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PREMIO CALVINO 2018: vince Filippo Tapparelli

maggio 23, 2018

Filippo Tapparelli, vincitore del Premio Calvino 2018 con il romanzo “L'inverno di Giona”

Filippo Tapparelli è il vincitore della XXXI edizione del Premio Italo Calvino con il romanzo L’inverno di Giona. Una prima menzione speciale della Giuria va ad Adil Bellafqih, per Il Grande Vuoto, e una seconda menzione a Riccardo Luraschi, per Il Faraone.

La “speciale menzione Treccani” è stata assegnata a Giulio Nardo, per Sinfonia delle nuvole.

Il romanzo vincitore e le menzioni speciali sono stati proclamati martedì 22 maggio al Circolo dei lettori di Torino dai giurati Teresa Ciabatti, Luca Doninelli, Maria Teresa Giaveri, Vanni Santoni e Mariapia Veladiano, e da Massimo Bray, Direttore generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana.

La Giuria ha deciso di assegnare il Premio a L’inverno di Giona di Filippo Tapparelli «per la sua grande forza visionaria: nel testo, con stile rarefatto, un allucinato mondo mentale si trasforma in un mondo fisico insieme minuziosamente reale e sottilmente simbolico. Un potente e struggente giallo analitico in cui la verità si sfrangia in tanti rivoli, toccando i temi della colpa, del castigo, del bisogno umano di riconoscimento.»

Queste, invece, le motivazioni delle due menzioni speciali della Giuria:

La prima, a Il Grande Vuoto di Adil Bellafqih, «per l’originale capacità di mescolare tra loro generi diversi come il noir e la distopia, con un suggestivo uso di cliché e di citazioni provenienti da un immaginario visivo squisitamente contemporaneo. E, in modo obliquo, il romanzo e il suo giovane autore gettano sull’oggi un perturbante e pungente sguardo radicale.»

La seconda, a Il Faraone di Riccardo Luraschi, «un’estesa e impeccabile costruzione narrativa chiaramente ispirata alle vicende italiane degli ultimi venticinque anni e al loro ancora non tramontato protagonista. La non facile materia è affrontata in un’inedita prospettiva, con un’eccellente scrittura dall’amplissima e perfettamente dominata tastiera di registri e di lessici.»

La speciale menzione Treccani è stata assegnata a Sinfonia delle nuvole di Giulio Nardo «per la capacità di trovare nella linearità e nella precisione una personale cifra di libertà, attraverso l’adozione di una lingua che piegandosi allo svolgersi del racconto, lontana dalla tentazione di virtuosismi ma allo stesso tempo mai placida, rimane creativa e imprevedibile, capace, attraverso un’accorta differenziazione dei registri lessicali, di portare il lettore dentro il romanzo accompagnandone la lettura in un equilibrio dinamico fra trama e parola.»

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Filippo Tapparelli (1974, Verona), ha studiato letteratura inglese e russa presso l’Università di Verona. È impiegato in un’azienda metalmeccanica veneta. Ha letto molto e non ha frequentato scuole di scrittura. Per il suo romanzo si è ispirato ai paesaggi montani a lui familiari della Lessinia e all’umanità di Castiglione delle Stiviere. Ammira Carver e ha pubblicato in antologie vari racconti di psicologia noir.

Adil Bellafqih è nato nel 1991 a Sassuolo dove vive. Dopo un triennio concluso su Stephen King, ha da poco conseguito la laurea magistrale in Filosofia a Parma con una tesi sull’origine della pulsione creativa, ispirata a Nietzsche e a Jung. Già nostro finalista alla XXIX edizione con Baratro, ha pubblicato numerosi racconti partecipando a vari concorsi letterari. Ribadisce l’intenzione di voler vivere di scrittura.

Riccardo Luraschi (Piacenza, 1960), laureato in Scienze Politiche alla Statale di Milano, ha svolto per vent’anni attività di pubblicitario per “Il Sole 24ore”, grazie alla quale ha potuto conoscere da vicino il mondo aziendale itliano. Attualmente opera come freelance. Ha una lunga pratica di scrittura alle spalle, rimasta però sempre privata. Tra i suoi maestri Manzoni, Gadda, Parise, Arbasino.

Giulio Nardo è nato a Padova nel 1992. Dopo aver frequentato il Liceo Scientifico, si è  laureato in Filologia Moderna a Padova sulla lingua di Arrigo Boito. Non ha frequentato scuole di scrittura. Ha letto molto, soprattutto classici francesi e tedeschi. Sinfonia delle nuvole è in assoluto il suo primo romanzo. Nutre particolare interesse per il teatro per il quale ha scritto testi da quando aveva sedici anni che oggi, però, vuole dimenticare.

