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I 25 anni di KAMEN

aprile 11, 2016

KamenI 25 anni di KAMEN: rivista Internazionale di Poesia e Filosofia

Domenica 24 aprile, alle ore 18,00, alla Sala Cultura del Municipio di Codogno, in via Vittorio Emanuele II al n. 4, promossa dal Comune di Codogno e dalla LUB Università del Bassolodigiano e, nell’ambito delle iniziative 15 – 27 aprile Primavera Festa della Cultura e dell’Arte, si terrà la manifestazione I 25 anni di Kamen’. Rivista Internazionale di Poesia e Filosofia. La rivista nata in città nel 1991 e con una redazione internazionale è giunta al suo quarantanovesimo numero (n. 48 gennaio 2016) ed ha una diffusione internazionale che tocca i centri di ricerca, gli studiosi e le biblioteche di oltre 50 Paesi.
Il numero in distribuzione plurilingue presenta le sezioni di Giornalismo e Letteratura, Poesia, Materiali, è dedicato a Francesco Giarelli, Margherita Rimi e Ursula Le Guin.
Di questa esperienza parleranno Amedeo Anelli direttore e fondatore,  Guido Oldani, poeta e direttore della collana “Argani” di Mursia, Stefania Sini, redattrice e docente di Letterature Comparate presso il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università del Piemonte Orientale, sede di Vercelli, Gianni D’Amo, redattore, ed altri amici e collaboratori.

Di seguito, Amedeo Anelli ci racconta la storia di Kamen.

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Quando e perché nasce «Kamen’»

