e mezzo aperti, scarti di lavorazioni manifatturiere accatastati ai bordi, pezzi di mobilio in disuso, copertoni di auto, lamiere arrugginite e ormai indistinguibili.
È la mia strada e io non l’ho mai vista. Perciò mi perdo sempre! Perché non vedo. Guardo ma non vedo. Leggi tutto…

MIMMO SAMMARTINO racconta IL PAESE DEI SEGRETI ADDII

MIMMO SAMMARTINO racconta il suo romanzo IL PAESE DEI SEGRETI ADDII (Hacca edizioni)

di Mimmo Sammartino

mimmo-sammartinoIn principio c’è una storia d’Appennino.
Un sacrificio rituale che si compie in un borgo qualunque. Un posto di malinconia, malato di disfacimento. Un paese del margine e della dimenticanza. Solo un luogo così è capace di riconoscere i prodigi.
È un angolo sperduto della terra, refrattario alla storia e alla geografia. Dove tutt’al più la storia, quando proprio è costretta a lasciarsi intravedere nella sua lontananza, arriva come un’eco fievole che però non risparmia i dolori.

In principio ci sono le ordinarie miserie e i sogni indomabili di una folla di anti-eroi che si guadagnano, con fatica, la dignità di essere nel mondo. Solitudini che qualche volta si prendono per mano in un surreale girotondo di sgomenti e meraviglie.

In principio c’è una terra di fuga.
Ci sono donne e uomini in precario equilibrio sul ciglio dell’abisso, in un estenuante andirivieni tra il posto delle origini e l’altrove. Tra amori e disamori, invidie, rivalità e tradimenti, fratelli che si negano e si ritrovano, padri e figli che si sono perduti. Tra la terra dei vivi e un oltremondo familiare. Domestico, come può esserlo per chi, tra i dimenticati della terra, gioca una partita a carte con la morte a ogni sorgere del giorno.
L’interrogativo che incombe su queste peregrinazioni resta sempre lo stesso: può esistere davvero una terra di ritorno? Nella storia o fuori della storia. Nel tempo della vita negata, o nel tempo sospeso (tempo fuori del tempo). Nel tempo che appartiene all’immaginario. Al mito. Al suo spazio sacro, necessario e impossibile. Il tempo del racconto, luogo nel quale anche la storia trova senso e compimento. Si conferma nei suoi simboli. Nei suoi significati.
Una domanda che resta aperta. Leggi tutto…

I TERSITE ROSSI raccontano I SIGNORI DELLA CENERE

I TERSITE ROSSI raccontano il loro romanzo I SIGNORI DELLA CENERE (Pendagron)

I Signori della Cenere, genesi di un romanzo

di Tersite Rossi

https://i0.wp.com/www.pendragon.it/images/upload/copertine2016/covertersite2.jpgAttraversare Milano, di notte, dopo aver presentato un libro, il nostro romanzo d’esordio, che parla di trattativa, mafia e Stato. Attraversarla col timore referenziale di chi “diecimila abitanti sono già troppi”. Attraversarla nel 2010 e chiedersi “che ci facciamo qua” e “dove andremo”. Filosofia tascabile, tra uno sbadiglio e la pancia gonfia da trasferta, che ti costringe a fare i conti con la vita e l’età adulta, quella dai trenta in poi per intendersi.
Può nascere anche così un romanzo. Sulle ceneri di un romanzo appena scritto e già desideroso di diventare altro. E con la consueta urgenza di raccontare quello che ci sta attorno e ci inquieta, perché – come ci hanno insegnato i maestri della solita filosofia tascabile – “se ai fantasmi dai un nome, smettono di fare paura”.
L’inquietudine è quella data dalle devastazioni della scienza triste, l’economia del tutto e il contrario di tutto, delle vittime in strada e dei carnefici nei salotti. Ed è data pure da lunghe discussioni tra Tersite e Rossi sui fondamenti della monogamia, sul significato sociologico del calcio, oppure più banalmente sull’origine del male. Leggi tutto…

ELENA VARVELLO racconta LA VITA FELICE

ELENA VARVELLO racconta il suo romanzo LA VITA FELICE (Einaudi)

Un estratto del romanzo è disponibile qui

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di Elena Varvello

Avevo nove o dieci anni ed ero una bambina solitaria, con i capelli corti, troppo alta e sempre un po’ accigliata, silenziosa. Volevo diventare una scrittrice – ricordo che credevo fermamente che avrei scritto un romanzo – e non ho fatto altro che volerlo, per buona parte della vita. Volevo diventarlo, ma non avevo idea di che significasse. Non l’ho saputo per trent’anni. È stato quando ho cominciato a scrivere La vita felice, è stato allora che ho capito. Avevo pubblicato poesie, una raccolta di racconti e due romanzi, ma è stato con Elia e con suo padre, la loro storia nell’estate del 1978, che ho smesso di volerlo diventare.

