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FuoriAsse: La Pietas

ottobre 1, 2021

È disponibile il n. 26 del magazine FuoriAsse di Cooperativa Letteraria. Il tema di questo numero è: “La Pietas”.

Pubblichiamo l’editoriale della direttrice, Caterina Arcangelo

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di Caterina Arcangelo

Pietas è una parola lontana dal nostro “fare” quotidiano, richiama una molteplicità di concetti oggi molto difficili da indagare e da recuperare, e proprio a causa della perdita di una più profonda dimensione storica e della capacità di muoversi tra i diversi «quadri concettuali». Popper nella sua critica a Kuhn ― il quale suggerisce che la razionalità della scienza presuppone l’accettazione di un quadro comune ― sostiene, invece, che una discussione è sempre possibile: «è solo un dogma, un dogma pericoloso quello secondo cui diversi quadri concettuali sono come lingue reciprocamente intraducibili» (1). La società capitalistica oggi affermatasi, in cui non solo viviamo l’allontanamento dal passato, ma anche l’accelerazione di processi tecnologici e umani, sta perdendo ogni attenzione per i valori della tradizione, che sono stati soppiantati da interessi meramente pratici e utilitaristici.
Forse non è così per chi ancora ha qualche forma di dimestichezza con una idea anche politica del proprio essere e del proprio “fare”, per chi, per fare letteratura, ricerca la verità nella sua stretta relazione tra scienza e conoscenza. Pietas, nell’era digitale, in cui si mastica di tutto e velocemente, non è una parola in voga. Temo siano altri i termini oggi alla moda. Si usa “resilienza”, talvolta al posto di “resistenza”. Forse perché aiuta a rinvigorire il concetto di forza, idea cardine della nostra società al pari di impermeabilità: se niente scalfisce le nostre vite, non ci saranno nodi da sciogliere, griglie da interpretare, tantomeno problematiche da affrontare. La vita si attraversa, ma non si affronta. Dopotutto, se l’appiattimento è generale, ogni discrepanza si annulla e ogni dislivello di natura sociale si azzera; non ci sono, per dirla con Omero, né vincitori né i vinti.
https://letteratitudinenews.files.wordpress.com/2018/04/caterina-arcangelo.jpgPer indagare il tanto complesso sentimento della Pietas occorre quindi tornare alla lettura dei grandi poemi classici, fonti di un sapere scientifico moderno, a quelle opere, cioè, che si rivelano ancora all’altezza delle più attuali discussioni. Un esempio lungimirante di questo recupero è il lavoro di rilettura dell’Iliade, o il Poema della forza di Simone Weil, scritto tra il 1936 e il 1939 (L’Iliade, ou le poème de la force, pubblicato in «Cahiers du Sud», 230 – 231, dicembre 1940 – gennaio 1941). Il poema celebra la virtù fortunata di Achille e indaga sul comune sentimento della Pietas, che nasce dalle rovine di Troia.
Un salto all’indietro, che permette un’ampia riflessione sulla nostra comune condizione umana; uno sguardo al passato remoto, capace ancora di trarre, dalla miseria umana, il vero volto dell’uomo, la sua sofferenza così come il suo bisogno di bene e di giustizia: i Greci si specchiano nei panni dell’eroe vittorioso e, allo stesso tempo, del vinto, che, visto con gli occhi della compassione, non è meno stimato del vincitore.
Leopardi, nel suo Zibaldone, anticipando quelle tematiche che verranno prese in esame anche dalla Weil, definisce l’Iliade il «poema più cristiano. Poiché interessa pel nemico, pel misero ec. ec.». La poeticità della Pietas è molto forte nell’Iliade ed è per questo che Leopardi pensa che Omero ne sia proprio il “padre”: «Omero ebbe l’arte di fare che i greci si contentassero di stimare il nemico che avevano vinto; e fece loro provare il piacere, a quei tempi ignoto o rarissimo, di vantarsi e compiacersi (3117) di una vittoria riportata sopra un nemico nobile e valoroso. Questo piacere fu veramente Omero che lo concepí». La Weil invece rivolge la sua attenzione all’atto della forza e alla comprensione profonda del suo meccanismo. La violenza, intrinseca all’idea di “forza”, trasforma e annienta chiunque venga toccato; pietrifica e riduce a inutile cosa chi la subisce – sia i vincitori sia i vinti. Potrebbe in questo senso anche ricordare, seppure vagamente, un altro concetto espresso da Leopardi nel suo Zibaldone, che riguarda più strettamente un’idea di «compassione» che non è «propria degli animali né degli uomini» e che nasce dall’egoismo: «Questo piacere ha bisogno di una delicatezza e mobilità di sentimento o facoltà sensitiva, di una raffinatezza e pieghevolezza di egoismo, per cui egli possa come un serpente ripiegarsi fino ad applicarsi ad altri oggetti».
È vero dunque che al centro del poema dell’Iliade vi sia la forza, l’egoismo dell’uomo, ma non meno centrale è il tema della sventura comune che grava sugli esseri umani.
Prima Leopardi, poi la Weil, ci servono per capire quel processo di attualizzazione del mito, che è sempre possibile e necessario per ampliare un sempre più ampio raggio di conoscenza.
In tal caso, la visione lucida di Simone Weil è fondamentale anche per comprendere la sua partecipazione attiva all’avvicinarsi della tempesta europea. Anche Ernst Jünger, per quanto la lettura di tante sue opere sia controversa, ci dà l’occasione di riflettere da altri punti di vista.
La società è descritta come imperfetta e traboccante di male, in cui, però, spessissimo appare una variante che solleva «un lembo del velo che tutto oscura». Ed è allora che si scorge, pur nella furia delle armi o nel caos della guerra, una profonda unità tra il paesaggio osservato e l’anima. Il tanto ricercato senso della pietas si manifesta in passaggi come questo che leggiamo in Scritti politici e di guerra, 1919 -1933:

