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LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta (intervista all’autrice)

dicembre 1, 2015

LA PROVA DEL BIANCO di Anna Vasta

di Massimo Maugeri

Sono tante le opere poetiche pubblicate da Anna Vasta: da La Curva del cielo a I Malnati; da Quaresimale a la Sposa del vento; da Di un fantasma e di mari a Cieli violati. L’uscita di questo nuovo libretto, intitolato “La prova del bianco” (pubblicato da Le Farfalle), ci dà l’occasione di discutere di poesia e di aforismi. Del resto, come scrive Paolo Manganaro nel risvolto di copertina, “la raccolta di questi pensieri e aforismi di Anna Vasta è il frutto, splendido, di una riflessione inesorabile sulla poesia e sulle tensioni dell’esistenza che solo la poesia può portare”.

-Cara Anna, come nasce questo tuo nuovo libro?
Spesso i libri nascono per caso, come gli amori, gl’incontri, i figli. Senza una necessità che li giustifichi. Ma una volta nati, la casualità diventa necessità, come di tutto ciò che accade.
I pensieri, le riflessioni, gli aforismi raccolti in questo libro, alcuni sono nati come appunti a margine alle mie poesie, altri, come spunti di narrazione, di osservazione del reale; tutti come frammenti di una medesima ricerca, quella poetica, che è ricerca di senso, itinerarium mentis in hominem.
Percorso di conoscenza, verso una meta. Meta che non costituisce un approdo fermo, sicuro, definitivo, ma una riva malferma, provvisoria, oltre la quale spingersi, in direzione di altri porti.
La poesia ha bisogno di pause, di stacchi, di ripensamenti. Soprattutto di nutrirsi di prosa, di ciò che le è estraneo, ma che le fornisce la linfa vitale a cui attingere. Questo libro nasce forse da un tale bisogno di prosa, di ragionamento, di ancoramento a una visione del mondo, dell’esistenza.

Il titolo colpisce. Cosa significa “La prova del bianco”?
Nel titolo di un libro, c’è il senso del libro.
È come una mappa che guida il lettore ad inoltrarsi nel testo; nel titolo c’è tutto il libro.
Io, lettore, non vorrei che mi fosse anticipato il senso del libro, nel senso del titolo. Anche perché, neppure l’autore saprebbe spiegarlo, senza in qualche modo intaccarne l’ambiguità di senso, la possibilità delle interpretazioni che il titolo racchiude.
Wisława Szymborska, citando Goethe, dice che il poeta sa cosa voleva scrivere, ma non sa cosa ha scritto.
Il senso di ciò che l’autore scrive, una volta affidato alla scrittura, non appartiene più allo scrittore, ma ai suoi lettori.

-A tuo avviso, che rapporto c’è – oggi – tra “poesia” e “riflessione” (sia dal punto di vista di chi la scrive, sia da quello di chi la legge)?
Un’idea di poesia implica una Weltanschauung. Presuppone uno stato introspettivo, meditativo, un indagare su quelli che sono i grandi temi della tradizione morale del pensiero filosofico: il male, il bene, la morte, la vita, i sentimenti e le emozioni, l’idea di Dio e il rapportarsi dell’uomo con essa, o con il sentimento di Dio- la fede e il suo contrario-, la Natura e l’uomo.
La poesia come la filosofia è attività di pensiero, conoscenza in progress che sposta in avanti i limiti, i confini del conosciuto verso prospettive inesplorate.
“La poesia è una delle tante strategie della logica.” Manlio Sgalambro nella nota al mio poemetto, I Malnati. A questo proposito cita Proust: “tutto è stato inventato da me, secondo le necessità della dimostrazione”.
Non si può dunque relegare il poetare nello spazio creativo dell’immaginazione, del prodigioso, del numinoso, della narrazione mitica, come nella poesia degli antichi. Spazio diventato angusto, the day after, all’indomani della scoperta della ragione. Quella singola e collettiva, e l’altra, storica: la ragione illuminista.
Molti pensano che la poesia per la sua promiscuità con i contenuti emozionali dell’io appartenga a una sfera di espressività soggettiva, e che le sia preclusa l’impersonale oggettività del pensiero astratto. Anche questo è un luogo comune da sfatare.
La grande poesia ha un respiro filosofico o epico, o entrambi assieme (Les Murray- Derek Walcott Seamus Heany, Wisława Szymborska, Czesław Miłosz, Wystan Hugh Auden, Iosif Aleksandrovič Brodskij, Robert Frost, e altri giganti come Eliot, Paul Celan, Ingeborg Bachmann, l’immenso Borges).
In un testo filosofico per contro, si può trovare una scrittura di tensione lirica e di letteraria bellezza, come nella poesia. E non solo in pensatori asistematici (come Kierkegaard, Cioran, Sgalambro, Schopenhauer, Nietzsche) ma anche in filosofi come Kant, Heghel, Heidegger.
La poesia, quando è tale, raggiunge vertici di astrazione e universalità, è pensiero poetante (Leopardi) o musica.
La poesia, se non tradisce la sua essenza musicale è il linguaggio più vicino alla musica, e la musica alle astrazioni della matematica.

