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MALANOTTE di Marilina Giaquinta (intervista all’autrice)

maggio 2, 2017

MALANOTTE di Marilina Giaquinta (Coazinzola Press)

di Massimo Maugeri

Sono molto lieto di pubblicare questa chiacchierata online intrattenuta con Marilina Giacquinta in occasione della pubblicazione della raccolta di racconti “Malanotte (Coazinzola Press). Ne approfitto per invitare gli amici lettori che non l’avessero ancora fatto a leggere la bella postfazione del libro firmata da Giuseppe Giglio (che abbiamo pubblicato qui).

– Cara Marilina, leggendoti si ha l’impressione che la tua narrativa si fondi sulla cura di ogni singola parola. Peraltro hai pubblicato anche poesie. Cosa significa per te scrivere?

Cosa significa per me scrivere. Domanda facile e complicata allo stesso tempo. E per questo, prendo in prestito le parole di un grande, Giuseppe Ungaretti: “L’esplorazione poetica è l’esplorazione di un personale continente d’inferno, e l’atto poetico… provoca e libera, qualsiasi prezzo possa costare, il sentire che solo in poesia si può cercare e trovare libertà. Continente d’inferno, a causa dell’assoluta solitudine che l’atto di poesia esige… in disparte come dannato. La poesia è scoperta della condizione umana…” e, nel corso degli anni, dirà: la poesia è “scampo dalla pazzia”. Dalla riflessione di Ungaretti discende, in modo chiaro, che la scrittura deve essere un bisogno, una necessità, nel senso di “o scrivere o morire”. O impazzire, come è accaduto a Hölderlin. E questo bisogno è incessante, metamerico, come la coda della lucertola che si riforma sempre, perché, come diceva Luca Canali, l’uomo ha la crudele facoltà di porsi problemi che non potrà mai risolvere” e in questa esplorazione, del proprio inferno (e di quello del tempo in cui vive), in questo continuo tentativo di camminare sul filo dell’abisso evitandone il precipizio, chi scrive sa di non sapere, perché, ci avverte Richard Feynman “ … mantenere sempre l’atteggiamento di chi non sa quale direzione “é necessario” prendere, ci dà modo … di avanzare nella conoscenza di noi stessi… anche quando non sappiamo cosa vogliamo”. Ai primi del secolo scorso, Modigliani scriveva all’amico Oscar Ghiglia che “la Bellezza ha anche dei doveri dolorosi”, vale lo stesso per la scrittura: chi scrive ha il dovere di essere se stesso e di non mentire mai, a costo del proprio dolore, a costo di stare male. Da lettrice compulsiva quale sono, mi sono sempre accorta quando un libro mi stava mentendo e mi sono sempre chiesta perché chi lo aveva scritto voleva raggirarmi, prendermi in giro, ma forse lo aveva fatto prima con se stesso, vanificando il senso della sua scrittura, che è, come diceva il grande Bufalino, “terapeutico”. La scrittura è una maieutica che tira fuori dall’abisso dell’anima tutto quello che sei, ti snuda, ti rovista, “t’arrimìna” come una doglia e ti fa sputare fuori sangue e ossa.

– Quali (e chi) sono i tuoi “riferimenti letterari”?

