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Posts Tagged ‘bompiani’

IL BENE, GLI ALTRI E I DISORGANICI: i nuovi libri di Filippo La Porta

I nuovi libri di Filippo La Porta mettono in relazione il bene e il male come elementi essenziali per comprendere la realtà e “gli altri”

di Massimo Maugeri

I grandi capolavori della letteratura – quelli che oltrepassano la barriera del tempo e dello spazio – continuano a parlarci, a offrirci strumenti che ci consentono di interpretare la realtà che ci circonda e il nostro rapporto con il mondo e con gli altri. La Commedia di Dante rientra senza dubbio tra le opere che offrono suggestioni e stimoli di questo tipo. Lo dimostra Filippo La Porta nell’ambito del suo recente saggio intitolato “Il bene e gli altri. Dante e un’etica per il nuovo millennio” (Bompiani). Il titolo contiene implicitamente una domanda: in che modo è possibile identificare un’etica, nel poema dantesco, che possa trovare applicazione nella nostra contemporaneità? Filippo La Porta fornisce la sua risposta svolgendo un’indagine letteraria sulla Commedia e indirizzandola sui concetti di bene e male / realtà e irrealtà. Leggi tutto…

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M. IL FIGLIO DEL SECOLO di Antonio Scurati (recensione)

M. IL FIGLIO DEL SECOLO di Antonio Scurati (Bompiani)

Azione e reazione: fisica e breve “controstoria” di un principio

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di Riccardo Piazza

Il coraggio di agire è spesso contrapposto alla ponderazione del discernimento. Quanto conosciamo le peculiarità proprie della meccanica politica d’Italia? Il secolo breve è aperto da un lunghissimo ponte cronologico che vede la nazione uscire esausta, unita seppur divisa e sfilacciata nelle sue trame sabaude, dalla dialettica, sovente sterile, del parlamentarismo trasformista. La Prima guerra mondiale sovverte gli equilibri delle radiose giornate di Maggio senza però esimerci dalla responsabilità della risposta più importante: quale il principio morale, prima ancora che etico, dell’azione all’interno di quei primi anni novecenteschi?
Il romanzo di Antonio Scurati, in più di ottocento pagine, eviscera con perizia i contorni della risposta. Al concetto di idea ed azione i Fasci di combattimento, naturale evoluzione di quelli siciliani combattuti e avversati da Francesco Crispi, resilienti nelle velleità agrarie, movimentiste, sindacali e contadine di un socialismo fattosi facile Salomè incantatrice, grazie ai pifferi magici di Marx, Engels, con tanto di zucchero a velo della dialettica hegeliana, nonché i partiti di massa, consacrano il loro nuovo santo Graal neorisorgimentale. Leggi tutto…

CLASSIFICA: dal 10 al 16 settembre 2018 – segnaliamo “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani)

I primi 40 titoli in classifica nella settimana dal 10 al 16 settembre 2018

Questa settimana segnaliamo: “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani) – al 1° posto in classifica generale

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Entra in top ten raggiungendo il 1° posto “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani)

In seconda posizione (la settimana scorsa era in 2^ posizione) “Ora dimmi di te. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

In 3^ posizione (la settimana scorsa era al 2° posto) per “L’amica geniale. Vol. 1″ di Elena Ferrante (E/O), sulle ali della fiction Tv

Conferma il 4° posto “La ragazza con la Leica” di Helena Janeczek (Guanda)

Entra in top ten in 5^ posizione “L’ultimo giro della notte” di Michael Connelly (Piemme)

Al 6° posto (la settimana scorsa era in 3^ posizione) “Grido di guerra” di Wilbur Smith e David Churchill (Longanesi)

Al 7° posto (la settimana scorsa era in 10^ posizione) “Inganno. Tre ragazzi, il Sudtirolo in fiamme, i segreti della Guerra fredda” di Lilli Gruber (Rizzoli)

In 8^ posizione (la settimana scorsa era al 5° posto) “Il taglio di Dio” di Jeffery Deaver (Rizzoli)

Entra in top ten al 9° posto “Quinto comandamento” di Valerio Massimo Manfredi (Mondadori)

Entra in top ten in 10^ posizione “Peccato mortale. Un’indagine del commissario De Luca ” di Carlo Lucarelli (Einaudi)

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Questa settimana segnaliamo: “M. Il figlio del secolo” di Antonio Scurati (Bompiani) – al 1° posto in classifica generale

Il primo romanzo sul fascismo raccontato attraverso Benito Mussolini: il figlio di un secolo che ci ha reso quello che siamo.