La vita feliceNon è una cosa facile spiegarvi ciò che intendo e so che può sembrare un paradosso. Potrei provare a dirvelo così: tutti vogliamo innamorarci, tutti speriamo, magari senza ammetterlo, d’imbatterci nella persona giusta. È un nostro desiderio. E quando questo accade (passato quel trambusto che segna i primi tempi), all’improvviso siamo lì, come se finalmente avessimo trovato casa, e c’è una bella differenza. Non sto dicendo che sia meglio né tantomeno che sia peggio: dico soltanto che è diverso. Ci sono un sacco di questioni che non avevi immaginato, certo, e si presentano problemi che non avevi messo in conto, ma adesso sai che è la tua vita, che sei dentro la vita, e c’è una certa quiete, c’è una bellezza nuova.

In questo senso, con Elia, ho smesso di volerlo diventare ed è arrivata quella quiete, quella bellezza nuova. Non sto parlando di successo o del sentirsi realizzati – non m’interessa, il punto non è questo. Non sto parlando neppure di talento: non ho alcuna teoria riguardo alla scrittura, come non ho teorie riguardo a quello che chiamiamo amore. Elia non ha teorie riguardo al proprio padre: non può che raccontare la sua storia. Dal mio punto di vista, ormai – è questo quello che intendevo – esistono le storie, punto e basta. Esistono soltanto le persone e quello che succede alle persone, esistono i ricordi, le paure, i sogni e le speranze. Esistono i segreti. Le cose che si dicono e quelle che si tacciono. E c’è mistero in ogni attimo, in ogni giorno che viviamo. Leggi tutto…

MARCELLO SIMONI racconta la trilogia de L’ABBAZIA (Newton Compton)

MARCELLO SIMONI racconta la trilogia de L’ABBAZIA (Newton Compton)

Il terzo libro della trilogia, da poco in libreria, è “L’abbazia dei cento inganni“. Le prime pagine sono disponibili qui…

di Marcello Simoni

Trasformare un flusso storico in narrativa. Credo sia stato questo il primo pensiero che mi ha portato a scrivere una trilogia dedicata all’abbazia di Pomposa. Il Medioevo è talmente vasto e sfaccettato da poter essere a malapena concepito come un’epoca a sé stante. Ciò nonostante ambivo a racchiuderlo tutto in mille pagine, fra le pareti di un monastero che facesse da sfondo alle mie trame. Pareti affrescate da straordinarie immagini gotiche che ho amato fin da bambino, quando ancora non sapevo nulla di monachesimo benedettino, di iconografie bibliche, di età feudali, né tantomeno di narrative di genere. La fascinazione però mi aveva già colpito, spingendomi a fantasticare su quel luogo antico. Anzi, remoto.
undefinedÈ stato grazie alla fascinazione di quel bambino se sono riuscito a descrivere le gesta del cavaliere Maynard de Rocheblanche, giunto nei panni di viandante presso il claustro pomposiano. La mia prima operazione è stata recuperarla, riviverla, cercando di lasciare che le ore, i giorni e i mesi di documentazione scivolassero sotto i miei piedi per acquisire l’inconsistenza di una nuvola. A quel punto, mi sono lasciato trascinare dalle vicende umane. Del cavaliere, sì, ma anche della sua sfortunata sorella, del giovane pittore e dell’abate senza fede. Sono stati loro a trasportarmi in un mondo di cui inizialmente scorgevo soltanto i contorni, a intrappolarmi davanti alla tastiera per circa due anni di scrittura. Leggi tutto…

