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SOGNANDO MESSI di Stefano Benedetti (un estratto)

marzo 16, 2016

Pubblichiamo un estratto del volume SOGNANDO MESSI di Stefano Benedetti (Dissensi)

Da SOGNANDO MESSI
La verità sulle scuole calcio
(Stefano Benedetti, © Dissensi 2016)

Le riflessioni riportate sono il frutto di un’inchiesta involontaria, nel senso che riguardano la mia esperienza durata all’incirca 10 anni come dirigente accompagnatore in varie società di calcio, durante la quale ho potuto osservare da vicino l’ambiente “scuole calcio” di Roma. A distanza di alcuni anni, raccogliendo in un contenitore immaginario tutte le vicende a cui ho assistito, mi sono reso conto che possedevano un legame molto stretto con le sorti del calcio “che conta” e a mio avviso hanno causato (e continuano a farlo perché la realtà non è cambiata, anzi è peggiorata) la situazione disastrosa in cui versa il calcio professionistico. Ho potuto constatare che le scuole calcio attuali, presentano tutte alcuni denominatori comuni: l’assoluta inadeguatezza del personale tecnico, l’improvvisazione nei metodi di allenamento copiati di sana pianta dagli allenatori affermati e soprattutto il profitto economico come unico principio guida.
Non si è trattato qui di mettere in discussione il calcio praticato in tenera età. Sotto accusa è l’azione a dir poco scorretta perpetrata ai danni dei bambini, perché le scuole calcio nate negli ultimi 25 anni hanno come unico scopo il business. Con questa bussola gli imprenditori del calcio giovanile si sono orientati nel mondo degli affari provocando grossi danni, in primo luogo ai bambini e, secondo poi, a tutto il movimento calcio. Fino alla fine degli anni ’80, quando ancora questa nuova realtà imprenditoriale non era radicata nel territorio, il calcio professionistico poteva contare su numerosi talenti nati nel nostro Paese e i successi internazionali della nazionale e delle squadre di club ne erano la testimonianza. La nazionale italiana che vinse il mondiale nel 1982, battendo squadre del calibro di Argentina, Brasile e Germania, aveva grandi giocatori in campo. Casuale fu invece vittoria nel 2006 perché frutto di sorteggi fortunati e di una particolare situazione psicologica che la squadra visse. Si trattava infatti dell’ultimo baluardo sano nel mare della corruzione e degli scandali di “Calciopoli”.
Il calcio giovanile, come anche tutti gli altri sport, funzionava quando ad organizzarlo e a gestirlo era chiamato lo Stato attraverso le scuole, con personale altamente qualificato e senza scopo di lucro.
Nel presente testo vengono spesso citati gli anni ’70. Il continuo parallelismo con quegli anni vuole mettere in risalto differenze sostanziali tra il mondo del calcio di oggi, con la sua risonanza mediatica, e quello di quell’epoca. […] “Sport è uguale a gioco”, […] “Gioco senza regole e senza tattiche, cambiando disciplina quando se ne ha voglia”, questo è il parere di tutti gli esperti del campo ed è questo l’unico modo per andare realmente incontro ai desideri dei bambini. Tuttavia, ciò si scontra con il sistema odierno dello sport per i più piccoli fatto di tattiche, schemi, ruoli definiti, fin dalla tenera età. Questo provoca danni importanti sia alla psiche che al fisico del bambino, vittima di un trattamento di livello professionistico. Le sciagure create dalle moderne scuole calcio non si fermano ai bambini, ma si ripercuotono in modo visibile su tutto il calcio italiano. Guardando la formazione della nazionale maggiore di oggi, si fa fatica ad individuare un nome che accenda la fantasia della gente; sono perlopiù sconosciuti e se si fa un confronto con la squadra che appunto trionfò nel mondiale del 1982, piena di campioni, ci si rende immediatamente conto di quanto sia cambiato, in peggio, il calcio giovanile in Italia. È ancor più preoccupante il fatto che non sono previsti cambiamenti sostanziali per i prossimi dieci anni. Luca Valdiserri, uno dei più validi giornalisti del nostro Paese che si occupa di sport, segue con particolare attenzione il calcio giovanile e tutte le prestazioni delle nazionali minori e, sostiene che all’orizzonte non si scorge nulla di incoraggiante. Questo significa che se nelle nazionali giovanili dalla under 15 alla under 21 non ci sono talenti particolari, passerà un periodo lunghissimo prima che si possa avere una nazionale maggiore degna del passato. Alla base di questa mediocrità c’è senz’altro in buona percentuale la dissennatezza della conduzione delle scuole calcio in Italia.