di Amedeo Anelli

«Kamen’» è nata nel 1991 per ripensare la forma «rivista» e in specie la forma «rivista di poesia». I redattori, da posizioni diversificate e per interessi specifici, avevano trovato un terreno comune d’intesa a chiusura di esperienze di lavoro culturale collettivo. Nella redazione erano Amedeo Anelli, Luigi Commissari (†), Daniela Cremona, Gianni D’Amo; a questi per spontaneo sentire si sono uniti altri intellettuali, italiani come Daniela Marcheschi, poi Stefania Sini, Angelo Genovesi, e stranieri di prestigio internazionale come Birgitta Trotzig (†), Christine Koschel, Richard H. Weisberg, Luisa Marínho Antunes. Concordavano tutti nel denunciare la dissignificazione delle strutture culturali e sociali che, negli anni Ottanta, appariva in fase acuta, per lenta e lontana maturazione dei malesseri del Novecento e della modernità. Si constatava sul campo che nelle riviste di quegli anni, nel loro lampeggiare e proliferare, era un calo di progettualità a lunga “gittata”, se non un misconoscimento della pluriaccentuatività delle strutture culturali, della complessità delle stesse e delle tradizioni molteplici. In nome del monologismo, dell’identificazione della Tradizione con la Storia, le tradizioni erano travolte da un progressivo processo controprassistico di svuotamento e occupazione di ogni interstizio mediale. La specie più diffusa nella “botanica” delle riviste, segnatamente letterarie ma non solo, di ambito non accademico e accademico (la cui analisi comporterebbe considerazioni aggiuntive), era la rivista contenitore o almanacco: bric à brac di evenienze, di occasioni, opportunità e opportunismi, una mortificazione dell’eventualità dell’esistente, disgiunto da qualsiasi accadimento e poetica se non in forma mortuaria e di registrazione catastale. Mancavano l’approfondimento, la sistematicità di scelte tali da offrire riflessioni, interpretazioni, dissensi o consensi forti che non fossero semplice presa d’atto di lavori in corso. Bisognava riaffermare un principio di responsabilità della cultura e nella cultura, un pensiero vòlto a “cambiare il cambiamento”, non ad esserne passiva pedina. Soprattutto era debole l’idea di poesia pur nell’attivismo delle riviste. Per tale visione forte della cultura e dell’intellettuale si decideva la formula monografica, che permetteva di affrontare i vari argomenti nel modo più completo ed approfondito. Da qui la scelta di dedicare numeri diversi a un argomento di particolare importanza culturale: come nella serie dedicata a Giacomo Noventa o a Dino Formaggio. Ritenevamo inoltre che, per tempi di lettura del lettore colto e specialistico e di ogni altro affezionato, la periodicità dovesse essere perlomeno semestrale e che l’uscita dovesse essere vincolata, al di là delle contingenze, a numeri in cui fosse qualcosa di valido da sottoporre alla pubblica attenzione. Si voleva insomma evitare l’effetto “Grand Hotel”: la rivista da sfogliare, da leggiucchiare, ma da non leggere integralmente, non da meditare. La pietrosità della rivista (Kamen’: dal russo “pietra”, omaggio alla raccolta di versi di Osip Mandel’štam, ma anche simbolo forte di parola) ne usciva incrementata. L’intenzione era porre l’accento sulle tradizioni della poesia di pensiero a forte radicamento etico, senza equivoci col pensiero poetante, e questo per l’avversione verso poetiche di origine idealistica radicate nelle aporie romantiche della modernità da denunziare e tentare di sanare. «Kamen’» è diventata così più che una rivista, cioè un progetto internazionale plurimo e un’ampia comunità di ricerca sulle tradizioni europee e non solo, avendone un senso progressivo e guardando innanzi tutto a quelle avvenire, ma con il sentimento che sia sempre possibile una protenzione inversa dal futuro al presente. Si sono tradotti poeti di varie geografie, inediti o poco conosciuti in Italia; alcuni sono poi entrati nella redazione. Fra loro Karin Boye, Birgitta Trotzig, Christine Koschel, Maria Lainà, Inger Christensen, Urszula Koziol, Lidija Vukčević, Francisco Brines, Carlos Contramaestre, Herberto Helder, António Ramos Rosa, Innokentij F. Annenskij, Aleksandar Ristović, Vitorino Nemésio, Maria Polidouri, Jurgis Baltrušajtis, Luís Carlos Patraquim, Arménio Vieira, Magnus William-Olsson, Paruir Sevak. Per gli italiani è un discorso a parte. C’è un enorme lavoro da fare sul Novecento in sede storiografica, per la crisi in cui versa l’Italianistica, che in questa sede non si può discutere. Bisogna lavorare sul Novecento per restituirlo alla molteplicità delle tradizioni. Da qui l’attenzione a Carlo Michelstaedter, Giacomo Noventa, Rodolfo Quadrelli, Alfonso Gatto, Romeo Giovannini, a Giuseppe Pontiggia e a Giancarlo Buzzi, per valorizzare autori non epigonali, che si muovono in tradizioni forti o eccentriche rispetto alla vulgata odierna. Riguardo a tale vulgata, e per scorcio, la situazione della poesia italiana dagli anni Sessanta sembra muoversi fra estetizzazione della vita e politicizzazione dell’arte, deprivandosi di valori e significati. Un esempio è l’ultimo Montale, che parte da un abbassamento stilistico e teorico verso la prosaicità e la minimizzazione crepuscolare, dopo aver mantenuto non pochi residui d’ambito simbolista. In parte della poesia italiana restano forme esaurite della linea simbolista-decadente; con grande ritardo rispetto alle tradizioni dell’Europa. Salvo poche eccezioni, questa poesia tende a ripetere moduli e temi ormai notori, tanto che tale processo di estenuazione assume oggi effetti mostruosi e grotteschi. C’è un autorispecchiarsi che non fa poesia e non forma il pubblico. Tale fenomeno è aggravato dall’atteggiamento nichilistico se non opportunistico della critica, che ha abdicato al proprio ruolo e che spesso manca di visioni autentiche della Letteratura». Tra gli autori europei di lingua italiana, oltre ai già citati, in tempi non sospetti, sono stati pubblicati: Guido Oldani, Giampiero Neri, Remo Pagnanelli, Pier Luigi Bacchini, Elio Pecora, Anna Cascella, Cristina Annino, Roberto Piumini, Nanni Cagnone, Sandro Boccardi. Assunta Finiguerra, Luigi Commissari. Un lungo discorso bisognerebbe fare sulle sezioni di filosofia e di materiali in un’articolazione plurima di saperi e contro ogni scissione fra cultura scientifica e letteraria, ma su questo invito alla consultazione degli indici.

[da “Il Cittadino” del 4/3/2016]

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Amedeo Anelli è nato a Santo Stefano Lodigiano nel 1956, ma dallo stesso anno è residente a Codogno. Si occupa di poesia, filosofia e critica d’arte collaborando con artisti, centri culturali e organizzando numerosi cicli di mostre ed altre manifestazioni. Ha fondato e dirige la rivista internazionale di poesia e filosofia «Kamen’». Ha pubblicato diversi libri (suoi scritti sono tradotti in russo, francese, svedese, inglese e portoghese).

 

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