Sono una lettrice ossessiva- compulsiva: cammino sempre (nel senso che mi accerto, prima di uscire, che ci sia) come la Teresa de “L’insostenibile leggerezza dell’essere” e cioè con un libro nella borsa. La casa in cui vivo è piena di librerie: ce ne sono ovunque e, siccome non bastano mai, ho libri accatastati dappertutto. Sono librerie disordinate e i libri sono disposti in più file. Ci sono pile sul comodino e ai piedi del letto. Ci sono libri in bagno e in cucina. Non so vivere senza avere libri intorno. Quando ho letto “Autodafè” di Elias Canetti ti confesso che mi sono sentita male. Leggo da quando ho imparato a farlo: mia madre, anziché comprare giocattoli, mi comprava libri e così mi è venuto naturale crescere “circondata” dai libri. I miei riferimenti letterari… mumble mumble… Domanda a cui proprio non so rispondere: posso dirti quali sono i miei scrittori preferiti, anche se molto per difetto, perché sono proprio tanti. In assoluto, tra i contemporanei, Javier Marias: ho letto tutto quello che ha scritto, anche alcune sue fulminanti riflessioni sul cinema. Non posso dirti cosa ho fatto tre anni fa per avere un suo autografo, meglio non rivelarlo… . Tra gli italiani, Gesualdo Bufalino, tutto. E una grandissima che, secondo me, non è stata apprezzata abbastanza: Anna Maria Ortese. In questo periodo, sono appassionata di lettere. Alcuni ritengono che molti degli scrittori, sapendo che quelle lettere sarebbero state lette, non ci mettevano dentro la loro anima autentica. Io invece penso che le lettere svelino, spesso in modo impietoso, la vera e reale figura di un’artista. Apollinaire scriveva della guerra, delle esercitazioni, delle trincee, dei morti alla sua bella pilota Lou e poi si abbandonava al desiderio di lei; Celine nelle lettere alle amiche ammanniva anche consigli amorosi oltre che artistici; l’Ortese confidava la sua povertà a Dario Bellezza. Insomma, la vita, quella di tutti i giorni, quella vera, quella con cui si deve fare i conti: bellissime le lettere di Drieu de la Rochelle a Victoria Ocampo, lei ricca argentina lui squattrinato che non esitava a chiederle di mandargli del denaro perché del tutto privo di mezzi, e bellissime quelle che Gadda scriveva al suo giovane amico Parise, e poi von Kleist e le sue paternali all’eterna fidanzata Wilhelmine, Jenet che rivelava i suoi ardori maschili all’amica Iblis, Bettina Brentano rapita dal vecchio Goethe, il focoso Rodin che prometteva alla sua Camille di essere pronto a firmare un contratto in cui si impegnava di sposarla, Umberto Boccioni che smaniava nella lontananza da Vittoria Colonna e che muore a causa di una caduta da cavallo, (qualcuno dice ) perché voleva imparare in fretta, visto che Vittoria era una provetta cavallerizza.

– Veniamo alla tua raccolta di racconti intitolata “Malanotte”, giunta da poco in libreria per i tipi di Coazinzola Press. Come nasce? E qual è il filo conduttore che lega i vari racconti?