“Io sono lo sbandato per eccellenza, il protettore degli smobilitati, lo sperduto alla ricerca della strada. Ma l’azienda c’è e bisogna portarla avanti. In questa sala semivuota, dilatate le narici, fiuto il secolo, poi tendo il braccio, cerco il polso della folla e sono sicuro che il mio pubblico ci sia.”

Lui è come una bestia: sente il tempo che viene. Lo fiuta. E quel che fiuta è un’Italia sfinita, stanca della casta politica, della democrazia in agonia, dei moderati inetti e complici. Allora lui si mette a capo degli irregolari, dei delinquenti, degli incendiari e anche dei “puri”, i più fessi e i più feroci. Lui, invece, in un rapporto di Pubblica Sicurezza del 1919 è descritto come “intelligente, di forte costituzione, benché sifilitico, sensuale, emotivo, audace, facile alle pronte simpatie e antipatie, ambiziosissimo, al fondo sentimentale”. Lui è Benito Mussolini, ex leader socialista cacciato dal partito, agitatore politico indefesso, direttore di un piccolo giornale di opposizione. Sarebbe un personaggio da romanzo se non fosse l’uomo che più d’ogni altro ha marchiato a sangue il corpo dell’Italia. La saggistica ha dissezionato ogni aspetto della sua vita. Nessuno però aveva mai trattato la parabola di Mussolini e del fascismo come se si trattasse di un romanzo. Un romanzo – e questo è il punto cruciale – in cui d’inventato non c’è nulla. Non è inventato nulla del dramma di cui qui si compie il primo atto fatale, tra il 1919 e il 1925: nulla di ciò che Mussolini dice o pensa, nulla dei protagonisti – D’Annunzio, Margherita Sarfatti, un Matteotti stupefacente per il coraggio come per le ossessioni che lo divorano – né della pletora di squadristi, Arditi, socialisti, anarchici che sembrerebbero partoriti da uno sceneggiatore in stato di sovreccitazione creativa. Il risultato è un romanzo documentario impressionante non soltanto per la sterminata quantità di fonti a cui l’autore attinge, ma soprattutto per l’effetto che produce. Fatti dei quali credevamo di sapere tutto, una volta illuminati dal talento del romanziere, producono una storia che suona inaudita e un’opera senza precedenti nella letteratura italiana. Raccontando il fascismo come un romanzo, per la prima volta dall’interno e senza nessun filtro politico o ideologico, Scurati svela una realtà rimossa da decenni e di fatto rifonda il nostro antifascismo.

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Posizioni dal n. 1 al n. 10

Pos. Titolo Autore Editore Prezzo Tasc. Note
1 M. Il figlio del secolo Antonio Scurati Bompiani 24,00
2 Ora dimmi di te. Lettera a Matilda Andrea Camilleri Bompiani 14,00
3 L’amica geniale. Vol. 1 Elena Ferrante E/O 18,00
4 La ragazza con la Leica Helena Janeczek Guanda 18,00
5 L’ultimo giro della notte Michael Connelly Piemme 19,90
6 Grido di guerra Wilbur Smith; David Churchill Longanesi 22,00
7 Inganno. Tre ragazzi, il Sudtirolo in fiamme, i segreti della Guerra fredda Lilli Gruber Rizzoli 19,50
8 Il taglio di Dio Jeffery Deaver Rizzoli 20,00
9 Quinto comandamento Valerio Massimo Manfredi Mondadori 20,00
10 Peccato mortale. Un’indagine del commissario De Luca Carlo Lucarelli Einaudi 17,50

 

Posizioni dal n. 11 al n. 40

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ORA DIMMI DI TE di Andrea Camilleri (recensione)

https://i0.wp.com/www.giunti.it/media/f40bac4aa67346f9a3ab36ad2c250718b08676.jpgORA DIMMI DI TE. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

