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NICOLA VERDE racconta IL VANGELO DEL BOIA

maggio 5, 2017

NICOLA VERDE racconta il suo romanzo IL VANGELO DEL BOIA (Newton Compton)

di Nicola Verde

Una delle domande più frequenti che mi viene posta alle presentazioni è: “Perché Mastro Titta?”
Già, perché Giambattista Bugatti – è a lui che allude il titolo -, l’uomo che per circa 70 anni è stato al servizio del papa eseguendo ben 516 condanne a morte?
La domanda non è fine a se stessa: di solito, infatti, nei romanzi si preferiscono personaggi positivi, eroi nei quali potersi identificare. Quando, un po’ di anni fa, lo proposi per un’antologia, l’editor fu categorico: «No! Non è un personaggio in cui il lettore può immedesimarsi!».
Io, quel racconto, lo scrissi ugualmente e fu incluso nell’antologia della Hobby & Work “Delitto capitale”, una delle antologie più riuscite degli ultimi anni.
Insomma, il seme di un personaggio controverso era stato gettato. Ma non ho spiegato il perché della mia scelta.
Fu occasionale? Coincidenza? Al tempo in cui dovevo scrivere quel racconto ero alla ricerca di un’idea o di un personaggio (la storia doveva essere ambientata nella metà dell’Ottocento)… incappai nelle memorie di Mastro Titta, fui incuriosito da quest’uomo di cui si sapeva molto poco (pure le sue memorie sono in realtà apocrife, scritte da un certo Ernesto Mezzabotta sulla base di un taccuino, unico documento lasciatoci da Bugatti, dove il boia annotava scrupolosamente le sue “giustizie”).
undefinedEcco, scrupolosamente! Insomma, le poche notizie che di lui ci rimanda la Storia, ce lo fanno apparire come un uomo diligente nel suo lavoro, timorato di Dio e… diffidente nei confronti delle donne.
Mi pareva ce ne fosse abbastanza per occuparsi di lui.
Quanto alle “coincidenze” ne parlo diffusamente nella “Nota dell’autore”. Mi piace riproporla perché sono convinto che meglio di ogni altro intervento spiega le ragioni e le dinamiche che mi hanno spinto a scrivere questo romanzo.

