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UN METRO LUNGO DUE METRI di Mauro Orletti (Exòrma) – recensione

febbraio 28, 2022

https://i0.wp.com/www.exormaedizioni.com/exorma/wp-content/uploads/2022/01/COP_UN_METRO_LR.jpg“Un metro lungo due metri” di Mauro Orletti (Exòrma)

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di Simone Gambacorta

Mauro Orletti possiede un’attitudine particolarissima che gli permette di riversare pressoché tutto in narrazione; se magari gli venisse in mente, potrebbe arrivare a raccontare persino le tabelline, cioè quanto di meno malleabile esista in termini di affabulazione. Eppure una simile sfida potrebbe fargli gola, tanto è spiccata la sua vocazione a misurarsi con quei lati del mondo che, in linea di massima, si reputerebbero appannaggio di approcci non narrativi.

Questo spiega anche come mai la sua sia una scrittura per indole e postura portata ad assumere in sé l’ibridazione e l’extravaganza (cioè a muoversi liberamente per costituirsi come costrutto volto a farsi “discorso” su qualcosa o su qualcuno) e spiega pure come mai leggere Un metro lungo due metri sia molto coinvolgente e porti a porsi numerosi interrogativi.

Il libro si presenta come una biografia di Remo Gaspari, l’uomo politico democristiano numerose volte ministro e abruzzese come lo stesso Orletti (questi è nato a Chieti nel 1977; Gaspari nella vicina Gissi nel 1921, dov’è morto novant’anni dopo).

Tutto, a prima vista, porterebbe a pensare che il libro sia da collocarsi nell’ambito della saggistica, quando invece, alla prova dei fatti (quella verifica al tempo stesso fallace e decisiva che è la lettura) dimostra di appartenere a un’area più liberamente e schiettamente creativa: Un metro lungo due metri va cioè letto come un “racconto” (e in fondo è congegnato affinché questo avvenga), ossia come un’opera, molto riuscita, di finzione. La finalità biografica è, in altre parole, il pretesto per un’indagine diversa, più ampia e sottocutanea, sulla complessità di lettura delle cose.

La voce narrante, che ha tutta l’aria di coincidere con quella dell’autore, e che in prima persona racconta un personaggio che a sua volta coincide con la figura di Remo Gaspari, fa sì, per gli stessi giri che pian piano prende il narrare, che il lettore noti come anzitutto di matrice autobiografica, prima ancora che biografica, sia la movenza sostanziale di un racconto che continuamente incrocia e avvicina due vite diverse, al punto da far sì che l’effettiva “protagonista” della narrazione sia la “spinta” dell’una voce (vivente e pertanto narrante) verso le tracce dell’altra figura (estinta e dunque silente).

Biografia e autobiografia, accantonate le necessarie distinzioni, hanno, in sostanza, lo stesso segno, e perciò si annullano in un racconto che allestisce continuamente due ipotesi: quella del raccontato e quella del narratore. A Orletti potremmo attribuire insomma alcune fondamentali parole che quel fondamentale e sommo scrittore che è stato Luigi Malerba fa dire, nel suo Le pietre volanti, opera tra le massime che abbia scritto in tanti anni di grande letteratura, al suo protagonista, Ovidio Romer, il quale definisce «romanzo» il racconto della sua stessa vita, in quanto «chiunque scriva ciò che gli è accaduto nel corso degli anni, opera una finzione».

È in quel medesimo passo, ma appena alcune righe più in basso, che Ovidio, a quelle parole già molto utili per focalizzare con un primo sguardo d’insieme Un metro lungo due metri, nel senso proprio della concezione tecnica, ne aggiunge alcune altre che veramente possono accompagnarci come fossero una bussola entro i meandri della voce narrante che Orletti elegge a sovrana della sua narrazione: «Potrei dire: non ho inventato niente e, con la stessa sincerità, potrei affermare che ogni mia frase, ogni mia parola, è pura finzione».

