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PAOLO COLAGRANDE racconta SENTI LE RANE

maggio 19, 2015

Paolo ColagrandePAOLO COLAGRANDE ci racconta il suo romanzo SENTI LE RANE, (Nottetempo). Un estratto del libro è disponibile qui

di Paolo Colagrande

Non ho pratica di protagonisti, che interessano le geometrie elementari e la fisica meccanica, con un baricentro dentro un sistema, un centro in mezzo a una superficie, e una specie di obbligo di rigidità che onestamente non riesco a trovare in natura, o nella cosiddetta realtà, che è fatta di valori medi approssimativi, periferie che traboccano da perimetri storti e provvisori.
Conosco meglio il disturbatore incompetente, l’avulso, il corpo elastico che entra per sbaglio dove non dovrebbe entrare, e magari ci si trova bene, anche se il posto è inospitale, abitato da corpi rigidi imbarazzati fatti di geometrie e meccaniche ideali, e che quindi non lo vogliono.
E’ il discorso che Gerasim, allievo del muratore Paterlini, cerca di fare a Sogliani fin dalla prima pagina: gli uomini, per costituzione e fisiologia, non riescono a star chiusi dentro a un cerchio e a un quadrato come l’uomo nudo Vitruviano, che è poi un imbroglio degli esegeti e dei critici (Leonardo l’aveva disegnato per noia e poi si era dimenticato di buttar via il foglio), perché il corpo umano è un impianto viziato, dozzinale, si muove senza metodo, sempre in cerca di qualcosa che non trova o che non c’è.
Gerasim parla in prima persona, un po’ per sé e un po’ per l’amico Sogliani; l’uno e l’altro parlano di Zuckermann, che ha appena cambiato tavolo per andare a parlare con altri asini. Se Zuckermann fosse rimasto seduto dov’era, insieme a Gerasim e Sogliani, la storia non sarebbe mai cominciata.
Del resto Zuckermann stesso è caduto nell’equivoco del protagonista, che è poi un cascame letterario dell’uomo vitruviano. Ebreo di stirpe, cresciuto dagli zii Avrumele e Nazarena secondo le regole di Abramo e Mosè, diventa cristiano per chiamata divina a bordo della Horizon guidata dal cugino Jazo sulla via di Lumbriasco di ritorno dalla sinagoga di Bolzate. La conversione è il primo passo dell’ascesa, lenta, che porta alla caduta, velocissima; come vuole la fisica.
Per intercessione del monsignor Ballabieni Dellostrogolo dell’istituto Interdiocesano Providus Pater, Zuckermann entra in seminario e qualche anno dopo è pastore delle anime di Zobolo Sant’aurelio Riviera, località balneare di fascia bassa, dove arriva all’inizio dell’estate, già in stima di santo. La stima di santo ha la forza di un assioma, o di un’ideologia: vede spie di santità dappertutto, nel caso specifico in ogni parola o gesto o movimento anche riflesso o involontario di Zuckermann, che da questo piano di stima/autostima guarda le cose del mondo come fiorente produzione della grazia di Dio, cioè spirito puro, pesantissimo, senza coinvolgimenti organici.
I protagonisti dilettanti però non vedono le trappole per terra, e Zuckermann inciampa in quella più cattiva: la malinconia del monaco anacoreta, che coglie l’uomo a una cert’ora dopo pranzo, soprattutto in stagione bassa, quando il sole sbiadisce, i pomeriggi si accorciano e le spiagge, dove ci sono, si svuotano. Nell’ora più critica di Zobolo Santaurelio Riviera, mentre la spiaggia si svuota e il sole entra in canonica a illuminarla di pessimismo, Zuckermann sposta la tenda per cercare la grazia di Dio ma trova la Romana Bonifazzi, figlia di parrocchiani devoti, diplomanda in ragioneria. E siccome il sentimento della bellezza che alimenta il cosiddetto eros, inteso non come conoscenza ma come desiderio fisico, segue una regola transitiva naturale tendente al pareggio, anche la Romana trova Zuckermann, senza santità né grazia di Dio, oltre la veste da parroco; e anche sotto la veste di parroco, per cambiar la visuale e fare un passo avanti.
La proprietà transitiva della bellezza, ad esser precisi, non risponde solo a una legge di natura: c’è un demonio burattinaio che la manovra a suo gusto, non si sa chi sia e dove sia, ma si capisce facilmente che c’è, questo demonio, e certe volte sembra di vederlo. Neanche la regola antisindacale benedettina, quella che predica il lavoro forzato e la preghiera tattica per sgominare l’accidia, la lusinga immonda e il vuoto corruttore, è capace di resistere alla forza del burattinaio che con una mano spinge Zuckermann verso la Romana e con l’altra la Romana verso Zuckermann, fino al prevedibile esito naturale. Che essendo naturale arriva con la prepotenza delle disgrazie.
Da qui in poi la vita del parroco si divide, si accende e si mortifica, il mandato pastorale si mescola nel cosiddetto commercio erotico, in una nicchia ecologica segreta e inaccessibile all’ideologia della santità, che come tutte le ideologie ha le gambe robuste e il passo sicuro ma lo sguardo ebete: il popolo bue (fra cui Dante Bonifazzi, papà della Romana) continuerà per anni a vedere il santo, e quel sentore di dramma sulla sua faccia – dove si stampano desiderio, rimorso, senso di colpa, ma soprattutto gelosia, corollari classici del commercio erotico – per i fedeli è solo il peso dell’apostolato. E fin qui è tutto facile, perché la storia deve ancora cominciare.
Dentro il dramma, Zuckermann pretende ancora l’investitura di protagonista. Che però è un malinteso, l’abbiam già detto, una svista narratologica dove si cade per abitudine o indolenza, e infatti son poi sempre loro, Gerasim e Sogliani, a salir sulla scena, a interrompere e disturbare, a spiegare i passaggi al popolo bue con passione dottrinale, esegetica, apologetica. Le stazioni del calvario di Zuckermann diventano terreno di critica obliqua, polemica infinitesima, speculazione da sagra che comincia da Leonardo da Vinci e arriva fino a Tom Mix (l’attore di Pistole Fiammeggianti), raccogliendo per strada Paolo di Tarso, gli architetti organici, gli etologi fiamminghi, l’Ikea, Via col vento, La Gioconda (una crosta travisata) eccetera: Gerasim ha voglia di raccontare, ma per raccontare deve spendersi in vanvera sciolta sul palcoscenico del prete, dove si siede comodo anche Sogliani a correggere e puntualizzare, mentre Zuckermann, con la fede in barca e la gelosia che lo massacra, litiga con l’anima, butta la veste nella melica (come dire alle ortiche, ma la melica è il mais), e canta le santemadosche. C’è solo un personaggio che riesce a rubar la parte a tutti e tre, e recuperare il discorso: la Dianora, perpetua ipovedente con la faccia da struzzo, addetta ai servizi parrocchiali ed esperta di spingarda (nel caso specifico una doppietta per caccia ai bisonti), che guarda la commedia in silenzio e con la coda dell’occhio, l’unica parte dell’occhio che funziona e che svela le imposture, e che a un certo momento comincia a parlare a getto: per merito della Dianora, che ne sa più di tutti, il panorama si distende e si accomoda come un’alluvione, la storia va dentro le camere, le cantine, i confessionali, le caserme e le casse da morto, sale e scende dai campanili, e alla fine stana la maledizione all’origine, cioè prima di Zuckermann e a prescindere da lui: è una maledizione di poco conto, però, nessun dramma, nessun mistero, nessun Giobbe coperto di piaghe, solo fatti di quotidiana vergogna che si impastano nella sabbia di Zobolo Sant’aurelio Riviera e di tutto il pianeta, che son poi la stessa cosa. Meriterebbe lei, la Dianora, la medaglia del protagonista, ma non la vuole. E fa bene: meglio lasciarla a una rana, ai bordi di una risaia asciutta.

