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GIORGIO GLAVIANO racconta SBIRRITUDINE

giugno 24, 2015

GIORGIO GLAVIANO racconta il suo romanzo SBIRRITUDINE (Rizzoli). Un estratto del libro è disponibile qui

di Giorgio Glaviano

“Sbirritudine” nasce dallo strano incontro di uno sceneggiatore con un poliziotto. Difficile dire se sia stato il caso o la necessità. Ma come nel meraviglioso racconto di Borges, “La casa di Asterione”, in cui il Minotauro attende l’inevitabile arrivo del suo giudice e boia, ora so che è come se avessi sentito i passi del poliziotto avvicinarsi a me nel corso degli anni, sentendone il suono attraverso i centinaia di muri che separavano le nostre vite. Ma forse è il destino comune di tutti i siciliani, che credono di portarsi dentro la Sicilia e invece è la Sicilia che ci porta dentro tutti, dovunque ognuno di noi sia finito. Vittime di una metonimia che si divora indefinitamente come un nastro di Möbius.

SbirritudineQuando io e il poliziotto ci siamo guardati negli occhi la prima volta, ho capito che eravamo molto più simili di quanto fossi disposto ad ammettere. Le cicatrici che gli scarificavano il volto e che si manifestavano in profonde occhiaie, ragnatele di rughe ed espressioni stanche, erano le stesse che come siciliano mi porto dentro, attentamente dissimulate. Poi abbiamo parlato. E ho capito un’altra cosa: la sua storia, era la mia storia, era la storia di tutti i siciliani e di ogni italiano. Per me è stato un dovere scrivere questo romanzo. Il mio piccolo contributo alla sua vita vera fatta di una lotta costante, feroce, rabbiosa, totale e impietosa contro Cosa Nostra. Qualunque cosa fosse diventato, qualunque cosa ne avrebbero pensato gli altri, brutto o bello che fosse, dovevo scriverlo. Era la mia missione. E me l’aveva assegnata lui.
Dopo lunghe ed estenuanti interviste, dopo aver raccolto materiale per dieci romanzi, dopo mesi di inseguimenti reciproci, iniziai a sentire una voce dentro di me, altra rispetto alla mia solita coscienza: la mente, i ricordi, la volontà di qualcun altro albergava nel mio cervello. Non scherzo, potevo considerare i fatti con la mia griglia interpretativa, ma anche con quella accessoria dell’altro, del poliziotto. O almeno così credevo. Ma non era lui ad essermi entrato dentro, no, era qualcun altro. Era piuttosto un personaggio strano, una fusione del poliziotto reale e di me: come nel film “La Mosca”. Lì, lo scienziato Seth Brundle inventa il teletrasporto, e una sera, ubriaco e lasciato dalla donna si infila in una cabina e si teletrasporta in un’altra. Solo che in quel momento, una mosca entra ronzando nella cabina e il computer si chiede che fare: trasferire i due esseri separatamente o fonderli in uno solo? Solo che questo intruso nella mia testa non era una chimera, ma un personaggio a se stante. Era un uomo diverso da me e dal poliziotto di partenza, con una vita diversa e finora inimmaginabile, con una moglie e due figli, con dei colleghi e un padre e un passato e un futuro tutti suoi. Insomma, lui, l’altro, era nato.
Lo chiamo l’altro e basta perché non ha mai avuto un nome, nel romanzo infatti non viene mai specificato come si chiami: d’altronde lui a me non lo ha mai rivelato e io non ho ritenuto necessario inventargliene uno.
SbirritudineSono sempre stato un lettore accanito di saggi sulla criminalità organizzata. Essa è un organismo tumorale che si ripete, che alligna in tempi e luoghi diversi, che si moltiplica, che si perpetua, che tende i suoi tentacoli che diventano altrettanti vasi sanguigni che si innestano su quelli del corpo ospite. È un simbionte? È necessaria? È destinata a vivere per sempre? Tutte queste domande dovevano trovare una risposta nella mente del personaggio. Ci doveva essere una soluzione umana ad un fenomeno umano, come disse Falcone. E lui, con la sua stessa vita all’interno del romanzo, alla fine l’ha trovata: mai compromessi. Mai. In nessun caso. Per nessun motivo. È una guerra e in una guerra non c’è nessuno che sta in mezzo: si sta da una parte o dall’altra. Capire le ragioni dell’avversario è qualcosa che si fa solo ex post, dopo che lo si è vinto, che lo si è abbattuto. Un modo banale di ragionare? Forse, ma l’unico valido in guerra. Chi ha iniziato a combattere e perché? Non importa, lui, il personaggio, sa da che parte stare. E sa che se i soldati accanto a lui trattano con il nemico, diventano nemici. Alla fine resterà solo? Bene, continuerà a combattere. Senza se e senza ma. In una regressio ad infinitum che non ammette sconti a nessuno, nemmeno a se stessi. Ognuno di noi cerca di giustificare il suo comportamento quotidiano fatto di compromessi, bugie, manovre, fughe e infingimenti, come se vedessimo tutti per speculum in enigmitate, ma è una giustificazione. Se solo volessimo, vedremmo le cose facie ad faciem. Adesso, in questo stesso istante. Lui, il personaggio lo fa. Lo ha sempre fatto.
