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INTERVISTA A JO WALTON (autrice di “Le mie due vite”)

gennaio 31, 2015

INTERVISTA A JO WALTON (autrice di “Le mie due vite“). Un estratto del romanzo è disponibile qui.

[A fine post, la versione dell’intervista in lingua inglese. Ringraziamo Costanza Ciminelli per la collaborazione]

Ne Le mie due vite, Jo Walton – uno dei nomi più originali e interessanti della fantascienza e del fantastico contemporanei, non a caso insignito dei maggiori premi quanto a genere – sviluppa e dilata il concetto di sliding doors: ciò che è stato si confonde e sovrappone a qualcos’altro che sembra essere stato ugualmente ma differentemente.
Il romanzo è una raffinatissima ucronia, resa attraverso il registro del realismo narrativo. L’autrice non si risparmia nel ridisegno della Storia – in particolare del periodo della Guerra Fredda – dandone più versioni in un’unica trama.

di Massimo Maugeri

Jo Walton (nata in Galles nel 1964), poetessa e scrittrice di libri fantasy e di fantascienza, ha vinto numerosi premi, tra cui il John W. Campbell Award come Miglior nuovo talento, il World Fantasy Award, il Prometheus Award e il Mythopoeic Award. Con “Un altro mondo” (Gargoyle 2013) si è aggiudicata il Nebula Award e l’Hugo Award per il miglior romanzo. Di recente è tornata in libreria con “Le mie due vite”: un romanzo che si interroga sul tema delle scelte, su quello del doppio, e su come le nostre decisioni possono influenzare il corso della nostra esistenza e quello di coloro che ci stanno accanto.
Ne discutiamo con l’autrice.

– Benvenuta a Letteratitudine, Jo. In genere, quando mi capita di incontrare scrittori per scambiare quattro chiacchiere su un loro libro, chiedo notizie inerenti la genesi del libro stesso. Dunque chiedo anche te di raccontarci, se puoi, qualcosa a riguardo. Come nasce Le mie due vite? Da quale idea, spunto, esigenza o fonte di ispirazione?
L’ispirazione me l’ha fornita un’amica quando mi ha raccontato la proposta di matrimonio ricevuta dal suo futuro marito. Lui le disse che avrebbero dovuto sposarsi allora o mai più. È come se il modo in cui quella proposta era stata formulata mi avesse dispiegato davanti l’intera storia per il libro. Da quella proposta, infatti, immagino prendano avvio due vite separate e al contempo l’idea di ricordarle entrambe da parte di una donna anziana ricoverata in un ospizio a causa di una diagnosi di demenza senile, una donna che ignora quale delle due sia stata la vita reale. Così ho chiesto alla mia amica se potevo scriverci su e lei ha acconsentito. È partito tutto da quella conversazione, seppure ci siano voluti un paio d’anni prima che cominciassi a lavorare effettivamente al romanzo.

– Questo tuo romanzo si inserisce in un filone ricco e prestigioso: quello legato al cosiddetto “tema del doppio”. Tra i vari romanzi del passato, incentrati appunto sul tema del doppio, qual è  –  a tuo avviso – quello che potremmo considerare come una sorta di pietra miliare?
In tal senso ho molto apprezzato il romanzo Replay di Kenneth Grimwood e il racconto Unsound Variation di Gorge R. R. Martin.

– Proviamo a conoscere un po’ meglio i personaggi di questo tuo romanzo, partendo dalla protagonista: Patricia Cowan. Come la descriveresti ai nostri lettori?
Patricia è nata nel 1926 e la sua istruzione (scuola + college) si è svolta durante la Seconda guerra mondiale. È molto intelligente ma paga le conseguenze di essere donna in quell’epoca, in particolar modo patisce una connaturata mancanza di fiducia in se stessa. Acquista sicurezza gradualmente realizzando degli obiettivi, seppure in nessuna delle due vite si possa parlare di obiettivi di grosso impatto. In una vita, Tricia è un’attivista politica di provincia, nell’altra Pat è una scrittrice di guide di viaggi, con abbastanza successo da potersi permettere di trascorrere molto tempo in Italia. Evidente sin dal titolo originale My Real Children, Patricia diventa madre sia come Tricia sia come Pat, e questo è un aspetto fondamentale della sua identità. Patricia non è quel tipo di persona che si penserebbe in grado di cambiare il mondo, o di avere un grosso impatto su di esso,  ma le sue scelte individuali contano.

– Ci sono questi altri due personaggi che si inseriscono nel doppio filone di ricordi che pare svilupparsi nella mente di Patricia. Parlaci di Mark Anston, intanto…
Mark è il ragazzo di cui Patricia si innamora al college, capace di scriverle lettere meravigliose durante il fidanzamento, ma di rivelarsi un pessimo marito dopo il matrimonio – questo avviene in una vita. Nell’altra, Patricia rifiuta di sposare Mark e si innamora della biologa Bee Dickinson. Mark e Bee sono omosessuali, Patricia è bisessuale. Mark tenta di nascondere la sua omosessualità e si sposa per motivi di ordine sociale e religioso – siamo nella seconda metà degli anni Quaranta del Novecento –, diversamente Bee è a suo agio con se stessa e quindi anche con la sua sessualità. Entrambi sono intellettuali di matrice accademica, ma Bee ottiene molti più riconoscimenti di Mark. In seguito Bee resta ferita in un attentato terroristico e lei e Pat devono adattare la loro esistenza alla sopraggiunta disabilità. La stessa cosa accade nella vita di Tricia dopo l’ictus di Mark. In entrambe le vite, Patricia deve dedicare parte del suo tempo a prendersi cura del partner.