Parlare di me stessa mi ha sempre imbarazzato, anche perché sono convinta che ognuno di noi si vede attraverso lo sguardo degli altri. Proverò a farlo, senza partigianeria, anche se in qualche modo so, sin d’ora, che finirò per tifare per me stessa. Malanotte è il mio bisogno (appunto) di parlare dell’orrore del tempo che viviamo, di lanciare un allarme: “attenzione, il fatto che l’orrore sia diventato quotidiano non lo rende, per questo, accettabile. Non abituiamoci a questo orrore che i giornali hanno tramutato in cifre e percentuali e statistiche o nel racconto “splatter” dei particolari macabri e della truculenza. Riconosciamo questo orrore, chiamiamolo col suo nome, e facciamo sì che non si impadronisca delle nostre vite, reagiamo all’orrore, alla ferocia, con tutta l’umanità di cui siamo capaci. Ecco, Malanotte è questo: un urlo, forte rauco disperato contro l’orrore. I personaggi (parlano quasi tutti in prima persona) non sono altri da noi. Sono noi stessi. Dentro Malanotte c’è la vita dei nostri giorni, quella che viviamo spesso come se fosse un “riflesso automatico”, come quando, distratti, mettiamo la mano sul fuoco e la ritraiamo per evitare di bruciarci. Violenza, solitudine, incomprensione, malattia, abbandono. Ecco perché Malanotte, il titolo: le nostre vite sono diventate quella che in siciliano si dice “malanuttata”, e cioè la notte trascorsa tra insonnia e incubo. Scritto nella mia lingua, quella che uso nella vita di tutti i giorni: una “soluzione chimica” fatta di parole “ammiscate” , italiane e siciliane insieme, o di parole inventate di cui mi piace il suono, o di parole che appartengono alla mia generazione e che non si usano più, ma che costituiscono le mie radici scolastiche. Una lingua che accompagna il crescendo dell’orrore di ogni racconto, che nasce in sordina e che si inerpica piano lungo il crinale di un climax che porta all’erompere finale dell’orrore covato e raggrumato dentro ogni personale tragedia. A Milano, al Book Pride, qualcuno mi ha confessato di essersi sentito male ad ascoltare la lettura di alcuni dei racconti. Ecco, ho pensato, ci sono riuscita. Vorrei che il lettore provi disagio, non riesca ad andare avanti, che si debba fermare, che gli cominci a battere forte il cuore e gli venga un buco nello stomaco, com se, d’un tratto, non riuscisse a vedere alcuna via d’uscita, non avesse più scampo. Perché se continuiamo così, avremo iscritto una drammatica ipoteca sul futuro dei nostri figli e delle generazioni che verranno. E noi saremo i responsabili, con la nostra accondiscendenza complice e il nostro atteggiamento da “caliti juncu ca passa ‘a china”.

– Ti propongo un gioco letterario. Hai la possibilità di far “materializzare”, in carne e ossa, uno dei personaggi letterari presenti in “Malanotte” per poterlo incontrare e passare del tempo con lui. Chi sceglieresti? E perché?

Vorrei stare con tutti i personaggi di Malanotte, anche i più cupi, i più “inesorabili”: il mio lavoro mi ha insegnato a porgermi al servizio degli altri, a capire gli altri, a cercare di conoscere ragioni che non mi sono proprie, che non mi sono naturali. Ho avuto la fortuna di dirigere per molti anni l’Ufficio Immigrazione: sono stati anni di formazione e di coscienza, ripetevo sempre che ero stata fortunata perché il mondo veniva da me e io avevo così la possibilità di viaggiare e di conoscere i posti più lontani e, soprattutto, la gente che da quei posti era migrata. Perché, è incontestabile: il mondo siamo noi. La paura nasce dalla “non conoscenza”, dall’ignoranza di ciò che si teme. Abbiamo paura solo di ciò che non conosciamo. Purtroppo, devo ricorrere ancora una volta alle parole di chi è più bravo di me a dire le cose :il buon cuore si fa veramente e seriamente buono con la sempre più larga e profonda intelligenza delle cose. Lo ha detto Benedetto Croce in “Contributo alla critica di me stesso”, capisci?, “critica di me stesso”… . Se prendessimo questa sana abitudine, finiremmo col capire quanto sia uguale a noi l’altro, anche quello che chiamiamo “straniero”. Lo sai, tempo fa ho letto un libro che si intitola “Sono razzista, ma sto cercando di smettere” scritto, a quattro mani con un giornalista, da Guido Barbujani, professore di genetica e sai cosa spiega (e dimostra) ? Che possiamo parlare di “razza” solo per gli orangutan che vivono nel Borneo e a Sumatra, in quanto la “razza” è diversa solo quando organismi della stessa specie, e cioè in grado di riprodursi fra loro, portano varianti del DNA e queste varianti sono tipiche di territori diversi. Ma se le popolazioni non sono isolate dal punto di vista riproduttivo, se gli individui di diverse comunità si incrociano fra loro abbastanza di frequente, le mutazioni circolano, e alla fine non ci saranno varianti del DNA diverse in posti diversi, ma le stesse varianti in ogni posto. La nostra storia naturale è stata contraddistinta dagli scambi fra popolazioni che si sono sparse in tutto il pianeta. In buona sostanza, non siamo orangutan e apparteniamo tutti alla “stessa razza”.

