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IL RE NERO Leif Wenar (un estratto)

novembre 10, 2016

https://i0.wp.com/www.luissuniversitypress.it/sites/luissuniversitypress.it/files/copertine/2016/09/wenar_03_0.jpgPubblichiamo un estratto del volume IL RE NERO. PETROLIO, RISORSE NATURALI E LE REGOLE CHE GOVERNANO IL MONDO di Leif Wenar (LUISS University Press)

Leif Wenar sarà in Italia dal 17 al 20 novembre e discuterà il suo libro:

 

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Creare connessione contro le ingiustizie globali

Le grandi crisi, paradossalmente, sono oggi spesso causate dalla nostra capacità di invenzione. Ma mai come oggi sarà l’unione a fare la forza

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di Leif Wenar

Londra, 1665: la capitale inglese era sconvolta dall’ultima grande epidemia di peste, la peggiore dopo la Morte Nera del quattordicesimo secolo. “Notizie sempre più tristi si rincorrono di giorno in giorno”, si lamentava il diarista Samuel Pepys. “Questa settimana sono morte in città 7496 persone, 6102 delle quali di peste. Ma temiamo che il vero numero di morti si avvicini a 10.000, in parte tra i poveri, del cui numero esatto non possiamo avere notizia”.
Mentre il numero di morti cresceva e le strade si riempivano di spazzatura che nessuno portava via, i londinesi si accorsero che la città era invasa da cani e gatti. E così, il Lord Sindaco dette l’ordine: uccidete cani e gatti.
Il ciambellano della città assoldò dei cacciatori, e i cacciatori uccisero più di quattromila animali. Ma cani e gatti non facevano altro che dare la caccia ai ratti che si nutrivano di spazzatura, e i ratti erano i portatori delle pulci che trasmettevano la peste. Adesso, liberati dei predatori, sparsero la malattia con virulenza ancora peggiore. Alla fine, si stima che la peste del 1665 uccise quasi il 20% della popolazione di Londra – il che oggi equivarrebbe a circa un milione e mezzo di persone. Un grande incendio, in seguito, distrusse un terzo della città.
Nel diciassettesimo secolo la gente riteneva che cani e gatti, e non ratti e pulci, diffondessero la peste. Numerosi esseri umani e animali morirono in questa crisi di ignoranza. Oggi che conosciamo i meccanismi di trasmissione delle infezioni – e, peraltro, il batterio stesso della peste – sappiamo quali medicine e quali procedure evitano che una malattia diventi epidemica. La peste dell’ignoranza, potremmo dire, non ci affligge più.
Se oggi la pestilenza rappresenta una minaccia, questo non dipende dalla nostra ignoranza ma dalla nostra industria – dall’ampia portata dei nostri sistemi. Le nostre reti di trasporto sono talmente estese e rapide che possono diffondere le malattie in tutto il mondo prima che le cure e i vaccini riescano a mettersi al passo. Le prossime epidemie si avvantaggeranno della nostra forza e non della nostra debolezza: combatterle significherà cancellare voli, non uccidere pulci. Uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse è sceso da cavallo e viaggia in pullman.
Il ventesimo secolo ha rappresentato un punto di inflessione, l’inizio, per l’umanità, della transizione dalle antiche crisi di ignoranza alle moderne crisi di invenzione. La nostra scienza è talmente pervasiva e i nostri sistemi così solidi che, nella maggior parte dei casi, sono le nostre stesse creazioni a metterci a rischio. Il cavaliere della Guerra è armato di fisica delle particelle. I nostri computer sono così sapienti, così presenti e così vigili che è quasi impossibile per noi nascondere loro qualcosa.
