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PATRICK FOGLI racconta A CHI APPARTIENE LA NOTTE

marzo 3, 2018

PATRICK FOGLI racconta il suo romanzo A CHI APPARTIENE LA NOTTE (Baldini + Castoldi)

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di Patrick Fogli

Scrivo queste righe mentre fuori nevica.
È un caso, è ovvio, però se ci rifletto è il momento migliore per tentare di mettere in fila la strada che ha portato A chi appartiene la notte a diventare un romanzo.
Senza l’Appennino reggiano, la mia casa, la mia vita traslocata dalla pianura, questa storia non sarebbe nata.
È la prima volta che non c’è nemmeno una riga su Bologna, nemmeno nella mia testa, nell’immaginario che ha dato origine a luoghi inventati.
È una storia che arriva in fondo a un periodo difficile, non solo per i tre anni di silenzio editoriale. Un periodo in cui ho anche pensato che non avrei più scritto.
In fondo la vita ha le sue stagioni. Poche cose durano per sempre.

Poi è arrivata la Pietra.
C’è la Pietra di Bismantova all’inizio di tutto.
Non solo della storia, nella notte in cui si decide il destino di Filippo e con cui si apre il romanzo, ma dell’idea, dell’ipotesi senza forma che, molti anni fa – credo cinque – ha cominciato a balbettarmi in testa.
Una notte di stelle, una notte d’estate, un adolescente in cima a un luogo impossibile, una scogliera di mille metri, sopravvissuta ai tempi in cui tutto era mare, dalla Liguria a Venezia, un destino che si gioca in un istante, i pochi secondi in cui il suo corpo buca i trecento metri di dislivello e precipita. E sua madre alla finestra, una sigaretta in mano e la stessa notte davanti, a consumare il tempo una boccata lenta dopo l’altra, gli occhi fissi a quella sagoma più scura in lontananza – sempre lei, la Pietra, la montagna del Purgatorio o la montagna del Diavolo – in cui, nello stesso istante, la vita di suo figlio finisce.
Non avevo nient’altro, allora. Non era ancora il suo tempo.
Con le storie, almeno per me, funziona così.

Un giorno è arrivata Irene.
Irene era una giornalista, scoperchiava pentole, indicava colpevoli, tendeva fili impercettibili fra domande e risposte, proprio dove sembrava non ci fosse spazio. Poi, il tracollo, l’errore, la fine, il desiderio di fuggire a tutto, andarsene dal mondo, nella speranza, presuntuosa e vana, che il mondo la rimpiangesse più di qualche istante.
Un mondo che non aspetta nessuno e non rimpiange nessuno, riempie con una sagoma lo spazio vuoto, lascia che il tempo scorra e tutto si attenui.
Irene se ne va, cambia vita. L’Appennino reggiano, la casa di sua nonna, un’altra esistenza. Poche cose durano per sempre.
Toccava a lei ripercorrere la vita di Filippo, riavvolgere l’esistenza ignota di un adolescente, cercare un senso nell’incomprensibile. E, allo stesso tempo, riappropriarsi del suo posto nel mondo. Spazio, pensieri, esistenza. Luoghi.

Poi è arrivata una domanda.
Di solito è il momento buono, il punto in cui la storia può diventare qualcosa di più di un passatempo delirante. È la verità o la finzione, quella che influisce di più sul nostro modo di vivere? Parlo di singoli e di società, di vita pubblica e privata. Vale più una storia ben raccontata, un improbabile complotto, una visione suggestiva, ma indefinita o un fatto, nudo, crudo, vivo, appoggiato per terra e con fondamenta ben scavate? È quello che ci piacerebbe fosse accaduto o quello che è accaduto davvero? Quello che vorremmo o quello che è?

Prima, fra Irene e quella riflessione, erano affiorati gli altri personaggi principali. Il Pittore e le sue statue. Tibia e lo Snoopy’s. Le feste, le storie e le leggende – questo è un romanzo anche di storie, di epoche lontane o lontanissime, di tradizione orale che non scompare mai. Dorina, la madre di Filippo e Filippo stesso e suo nonno, ma è solo con quella domanda che ho aperto il taccuino e cominciato a prendere appunti. A un certo punto diventa una necessità e so che scriverò la storia. Che qualcuno la voglia pubblicare è tutta un’altra faccenda, ma ho voglia di scriverla, avevo voglia di scriverla. E ho capito che è di quello che avrei raccontato, verità e finzione, realtà e immaginazione, storie millenarie che potrebbero essere vere, il confine labile, impercettibile, ondulatorio, fra follia e normalità. In quel recinto si muoveva una visione del mondo e la storia, lì dentro stavano tutti i personaggi, il racconto di come ci si prenda cura della vita, la tua e quella degli altri, i demoni, i rimpianti, le storie indicibili e le fandonie, i racconti degli anziani e i miti ancestrali, compresi gli Antichi e il loro Creatore, che avrei raccontato senza citarlo.
Mi accade sempre, quando scrivo di finzione.
Arriva la storia, la risposta, poi l’origine della storia, la domanda.