Quando ho cominciato a pensare al romanzo con protagonista Mastro Titta, il boia papalino, avevo in testa l’idea di collegarlo, in qualche modo, alla vicenda delle finte foto pornografiche dell’ex regina Sofia (sorella della più famosa Sissi) che sconvolse la Roma papalina nel 1862, vicenda di cui mi aveva fatto cenno il mio amico e scrittore Luigi De Pascalis.
A quel punto, uno dei nodi che mi si presentava era come mettere assieme Costanza Vaccari, protagonista di quella faccenda, a Mastro Titta. A dividere i due era innanzi tutto l’età: lui era nato nel 1779, lei nel 1838.
A questo punto ecco entrare in ballo le “coincidenze”.
Chi scrive sa bene a cosa mi riferisco: a quei particolari e strani fatti che ti accadono durante la lavorazione di un romanzo e che ti inducono a pensare che “qualcosa” ti stia suggerendo di andare avanti. In verità è soltanto un’impressione dovuta al fatto che in quei particolari momenti hai le cosiddette “antennine” sollevate, pronte a cogliere ogni particolare che possa essere ricondotto alla storia che stai scrivendo,
Nel mio caso la prima coincidenza fu lo scoprire che Costanza Vaccari abitava a poche vie da Titta, lei in via del Farinone e lui in via del Campanile: impossibile, mi sono detto, che non si fossero conosciuti. E qui è scattata la prima reazione: Titta considerava le donne esseri inferiori, comunque da rispettare, perché avrebbe dovuto soccorrere Costanza? L’idea era, appunto, quella di far intervenire Titta in aiuto della giovane. La risposta che mi diedi fu che Costanza poteva ricordargli un amore di gioventù, l’unico che ebbe e che forse fu causa di quel suo atteggiamento “prudente” nei confronti delle donne (oggi lo chiameremmo ginefobia).
Questo, a mio parere, risolveva il motivo dell’intervento di Titta nei confronti di Costanza. Ma andiamo avanti con le “coincidenze”. La seconda: Costanza Vaccari conosceva un gesuita di nome Antonio Bresciani, un amico di famiglia che addirittura celebrò il suo matrimonio. Bresciani era un erudito che all’epoca aveva scritto alcuni romanzi in vena chiesistica e antipatriottica, ma che io avevo già incontrato in precedenza nella scrittura dei miei romanzi sardi, perché Bresciani, tra l’altro, scrisse un importante saggio sui costumi della Sardegna dell’epoca. Potevo non considerarlo come un “invito”?
Seguendo ancora il filo delle “coincidenze”.
Un’altra idea che avevo sul romanzo era che sarebbe dovuto partire dall’incertezza che Mastro Titta ebbe nella sua ultima esecuzione, ma pure da una faccenda realmente accaduta il 29 giugno del 1861: tafferugli durante i quali fu ucciso un gendarme pontificio, morte di cui fu ingiustamente accusato un povero postiglione di nome Cesare Lucatelli, esecuzione naturalmente compiuta da Mastro Titta. Ma come legare quelle “coincidenze” e quei fatti apparentemente così lontani e, soprattutto, diversi fra loro? Se per la prima idea di partenza potevo risolvermi con una Costanza Vaccari fantasma che appare all’improvviso tra la folla facendo tremare la mano del boia, per la seconda l’incastro si presentava di più difficile soluzione. Ma ecco la terza coincidenza. Il fiscale (una specie di pubblico ministero di oggi) che diresse il processo a carico di Lucatelli fu un certo Eucherio Collemassi, che, guarda caso, orchestrò pure, insieme al ministro della Armi, il complotto delle finte foto pornografiche. Insomma, tra il processo Lucatelli e lo scandalo delle false foto pornografiche avevo scoperto un legame.
Non bastasse, ecco intervenire una quarta coincidenza, un quarto miracolo: un testimone dell’incidente che aveva portato alla morte del gendarme, tale Achille Ansiglioni, un fotografo che al tempo del processo s’era detto disponibile (anche se in maniera anonima) a testimoniare a favore di Lucatelli, fu coinvolto nel successivo complotto pornografico, anzi fu accusato dalla Vaccai come uno degli artefici delle foto stesse. Insomma un vero e proprio “filo rosso” legava le vicende. Ma siccome sappiamo che il complotto era una montatura, mi sono chiesto: perché fu coinvolto proprio quell’uomo? La risposta che mi diedi fu questa: perché era un testimone scomodo, e forse insistente, di un processo farsa, quello a carico di Lucatelli, e lo si volle in qualche modo tacitare.
Questa, naturalmente, era finzione romanzesca, ma credibile e, soprattutto, possibile. Quattro “coincidenze”, bastavano per convincersi che il romanzo andava scritto? Io ho ritenuto di sì e l’ho fatto. Quanto poi alle altre foto, quelle più cruente, sono naturalmente frutto d’invenzione, espediente messo in campo quale giustificativo per distrarre la polizia dall’altro scandalo.
Ultima annotazione: Costanza Vaccari fu probabilmente davvero una spia al servizio di molti: del Comitato nazionale romano, del generale de Goyon, del pro ministro De Mérode, del giudice Collemassi, della polizia papale e, forse, chissà, persino dei Savoia.
Insomma, in questo romanzo verità e finzione si alternano, si intrecciano, si fondono. E si confondono. Dove c’è poco dell’una, c’è molto dell’altra e viceversa. Non è pura finzione, ma neanche pura verità: è un romanzo, niente di più e niente di meno. E la Storia si mescola alla storia, quella grande a quella piccola, con quest’ultima che riempie i vuoti dell’altra.
Tutto quanto è raccontato in questa complicatissima vicenda corrisponde al vero. O Dio, quasi tutto. Realmente esistito, naturalmente, Giambattista Bugatti, meglio noto come Mastro Titta, il boia papalino, e vera l’incertezza della sua ultima doppia esecuzione che gli costò il posto di carnefice alla bella età di ottantacinque anni; esistiti Ernesto Mezzabotta, l’autore di queste e delle altre – più famose – pseudo memorie del boia romano, anche se nel 1869, l’anno in cui starebbe raccogliendo queste memorie, non avrebbe avuto che diciassette anni (una piccola “forzatura” narrativa); Giuseppe Marocco d’Imola, l’unico amico di Titta; esistiti Costanza Vaccari in Diotallevi e suo marito Antonio; storiche le figure del cardinale Antonelli, segretario di Stato; de Mérode, ministro delle Armi; Eucherio Collemassi, giudice della Sacra Consulta; e giù, fino a Lucatelli e Velluti. Vero lo scandalo delle foto pornografiche che coinvolse l’ex regina di Napoli Sofia, sorella della più nota Sissi; realmente accaduto l’assassinio del gendarme pontificio, Velluti, che costò la vita – giustiziato da Mastro Titta – a Cesare Lucatelli; corrispondenti al vero i momenti della storia di Roma (anche se, nella realtà, la presenza di Massimo D’A-zeglio in città è da anticipare di un anno, 1859 – altra piccola “forzatura”). False le altre foto che nella vicenda qui raccontata sarebbero state rinvenute nella perquisizione – realmente avvenuta – in casa Venanzi, affiliato al Comitato nazionale romano e che co-stituiscono, in un certo qual modo, il motore e il carburante della storia stessa. Qua e là, dunque, ho un po’ forzato la mano sugli eventi storici, in qualche caso li ho leggermente anticipati, in qualche altro posticipati, il tutto per coerenza narrativa.
Il romanzo storico tenta di ricucire i buchi della grande tela della Storia. Mi viene in mente il film Jurassic Park, dove i dinosauri vengono clonati utilizzando il loro dna pre-levato da una zanzara completandolo con quello di una rana. Un narratore fa più o meno la stessa cosa: utilizza la realtà storica completandola con una realtà fittizia.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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undefinedLa scheda del libro

