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COLPEVOLI. VITA DIETRO (E OLTRE) LE SBARRE di Annalisa Graziano (intervista)

luglio 23, 2018

COLPEVOLI. VITA DIETRO (E OLTRE) LE SBARRE (La Meridiana): intervista a Annalisa Graziano

di Massimo Maugeri

Credo possa essere utile e importante per tutti saperne di più sul mondo del carcere, soprattutto partendo dal presupposto che la privazione della libertà è una delle cose peggiori che possa capitare a un essere umano (a prescindere dal crimine commesso). La giovane e brava giornalista foggiana, Annalisa Graziano, ha scritto un libro importante dal titolo molto evocativo: Colpevoli. Vita dietro (e oltre) le sbarre (La Meridiana). Nella prefazione del libro, le parole di don Luigi Ciotti mettono in evidenza il senso e gli obiettivi di questo lavoro: “Queste pagine ci aiutano a ricordare che il carcere non è una terra marginale o un mondo a parte, ma un’eventualità nella storia delle persone. Scaturita certo da scelte sbagliate, di cui è giusto rendere conto, ma anche da opportunità negate, da scelte scaturite dall’assenza di alternative. […] Necessario è allora mettersi in gioco perché il carcere cessi di essere in molti casi una “discarica sociale”, la destinazione di chi non ha i diritti previsti dalla Costituzione, dall’altro perché la pena diventi uno strumento di inclusione, come sempre prevede la Costituzione. A beneficio non solo delle persone detenute ma di tutti noi, se è vero che laddove il carcere è riuscito in questa funzione, il tasso di recidiva, la possibilità che le persone ricadano nel crimine, è stato drasticamente ridotto.

Ho incontrato Annalisa Graziano, per discutere con lei di questo suo libro e delle tematiche legate alla detenzione…

– Cara Annalisa, come nasce il tuo interesse per il mondo del carcere?
Risultati immagini per annalisa grazianoHo iniziato a scoprire le “città dietro le sbarre” grazie ai libri. Mi occupo della comunicazione del CSV Foggia, il Centro di Servizio per il Volontariato, da molti anni e nel 2013 mi fu affidata l’area della promozione del volontariato in ambito penitenziario. In quel periodo furono sottoscritti protocolli di intesa con l’UlEPE, l’Ufficio locale di Esecuzione Penale Esterna di Foggia e con le tre Case Circondariali di Capitanata, proprio per favorire l’ingresso dei volontari negli istituti penitenziari. Nel 2014 accompagnai l’Ass. Centro Studi Diomede di Castelluccio dei Sauri nella sua prima esperienza di volontariato all’interno del Carcere di Foggia. Iniziò così l’attività del gruppo di lettura in Alta Sicurezza, chiamato “Innocenti Evasioni”, che puntualmente ritorna e si rinnova ogni anno. Attualmente è alla attenzione della direzione il progetto della nuova edizione, che si arricchirà di cineforum e momenti di ascolto di musica classica.

– Quando è nata e come si è sviluppata l’idea che sta alla base del volume “Colpevoli. Vita dietro (e oltre) le sbarre“?
Dopo l’esperienza di “Innocenti Evasioni”, sono stati realizzati nei penitenziari di Capitanata numerosi progetti curati da volontari, grazie al generoso contributo della Fondazione dei Monti Uniti di Foggia, che ogni anno mette a disposizione dell’associazionismo foggiano fondi per il carcere. Una delle esperienze più riuscite è la presentazione di volumi all’interno del teatro della Casa Circondariale di Foggia, alla presenza dell’autore. Proprio al termine dell’incontro con il noto scrittore Maurizio de Giovanni, dopo un confronto con il direttore del carcere di Foggia, Mariella Affatato, è nata l’idea di scrivere un libro che raccontasse questo mondo sconosciuto alla “città senza sbarre”. Un volume che guidasse i lettori in un viaggio attraverso le sezioni dell’istituto, tra le celle, le aule scolastiche, i passeggi, nella cucina e in tutti i luoghi accessibili. Mi intrigava l’idea di un volume che potesse raccogliere le storie che ci sono dietro i nomi e le foto segnaletiche cui ci hanno abituati la cronaca nera e giudiziaria. Non solo rapinatori, omicidi, ladri e spacciatori, ma anche uomini, padri, figli e mariti con storie che nessuno aveva ancora raccolto. Da quella chiacchierata, e dal lungo lavoro che ne è seguito, è nato “Colpevoli”.

– Nella prefazione del libro don Luigi Ciotti cita Filippo Turati il quale, a fine Ottocento, sosteneva che “il povero nasce, per così dire, predestinato al carcere”. È ancora così?
Le cronache raccontano che all’aumento del tasso di disoccupazione e, quindi, di povertà, spesso si accompagna un progressivo aumento dei reati contro il patrimonio. Il rapporto fra delinquenza e condizioni economiche costituisce, del resto, uno dei temi classici della Criminologia.
Povertà ed esclusione sociale possono alimentare l’illegalità diffusa e la criminalità organizzata, che a loro volta rendono difficile combattere la povertà e sostenere i processi di sviluppo e inclusione sociale.
Per questo motivo, è importante l’attività di prevenzione nei quartieri a rischio, quelli più difficili. Penso, ad esempio, ai progetti di educativa di strada, che puntano all’aumento e al rafforzamento della capacità partecipativa degli adolescenti e dei giovani, tanto in forma aggregata, quanto singolarmente, mediante azioni e relazioni che stimolino processi di cittadinanza attiva. Prevenire, in situazioni di questo tipo, significa prima di tutto ridurre il disagio e i comportamenti a rischio individuali e collettivi.
Credo che sia importante per spezzare quella “predestinazione” cui fa riferimento don Luigi nella sua prefazione. Bisogna mirare alla giustizia sociale, garantire a ogni persona l’opportunità di vivere dignitosamente e responsabilmente.

