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FRANCESCO COSTA racconta ORRORE VESUVIANO

giugno 19, 2015

FRANCESCO COSTA racconta il suo romanzo ORRORE VESUVIANO (Bompiani)

di Francesco Costa

Francesco CostaAvete presente una cittadina del Sud in cui regna una paura mortale, quella di tirare le cuoia in ancor giovane età, perché una spropositata quantità di delitti insanguina le sue strade?
No, non ditelo. Ognuno di voi ne conosce una, ovviamente, ma quella cui mi riferisco io è una cittadina i cui abitanti fingono di essere straordinariamente felici e sembrano ignorare che la gente muore come le mosche con frequenza quotidiana proprio davanti ai loro piedi. Si voltano educatamente dall’altra parte perfino quando cade stecchito un loro parente stretto. A questo punto voi insisterete a dire che ne conoscete una in cui si verificano proprio situazioni di questo tipo, citando ora quel paese e ora quell’altro, e allora mi vedo costretto a dirvi, per tagliar corto, che sto parlando di Orrore Vesuviano.
Orrore vesuvianoNessuno sa perché si chiami così. La memoria del suo vero nome è andata perduta non si sa quando e perfino i suoi cittadini più anziani non se ne ricordano più. Ormai perfino sulle carte geografiche è chiamata Orrore Vesuviano per i troppi ammazzamenti che movimentano i suoi giorni. E’ arroccata sul Vesuvio e vi si patisce un caldo che non si sentirà neanche all’inferno. Il sangue dei suoi abitanti di sesso maschile ribolle, tanto per aggiungere un nuovo problema ai tanti che già affliggono Orrore Vesuviano, perché nessuno può resistere al fascino di Aurelia Scala che gestisce con mano ferma un negozio di fiori ed è la femmina più bella di tutta l’area vesuviana. Che c’è di strano, chiederete voi, se frotte di bei giovanotti si affollano davanti al negozio di Aurelia Scala nella speranza di conquistarne i favori?
Di strano non c’è niente, almeno sul piano teorico, ma sta di fatto che chiunque faccia la corte ad Aurelia Scala non fa in tempo a goderne le grazie che in capo a due giorni lo si trova morto!
Non di morte naturale, no di certo, ma assassinato nei modi più efferati, con sevizie terribili e riferimenti inequivocabili sia alla sua professione che alla pretesa di chiedere in moglie la più bella fioraia di tutto il Meridione. Chi è il carnefice? Chi è il boia di questi sventati giovanotti? Nessuno lo sa. O almeno tutti dicono di non saperlo. Per quali misteriosi motivi la clamorosa bellezza di Aurelia Scala, novella Elena di Troia, porta sfortuna ai suoi spasimanti?
Il cerchio si stringe intorno al negozio di fiori e promette nuove mattanze. Il figlio di Aurelia ha dieci anni e si chiama Luca. Non ha padre. E’ un bambino pieno di immaginazione e, come tanti suoi coetanei che crescono in un clima di violenza, è talmente abituato a veder morire la gente da riuscire a parlare con i defunti. Luca sa, o crede di sapere, quale enigma si cela dietro le barbare uccisioni dei corteggiatori della sua bellissima mamma e prevede addirittura in quale giorno si scoperchierà fatalmente il vaso di Pandora che, attirando su Orrore Vesuviano la collera divina, provocherà una carneficina risolutiva.
Orrore vesuvianoLontanamente debitore alle favole di Giovambattista Basile in cui trionfa la commistione fra la bellezza e la mostruosità, il romanzo salda un feroce umorismo a una sotterranea amarezza per diventare di volta in volta un affresco picaresco, un’opera di denuncia civile, un trionfo del grottesco oppure un sordido “noir” che apparenta le vie di Orrore Vesuviano a quelle della Los Angeles di Raymond Chandler. La trama, articolata e ricca di colpi di scena, è soffusa di tocchi macabri che ad alcuni potranno ricordare l’Henry James di “Giro di vite”, e promuove il personaggio del piccolo Luca a “io narrante” della vicenda esattamente come Virginia Woolf fa con la sua “Signora Dalloway”. “Orrore Vesuviano” è l’esaltazione della gioia di raccontare, è un racconto sfrontato e crudele, è una continua invenzione, un inno al sangue delle vittime e a quello dei carnefici, è un’offerta per amore dell’offerta (per dirla ancora con la Woolf) ai lettori ancora desiderosi di abbandonarsi all’emozione di indovinare “come andrà a finire”. Come andrà a finire la saga sciagurata dell’affascinante fioraia che porta sfortuna ai maschi in questa cittadina confinante con l’inferno e del bambino che forse ne sa una più del diavolo?
E a quale paese somiglia, infine, quest’Orrore Vesuviano in cui assassini e intrallazzatori non trovano ostacoli alle loro trame delittuose?
“Orrore Vesuviano” è il mio settimo romanzo. La mia prima collaborazione con Bompiani. Non so se credere ai tanti che lo ritengono il mio libro migliore.