«Quel che i sopravvissuti portavano con sé era il ricordo di uno sguardo breve e fisso nella bocca ardente di un vulcano. Erano tuttavia attimi di altro tipo quelli in cui il profondo dissidio e l’ancor più profonda unità di questo passaggio si manifestavano chiaramente alla coscienza. Per esempio c’era qualcosa di stranamente raro nel grido di una starna che, la notte, si udiva levarsi dai campi inselvatichiti o nel canto noncurante dell’allodola che, la mattina, risuonava alta sulle trincee […] Di quella vita resta perennemente invariato l’importo pulsante al di sotto della superficie notevole su cui si alternano la guerra e la pace».

Sotto il velo, che sarebbe il male della storia, c’è qualcosa di pulsante. Il aesaggio così sentito permette a Jünger di astrarsi dal male.
Invece, una comprensione più profonda della vita e del proprio sé la esprime Ungaretti in Allegria di Naufragi (2), in cui pure è dominante il tema della guerra. Il naufrago è colui che prova l’«allegria» di essere uscito illeso dal pericolo. Il termine Allegria significa il ritrovamento della forza interiore: E subito riprende/il viaggio/come/dopo il naufragio/un superstite/lupo di mare.
Si riprende a viaggiare proprio come un «lupo di mare» che abbia scampato la morte.
Come avviene per alcune poesie di Giovanni Pascoli, Ungaretti comincia questa composizione poetica con la congiunzione “E”, per affermare appunto una forma di ripresa dal passato…
Oppure l’inizio di una nuova consapevolezza. Versi che diventano, inoltre, metafora universale della vita umana e che riecheggiano, ma per contrasto, l’Infinito di Leopardi: «Così tra questa / immensità s’annega il pensier mio: / e il naufragar m’è dolce in questo mare».
Il male è nella storia, a volte il male è perfino la storia. Non ha torto Franco Ferrarotti a citare il quattordicesimo Canto dell’Inferno («In mezzo mar siede un paese guasto»), per indicare la «stagnazione morale», «l’inappetenza intellettuale», i «meschini litigi» e il «cannibalismo politico»
a cui oggi è sottoposto il nostro paese (3). Di questo degrado culturale, che ha annientato l’identità del popolo italiano, causa è l’oblio della propria Storia, della propria cultura, della propria società.
Adriano Prosperi, invitando a una presa di coscienza che cerchi la via per un rinnovamento generale, scrive: «il processo di cancellazione della memoria del lavoro e dei luoghi e delle storie di chi vi è impiegato è diventato travolgente con l’avvento della finanziarizzazione dell’economia capitalistica e col trionfo del neoliberismo» (4). Come scrive Juri M. Lotman, «la storia intellettuale dell’Umanità si può considerare una lotta per la memoria, annientamento di testi, oblio di nessi». Affermazione che Prosperi inserisce in apertura di Un tempo senza storia. La distruzione del passato: breve ma intenso volume in cui Prosperi, tenendo conto del «flagello biblico del Covid -19», invita il lettore a riflettere sulla necessità di reimmergersi nella storia, di riappropriarsi della storia.
Con Bloch fino a Hobsbawm, Prosperi pone l’accento su quella sorta di «presente permanente», che, forse anche in maniera inconscia, chiude ogni rapporto con il passato storico:

«L’offuscarsi della coscienza e della conoscenza storica nella società sembra passare quasi inavvertito.
Eppure è un fenomeno diffuso in molti ambienti e in diverse fasce sociali, minaccia specialmente le nuove generazioni e il mondo della scuola e devasta quello della politica. La cosa non riguarda solo l’Italia: affligge anche altri paesi di un’Europa formalmente unita eppure resa da questa malattia sempre più fragile e spesso irriconoscibile» (5).

Il «presente permanente» a cui fa riferimento Prosperi è, allo stesso tempo, alimentato dall’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, in cui, solitamente, viene dato molto spazio a immagini personali di vita, del quotidiano, di cronaca. Non si sente più il bisogno delle voci che hanno parlato nel passato. Ecco che si intensificano certe aberrazioni linguistiche: l’abuso di termini alla moda e la semantizzazione di parole che ne negano il significato storico. Di certo allora non sbaglia Prosperi nel dire che oggi la parola “Memoria” si sostituisce alla parola “Storia”«magari con l’aggiunta di aggettivi come “collettiva” o con più ardite semplificazioni cariche di veleni ideologici, come “identità”». Discorso che, dal mio punto di vista, rimanda anche allo slogan o alla formula senza costrutto, il cui pericolo era già stato individuato da un certo giovane intellettuale torinese del nostro Novecento, Piero Gobetti ― ancora troppo poco conosciuto da altrettanti giovani. Gobetti si sofferma su questi stessi aspetti nell’articolo La nostra fede. (6)
Mi piace ritornare su una riflessione di Franco Ferrarotti che considera la realtà culturale italiana divisa in due tipici atteggiamenti:

«1 la cultura tradizionale; 2 la cultura di mezzi di comunicazione di massa, in particolare della televisione e dei social. Potremmo anche definire la prima cultura come quella legata alla logica della lettura e della scrittura o logica del libro, e la seconda invece, come una cultura caratterizzata e legata alla logica dell’audio-visivo, ossia dell’immagine sintetica, fulminante, che,
più che convincere razionalmente, avvince emotivamente e seduce»7.