– Ci sono fattori comuni tra i casi che racconti nel libro?
Sono tante le vite che si intrecciano tra sbarre e pezzi di cielo. Non mancano pagine drammatiche, come quelle che danno voce a Carmine, che alle spalle ha una vita piegata dalla dipendenza. Ci sono il 22enne Luigi, che ha iniziato a rubare per pagare le bollette e Gerardo, che ha incrociato lo sguardo di una detenuta della sezione femminile e si è innamorato “dentro”. Ancora, Donato, che si è (ri)scoperto scrittore in carcere e Sergio, che da bambino voleva diventare attore di teatro. Storie differenti ma con un unico comune denominatore: il legame con gli affetti, la famiglia. Quelle radici profonde che nessuna barriera può far essiccare. Con ognuno di loro, poi, ho cercato di affrontare il rapporto con le vittime dei reati: un tasto delicato, che abbiamo sviscerato poco per volta, durante i vari colloqui. Un tema che nel libro è affrontato anche grazie alla preziosa testimonianza di Daniela Marcone, vicepresidente nazionale di Libera e figlia di Francesco, vittima innocente di mafia.

– Secondo l’articolo 27 della Costituzione “le pene (…) devono tendere alla rieducazione del condannato”. A tuo avviso su cosa bisognerebbe puntare per favorire la “rieducazione del condannato”? E quali sono, viceversa, i principali ostacoli alla rieducazione che occorrerebbe rimuovere?
La finalità del trattamento è quella di promuovere un processo di modificazione degli atteggiamenti che sono di ostacolo ad una costruttiva partecipazione sociale, in modo da raggiungere l’obiettivo finale, individuato nel reinserimento. Concepire spazi più ampi, all’interno degli Istituti, consentirebbe di moltiplicare le attività ricreative realizzate dai volontari, così come i corsi di formazione professionale e le attività scolastiche. Sarebbe importante che istituzioni e realtà imprenditoriali contribuissero a creare nuove occasioni di formazione spendibili all’esterno; che la società civile partecipasse maggiormente alla integrazione e alla realizzazione della attività ricreative. Il primo ostacolo da rimuovere è la paura del diverso, il pregiudizio. Ci sono poi difficoltà oggettive: all’interno degli istituti di pena italiani il sovraffollamento continua a rappresentare un grave problema.
In quest’ottica, sarebbe importante l’implementazione delle misure alternative, che garantiscono un maggiore abbattimento della recidiva e dunque anche più sicurezza della società.

– C’è qualche aneddoto in particolare, legato alla tua attività di volontariato con i detenuti, che ti andrebbe di condividere con noi?
Ce ne sono davvero tanti, molti dimostrano come le parole riescano a superare sbarre e cemento.
Qualche mese dopo l’uscita del libro ricevetti una telefonata da una radio brindisina.
I “Colpevoli” avevano scritto una lettera e l’avevano inviata all’emittente radiofonica perché mi venisse letta in diretta. Volevano ringraziarmi di “aver dato loro voce e di aver costruito, con sensibilità, un ponte tra dentro e fuori”. La lettera – mi disse la speaker – era datata 13 giugno, ma arrivò in radio molte settimane dopo, proprio il giorno in cui scrissi la relazione del primo anno da assistente volontario del Carcere di Foggia, un’esperienza molto bella che continua ancora oggi.
E, sempre a proposito di lettere, qualche giorno fa, una volontaria che sta tenendo un corso nel carcere di San Severo ha portato con sé una copia di “Colpevoli”. Il destino ha voluto che proprio a quella lezione partecipassero per la prima volta due detenuti appena trasferiti: Pancrazio e Sandro, due protagonisti del piccolo libro giallo. C’è stata molta emozione, mi hanno detto, che racconteranno in una lettera.

– Progetti per il futuro?
Continuerò a portare “Colpevoli” nelle scuole. Nei mesi scorsi abbiamo fatto visita a molti istituti e una delle esperienze più emozionanti è stata assistere al reading messo in scena dagli studenti del liceo artistico “Perugini” di Foggia. Studenti con talento, che hanno letto il libro e interpretato con delicatezza storie difficili. Si sono esibiti con grande coraggio in carcere, davanti ai protagonisti di quelle pagine, che si sono commossi. È stato un momento speciale e li porterò sempre nel cuore.
Ma voglio precisare che “Colpevoli” rappresenta solo l’inizio di una strada ancora lunga, che non ci stancheremo di percorrere. Grazie al CSV Foggia e alla Fondazione dei Monti Uniti saranno realizzate nuove attività di volontariato nei tre Istituti di Capitana.
E poi sono al lavoro per una nuova idea editoriale, ma questa è già un’altra storia.

Cara Annalisa, in bocca al lupo per tutto e grazie di cuore per il tuo impegno.

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