SARA RATTARO racconta SPLENDI PIÙ CHE PUOI

SARA RATTARO racconta il suo romanzo SPLENDI PIÙ CHE PUOI (Garzanti) – romanzo vincitore del Premio Rapallo Carige 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

di Sara Rattaro

È capitato per caso. In un giorno qualunque, l’ho incontrata. Mi ha fermata, timida ma decisa.
“Ho una storia da raccontare. Una storia importante. Sono stata sequestrata per sei anni da mio marito”.
Ho sospeso il sospiro come se stessi toccando qualcosa di fragile, qualcosa che si può rompere, qualcosa che mi spaventa.
Così Emma mi ha raccontato la sua storia. La stessa storia che riguarda la vita di tantissime donne. Ogni donna sa di cosa parlo, ogni donna sa cosa significa aver paura della violenza, cosa significhi badare a se stesse, non andarsela a cercare. Già, siamo cresciute così. Dobbiamo imparare in fretta a vestirci, a sorridere, a dare confidenza in modo adeguato perché se ci accade qualcosa di brutto, la colpa rischia di essere solo nostra.
Emma mi ha raccontato tutto, anche quello che è difficile spiegare. Il perché.
Perché l’uomo che ami, che scegli, che difendi, si trasformi nel tuo carnefice. Perché sia così difficile andarsene al primo schiaffo, perché ci sentiamo in colpa, perché pensiamo di poterci salvare da sole. Perché è tutto così inspiegabile? Perché mentre raccogli le forze per salvarti la vita devi ancora fare i conti con i pregiudizi e la cultura. Già, perché?
Sei anni sono tanti.
Mi sono seduta davanti a lei e ho ascoltato. Ho ammirato il coraggio di una donna decisa a relegare il suo passato dove deve stare, laggiù lontano da dove lo si possa vedere o sentire. Leggi tutto…

LETIZIA TRICHES racconta I DELITTI DELLA LAGUNA

LETIZIA TRICHES racconta il suo romanzo I DELITTI DELLA LAGUNA (Newton Compton)

di Letizia Triches

Molti anni fa, per motivi di studio, ho vissuto qualche mese alla Giudecca. Trascorrevo buona parte delle giornate dentro la biblioteca Marciana, riservando il tempo restante alla frequentazione di chiese, gallerie e musei – come si conviene a un’inguaribile studiosa d’arte –, ma la sera non vedevo l’ora di riprendere il vaporetto per tornare a casa. Mi piaceva l’idea di restare a Venezia pur allontanandomi da lei, e la Giudecca era l’ideale per quello scopo. Dalle sue rive potevo godere di un perfetto skyline della Serenissima. Fu allora che, per la prima volta, venni attraversata da un’intuizione, in apparenza scontata.
«Venezia è un’isola!», ricordo di avere esclamato all’improvviso, sotto lo sguardo ironico del cameriere. Mi aveva appena portato uno spritz, mentre avevo gli occhi fissi sul grande canale della Giudecca, attratta dal tramonto viola che si adagiava sulla laguna. La consapevolezza dell’isola mi accompagnò per tutto il tempo della mia permanenza lì, riservandomi una leggera inquietudine, di cui solo io conoscevo la natura.
Almeno fino al momento in cui non ho deciso di trasferirla in Giuliano Neri. Ma cosa direbbe il protagonista dei miei romanzi in un’improbabile intervista? Leggi tutto…

GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE

GESUINO NÉMUS racconta LA TEOLOGIA DEL CINGHIALE (Elliot edizioni), Premio Campiello Opera Prima 2016 (e il nuovo romanzo: I bambini sardi non piangono mai)

di Gesuino Némus

«I libri mi hanno salvato la vita e mi hanno reso umano; e, quando vi sentite giù di morale, prima di andare in farmacia, entrate in una libreria. Provateci! Spendete di meno e vi divertite di più».

Quando, il 14 maggio del 1970, scrissi la prima paginetta della Teologia del Cinghiale, mai avrei immaginato che non ci sarebbe mai più stato un solo giorno della mia vita in cui non avrei scritto qualcosa sul mio quaderno “cinese”, così bello, nero, con la copertina in Bristol rigido e bordato di rosso. Compivo 12 anni e, solo al mondo, nel dormitorio di un collegio in un paesino dell’Ogliastra, Sardegna Orientale, firmai quella paginetta sul mio quaderno, in “bella e ornata grafia”, come Gesuino Némus; perché “nessuno” ero allora, a rappresentare le vite dei bambini emarginati, che sognavano di andare sulla luna, vestiti da astronauti. Scrivere era diventata la mia intima e privata felicità: non far leggere mai niente a nessuno, un dogma. Perché così è stata la mia vita: una continua, nevrotica, ossessiva ricerca dell’anonimato più totale.