Zobolo Santaurelio Riviera, Quattosegole, Compiago Olgiano Sotto, Lumbriasco e Bolzate non si trovano sulla carta geografica (inutile controllare, l’ho già fatto io). Gerasim, Sogliani, Zuckermann sono facilmente reperibili nelle botteghe dei barbieri tradizionali, nei bar un po’ fuori itinerario, sulle panchine o alle fermate degli autobus a corse diradate extraurbane, sempre in contesti comunitari medi o mediopiccoli e senza crescita demografica negli ultimi cinquant’anni (o con crescita modesta). Qualcuno di loro potrebbe anche nominare Paterlini, che però è bene rimanga allo stadio di entità astratta, o di figura approssimativa. Potrebbe anche nominare la Romana, per millanteria facile. Più complicato trovare la Dianora: la ricerca richiede un diverso livello metodologico e strumenti sofisticati.
Le rane si trovano nei fossi o vicino ai fossi, comunque nelle zone umide, anche inquinate.

(Riproduzione riservata)

© Paolo Colagrande

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Paolo Colagrande (Piacenza, 1960) ha vinto nel 2007 il Premio Campiello Opera Prima con Fídeg, suo romanzo di esordio. Tra i suoi ultimi libri ricordiamo, Kammerspiel (2008) e Dioblú (2010).

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