Così anche il linguaggio si pone come specchio dell’esperienza quotidiana deprivata e che trascina con sé tutti i suoi difetti. Ferrarotti la chiama «degradazione dell’ideologia», poiché porta con sé «la caduta dell’ideologia globale ossia la crisi del grande racconto» in cui le tradizionali idee politiche, fondate su un concetto classico di Storia, vengono totalmente ribaltate; si noti, per esempio, «la trasformazione del linguaggio politico in linguaggio sportivo (“perdere in contropiede”; “giocare d’anticipo”; “richiamare il fuorigioco”; “restare in panchina”, e così via)» (8).
Per questo la letteratura è un mezzo necessario alla costruzione di una coscienza storica nazionale, strumento civile al servizio della comunità.
Nello svilimento della parola si fa spesso a meno di un confronto tra programmi politici, sociali e culturali. Viene a mancare la dialettica delle idee così come manca il riconoscimento di un processo storico che le ha definite. La débâcle culturale italiana è causata anche dall’assenza di confronti su un piano internazionale o, per meglio dire, sulla scia di un’idea barettiana, moderna, anche di una indagine sulla più stretta relazione «fra lingue e letteratura, lingua e pensieri, lingua e saperi»9. Giuseppe Baretti (1719, Torino – 1789, Londra) fu il primo critico italiano, di livello europeo, a porre la letteratura e la lingua in un rapporto di interscambio, oltre che in un contesto di originalità in cui «il farsi della letteratura» è in continua tensione con «le vicende della cultura». Concetto, quest’ultimo, ribadito da Daniela Marcheschi nella sua introduzione al volume degli atti del Convegno Internazionale di Studi per il Tricentenario della Nascita di Giuseppe Baretti: «Baretti comprese che della letteratura si possono individuare e interpretare i valori solo ponendola in un quadro di ampio confronto di esperienze». L’originalità di Baretti, secondo la Marcheschi, non è data solo dalla straordinaria capacità di mediazione fra le tradizioni internazionali, ma a lui va riconosciuto il merito di aver restituito alla letteratura italiana un più alto prestigio internazionale, che, contrariamente a quanto avveniva in altri ambiti, come quello teatrale o musicale, in quegli anni andava calando in Inghilterra. Oggi uno sguardo critico ci vuole, Prosperi dice «meglio se straniero» e occorrono ricerche di senso comune perché si devono mostrare quali fratture si sono aperte nella Storia, «tra la realtà di tante culture umane nel mondo e la chiusura etnocentrica di quel che si legge e si insegna». L’intento non è quello di restituire una storia studiata a tavolino quanto piuttosto ricordare che cos’è la storiografia, che è «ricerca e vive di confronto e discussioni tra punti di vista diversi». Oggi invece ci si scontra con un modus operandi, che ben si coniuga con un’ideologia a senso unico e sempre più consona a un mondo capitalistico che favorisce l’omologazione e il conformismo. La costruzione di una civiltà storica non prevede più al suo interno «la crescita intellettuale di libere personalità ma l’apprendimento di abilità funzionali all’esecuzione esatta di quanto richiesto dalle esigenze del sistema» (10).
Marco Revelli, sulla stessa linea d’onda, focalizza la sua indagine sulla disgregazione dei valori.
La sua definizione «Modernizzazione regressiva» rivela come un certo avanzamento, soprattutto di tipo tecnologico, sia solo una corsa contro il tempo: «si lavora in velocità, modernizzandoci, ma, in realtà, indebolendoci, perdendo così il tempo della storia e delle sue tragedie» (11), il tempo della nostra stessa più profonda umanità nella Storia. Intellettuali come Prosperi, Ferrarotti, Marcheschi o Revelli lavorano affinché il nostro presente possa giustamente rielaborare quei processi storici che l’hanno determinato, affinché venga riaccesa la curiosità nei riguardi del passato delle arti, al fine di ristabilire una connessione tra luoghi e memoria così come l’affermazione di valori capaci di non limitarsi a una scelta rivolta solo all’utilità di una formazione professionale, ma anche e soprattutto alla scoperta della propria identità culturale. Lo stesso Gramsci, nel suo Materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (Torino, Einaudi, 1966), dice che non si può essere filosofi, cioè avere una concezione del mondo criticamente coerente, senza la consapevolezza della sua storicità. Il problema è proprio quello di costruire nuove ideologie, nuovi modi di pensare che possano diventare una nuova concezione del mondo, che si rivelino in ogni manifestazione artistica, nel Diritto così come nelle attività pratiche o economiche. Anche per costruire un’idea nuova nel rapporto tra uomo e natura, tra uomo e ambiente, tra uomo e storia, tra lavoro e tecnologia.

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Note:

1. Cfr. K.R.Popper, La scienza normale e i suoi pericoli, in AA. VV., Critica e crescita della conoscenza, trad. it. di Giulio Giorello, Milano, Feltrinelli, 976, pp. 124 -128.

2. Allegria di naufragi, Firenze, Vallecchi, 1919. La poesia Allegria di naufragi, che dà il titolo alla raccolta omonima, è tra le composizioni più famose di Giuseppe Ungaretti ed è stata composta a Versa (Gorizia) il 14 febbraio 1917. Nel corso degli anni Ungaretti ha arricchito la sua raccolta che venne ripubblicata nel 1931 con il titolo L’Allegria.

3.  Cfr. Simone Weil, Appunti sulla soppressione dei partiti politici, trad. e introduzione di Franco Ferrarotti, Bologna, Marietti 2021, p. 22.

4. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, Torino, Einaudi, 2021, p.10.

5. Ivi, pp.5-6.

6. Piero Gobetti, La nostra fede, in «Energie Nove» serie II, 1,5 maggio, 1919, pp. 1-8, poi in Scritti Politici, Opere complete, di Piero Gobetti, vol. I, a cura di Paolo Spriano, Torino, Einaudi, 1997 (1960).

7. Franco Ferrarotti in Simone Weil, Appunti sulla soppressione dei partiti politici, cit., p. 15.

8. Ibidem.

9. Giuseppe Baretti a trecento anni dalla sua nascita, a cura di Daniela Marcheschi e Francesca Savoia, Atti del Convegno internazionale (Seravezza 3-4 maggio 2019), Edizioni ETS, 2020, p.14.

10. Adriano Prosperi, Un tempo senza storia. La distruzione del passato, cit., p.13.

11. Marco Revelli, Poveri, noi, Torino, Einaudi, 2010, p. X.

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[Il n. 26 di FuoriAsse è disponibile qui]

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