– Questo romanzo, tra le altre cose, si interroga su come le nostre scelte influenzino in maniera decisiva il corso delle nostre esistenze e quello delle persone che amiamo. Secondo te c’è sufficiente consapevolezza sul peso determinante che le scelte che adottiamo esercitano sulle nostre vite?
Penso sia qualcosa cui molti hanno pensato riguardo le loro vite – se si avesse sposato quella persona, se si avesse accettato quel lavoro, etc. Ciò che manca, invece, è il soffermarsi un po’ di più sulla differenza che le piccole scelte possono avere sul mondo intero – negli anni Ottanta, in Inghilterra, ci fu una campagna contro i rifiuti con la foto di un’enorme bocca di immondizia e lo slogan “La mia piccola cartaccia non fa alcun danno”. È chiaro che non fa nessuna differenza se singolarmente uso una lampadina a basso consumo d’energia, o prendo una posizione contro la corruzione, o aiuto un immigrato a trovare lavoro, le cose cambiano perché ciascuno di noi cambia e il futuro è fatto dalle scelte di tutti noi.
Nel mio primo romanzo (The King’s Peace, 2000), il fulcro era: “Se non ho armi, dove posso cercare la pace allora?”. È qualcosa che ci riguarda tutti. Noi stiamo cercando la pace, non soltanto uno stato di non belligeranza, piuttosto una pace attiva, una civilizzazione autentica. Tutti noi vogliamo acqua pulita, mobilità sicura, possibilità di trasferire denaro da un posto a un altro sapendo che andrà dove abbiamo previsto vada, istruzione adeguata, sanità efficiente. Vogliamo poter contare su tutto questo. Ma poi incappiamo nell’offerta di una tangente o in una situazione dove qualcun altro si sta piegando a una condotta illecita, oppure siamo semplicemente troppo stanchi, esausti, per reagire e torniamo a pensare in termini di “piccola questione individuale” ed è così che perdiamo.

– Esiste un possibile rimedio per attenuare gli effetti di scelte sbagliate?
Quando ho lasciato l’Università ho lavorato per un paio d’anni come consulente finanziario. Dissi a un amico: “Chi avrebbe mai pensato sarei finita a fare la consulente finanziaria?” E lui rispose: “Jo, sei tu che non avevi mai pensato di finire così. C’è ancora un mucchio di tempo per cambiare”. Non si può tornare alle vecchie scelte, ma se ne possono fare di nuove; non si può tornare indietro ma si può andare avanti, tutti noi cambiamo il mondo con ogni nostro respiro. Non ha senso rimpiangere le occasioni perdute, ma andare avanti da dove siamo, e la direzione in cui procediamo è sotto il nostro controllo adesso. Tricia ha sposato Mark ma quando realizza quanto lui sia brutale prova a scappare e alla fine ci riesce. Qualunque cosa abbiamo fatto ieri, possiamo farla meglio oggi per domani.

– Che tipo di riscontro ha avuto e sta avendo Le mie due vite tra le tue lettrici e i tuoi lettori? C’è qualche aneddoto in particolare che puoi raccontarci?
Il libro è risultato molto commovente. Quando si affronta l’intera vita di qualcuno, naturalmente si parla anche di morte. Quando ho mandato Le mie due vite  ai i miei lettori beta (lettori qualificati) di riferimento per avere dei feeback critici, tutti mi hanno riferito di essersi commossi, specialmente quando Pat si reca a Firenze per l’ultima volta. Era stato difficile per me misurarmi con quel capitolo, ora i lettori mi dicevano di aver pianto. Non posso compiacermene né scusarmi  per questo, ma di solito quando qualcosa commuove i lettori ha già commosso me mentre ero intenta a scriverne. Ho ricevuto molte reazioni, in prevalenza positive, da persone che hanno avuto familiari affetti da demenza.
Un aneddoto è quello legato alla gelateria fiorentina “Perché no!…”: esiste dal 1938 e alcuni personaggi del romanzo la frequentano. Ho dato ai gestori una copia del libro in inglese, spero che ora che il romanzo è stato tradotto in italiano l’abbiano letto e si siano divertiti.

-Grazie molte, Jo.
Sono io che ringrazio voi.

Ne approfitto, altresì, per ringraziare Costanza Ciminelli per la collaborazione.

Di seguito pubblichiamo la versione in lingua inglese dell’intervista.