Sono inclusi nella critica i genitori di oggi, che danno un contributo fondamentale alla riuscita del successo finanziario delle scuole calcio, perché condizionati dal gigantesco apparato mediatico allestito per promuovere il calcio come panacea di tutte le sofferenze umane. […] Al contempo, la gestione imprenditoriale del calcio giovanile ha privato i bambini del sogno di calcare i campi da gioco in età matura, come coronamento dell’impegno profuso sui prati, come giusta ricompensa degli interminabili pomeriggi trascorsi al parco giocando partite infinite, mettendo in mostra doti tecniche e di fantasia, liberi di esprimersi senza condizionamenti alcuni. Questo è ciò che un tempo formava i campioni che si impegnavano al massimo per prendere parte ai campionati “veri”, quelli con i due punti in palio, dove non importava se la categoria era quella dei giovanissimi o degli allievi regionali, l’importante era essere arrivati a tanto. Ora, scaraventati in campo a 5 anni, i bambini hanno un impatto privo di emozioni con il calcio. Il campo da gioco, le porte regolamentari, gli spogliatoi, i palloni di cuoio, le divise ufficiali, gli scarpini non rappresentano una meta da raggiungere con il sacrificio e l’impegno, bensì qualcosa che si ottiene d’ufficio, grazie all’esborso economico spesso ingente dei genitori. Così facendo, in assenza di una programmazione seria che affonda le sue radici nel rigore professionale e nell’entusiasmo dei partecipanti, solo il raro concatenarsi di eventi favorevoli potrà guidare un bambino su diecimila all’affermazione nel professionismo. Di conseguenza, sarà molto difficile ottenere in futuro risultati confortanti e si continuerà a comprare una quantità sempre maggiore di calciatori stranieri, ormai massicciamente presenti anche nelle squadre primavera. Questa sarà la prova della sconfitta del modus operandi della gestione del calcio giovanile in Italia.
E il paradosso è che la maggior parte dei Paesi dai quali si prendono i giovani calciatori stranieri non ha scuole calcio!
Non possiamo aspettarci inversioni di tendenza nell’immediato, né da parte delle istituzioni statali tantomeno da una cultura sportiva “politicamente corretta” delle persone. Eppure, l’unica speranza risiede come al solito nella gente, nella moltitudine, che è sempre stata il motore della storia e che se adeguatamente motivata, correttamente informata e organizzata, può sovvertire qualsiasi consuetudine, sia essa di carattere sociale, politico, economico, artistico, o sportivo.
[…]
L’odierna gestione del calcio giovanile ci è stata imposta più o meno dagli anni ’90 e noi l’abbiamo digerita come facciamo con qualsiasi altra decisione proveniente dall’esterno, senza opposizione o quasi. Ce l’hanno abbellita con lustrini e paillettes e noi abbiamo eseguito pedissequamente le nuove disposizioni: niente più spazi pubblici dove i bambini possano correre dietro ad una palla, liberi di farlo nei modi e nei tempi a loro più congeniali; bensì centri sportivi super attrezzati dove la fantasia e la gioia del gioco fine a se stesso viene convogliata all’interno di schemi e tattiche a dir poco inadatte ai bambini in un età compresa tra i 5 e i 12 anni. Ora però si è compresa la vera natura delle scuole calcio e da più parti arrivano i primi segnali di un’insofferenza a tale sistema. Molti genitori che affidano ancora i propri figli alle strutture private hanno intuito che c’è qualcosa che non va nel modo in cui viene gestito il calcio dei più piccoli e non si pensa più, come all’inizio dell’esperienza, di fare il bene dei bimbi. Lo scontento è generale, in più le condizioni del calcio italiano non accennano a migliorare. Aggiungiamo la fatiscenza degli stadi, la corruzione dilagante a tutti i livelli, lo scandalo delle scommesse che pilotano i campionati e abbiamo un quadro veramente desolante per uno sport che, a mio avviso, è il più bello del mondo e che un tempo era famoso perché alla portata di tutti. Oggi ci sono molte famiglie che non possono permettersi la retta della scuola calcio per il proprio figlio. Al bambino in questione non resta che palleggiare nel salotto di casa con un pallone in gommapiuma per non disturbare i vicini, perché al parco non ci sono i suoi “colleghi”, perché molti di loro sono impegnati negli allenamenti della scuola calcio del quartiere. Lo sport più bello del mondo ha cessato di essere anche lo sport maggiormente alla portata di tutti, restringendo così il suo campo d’azione e la possibilità conseguente di sfornare campioni.

(Riproduzione riservata)

© Dissensi

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Stefano Benedetti (Roma 1961), ha a lungo frequentato alcune scuole calcio capitoline, seguendo per anni uno dei suoi tre figli nel ruolo di dirigente accompagnatore. Tale esperienza lo ha portato a scrivere “Sognando Messi. La verità sulle scuole calcio“, edito da Dissensi. Vive a Roma, dove lavora nel campo dellinformatica.

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