«Perché questa è la vita degli scrittori. Passare la metà della propria esistenza a cercare spasmodicamente di farsi conoscere dall’umanità e, quando ci si è riusciti, trascorrere l’altra metà a nascondersi e maledire per sempre il momento in cui si è desiderata la notorietà. Ma tu, Gesuino, non farai mai questo errore, vero? Fregali tutti. Fai il contrario. Non far leggere mai niente a nessuno, neanche a me. È un dogma, hai capito? Vedrai che dopo morto diranno che eri un genio. Non si discute. Stai solo attento ai parenti, che spuntano come funghi a reclamare diritti».

«Ma don Co’, io solo al mondo sono… non ho padre né madre».

«Nella realtà, Gesuino. Ma in letteratura può succedere di tutto!».

Me la disse don Co’, questa frase, uno dei protagonisti del romanzo, il prete gesuita che si prese cura di me e dell’unico amico che abbia mai avuto, Matteo Trudìnu, il “piccolo tordo”, che mi sorrise sempre e mai mi disprezzò per il fatto di essere figlio di un pastore analfabeta e d’essere nato poverissimo in una casa senza acqua, luce né gas, e del mio ritardo mentale. Leggi tutto…

MASSIMO LUGLI racconta STAZIONE OMICIDI

MASSIMO LUGLI racconta la sua trilogia noir STAZIONE OMICIDI (Newton Compton)

Massimo Lugli

di Massimo Lugli

Un’amicizia impossibile tra un ragazzo della buona borghesia romana e il ladruncolo, schiavo dei rom, che si è intrufolato in casa sua per rubare qualcosa. Due destini che sembravano opposti e che finiscono per unirsi in un legame indistruttibile. Una gang raccogliticcia, improbabile, composta da cinque personaggi che più diversi non si può, destinata, incredibilmente, a salire fino al vertice della malavita romana. Una nuova droga che stravolge completamente il mercato e diventa il business principale della criminalità capitolina. E…
Gli ingredienti sono questi. Se li ho amalgamati, cucinati e preparati in modo da far gola al lettore non sta a me giudicarlo, lo posso soltanto sperare. Come per ognuno dei miei romanzi, ci credo ciecamente e ci ho lavorato come se, per usare le parole del mio autore di culto, Mario Vargas Llosa, fosse l’ultimo libro della mia vita.
undefinedMa questa trilogia, intitolata Stazione omicidi, Vittima numero 1, 2 e 3, in uscita tra giugno e agosto, è stata veramente una sfida, la più dura da quando ho cominciato ad affiancare una piccola, ma ambiziosa attività di narratore a quella del cronista di nera, mestiere che ho amato senza riserve per quarant’anni e che continuo ad amare perdutamente anche ora che sono in pensione.
Tre romanzi da scrivere in meno di un anno sono veramente roba tosta. Una faccenda da toglierti il sonno e l’appetito, se la prendi male. L’idea iniziale era quella di condensare le avventure di Flavio, Vasile, Jean Luc, Marzia e Felipe, i cinque protagonisti principali della storia, in un unico libro, magari un po’ più corposo dei miei precedenti undici, ma, comunque, uno soltanto. Il mio editore, quando gli ho abbozzato la trama la vedeva diversamente. «Be’, facciamone tre», ha concluso Raffaello Avanzini con la solita,  sbrigativa, bonomia. «Dacci dentro e vedrai che ci riesci». Visto che non mi è venuta in mente nessuna risposta intelligente e salace per rifiutare, ho acconsentito. Insomma, sono entrato in una stanza con un progetto e ne sono uscito venti minuti più tardi con un piano di lavoro triplicato. Arrivato a casa, mi sono domandato seriamente se ero uscito di testa a dire di sì, poi ho acceso il pc e mi sono messo a lavorare. Alla fine, cosa di cui vado fierissimo, ho consegnato i manoscritti (ma perché diavolo continuiamo a chiamarli così? Insondabili misteri del mondo editoriale) un mese prima della scadenza prevista. E, a 61 anni suonati, ho capito una cosa: se qualcuno ti sa spronare sul serio, ti sa motivare, non ci sono ostacoli che tengano. Grazie, Raffaello. Leggi tutto…

WIDAD TAMIMI racconta LE ROSE DEL VENTO

WIDAD TAMIMI racconta il suo romanzo LE ROSE DEL VENTO. Storia di destini incrociati (Mondadori)