di Gianni Bonina

Matilda è la pronipote di Andrea Camilleri. Quando l’anno scorso l’autore pensò di raccontarle la propria vita, lei aveva quattro anni, per cui si suppone che – nelle intenzioni dell’autore – debba leggere la lettera a lei diretta (divenuta un libro Bompiani, Ora dimmi di te, concepito anzi come tale) almeno fra mezza dozzina di anni, quando potrà davvero capire cosa è stato il fascismo, cosa il comunismo, l’Italia del nostro tempo e la vita stessa nella visione che il bisnonno le ha rappresentato.
Ad ogni modo, anche quando avrà una decina di anni, Matilda si farà l’idea di un mondo essenzialmente violento e sbagliato, ma soprattutto vedrà nel suo celebre antenato, longevo e amorevole, non esattamente un buon esempio da seguire: avrà davvero il piccolo Andrea letto a sei anni Simenon e Conrad (sviluppando ben precocemente un torbido rapporto con i morti ammazzati e maturando con strepitosa arguzia la filosofia della linea d’ombra), ma certamente è stato alquanto discolo se scoloriva la pagella per ingannare i genitori, scriveva a dieci anni al Duce per chiedere di partire volontario in Abissinia, si prendeva un calcio dal ministro Pavolini per aver interrotto una cerimonia pubblica e chiesto la rimozione della bandiera nazista, marinava anche per tre mesi la scuola per andare a leggere romanzi alla Valle dei templi, capeggiava una banda di monelli contro un’altra, lanciava uova contro il Crocifisso per lasciare il collegio, si faceva espellere dall’Accademia per aver fatto l’amore con una allieva, perdeva il posto in Rai per essersi fatto conoscere come comunista “violento e pericoloso” e chiedeva una pistola in un bar per rispondere al fuoco dei killer autori di un raid mafioso.
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YARI SELVETELLA racconta LE STANZE DELL’ADDIO

YARI SELVETELLA racconta il suo romanzo LE STANZE DELL’ADDIO (Bompiani)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

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di Yari Selvetella

Non ho un posto per scrivere, non ho un’ora a disposizione. Ho un quaderno che mi piace, di marca Spalding, di forma quasi quadrata, con carta gommata. Perdo sempre la penna, ma ne trovo un’altra. Mi siedo nella sala interna del Caffè Italia, a piazza Santa Croce in Gerusalemme. Ascolto attorno a me i discorsi di agenti immobiliari, di coniugi pensionati, di sfaccendati. Indosso occhiali da sole, almeno per qualche minuto. In genere in motorino piango, poi una volta seduto aspetto che passi l’irritazione agli occhi e agli zigomi, che non punga più quell’acido. Quando non ho più lacrime mi tolgo gli occhiali e scrivo.
La mia sedia nel bar è la sedia della sala d’attesa del reparto. Il brusio mi concentra, le voci mi convincono che il buio non è la mia unica patria. Devo dirmi tutto, per convincermi che sia veramente accaduto. Su, una parola appresso all’altra. Così e così. Così e così.
Devo vincere il vizio di riprendere la solita strada che passa il Tevere e raggiunge Prati, si inerpica sull’Aurelia antica fino a Boccea e poi da lì taglia la pineta e all’improvviso si fa imbuto, proprio all’altezza dell’Ospedale. Lì proprio si stringe il budello, lì si complica lo scorrimento. Lì continuo a entrare, sempre; e non ne posso più. Leggi tutto…

LEI NON SA CHI SONO IO di Mario Baudino

https://i2.wp.com/www.giunti.it/media/b08383-7SP78XIP.jpgLEI NON SA CHI SONO IO di Mario Baudino (Bompiani) – intervista all’autore

di Massimo Maugeri

È davvero delizioso il nuovo libro di Mario Baudino intitolato “Lei non sa chi sono io” (edito da Bompiani). Il sottotitolo coincide con una vera e propria dichiarazione di intenti: “Un’avventurosa ricognizione di cause e di conseguenze umane e letterarie del celarsi sotto uno pseudonimo”. La promessa insita in tale dichiarazione è più che mantenuta.
C’è da dire, peraltro, che – in un certo senso – il “Lei non sa chi sono io” ci riguarda tutti… poiché viviamo in un’epoca in cui l’identità è frammentata e molto spesso sostituita da un’identità altra: quella che proponiamo attraverso l’uso dei social network (e, in alcuni casi, quella dietro la quale ci si nasconde attraverso il ricorso ai nickname).

Mario Baudino (ne approfitto per segnalare la puntata radiofonica dedicata al suo romanzo “Lo sguardo della farfalla”) svolge da par suo un’indagine sulle motivazioni che hanno spinto autori noti a celarsi dietro un nome inventato. La casistia è piuttosto ampia. Qualcuno l’ha fatto per proteggersi, qualcun altro per una questione di snobismo, o per scaramanzia. Altri ancora per questioni legate al denaro o al marketing. O persino per amore.
I nomi che si avvicendano all’interno di “Lei non sa chi sono io” sono celeberrimi. Giusto per citarne qualcuno: Carlo Collodi, Alberto Moravia, Joseph Conrad, Pablo Neruda, Teofilo Folengo, Voltaire, Umberto Saba, Pessoa, Romain Gary. Quest’ultimo, nato Roman Kutcher, è colui con cui Mario Baudino apre il libro (con il capitolo intitolato “Fake era”). Stiamo parlando di un intellettuale francese molto noto che decise di togliersi la vita a Parigi il 2 dicembre 1980 (sei giorni prima dell’assassinio di John Lennon). La vicenda di Gary è molto particolare: nel 1956 vinse il premio Gouncourt, il piú importante premio letterario francese, con un’opera intitolata “Le radici nel cielo”; ma lo stesso stesso premio lo vinse una seconda volta (con il romanzo intitolato “La vita davanti a sé”, pubblicato nel 1975) nei panni di uno scrittore inesistente (un nowhere writer, mi verrebbe da scrivere “parafrasando” il titolo di un celebre brano di Lennon scritto all’epoca dei Beatles) che egli stesso inventò coniando un eteronimo. Poi, però, l’identità fu svelata…

