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NOVELLE ITALIANE, di Jarosław Iwaszkiewicz (intervista al traduttore)

febbraio 10, 2015

NOVELLE ITALIANE, di Jarosław Iwaszkiewicz (21 Editore – traduz. di Dario Prola)

di Massimo Maugeri

Tra i compiti affidati alla piccola editoria di qualità c’è anche quello di portare (o riportare) alla luce testi del passato meritevoli di essere letti e riletti e che – viceversa – rischierebbero di rimanere sconosciuti o (se già pubblicati) di precipitare nell’oblio.
Jarosław Iwaszkiewicz (Kalnik 1894 – Varsavia 1980) è considerato uno dei maggiori scrittori polacchi del secolo scorso. Eppure sono in pochissimi a conoscerlo.
Di recente la 21 Editore, casa editrice palermitana nata nel 2011, ha pubblicato nell’ambito della collana Nautilus (diretta dal docente universitario di critica della letteratura e critico letterario Salvatore Ferlita) il volume di racconti “Novelle italiane” (ben tradotto da Dario Prola). Sappiamo che Iwaszkiewicz fu molto affascinato dall’Italia (e dalla sua ricchezza artistica e culturale) ed ebbe modo di visitarla in varie occasioni sin dalla giovinezza.
Ne discutiamo con il già citato Dario Prola che, oltre a essere il traduttore di “Novelle italiane”, è anche un grande conoscitore di Iwaszkiewicz e delle sue opere…

-Dario, aiutaci a conoscere un po’ questo grande autore polacco. Da cosa è stata caratterizzata la sua poetica?
Bisogna anzitutto sapere che Iwaszkiewicz era un poeta, soprattutto un poeta. Veniva dalla musica, aveva studiato in conservatorio, e per ragioni economiche dovette andare a lavorare come insegnante privato. Non si laureò mai. E chissà se non furono proprio le ragioni economiche a spingerlo a farsi anche prosatore. Questo dunque per quanto riguarda gli aspetti espressivi della sua poetica: è un autore molto lirico, per lui non era importante solo quello che diceva ma soprattutto come lo diceva. La sua prosa è elegante e raffinata e, come ha detto un amico polonista, ha una politezza classica che spero di aver reso nella traduzione. Per quanto concerne gli aspetti contenutistici, Iwaszkiewicz vede la realtà in termini estetici, come insieme e contrasto tra bellezza e volgarità, luce ed ombra, vita e morte. Concepisce l’arte e la scrittura come un modo per sublimare la realtà e sotto certi aspetti come sua alternativa. A questa superiorità ideale, quella dell’immaginato rispetto al reale, Iwaszkiewicz tenderà sempre avendo ben chiaro che anche se la scrittura non può offrire che un pallido riflesso della bellezza e della varietà del mondo, e vero anche il contrario: la scrittura, e il bello, possono offrire riparo in un mondo abbrutito. Poi sicuramente legato al suo essere poeta è il forte autobiografismo che si coglie in una sua pagina: direi quindi che in Iwaszkiewicz il mito autobiografico ora si esalta e ora si stempera nel mito dell’arte e della cultura. I suoi personaggi a volte si esaltano di fronte alla bellezza, talvolta ne sono annichiliti, schiacciati, oppressi.

-Che tipo di contributo ha dato, a tuo avviso, alla letteratura europea?
Difficile parlare di un contributo di Iwaszkiewicz alla letteratura europea. Almeno non in termini di influenza. In Polonia è considerato un classico, ma le sue opere all’estero sono famose soprattutto grazie alle trasposizioni cinematografiche di Wajda o Kawalerocz. Il problema è che sono in pochi a sapere che film come Madre Giovanna degli angeli, Le signorine di Wilko o Il bosco di betulle nascono da sue novelle. Senza dubbio Iwaszkiewicz è stato espressione autorevole di quel vasto ed eterogeneo movimento di rinnovamento letterario che sulla scorta della critica anglosassone chiamiamo modernismo. Ma volendo rispondere alla sua domanda direi che il contributo o il lascito più importante di Iwaszkiewicz alla letteratura europea siano state proprio le sue novelle. Non penso sia un’iperbole annoverarlo tra i più grandi novellieri del Novecento, una sorta di Thomas Mann polacco.

-Da dove nasce il suo interesse per l’Italia?
Non stupisce che un autore con le caratteristiche di Iwaszkiewicz fosse così interessato all’Italia. Il Belpaese e le sue rovine erano meta ideale e luoghi d’ispirazione anche dei romantici polacchi – si pensi ai viaggi italiani di Mickiewicz o Słowacki – e il romanticismo ha avuto un lunghissimo riverbero ancora nella letteratura polacca del Novecento. Lo si coglie soprattutto negli autori polacchi provenienti dai territori orientali, oggi parte dell’Ucraina, della Bielorussia e della Lituania. Come disse lo stesso Iwaszkiewicz in quei luoghi il tempo scorreva più lentamente, era come se l’Ottocento fosse durato più a lungo. Ma al di là dei fattori culturali quell’interesse nacque da un concreto fatto autobiografico, ovvero dall’influenza che sull’autore, allora adolescente, esercitò Karol Szymanowski, uno dei più grandi compositori polacchi del Novecento. Fu proprio Szymanowski, amico e parente alla lontana, a introdurlo alle bellezze dell’Italia e della Sicilia raccontandogli a voce le impressioni dei propri viaggi. La prima opera di Iwaszkiewicz ispirata all’Italia è stata il libretto per l’opera Re Ruggero, dello stesso Szymanowski.