-Ti chiedo di scegliere uno stralcio – un pensiero e/o aforisma – che ritieni particolarmente rappresentativo di questo tuo libro (e di indicarmelo come risposta)…
Scriviamo non per annullare la distanza che ci separa dagli altri, ma per prenderne coscienza

-Perché hai scelto proprio questo “pensiero”?
In questo pensiero c’è in parte la risposta al perché di questo titolo, e il senso del libro.
Si scrive per tentare di riempire lo spazio vuoto, bianco che ci separa dagli altri, salvo poi accorgersi che il bianco ritorna alla fine. La pagina ritorna bianca dopo che è stata scritta l’ultima parola. Sottoporsi alla prova del bianco vuol dire sottoporsi alla consapevolezza che il bianco non si può annullare, o almeno solo nello spazio concluso della pagina scritta.

Come immagini il futuro della poesia?
La condizione della poesia moderna e contemporanea non può configurarsi che come stato di perdita, terra desolata, dove può attecchire solo il fiore della conoscenza e della poesia-conoscenza, l’umile, fiera ginestra leopardiana che del suo profumo consola i deserti dell’immaginazione.
Già Leopardi aveva portato all’estreme conseguenze la tesi romantica dell’irripetibilità di un’esperienza estetica che possa sopperire alle defaillance del reale con una full immersion nell’immaginazione.
Una poesia non contaminata dal male del pensiero, e dalle sue venefiche verità, una poesia astratta dal mondo e dal suo “pessimum”, non è proponibile, e neppure appetibile.
Hölderlin, l’ultimo dei poeti puri, amatissimo dai filosofi- Shelling, Heidegger- registra nella sua altissima poesia l’impotenza a far rivivere il mito, senza intaccarne il fulgore.
Essere sacro, la tua pace d’oro/spesso ho turbato, una divina pace./ Hai saputo dolori più profondi/e segreti del vivere: da me/ Dimentica, perdona.
Ma né gli uomini, né gli dei gli perdonarono di aver infranto l’armonia originaria col rappresentare l’esistenza umana come condizione d’esilio, di nostàlghia per un eden perduto, non più che “segno puro, segno di nulla”.
Colpa che pagò a caro prezzo, con l’estraniamento da sé, la follia.
La mia idea di poesia, oltre che nelle mie raccolte liriche, la si può comunque trovare in forma asistematica, per guizzi, per lampi, scampoli di una “riflessione inesorabile sulla poesia e sulle tensioni dell’esistenza che solo la poesia può portare” (Paolo Manganaro) in questo libretto.
Vorrei concludere con una citazione da La prova del bianco
La poesia per la sua aderenza alla vita nella sua instabilità, al suo perenne mutare e negarsi nel suo contrario, per poi da esso rinascere in un ciclico ritorno dell’uguale, solo per questo meriterebbe di essere ascoltata. Ma gli uomini le voltano le spalle come fanno con la verità.

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Anna Vasta è nata a Catania, vive a Riposto (CT). Docente di materie letterarie, collabora con recensioni critiche alle pagine culturali del quotidiano La Sicilia, Letteratitudine e Pelagos.
Ha pubblicato:
Confutazione delle religioni, De Martinis & C., Catania, 1993 con prefazione di Manlio Sgalambro. Traduzione dei dialoghi L-LX del De admirandis Naturae di Giulio Cesare Vanini.
Per la poesia:
La Curva del cielo (Amadeus Editore, Soligo, 1999); I Malnati (I Quaderni del Battello Ebbro, Porretta Terme, 2004), finalista con menzione d’onore al Premio Brancati Zafferana 2005; Quaresimale (Prova d’Autore, Catania 2006); Sposa del vento (Prova d’Autore, 2008, Catania), finalista al Premio Nazionale Le Alpi Apuane, Edizione 2008. Segnalazione speciale al Premio Città di Leonforte, Edizione 2008; Di un fantasma e di mari (Prova d’Autore, Catania, 2011); Cieli violati (Edizioni Ensemble, Roma, 2013).

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