Ho preso appunti per mesi e una notte, prima di andare a letto, lo spazzolino in mano e il silenzio tremolante dell’Appennino fuori dalla finestra, quel nulla sussurrante in cui si riappacifica il giorno, ho avuto l’idea dell’incipit.
Ogni storia inventata contiene una storia vera.
Ho preso lo smartphone e scritto le venti righe che sono diventate la prima pagina del romanzo.
Non avevo ancora un file, stavo facendo ricerche, buttavo giù pezzi di frasi a penna, riempivo pagine, rileggevo, guardavo fotografie. Ma qualcosa era cominciato.
La mia vita era cambiata, sono cambiati i luoghi in cui ho scritto e c’era una cosa che avevo sempre addosso, nei mesi a cavallo fra inverno e estate in cui la storia è spuntata fuori, più lunga di quanto immaginassi.
Il silenzio.
Se decidi di vivere in una frazione di un paese di poche migliaia di abitanti, non più collina, non ancora montagna, è col silenzio che devi fare i conti, è la grammatica che delinea ogni significato del tempo. Quello che accade, lo fa in una pausa fra due lunghi attimi di quiete. E ogni volta che rileggo qualcosa di A chi appartiene la notte, avverto lo stesso silenzio.
È qui anche adesso, mentre fuori nevica.
È tutto meno magico di quanto sembri a raccontarlo.
Ma è proprio quello, in fondo, il bello delle storie.

(Riproduzione riservata)

© Patrick Fogli

 

La scheda del libro

Irene Fontana è una giornalista d’inchiesta, messa fuori gioco dalla sua ostinazione a svelare corruzioni e tutelare i diritti dei cittadini. La Contessa è la casa di sua nonna, la casa delle sue vacanze di bambina. Due piani in sasso e una mansarda, in cima a una delle colline dell’Appennino reggiano. Su tre lati, ettari di campi a coltivazione. Sul quarto, il bosco, l’unica terra che non le appartiene. È tornata a vivere lì. Tutto il suo mondo era crollato in meno di un mese e in quello che restava non c’era nulla che le interessasse. Così, ha ricominciato dall’inizio.
Filippo cade dalla Pietra di Bismantova una notte d’estate. Irene è lì, per puro caso, il giorno dopo, quando rimuovono il suo corpo.
La madre del ragazzo non crede al suicidio e chiede aiuto a Irene. Lei parte dalla vita di Filippo, dai suoi amici, dalle sue frequentazioni. Scopre un locale, lo Snoopy, dove nel giorno di chiusura si organizzano festini piuttosto estremi. Incontra un uomo, il Pittore, un artista che vive isolato in una casa museo, in compagnia della sue sculture da incubo. Questa è, in verità, solo una parte di un quadro ben più complesso che parte da lontano. Un patto fondato nel dopoguerra per garantire prosperità. Cinque famiglie, in cinque frazioni diverse dell’Appennino, giovani vite in cambio di un futuro più saldo. «Uno per generazione, perché il patto si trasmette e si eredita. Una vita per la vita di tutti. Bisogna prenderli giovani, quando hanno tutta la vita davanti, il potenziale integro.» Inseguire la vita di Filippo si trasforma in una discesa all’inferno. Ma ciò che appartiene alla notte, appartiene alla notte, le illusioni durano un istante e quando se ne vanno non sono mai esistite. Come i sogni, i miraggi, i miracoli, i demoni.
Fogli scrive il suo romanzo più convinto e convincente, con quel nero che è il colore degli incubi, ma è anche il sordo rumore della verità, il primo da imparare a distinguere.

 

Patrick Fogli è nato e vive a Bologna (1971). Ha esordito con Lentamente prima di morire (2006), un romanzo che ha ottenuto molto successo e altrettanti riconoscimenti. Successivamente ha pubblicato L’ultima estate di innocenza (2007) e Il tempo infranto (2008), consacrandosi come uno fra gli scrittori italiani più sensibili al mistero e ai lati inquietanti della psiche umana ma anche della vita civile. Con Stefano Incerti ha scritto la sceneggiatura di Neve, il film del regista napoletano.

 

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