In quanto sceneggiatore sono abituato a scrivere testi asciutti, schematici, tecnici, destinati solo agli occhi esperti di produttori, registi, attori, cast tecnici. Il copione è un testo strano, tutto deve essere visibile: ciò che si vede, che può essere inquadrato da una macchina da presa e recitato da un attore, esiste, il resto è nonsenso. Non può essere rappresentato il pensiero del personaggio, al massimo una sua espressione, ma mai quello che sente dentro. Ecco perché nel romanzo ho scelto quella che in gergo tecnico si dive voice over, la voce narrante del protagonista. Un espediente sempre meno usato al cinema e in tv, ma che caratterizza un genere preciso, il racconto di un investigatore privato alla Dashiell Hammett o alla Ellroy. Ci sono arrivato dopo numerosi tentativi di capire qual era il punto di vista. Poi ho realizzato che ce n’era solo uno: quello del personaggio. Racconto in prima persona quindi. E con la sua voce, le sue competenze linguistiche, la sua prosodia, le sue metafore. Un racconto senza se e senza ma che fosse il precipitato del suo modo di vedere le cose: parziale, scomodo, assoluto. Così ho approfittato della mia devianza conclamata che mi obbliga a ragionare, come diceva Ugo Pirro “con una macchina da presa nel cervello”, e quindi: azione, azione, azione, entrare il più tardi possibile in una scena e uscirne il più presto possibile, per costruire sequenze narrative chiare, secche con dei cliff di chiusura. Questo perché fin da subito ho provato a immaginare il lettore ideale del libro e mi sono detto che dovevo dare storia, emozioni, sentimenti, rivelazioni e che tutto doveva essere reso con capitoli brevi che intrigassero e soddisfacessero: un capitolo che si doveva leggere velocemente e che appagasse, ogni capitolo un frattale dell’intera struttura e che richiamasse la tematica di fondo della storia.
Come sceneggiatore conosco i generi, ho scritto due saggi sulla serialità americana e diversi articoli che analizzano le strutture narrative profonde. Leggo molto, adoro gli scrittori americani e degli italiani soprattutto quelli che a mio avviso sanno essere asciutti, diretti, immediati, lancinanti e taglienti: Sciascia, Calvino, De Roberto, Boccaccio, Ferrandino, Carlotto, Prezzolini. Li elenco non in ordine di importanza, ma di lettura, perché non esiste altro ordine nella mia biblioteca che quello dell’ordine cronologico. È scomodo recuperare un libro, ma è una progressione casuale e causale allo stesso tempo, una linea del tempo, fila dopo fila lungo gli scaffali: una barra progresso che non fa che aumentare sempre. Volevo che la scrittura fosse basata sulla lezione dei miei scrittori preferiti: scandita da un respiro sincopato e secco, tanti punti e poche virgole: molta paratassi e un’ipotassi ridotta al minimo essenziale. Ma a quale genere avrei dovuto ascrivere il romanzo? Un noir, di certo, di quelli in cui i personaggi fanno le scelte sbagliate e consapevoli di farle. Ma un noir assolato: un ossimoro, eppure l’unica affermazione possibile per un posto come la Sicilia, un’isola e un continente, inizio e fine allo stesso tempo.
La struttura narrativa ha occupato molta parte del progetto: serviva una cornice che fungesse da dispositivo capace di permettere sia il racconto degli eventi della vita vissuta dal personaggio che le sue considerazioni sulla mafia, lo stato, la società italiana, maturate nel corso della sua intera esistenza. Ho optato per un lungo viaggio in auto nel corso di una notte in attesa di una chiamata che arriverà l’indomani mattina. Una notte che porta il personaggio a compiere il periplo della Sicilia e di se stesso, una specie di torsione circolare fisica e mentale, come se il cuore e la mente del personaggio fossero lancette e la Sicilia il quadrante di un unico immenso orologio.
Infine, il titolo: doveva essere musicale e contenere il ritmo del racconto, essere il distillato della storia di uno sbirro, la sua personale ballata… una “Sbirritudine”.

(Riproduzione riservata)

© Giorgio Glaviano

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Giorgio Glaviano (1975), siciliano, vive e lavora a Roma come sceneggiatore.

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