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PICCOLE ESISTENZE di Lorenzo Fusoni (un estratto)

febbraio 4, 2019

Pubblichiamo un estratto del romanzo PICCOLE ESISTENZE di Lorenzo Fusoni (Ianieri edizioni)

Un romanzo d’amore drammatico e visionario nel quale indagine psicologica e racconto si intrecciano svelando le illusioni di eternità che l’uomo si inventa per proteggersi dall’oblio

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ESTRATTO PRIMO CAPITOLO “PICCOLE ESISTENZE”

Vi è mai capitato di interrogarvi sulla ragione d’esistenza di certe persone? In altri termini: vi siete mai chiesti perché esse sono e a che cosa servono? Non sto parlando di qualcuno in particolare; vorrei dunque che evitaste di concentrarvi sul cinismo naturalmente insito nella domanda o che vi allontanaste da essa attraverso la scorciatoia del relativismo, obbiettando magari che tali individui (sul motivo della cui esistenza vi ho appena chiesto di interrogarvi) potrebbero chiedersi la stessa cosa di voi o di me. Lasciate per un attimo che il vostro pensiero sia guidato dall’istinto.
Mentre visitate una città in cui probabilmente non tornerete più, il vostro sguardo volge a un’anziana signora che trascina per strada una grossa borsa nera. In fila alla cassa di un supermercato, la vostra attenzione cade su una coppia che cerca di raggiungere la cifra richiesta dal display, impilando colonne sbilenche di spiccioli davanti a una commessa rassegnata. Al tramonto, vedete un ragazzino correre a rotta di collo verso un autobus in sosta per poi sparire per sempre al suo interno.
Si tratta di persone che non hanno mai interferito e che, quasi sicuramente, non avranno modo di interferire con la vostra vita. Esistenze che si rivelano per il tempo di un istante, come a voler dimostrare che esse sono, e che il mondo è disposto a seguire il suo corso e le sue regole anche senza di voi, senza il vostro consenso.
È a queste persone che io sto pensando.
Sono sicuro che anche voi abbiate provato almeno una volta nella vita a dare un senso a queste piccole esistenze, cercando magari degli indizi sul volto teso di un uomo qualsiasi impegnato a strisciare il polpastrello dell’indice sullo schermo dello smartphone, o nell’espressione assorta di una ragazza che avete pensato si sentisse incompresa, mentre il giovane che le stava di fronte continuava a ingannarla.
In quei volti apparentemente inutili siete forse riusciti a intravedere dei caratteri, e da questi a indovinare dei tipi, sperimentando una specie di soddisfazione, un sollievo. Riuscire a penetrare nella vita di estranei, saltando le formalità proprie della conoscenza, conferisce all’osservatore un particolare potere: è l’empatia che ci illude di poter esercitare una qualche forma di controllo su di essi.
Ma la speranza di comprensione profonda dell’altro incontra un limite formidabile: all’uomo non è data la possibilità di scandagliare l’essenza completa dell’esistenza, poiché mai troverebbe il tempo per esaurire l’abisso di possibilità di una vita e per soffermarsi su ogni singolo individuo, ossia per provare a distinguere dalla massa ciascuno di quei volti senza nome. No, è impensabile pretendere di poter controllare, comprendere queste persone e trovare un ruolo a ciascuna di esse.
Da qui il mio cruccio. Il paradosso della mia situazione che non mi consente di accettare il filtro di opacità che mi divide dalle altre esistenze. Non posso più ignorare nessuno di questi microcosmi; non posso più fingere di avere un’identità autonoma, separata dalla miriade di comparse che mi scorrono ogni giorno accanto, di fronte o di lato; non posso più rivendicare una mia specificità che, a ben vedere, è forse il riflesso di una banale forma di autoreferenzialità. E il motivo di tutto ciò sta nel fatto che ognuna di queste che ho chiamato piccole esistenze potrebbe avere un legame con me, con la mia vita.
O con le mie vite precedenti.
Va bene, fermiamoci un attimo.