(Riproduzione riservata)

© Francesco Costa

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Un estratto di ORRORE VESUVIANO (Bompiani), di Francesco Costa

Orrore vesuviano

C’è da specificare che Orrore Vesuviano detiene
un primato assai curioso: vanta il numero più alto di pallottole
vaganti in un giorno. Sono circa trecento. I proiettili
volano da tutte le parti nell’arco delle ventiquattr’ore, perché
qui abitano giovanotti dal cervello grande come quello
di un pulcino, ai quali piace da matti sparare. Non sempre
però hanno una buona mira, e sono tante le occasioni in cui
mancano il bersaglio: così le pallottole se ne vanno a spasso
nell’aria che fischia senza che ci sia il vento, e ogni tanto vedi
cadere stecchiti là una suora e lì un droghiere e un giorno ci
ha rimesso la pelle perfino un chierichetto che era panna e
burro come un cherubino, e gli hanno fatto un funerale così
struggente, con la bara e mazzi di gigli fragranti, che s’è messo
a singhiozzare perfino il suo assassino. Da queste parti,
insomma, capita che uno cada in mezzo alla strada come un
pupazzo di segatura e spesso per non rialzarsi più.
Stando così le cose, non c’è da stupirsi se i cittadini di Orrore
Vesuviano si dispongono frementi allo sgomitolarsi di giorni
avventurosi, e sobbalzano ai rumori insoliti perché la pallottola
vagante è democratica e non guarda in faccia nessuno, così può
toccare a tutti di svoltare un angolo e beccarsi un proiettile in
fronte, e allora buona notte ai suonatori!
Il vero nome di Orrore Vesuviano non se lo ricorda più nessuno,
nemmeno i più vecchi fra i suoi abitanti, e a causa di tutti
questi ammazzamenti ormai lo chiamano così perfino sulle carte
geografiche.
Stranamente, però, in paese nessuno s’ammala di depressione.
L’eventualità di cadere fulminati fa bollire anzi il sangue
agli uomini e li rende spudorati. Escono di casa la mattina con
il gusto di sfidare la malasorte.

(Riproduzione riservata)

© Bompiani

 

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Nato a Napoli, Francesco Costa è sceneggiatore, romanziere, autore di radiodrammi, critico cinematografico. Pubblicati dai maggiori editori italiani (fra cui Mondadori, Rizzoli e Marsilio), i suoi romanzi sono “La volpe a tre zampe” (cui s’ispira l’omonimo film di Sandro Dionisio con Miranda Otto e Angela Luce), “L’imbroglio nel lenzuolo” (da cui è tratto il film di Alfonso Arau con Maria Grazia Cucinotta e Geraldine Chaplin), “Non vedrò mai Calcutta”, “Se piango, picchiami”, “Il dovere dell’ospitalità”, “Presto ti sveglierai”. Autore di numerosi libri per ragazzi, ha vinto nel 2010 il Premio Selezione Bancarellino. I suoi libri sono tradotti in Germania, Giappone, Grecia e Spagna.

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© Letteratitudine

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