– Caro Mario, partiamo dall’inizio. Come nasce questo libro? Cosa ti ha spinto a scriverlo?
Stavo lavorando sul caso Ferrante, mi chiesi se non ci fossero precedenti interessanti. Ho scoperto così che sono infiniti, ed anzi si può parlare di un vero e proprio “romanzo del nome” che attraversa la letteratura. E ci apre scenari interessanti: per esempio mostra nei fatti come l’autore, sia col proprio nome anagrafico sia con lo pseudonimo, nel momento in cui scrive sta già diventando un altro. A specchio, qualcosa del genere potremmo dire che succede al lettore. In entrambi i casi si esce da se stessi

– I motivi che hanno indotto gli scrittori e i poeti (protagonisti di “Lei non sa chi sono io”) a cambiare nome sono diversi, come ho accennato nell’introduzione a questa chiacchierata. Esiste, tuttavia, un elemento che in qualche modo li accomuna? E quali sono le motivazioni più ricorrenti? Leggi tutto…

MATTEO MARCHESINI racconta FALSE COSCIENZE

MATTEO MARCHESINI racconta il suo libro FALSE COSCIENZE. Tre parabole degli anni zero (Bompiani)

di Matteo Marchesini

Quando parliamo di un libro che abbiamo scritto, ci tocca oscillare tra il tentativo di rappresentare il miscuglio di impulsi o intenzioni da cui è nato, e il tentativo di restituire le impressioni maturate ex post, mentre ci rileggevamo e sceglievamo di pubblicarlo. In realtà è difficile separare i due aspetti, ma il secondo, credo, è più importante del primo: perché ci ricorda che scrivere non significa assecondare un puro atto della volontà, compiere una scelta a priori, ma piuttosto, mantenendo una tensione mimetica quasi attoriale e dando colpi di pollice più o meno temerari, accompagnare verso il destino più adeguato una materia, una figura o un tono che ci si impongono e magari ci infestano. Se riapro oggi False coscienze. Tre parabole degli anni zero, io vedo tre racconti lunghi che a volte somigliano a romanzi condensati, fortemente scorciati, sottoposti a una specie di anamorfosi: viene da pensare che esista un punto in cui la deformazione prospettica che li schiaccia, e che secondo me doveva necessariamente schiacciarli perché testimoniassero ciò che testimoniano, potrebbe lasciare il posto a un flusso narrativo espanso, appunto romanzesco. Questa scorciatura è legata a un’atmosfera dove tutto acquista un’afosa corposità realistica, ma al tempo stesso tutto appare onirico e astratto come un incubo. Dipende da come si “guardano” le linee della trama e i profili dei personaggi, un po’ come succede davanti a quei disegni a doppia interpretazione che si usano negli esercizi sulla percezione visiva, e che Mariolina Bertini ha evocato per altre ragioni a proposito del primo racconto (amo molto il Moravia dell’Imbroglio e le raccolte di Loria).
Nel sottotitolo ho usato il termine impegnativo di parabole: alludendo sia alle storie “esemplari” sia alla metafora geometrica, perché i tre quadri tracciano curve esistenziali che dopo il climax sfumano verso il basso, la deriva, il tonfo. Lo fanno con velocità, densità e stili differenti, calibrati a seconda della situazione a cui aderiscono: si va dalla saturazione psichica o drammatica al timbro divagante e umoristico, dall’ingorgo di chiacchiere da cena in piedi all’azione concitata e ai botta e risposta che si dispongono intorno a piccole o grandi catastrofi.
Nel primo racconto, ogni evento è mediato da un io narrante che si presenta come un termometro ipersensibile, un io ossessivo-compulsivo arroccato in una mente che va su di giri e che lo avvolge in una nube di rimuginii sofistici. Quale sarà la verità? Davvero l’inaugurazione della casa è una scenografia di cartapesta che nasconde appena l’imminente abbandono della compagna? Leggi tutto…