-Qual è il filo conduttore delle “Novelle italiane” che hai tradotto?
Direi che il filo conduttore è proprio l’Italia, con i suoi monumenti, le rovine, i paesaggi. L’Italia esercitava su Iwaszkiewicz una particolare forza evocativa permettendogli di attingere alle fonti più profonde della sua ispirazione poetica. Iwaszkiewicz inoltre viaggiava per il Belpaese adeguatamente documentato: dalla lettura dei suoi saggi autobiografici si evince la robusta conoscenza dei classici del viaggio in Italia, dagli stranieri – Goethe, Gregorovius, Muratov, Taine – fino a scrittori nostrani a lui contemporanei come Guido Piovene (Viaggi in Italia) e naturalmente i romantici polacchi.

-Cosa puoi dirci con riferimento ai luoghi in cui Iwaszkiewicz ha scelto di ambientare queste sue novelle?
Le novelle sono ambientate in alcuni luoghi che furono meta dei viaggi di Iwaszkiewicz negli anni Venti e Trenta: a Venezia, Firenze, Roma, Palermo e nei quali tornerà tutta la vita. La Sicilia è sicuramente il luogo più rappresentato. La Trinacria aveva per Iwaszkiewicz un significato particolare che, come scrisse più volte nei suoi diari e altrove, gli si chiarirà solo con il tempo. Era una sorta di simbolo o riflesso dell’Ucraina perduta dell’infanzia. Iwaszkiewicz parlava dell’Ucraina come di una Sicilia “mancata”. In Sicilia – nella sua mescolanza bizantina, araba, normanna, romana, greca – Iwaszkiewicz ritrova l’Ucraina dell’infanzia e della giovinezza, la terra di frontiera dove s’incontravano le culture polacca, ucraina, russa, ebraica e tedesca, un complesso melting pot etnoculturale risultato di processi secolari e destinato a venire spazzato via a partire dalla Rivoluzione russa. La Sicilia invece lo affascinava perché questi segni del passato era ben presenti davanti ai suoi occhi, ad ogni passo.

-Perché potrebbe essere particolarmente interessante rileggere oggi questi racconti per un lettore italiano?
Gli italiani non si rendono spesso conto della bellezza dei luoghi in cui vivono. Anche Iwaszkiewicz in queste novelle li rappresenta così, indifferenti, dimentichi della bellezza. E’ qualcosa di assolutamente naturale, ovviamente, siamo tutti assorbiti dalla nostra vita quotidiana e sarebbe innaturale vivere in continuo rapimento estetico. In ogni caso è interessante per un lettore italiano rivedere la propria Italia, quella dei nonni e dei bisnonni ma anche quella eterna dell’arte e dei monumenti attraverso lo sguardo di un poeta straniero. Ma forse i passaggi che lo colpiranno di più sono quelli in cui i personaggi di Iwaszkiewicz si soffermano a contemplare il cielo italiano, la luce particolare delle nostre città, il brulichio della folla, il fluire intenso e passionale della vita. Insomma, si tratta delle cose che normalmente colpiscono gli stranieri, soprattutto quelli che vengono dalle tristi e laboriose città del nord del continente. Direi quindi che gli italiani dovrebbero rileggere Iwaszkiewicz per la bellezza della sua prosa e per ricevere attraverso i suoi occhi e le sue parole uno sguardo riflesso su di sé.

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21 Editore nasce a Palermo nel 2011 con la pubblicazione di una rivista di arte e cultura diretta dal docente universitario Salvatore Ferlita alla quale hanno collaborato alcuni tra i maggiori scrittori siciliani (Buttafuoco, Alajmo, Costa, Santangelo, Camilleri, Agnello Hornby, Fulvio Abbate e molti altri).
Successivamente l’attività editoriale si è ampliata alla pubblicazione di libri.

Il piano editoriale comprende quattro diverse collane, due dedicate alla storia, una alla narrativa e una ai gialli.

Nello specifico:

Collana Aspettando i barbari: saggi di storia antica greca e romana, diretta dal professore Giusto Traina della Sorbona di Parigi, autore di diversi volumi pubblicati con Laterza di Bari.

Collana Controstoria : saggi di storia moderna e contemporanea; è diretta dal giornalista e storico inglese David Broder

Collana Nautilus : narrativa, diretta dal docente universitario di critica della letteratura Salvatore Ferlita, giornalista collaboratore de “La Repubblica”

Collana Peñarol in giallo e nero : gialli, diretta dallo scrittore Antonio Pagliaro (La notte del gatto nero, ed. Guanda)

Le due collane di storia si rivolgono ad un pubblico colto ma non specialista, con l’intento di proporre una lettura accessibile a tutti ma dotata di un robusto fondamento scientifico. La storia che si legge come un romanzo, senza scivolare nella fiction.

La collana di narrativa scandaglia e ripropone opere dimenticate senza tralasciare per questo i nuovi talenti mentre la collana di gialli privilegia il true crime ricorrendo anche qui alla riscoperta di successi caduti nell’oblio e alla proposta di nuovi talenti
Volumi Pubblicati
 
Dov’e’ Anna? di Biagio Proietti e Diana Crispo (collana Penarol)
Novelle Italiane di I. Iwaskievicz (collana Nautilus)
 
Volumi in corso di pubblicazione
 
Il libro nero dell’Impero Britannico (Collana Controstoria)
L’anno dei 4 imperatori (Collana Aspettando i barbari)

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