–  Non ti occupi solo di scrittura. Sei anche dirigente della Polizia di Stato e svolgi il ruolo di Vice Questore a Catania. Hai mai pensato di creare un personaggio letterario seriale partendo dalle conoscenze acquisite “sul campo” (con riferimento a tali attività)?

Risultati immagini per marilina giaquintaNon credo che si possa fare una separazione netta tra quello che scrivo e quella che sono: i personaggi di Malanotte escono fuori anche dalla mia esperienza di lavoro. Qualcuno dice che anche la mia scrittura ha uno stile “investigativo”, “psicologico”, “eziologico”, procede e si approfondisce, scava, interroga e si interroga, cerca di penetrare i “movens” dei moti umani. Credo però che tu voglia sapere altro: il romanzo che ho scritto – e che mi piacerebbe pubblicare presto – in parte è ambientato in un commissariato e i personaggi sono un uomo e una donna, lui il dirigente del Commissariato lei una “appuntata” e si “sconcicano” di continuo e si ride pure, pensa un po’… magari lancio da qui un appello …

– Su Radio Delfino, storica emittente radiofonica catanese, conduci una trasmissione culturale: L’invenzione dell’amore. Come nasce il tuo amore per la radio? E quali sono gli obiettivi del tuo programma?

marilina-giaquintaLa mia esperienza radiofonica nasce per caso: qualcuno aveva letto le mie poesie e gli erano piaciute e mi ha offerto uno spazio di una ventina di minuti per leggerle. È cominciato così: con la lettura delle mie poesie alla radio. Poi Gianni De Luca, il titolare, mi ha dato fiducia e mi ha affidato un programma che va in onda due volte alla settimana, di sera, e che sta diventando una specie di fucina di tutti i fermenti artistici della nostra città e non solo. Questo è già il secondo anno: nella sua prima edizione ho avuto ospiti illustri, tra i quali poeti come Cetta Petrollo, moglie del poeta Elio Pagliarani e poetessa anch’essa, il poeta e critico letterario Matteo Marchesini, Maria Grazia Calandrone, la poeta performatrice Rosi Lo Russo, l’attore regista Vincenzo Pirrotta, e l’ultima uscita pubblica di Valentino Zeichen (prima di essere colto da ictus e dopo pochi giorni morire) che ha letto le sue poesie insieme a me. L’edizione di quest’anno è in continuo mutamento: cerco di dare voce a tutte le belle intelligenze che operano nella mia città ( e non solo ). Tengo a precisare che si tratta di un programma in cui si chiacchiera, si conversa, (come si fa di solito tra amici che coltivano gli stessi interessi) di letteratura, arte, poesia, musica, si raccontano le vite dei grandi per imparare da loro, si diffondono idee, progetti, si fa rete. E poi c’è tanta musica, a parte la mia scaletta, spesso è proprio l’ospite a sceglierla e a spiegare il significato dei brani scelti. L’ultima puntata è stata molto affollata: in studio c’erano due giovani poeti, un fotografo e la sua giovanissima fidanzata che è “graphic designer”, la mia amica intrepida gallerista e un giovane archeologo. Insomma, una bella compagnia che si è scambiata idee, in diretta e fuori onda. Come si dice: da cosa nasce cosa… Dimenticavo di dire: “L’invenzione dell’amore” è rigorosamente in diretta.

– Progetti letterari per il futuro?

Mi piacerebbe pubblicare il lavoro al quale ho accennato prima. Si intitola “Non rompere niente”: è un’opera “circolare” che comincia con una storia e un registro narrativo e continua con un autentico ribaltamento di entrambi fino a quando, alla fine, le due storie si riuniscono e viene svelato cosa è accaduto.

– E allora lanciamo un appello agli editori e editor che ci leggono. In bocca al lupo per tutto e grazie per le tue risposte, cara Marilina.

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