Roma, 1864. Mastro Titta, il boia del papa, esegue due condanne a morte per omicidio. Ma quando sta per esporre al pubblico, accorso come al solito in massa, le due teste mozzate, intravede un volto che sperava di aver dimenticato. Quell’incertezza gli costerà cara, costringendolo a dire addio alla sua gloriosa carriera. Che cosa è successo al famoso boia romano? Tutto ha inizio nel 1861, con l’uccisione di un gendarme, e, poi, un paio di mesi dopo, con il ritrovamento, sulle sponde del Tevere, di due cadaveri, uno dei quali senza testa. Fatti all’apparenza non legati fra loro, ma che danno il via a una catena di eventi che scuotono la Città Eterna. A occuparsi dei processi per quelle morti è il giudice della Sacra Consulta Eucherio Collemassi, oscuro personaggio legato a delle sette sataniche, che si serve delle false rivelazioni di Costanza Diotallevi, una fotografa dai facili costumi, per colpire il segretario di Stato, il cardinale Antonelli. E proprio Costanza ha trascinato Mastro Titta in una torbida vicenda dai contorni misteriosi, che a distanza di tre anni riemerge e tormenta il boia sul palco di un’esecuzione…

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Nicola Verde è nato a Succivo (CE) nel 1951 e vive a Roma. Ha scritto Sa morte secada, semifinalista al premio Scerbanenco; Un’altra verità, vincitore del premio Qualità editori indipendenti; Le segrete vie del maestrale, finalista al Festival Mediterraneo del giallo e del noir, e La sconosciuta del lago, vincitore della sezione romanzi storici dello stesso premio. Il vangelo del boia è stato finalista nel 2016 al premio Alberto Tedeschi.

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