[…]

Da una decina d’anni a questa parte, immagini estemporanee riaffiorano dalla mia memoria sovrapponendosi al presente. Rappresentazioni vivide e pienamente consistenti, di cui però non riesco a decifrare la provenienza e che pure mi sono familiari, vengono fuori dalla memoria ed esprimono la profondità e il contorno tipico dei ricordi. Ma non sono ricordi, non posso ritenerli tali, almeno non nel senso comune con cui siamo soliti intendere i contenuti della memoria. E il motivo è molto semplice: non riesco ad associarli a momenti della mia vita passata. Il loro affiorare non avviene a esito di quel processo che rende possibile vedere e sentire ancora, a distanza di anni, ciò che è stato. Come quando si cammina per strada e si sente un odore o si vede un’immagine che rimanda all’impronta di un altro odore o un’altra immagine, qualcosa che risale a venti, a trenta anni addietro o anche di più: un’esperienza, una sensazione vissuta, archiviata nella memoria. Questo significa ricordare. Le mie immagini, invece, sono sì stimolate per lo più dal mio presente, ma non hanno legami con la vita e con le esperienze che ho avuto finora.
Nel corso degli anni, i miei ricordi senza origine hanno assunto sembianze sempre più precise e definite: un pianoforte Ehrbar a coda su cui ho l’impressione di aver trascorso moltissime ore della mia vita (pur non avendo mai suonato uno strumento), un tavolo da gioco rivestito di una stoffa verde e consunta, un gigantesco rottweiler di nome Ubik (capace di respirare monossido di carbonio senza fare un plissé), il remo decorato di una barca… Questi sono soltanto dei piccoli esempi: se dovessi subito dirvi tutto quello che mi è capitato di ricordare in questi anni, ne rimarreste quantomeno stupiti.
Pensate all’attimo in cui la visione di un oggetto vi riporta a un momento particolare della vostra infanzia. Quello che mi accade è una sensazione del tutto simile: in un istante la mia memoria si riavvolge e mi consegna un ricordo chiaro e coerente ma applicato a un mondo e a un passato in cui non mi ritrovo.
A un certo punto, ho cominciato a pensare che potesse trattarsi di tracce di una vita passata, o di diverse vite passate.
Da ragazzino non ho mai fatto caso a questo fenomeno. La fantasia dei bambini è così indefinita che diventa difficile distinguere ciò che deriva dalla pura immaginazione da ciò che è libera rielaborazione di memoria. Crescendo, ho evitato di farmi troppe domande a questo proposito; del resto, ho sempre creduto che la sensazione di vivere vite di altri fosse tipica di ogni newyorkese. Ecco un altro esempio: mi piace la promenade, mi piace da pazzi. Passerei ore a passeggiare sul tratto che collega i due ponti, perché quel percorso mi colma di incantata nostalgia e mi ha sempre confortato con un senso di sicurezza; poi ho realizzato che lì doveva essere accaduto qualcosa di importante per me, senza però riuscire a ricordare cosa. Posso soltanto dire che si trattava di una sensazione talmente forte da gettarmi in uno stato di grande confusione e frustrazione.
E ora non posso più passeggiare sulla promenade, per quanto anche in questo momento sia attratto dall’idea di trascorrerci del tempo.
Devo pensare che chi mi ha creato ha forse dimenticato di resettarmi la memoria, negandomi il diritto di ricominciare tutto da capo come si fa con un contachilometri truccato? Forse la mia anima pigra non è riuscita a scrollarsi di dosso tutti gli umori della vita precedente?
Pare che nessuno abbia mai immaginato quali nefande conseguenze potrebbero scaturire dall’uso scriteriato di ricordi residui non leciti. Un nemico dell’America potrebbe svegliarsi e d’improvviso ricordare di essere stato nella sua precedente vita il rampollo di un’antica e nobile famiglia repubblicana e decidere di rivelare al mondo i più torbidi e compromettenti segreti di quella dinastia. Un analfabeta potrebbe scoprire di essere già esistito come scienziato premio Nobel e usare le sue conoscenze per insinuare il dubbio che non vi sia bisogno di studiare teoremi e dimostrazioni fisiche giacché il loro contenuto è innato. Nella mente di un criminale potrebbero essere sopravvissuti file scottanti della CIA, da cui poter distillare il sublime potere del ricatto o l’assurda possibilità di dissestare gli equilibri raggiunti a colpi di compromessi nelle epocali riorganizzazioni geopolitiche dei continenti. A quel punto, ci sarebbe da discutere all’infinito per capire a chi addebitare la colpa…
Ogni tanto ho la sensazione che il mio ambiente naturale sia completamente diverso da quello in cui sto vivendo. Come se stessi recitando una parte. E come altri illustri paranoici prima di me, mi chiedo se sia possibile che questa non sia la mia vera vita ma soltanto una finzione. O un sogno. Se così fosse, non saprei comunque come comportarmi. Non credo che riuscirei ad abbandonare per sempre questo ruolo e tornare alla vita originale e perduta.
Immaginate di trovarvi da un giorno all’altro gettati in una nuova vita pur avendo chiaro in testa di essere qualcun altro e avere un’altra esistenza in sospeso, da qualche parte. Va bene, non è questo il mio caso, ma ho paura che, andando avanti così, presto dovrò ammettere la mia assurda convinzione.
Ultimamente, alterno momenti di relativa tranquillità a fasi di completo obnubilamento; a momenti di sollievo e gioia fanno seguito momenti caratterizzati da dubbi molesti in cui sono alla ricerca di qualcosa di importante che non so individuare con esattezza. Ogni tanto penso che quello che sto cercando sia solamente la conoscenza della mia anima.
Che gran confusione.
La mia anima è una sola ma si è spostata, attraverso gli anni, in corpi differenti. È riuscita a sconfiggere la morte. Sto esprimendo, lo ammetto, concetti formalmente ingiustificabili, da alienato. Ma questo è ciò che sento, ed è più di un sospetto o di un tormentoso dubbio. E in virtù di tale prospettiva mi chiedo se la mia anima soltanto sia riuscita in questa impresa o ce ne siano anche altre come la mia: anime vittoriose (o sospese), coscienze in bilico tra esperienze presenti ed esperienze trapassate.
Temo che presto il mio cervello non mi basterà più. Man mano che emergeranno nuovi ricordi, ci sarà sempre meno spazio per trattenerli. Dal punto di vista neurologico, credo che la mente umana sia costretta a fare una selezione perché abituata a ospitare soltanto un certo numero di ricordi tra quelli che essa reputa rilevanti: non avrebbe senso trascinarsi dietro il bagaglio di tutto quello che ci è capitato nel corso della vita, sarebbe inutilmente gravoso… E adesso non so in base a quale discriminante il mio cervello opererà le sue scelte. Scarterà eventi fondamentali della mia vita attuale a favore dei ricordi di traguardi raggiunti da una persona sconosciuta? Andrà in crash dopo aver attraversato una forma di Alzheimer consapevole?
Per ora i miei ricordi veri e i ricordi senza origine non si sovrappongono. È difficile da spiegare: è come se si fossero divisi perfettamente nei due emisferi dell’encefalo; non mi capita mai di aggiungere particolari ambigui alle mie memorie, di fare confusione. Le immagini restano sempre separate.
In questo periodo, il mio tormento più grande è uno solo: capire chi è Amaelia, il cui angelico viso è scolpito nella mia mente fin dalla mia prima infanzia, ma che sono sicuro di non avere mai incontrato in questi trentacinque anni. In un senso che non so spiegare, quel volto senza volto mi ha incatenato.
Magari, ora, avrete intuito il vero motivo per cui non posso ignorare nessuna delle piccole esistenze.
[…]