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Widad Tamimi

Mio nonno perse la vista subito dopo la pensione. La cecità lo faceva sentire solo, in una sorta di isolamento esistenziale che lo imprigionava nei ricordi, quelle immagini vicine al cuore che non hanno bisogno di luce per essere indagate. A volte si trattava di memorie dolci, soavi, che lo rendevano leggero come il bambino che era stato a Trieste negli anni venti. Altre volte il suo volto si copriva di ombre: il passato restituiva anche i dolori, da cui, senza le distrazioni che il perimetro e i colori della vita esterna possono offrire, prendeva a fatica le distanze.
Gli facevo compagnia perché si sentisse meno solo, mi raccontava della sua vita, ed io lo ascoltavo per ore seduta sul divano della sua casa di Como.
Finalmente comprammo un piccolo registratore e le cassette di una volta. Decidemmo che si trattava di un vero e proprio progetto, e che io ne avrei tenuto le redini, nella veste di intervistatrice. Fui onorata di questo riconoscimento: mio nonno non cedeva facilmente il controllo, lasciarsi guidare da me significava riporre una grande fiducia in me.
La domenica successiva mi presentai a casa sua con una scaletta di temi e domande. Non solo, elencai anche un preciso numero di regole che avrebbero limitato il nostro lavoro. A mio nonno piacevano i contratti e accolse il regime professionale con serietà.
Cominciammo dall’albero genealogico. La famiglia Weiss – Schmitz aveva alle spalle una storia affascinante, e i personaggi su cui soffermarsi a lungo non mancavano. Poi passammo alla musica, alla letteratura, alla psichiatria. Guardammo le foto delle case in cui abitarono, parlammo del fascismo e infine dell’esilio.
Un giorno in compagnia di suo fratello parlammo del valore della musica nella famiglia. Piero era un pianista, abitava in America, insegnava presso l’Università di Baltimore. Ogni anno raggiungeva l’Europa, dove si ritirava per lunghe ore di studio. I due fratelli, all’epoca entrambi ottantenni, mi sembrarono due bambini messi l’uno affianco all’altro. Mi raccontarono del violino della madre, la mia bisnonna. Prima di imbarcarsi sull’ultima nave che li portò a New York da Londra nel 1939, la mia bisnonna decise di liberarsene, come ad infliggersi un sacrificio in nome di una speranza silente. Un atto di redenzione, forse.
Le versioni dei loro ricordi non coincidevano perfettamente, eppure alcuni particolari erano identici. A tratti bisticciarono, poi, però, piansero entrambi.
Soffrii con loro, e inevitabilmente pensai a mio padre, che, sulle note di una storia apparentemente diversa, era stato segnato da un destino molto simile al loro.
Mentre il mio nonno materno, ebreo triestino, tornava dal suo esilio contro il volere di tutta la famiglia per ristabilirsi in Italia, patria che amava, mio padre, palestinese, diventava profugo a sua volta. Leggi tutto…

CATENA FIORELLO racconta L’AMORE A DUE PASSI (Giunti)

CATENA FIORELLO racconta il suo romanzo L’AMORE A DUE PASSI (Giunti)

Un estratto del romanzo è disponibile qui

di Catena Fiorello

L’amore a due passi” è nato un giorno d’agosto di due anni fa, davanti alle cassette della posta del palazzo dove abito. Eravamo fermi in tre lì nell’androne, io e due condomini che saluto di tanto in tanto. Due. Universi sconosciuti, eppure abituati alla vicinanza, quella fisica per intenderci, scaturita dalla necessità; quotidianità che ci sfiora, a volte senza interesse, altre con curiosità. Li ho guardati, e li ho visti tristi, loro e quegli sguardi languidi da cui si facevano rappresentare, e forse anche disperati. Non ho resistito alla tentazione di immaginarmi qualcosa di diverso.
Chi c’era dietro quei corpi che pensavo di conoscere? Che tipo di tristezza albergava in loro? Si sentivano soli? Desideravano essere altrove?
A un certo punto della vita non ci pensi più, non ci credi più, e non ti concedi nemmeno l’alternativa di un miracolo possibile.
È già storia la felicità. La sposti dal “potrebbe accadere ancora” che alcuni ti fanno intendere praticabile. Non c’è, e dunque ritiri la posta, volti le spalle e ritorni a casa, più solo che mai.
Mentre io, già fuori dal portone, gli concedevo una chance, architettavo una storia con le prime parole.
L’amore.
È stato inevitabile. L’amore che tutto può, se vuole.
Anche illuminare le scale di un palazzo immerso nel silenzio dell’estate più soffocante, che risucchia la gioia tra stanchezza atavica e sudore, bisbigli e saluti conditi dalla noia. Spossatezza che non vuole saperne di cedere il passo alla gioia pura. Leggi tutto…