Nel 1665 quasi mezzo miliardo di esseri umani faticava per sostenere la specie ai limiti della sussistenza, con i rudimentali strumenti disponibili allora. Oggi la nostra macchina di vita globale è produttiva al punto che un numero di esseri umani quattro volte raddoppiato sarà presto in vita. La maggior parte di essi non conoscerà mai una simile povertà. Il pallido cavaliere delle Sacre Scritture uccideva per mezzo degli animali della terra. Oggi gli esseri umani sono minacciati piuttosto dal diabete mellito.
In effetti, le nostre macchine sono ormai così tante che si profila una nuova crisi dovuta a tutto il fumo da esse prodotto durante la combustione. Se ci saranno in futuro crisi alimentari,  saranno innescate dal cambiamento climatico antropogenico. La carestia non sarà frutto dell’ira del Signore, ma della crescita del PIL. Siamo noi stessi a equipaggiare – o forse meglio, a creare – i futuri cavalieri dell’Apocalisse.
Le nostre nuove crisi di invenzione ci mettono a così dura prova perché i lati negativi sono strettamente intrecciati con quelli positivi. Siamo al punto di partenza: spezzare le catene degli schiavi di tutto il mondo è stato un trionfo; spezzare la supply chain globale è impossibile. Combattere queste nuove crisi significa disciplinare le creazioni di cui andiamo fieri. Il cambiamento climatico è una crisi di invenzione: è doloroso pensare che il fatto che ci siano tanti esseri umani in più, che vivono più a lungo, mangiano meglio, viaggiano di più per scoprire il mondo e incontrarsi, si trasformi in un pericolo mortale.
Per limitare le minacce che sorgono dal nostro stesso successo servono sia autocontrollo che ingenuità. E possiamo stare certi che nuove minacce emergeranno di pari passo con la crescita asintotica della nostra inventiva. La rivoluzione industriale del diciannovesimo secolo ebbe luogo quando iniziammo a usare le macchine per costruire le macchine. Oggi usiamo i computer per costruire le macchine. Domani, i computer programmeranno i computer, e potremmo ritrovarci a dipendere dai nostri nipoti intelligentissimi  – o a temerli. Le molecole sono pesanti e costose; i bit sono rapidi ed economici. Così, se il tema ricorrente del passato è stato la scarsità, quello del futuro dovrebbe essere l’abbondanza – ma potrebbe esserci abbondanza anche di problemi.
Sarebbe ingeneroso essere impazienti con l’umanità che, come chiunque, ha bisogno di tempo per imparare. Per il genere umano, svegliarsi un giorno e scoprire che le armi atomiche erano realtà fu un vero shock, soprattutto perché all’epoca era in corso una guerra mondiale. Nel 1945, l’umanità non aveva molte idee su come gestire questa nuova minaccia esistenziale. Ma ha imparato a farlo, per quanto al prezzo di morte e incubi, e almeno per ora ha fatto meglio di quanto molti, da principio, temevano. Con ancora più numerose minacce di invenzione destinate ad emergere, l’umanità dovrà di nuovo imparare, e dovrà farlo velocemente e meglio. La corrente sta spingendo più velocemente la stella marina contro una scogliera più aguzza che in passato. Anche l’intelligenza umana dovrà diventare più aguzza.
Il successo della nostra specie nell’affrontare le sfide di cui sopra sarà determinato da due fattori: il primo è quanto l’umanità sarà in grado di limitare il diffondersi di “identità di divisione”. Detto in parole povere, quanta gente con l’intenzione di uccidere tanti suoi simili ci sarà? Il National Intelligence Council degli Stati Uniti, un gruppo di “uomini e donne sapienti” ricco di risorse, si occupa di prevedere i megatrend che configureranno il mondo nei decenni a venire. Nell’ultimo rapporto del NIC, il primo megatrend identificato è stato quello dell’aumento di consapevolezza individuale:

“L’aumento di consapevolezza individuale è il megatrend più importante, perché è sia causa che effetto della maggior parte degli altri trend – inclusi l’economia globale in espansione, la rapida crescita dei paesi in via di sviluppo e il diffuso sfruttamento dei nuovo mezzi di comunicazione e delle tecnologie di manifattura. Da una parte, vediamo il potenziale per una molto maggiore iniziativa individuale come essenziale strumento di risoluzione delle sfide globali che incombono per i prossimi 15/20 anni. Dall’altra, come per uno spostamento tettonico, individui e piccoli gruppi avranno molto maggiore accesso a tecnologie letali e di forza dirompente, quali strumenti di precisione per colpire da lontano, strumentazione cyber e armi bioterroristiche. Tutto ciò li metterà in condizioni di perpetrare violenza su larga scala – una possibilità finora riservata agli stati.” (National Intelligence Council, 2012)
 
Molti individui, determinati a uccidere, saranno in grado di causare crisi a livello globale abbastanza numerose da distrarre dalle minacce globali a lungo termine, senza contare che potrebbero a loro volta innescare crisi a livello globale. Le prospettive per la razza umana peggiorano ogni volta che altri individui assumono identità di divisione: l’attentatore suicida, il predicatore radicale, l’ultranazionalista. I sistemi politici ed economici generano ambienti umani, e questi ambienti umani formeranno identità. Come abbiamo visto, l’attuale commercio internazionale di risorse naturali, basato sull’efficacia, genera ambienti umani definiti da regole quali “dividi e comanda” e “dividi e uccidi”. L’efficacia farà sì che le identità di divisione prolifereranno proprio mentre gli individui saranno dotati di mezzi di distruzione sempre più potenti. Gli individui possono peggiorare mentre le armi migliorano.
La nota positiva nella citazione di poco sopra è che gli individui diventeranno maggiormente consapevoli e capaci di affrontare le incombenti sfide di invenzione globali. Ecco il secondo fattore critico nel successo di una specie: saranno capaci gli individui di creare connessione mentre la tecnologia li rende più connessi? Si apriranno di più alla cooperazione, oltre ai confini di nazionalità, religione, razza e tribù? Avranno abbastanza credenze in comune per poter trovarsi d’accordo sui problemi che affronteranno insieme? Saranno abbastanza sicuri di sé per muovere i primi passi necessari a costruire la fiducia?
Pensiamo a tutti i bambini nell’Asia del Sud e nell’Africa subsahariana, dove vive oltre un terzo dell’umanità. In queste regioni, il bambino medio va a scuola per meno di cinque anni, e l’educazione scolastica che riceve è di norma povera. L’educazione è, naturalmente, una priorità. Quali regimi e gruppi religiosi si occuperanno dell’insegnamento? Cosa insegneranno? E mentre questi paesi emergeranno da una condizione di estrema povertà, i programmi scolastici saranno stabiliti da coloro che si autolegittimano per mezzo di xenofobia o proclami anti-moderni? Autocrati arricchiti dalle risorse, milizie e militari corrotti hanno convenienza a indebolire la gente. Solo i leader la cui forza dipende direttamente dalla forza del loro popolo avranno buone ragioni per far sì che i giovani diventino più consapevoli, più tolleranti, più autonomi – più capaci di creare connessione.

(Riproduzione riservata)

© LUISS University Press

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Il petrolio, che non è solo benzina, ma anche plastica, tessuti sintetici ed energia elettrica, è il bene più prezioso del mondo, ma anche quello che crea più conflitti. Le risorse naturali della terra sono in tutto ciò che leggiamo, guidiamo, indossiamo e mangiamo ogni giorno e rappresentano l’origine della straordinaria catena di approvvigionamento globale, ma anche una maledizione per molti paesi che le producono, dove sembrano essere direttamente in rapporto con una drammatica riduzione di libertà, pace e giustizia. E se l’eco dei conflitti, delle ingiustizie e delle disuguaglianze può sembrare lontana e flebile, occorre pensare che tutto ciò che spendiamo ogni giorno, per riempire il serbatoio o per fare la spesa, rischia di renderci i sostentatori di alcuni degli uomini più pericolosi del mondo, gli stessi che rappresentano per noi una così grande minaccia.

Nel suo nuovo libro Leif Wenar, uno dei principali filosofi politici di oggi, ricostruisce il funzionamento delle supply chains globali, andando alla ricerca delle regole che governano il mondo, del meccanismo nascosto che ostacola democrazia e sviluppo e mette ogni consumatore in rapporto diretto con gli uomini che lo minacciano. Il re nero mostra come l’Occidente possa farsi promotore di una rivoluzione pacifica delle risorse, ponendo fine alla dipendenza dalle “risorse insanguinate”. Il libro propone strategie pratiche per far progredire l’economia mondiale senza danneggiare le catene di approvvigionamento; per scegliere, cioè, nuove regole che ci rendano più sicuri a casa, più degni di fiducia fuori e più capaci di risolvere problemi globali pressanti come l’ingiustizia e la povertà diffuse e il cambiamento climatico. Il re nero è un lavoro unico nel suo genere e un appello ai cittadini di tutto il mondo, perché agiscano insieme da subito per creare un futuro migliore per l’umanità.

 

Wenar sarà a Roma il 17 novembre e a Milano dal 18 al 20 novembre (18/11, ore 16:30-18:30, Università Statale; 20/11, ore 17:00-19:00, Borsa Italiana Palazzo Mezzanotte, Bookcity Festival).

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Leif Wenar insegna Law & Ethics al King’s College di Londra. È stato visiting professor presso numerosi atenei, tra cui la LUISS. Il testo è tratto dal capitolo 18 – “Il futuro” del suo ultimo libro, Il re nero. Petrolio, risorse naturali e le regole che governano il mondo (LUISS University Press, 2016)

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© Letteratitudine

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