(Riproduzione riservata)

* * *

-Welcome Jo to Letteratitudine. Normally, when I ask writers to talk about their books, I am used to questioning them about how the book originated. So, what is the genesis of My Real Children (Le mie due vite, Gargoyle 2014)? Which were the first ideas, starting points or sources at the basis of such novel?
I first had the idea when a friend was telling me about her husband’s marriage proposal. It’s the same as the one I used in the book, he said if they were to get married, it had to be now or never. I immediately had the whole idea for the book: the split lives spreading out from that moment, and the idea of remembering both of lives in a nursing home with dementia and not knowing which was real. I immediately asked her if she’d mind if I wrote about that. This was a couple of years before I started to work on the novel, but it all came from that moment of conversation.

-My Real Children could be included in what could be defined as a “double-edged theme” literary fiction, a very productive and prestigious literary stream. According to you, which is the masterpiece of this kind of literature?
I like Ken Grimwood’s Replay and George R.R, Martin’s short story Unsound Variation.

 
-Tell us about the characters of your novel. What would you say to our readers about the leading character Patricia Cowan?
Patricia is born in 1926 and she goes to school and then college during WWII. She’s very intelligent, but she suffers the social consequences of being a woman in that era, especially an early lack of confidence. Later in her life – both her lives – she gains confidence and achieves things, but in neither life are they huge things. In one life, Tricia, local political success, in the other life, Pat, she becomes a writer of travel books. In that life she is fortunate enough to spend a lot of time in Italy. In both lives, as you can tell from the title, she becomes a mother and this is very important to her identity. She’s not the kind of person you’d think of changing the world and having a huge impact. But her small choices matter.

-In Patricia’s double stream of memories, there are two characters in particular which catch the reader’s attention: Mark Anston and Bee. Can you tell us something more about them?
Mark is Patricia’s college sweetheart, who writes her wonderful letters when they are engaged and then turns out to be a terrible husband after they are married — in one life. In the other life where she has the letters and then says no, she goes on to fall in love with Bee Dickinson, a female biologist. Mark and Bee are both homosexual — Patricia, obviously, is bisexual. Mark is trying to suppress his homosexuality and marry for religious and social reasons, it’s the late 1940s. Bee is comfortable with herself. They’re both intellectuals and academics, Bee much more successful than Mark. Then Bee is injured in a terrorist attack and the two of them have to adjust to life with disability. Mark also has to make a similar adjustment later, after a stroke. In both lives, Patricia spends some of her time in a caregiver role for a partner.

-Among other things, the novel deals with the matter of how our choices strongly affect our own lives and our loved ones’. According to you, are we conscious enough about the significant impact that choices have on our existences?
I think this is something most people have thought of with regard to their own life – if they’d married this person, if they’d taken that job, on that kind of level. But I think many people don’t think enough about what difference their small choices make on the world – there was a campaign against litter in the UK in the eighties with a picture of a huge mound of trash and the slogan “My little wrapper doesn’t do any harm”. It’s easy to feel that it doesn’t make any difference if I have low-energy light bulbs, or take a stand against corruption, or help an immigrant find work – but things change because we all change, and the future is made of all our choices.
In my first novel, The King’s Peace 2000, I consider the question “If I have no sword, where then shall I seek peace?”. I think it’s very relevant to all of us. We’re all seeking peace – not just a state where nobody’s fighting, but active peace, civilization. We all want clean water, safe travel, the ability to transfer money from one place to another and know it’ll get where it’s going, good education, good healthcare. We want to be able to trust these things. But then there’s a bribe offered, or a situation where it seems like everyone else is accepting wrongdoing, or we’re too tired or worndown to act, and we’re back to thinking “My little wrapper” and that’s how we lose it.

– Does any remedy exist in order to lessen the wrong choices’ consequences?
When I left university I worked for a couple of years as a financial consultant. I said to a friend “Who would have thought I’d end up as a financial consultant?” And he said “Jo, you haven’t ended up. There’s a lot of time to change yet.” You can’t get back your old choices, but you can make new choices, you can’t go back but you can go forward, and we all change the world with every breath. There’s no point regretting lost opportunities, but we go on from where we are, and the direction we go on in is under our control now. Tricia married Mark but when she faced up to it that he was abusive she tried to get away, and eventually she did. Whatever we did yesterday, we can do better today for tomorrow.

– What kind of response is My Real Children having among your readers? Have you any particular story to tell us?
The book makes a lot of people cry. When you talk about somebody’s whole life, of course you have to talk about death. When I sent this book out to beta readers, all of them reported that it made them cry, especially the chapter where Pat leaves Firenze for the last time. It was difficult for me to know how to deal with this, and now when readers say to me that they cried. I can’t say “Good!” I can’t apologize either and say “I’m sorry!”. It’s difficult to know how to respond. I usually say it made me cry too, when I was writing it. I’ve had a lot of response from people who have had family members with dementia, overwhelmingly positive response.
There’s a wonderful gelateria in Firenze called “Perche no! …” and it’s been there since 1938 and I had characters in the book go there. I gave them a copy in English, but now that the book’s out in Italian I’m hoping they’ll read it and enjoy it.

-Many thanks, Joe.
I thank you

* * *

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