(Riproduzione riservata)

© Ianieri edizioni

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La scheda del libro
Horace Prynton è vicedirettore di una prestigiosa rivista letteraria di New York. È sposato, ha due splendidi bambini e potrebbe essere un uomo felice. Ma da un po’ di tempo Horace convive con uno spaventoso sospetto: quello di essere già stato qualcun altro, di aver già vissuto in precedenza. La sua vita di successo è turbata da continue reminiscenze, fulminei frammenti di vite già vissute, ricordi nitidi eppure inafferrabili di esistenze passate e future che appaiono all’improvviso e lo spingono a cercare il filo rosso che le ricongiunge: Amaelia, il cui viso angelico è scolpito nella sua mente fin dalla prima infanzia, la sola e unica donna che abbia mai amato ma che è sicuro di non aver mai incontrato nella sua vita attuale. Musa sfuggente e donna fatale, Amaelia richiama e tormenta Horace con infinite e opache suggestioni, costringendolo a un continuo interrogarsi sulle piccole esistenze, in apparenza insignificanti, che attraversano la sua quotidianità: individui marginali o incidentali che non possono più essere ignorati perché ciascuno di loro potrebbe ricondurlo a lei, il suo unico e grande amore eterno.

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Lorenzo Fusoni nasce a La Spezia nel 1981. Si è laureato in Giurisprudenza presso La Sapienza di Pisa. È autore e regista per il teatro, nonché consulente legale presso una banca d’affari. Nel 2009 ha pubblicato per Creativa il romanzo L’ombra del lupo, nel 2017 per Golem Edizioni il romanzo sperimentale Il libro di Josh. È autore della pièce teatrale I Resti dell’Amore che ha debuttato al Teatro Nuovo di Milano nel giugno 2013. È produttore, attore e regista del musical Rocky Horror Live e del musical originale Ghostbusters Live. Nel 2016, assieme ai musicisti Cesareo e Guido Block, ha fondato una
società di edizioni musicali e produzione teatrale.

 

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© Letteratitudine

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