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La scheda del libro vincitore

L’INVERNO DI GIONA
di Filippo Tapparelli (1974)

Un giallo psicoanalitico potremmo definire L’inverno di Giona, romanzo di straordinaria caratura evocativa in particolare nei primi dodici capitoli, nei quali l’autore ci immette senza mediazioni nell’allucinato universo psichico di Giona che narra in prima persona. È un mondo sidereo, gelido quello in cui vediamo muoversi il ragazzo Giona, un mondo dominato da un vecchio potente e spietatamente rigoroso nelle sue consegne, Alvise, il nonno, che sembra concentrare in sé un universo simbolico maschile privo di debolezze: è una voce che impartisce comandi, “priva di colore” (p. 4). L’ambiente di montagna è di povertà estrema, gli oggetti e il cibo sono essenziali: un acquaio, qualche seggiola, una stufa, un tavolo, un piatto, un bicchiere, le posate, una brocca, un pane, una fetta di formaggio. La scarsità regna sovrana. Giona possiede un solo maglione rosso e quando il nonno per una disobbedienza gli ordina di bruciarlo o di lasciare la casa privo di indumenti, per l’ingiustizia patita inizia a covare un’incerta ribellione, in un sofferto dialogo con la “voce” che parla dentro di lui. Presto il lettore percepisce che questo luogo dove è sempre inverno, dove “il mutamento non ha significato”, non è uno scenario reale, pur nella massima precisione dei dettagli: è davvero una grande qualità della narrazione quella di riuscire a intrecciare perfettamente le diverse dimensioni realistica, allucinatoria e simbolica. Siamo posti di fronte a una trasfigurazione di esperienze reali
in cui affiorano sparsamente tracce mnestiche di un vissuto drammatico, doloroso. A un certo punto, negli occhi di Alvise, Giona vede gli occhi del padre: “I suoi occhi. Gli occhi di mio padre” (p. 39). Come affiorano ricordi struggenti di un remoto passato, una madre amata ma evanescente, un padre assente, fantasma di un fantasma (“Non ti ho mai conosciuto davvero, padre”, p. 37). Appare anche una bambina – amica, magica e sapiente − Eleonora che si diverte a far volare in aria cinque sassolini, gioco che tornerà
alla fine con “l’uomo scopa” in un’attenta rete di rimandi peculiare di tutto il testo, e non solo in questo caso.
La montagna che incombe sul paese improvvisamente si spacca e il fenomeno si accompagna a un urlo immenso: una lacerazione sanguinosa che è insieme fisica e della coscienza.
Al tredicesimo capitolo, e siamo a più di tre quarti del testo, la svolta. D’un tratto sparisce Giona e compare Luca e l’algido paese di montagna lascia posto a un ospedale psichiatrico. Si passa a una narrazione in terza persona, da cartella clinica. Tutto ci viene apparentemente spiegato con dichiarati stereotipi analitici.
Luca/Giona, uno dei più giovani parenticidi della storia della psichiatria, a quattordici anni, una ventina di anni prima, aveva ucciso i genitori e ciò che si racconta nei primi dodici capitoli è la sua rielaborazione inconscia di quell’avvenimento e delle sue cause scatenanti. Ma lo psichiatra, che autorizza il ritorno nel mondo di Luca, la sua uscita dal ventre della balena, non è pienamente persuaso. Cambio di scena, con una singolare e fulminea torsione: Luca dà l’addio all’inserviente – l’uomo scopa che l’ha sempre trattato come un pari − giocando ai sassolini, e mentre giocano, e l’altro è distratto, racconta la sua ultima verità. Ma questa non trova ascolto, se non in Luca stesso che non si è mai scagionato di fronte ai poteri istituzionali, come non si era scagionato di fronte al padre dell’accusa ingiusta di aver derubato la sua professoressa: tanto enorme gli appare il fatto di essere da lui creduto colpevole che la parola gli si dissecca. Il “mi fai schifo”
del padre (“Mi fai schifo. Tre parole. Solo tre parole”, p. 95) è un marchio irredimibile. Abilmente, comunque l’autore lascia un velo di mistero e nel corso della narrazione si possono trovare spie e indizi per interpretazioni diverse: Luca ha ucciso i genitori in un momento di follia, ferito dalla loro lontananza affettiva o ha voluto coprire con un estremo atto d’amore il suicidio/omicidio commesso dal padre? Anche il finale resta magistralmente sospeso: Luca muore o sogna − abbandonandosi a un paradiso dell’anima e della psiche dove non ci sono più né colpe né dolore, dove non aleggia più la torva figura di Alvise? È il ritorno mentale a un paese prima dominato dall’oscurità, dalla nebbia, dalla pioggia, dal freddo, che diventa catarticamente, luogo di riconciliazione e riparo, ora che Luca “non può più fingere di essere pazzo e non sa cosa diventare”.
Punto di forza di quest’opera è la scrittura icastica (con l’eccezione dei burocratici capitoli 13-14, sia pur necessari), una lingua materica che fa appello a tutti i sensi: “Io vedo, sento, annuso, assaporo e tocco. Io registro, ma non ho pensieri miei…” (p. 79), dice Giona come voce narrante. Ma anche Luca, ad esempio, riesce “a vedere qualcosa oltre il vetro armato che spezza la luce in decine di piccoli frammenti” (p. 138).
Sono sensazioni che il lettore sente sulla propria pelle, in una narrazione serrata, che non dà spazio a inutili lirismi, ma che dilata i sensi in un circolo virtuoso e coinvolgente.

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Il Premio Italo Calvino è stato fondato a Torino nel 1985, poco dopo la morte di Italo Calvino, per iniziativa di un gruppo di estimatori e di amici dello scrittore, tra cui Norberto Bobbio, Natalia Ginzburg, Lalla Romano, Cesare Segre, Massimo Mila. Ideatrice del Premio e sua animatrice e Presidente fino al 2010 è stata Delia Frigessi, studiosa della cultura italiana tra Ottocento e Novecento. Il Premio, giunto alla sua trentunesima edizione, segnala e premia opere prime inedite di narrativa.

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