Sicché si fa improvvisamente chiara una definizione possibile di questo libro così raffinato e sagace che è Un metro lungo due metri: finzione senza invenzione. E per tentare di rendere più esplicito il ragionamento, e più manifeste le scelte che l’autore ha plausibilmente operate in sede di scrittura, potremmo dire, semplificando di molto il discorso, questo: Orletti ha fatto le sue ricerche su Gaspari e, dopo averle concluse, si è trovato con la scrivania ingombra di appunti su episodi realmente accaduti a Gaspari ovvero da altri a lui riferiti come tali; quegli appunti, quei dati, quelle notizie, nel loro risultare quali informazioni in tutto o in parte accreditate da questo o quell’avallo e da questo o quel riscontro, hanno dato forma a un fitto arcipelago di punti fermi, a luoghi biograficamente attendibili come, per chi sia in mare, può risultare tangibile la terraferma di questo o quell’isolotto o di questo o quell’atollo. Tutti quei punti, che potremmo dire “veri” (con quel qualche milione di cautele che parole come “verità” o “realtà” sempre impongono: «Supponiamo di supporre un metro lungo due metri», dice nel libro una professoressa), Orletti li ha collegati e messi insieme attraverso una tensione necessariamente immaginativa e trasfigurante che, nel suo arcipelago, equivale al mare e che, collegando tutte le sparse parti a una base comune, verosimilmente include anche la riconfigurazione del dato autobiografico.

Grazie alla sintesi sistematica tra “fedeltà” e “infedeltà”, o tra “fedeltà” e “libertà”, grazie insomma a questa miscela (di fatto finzionale) dosata con orecchio tanto sapiente e con occhio non meno esperto, Un metro lungo due metri presenta degli zoom (e ne sono i luoghi più coinvolgenti), delle incursioni, dei “doppiaggi” dei pensieri stessi di Gaspari, immaginato sia nella dimensione domestica e privata che in quella istituzionale e pubblica.

Così, nel progredire del racconto, il dualismo con il “rivale” Lorenzo Natali, il rapporto con il “maestro” Giuseppe Spataro, le critiche di Antonio Cederna, Michele Serra o Giorgio Bocca, e momenti quali i rapporti con gli elettori o con i familiari, e quegli altri in cui più distintamente il potere e le capacità si sono manifestate come autonomia ma anche come solitudine, emergono come uno sciame di frangenti osservati (ripresi) con la camera a spalla, e però sempre impastati di un’ironia (bilanciata da una non minore autoironia) che, se è stigmatizzante e critica, è anche molto altro; anzi, “non è”, molto altro: non è sberleffo, non è facile sarcasmo, non è moralismo politicamente corretto, non è derisione, non è sentenza.

C’è, semmai, attrazione per quanto di “ambiguo” può esservi in ciascuno. È come se Orletti ricordasse a tutti che lo «gnommero» gaddiano, prima ancora che nel Pasticciaccio brutto, sta nel “pasticcio” soggettivo a cui ciascuno offre inevitabilmente dimora, e così la non univocità di lettura dei gesti e delle azioni di un qualunque individuo (quella stessa non univocità che in contrade più manichee o farisaiche si bollerebbe risolutamente con uno stigma scarlatto) torna qui a mostrarsi come un dato (potenzialmente e fattualmente) vicino a chiunque e a chiunque, di caso in caso, attribuibile (ferma rimanendo, va da sé, ogni possibilità di valutazione). Da questo punto di vista, Un metro lungo due metri è un libro di grande apertura umana.

Quello rivolto a Remo Gaspari è uno sguardo fortemente critico, ma mai grossolanamente derisorio; per essere più precisi, è uno sguardo il quale ha la virtù di dimostrare, proprio in ragione del “coabitare” delle due vite che fanno da asse nella narrazione, come la peculiarità più spiccata del libro di Orletti (quella, cioè, più rilevante e “impegnata” anche in senso civile) sia il suo essere, oltre che una critica, anche una critica a qualsiasi facilità di critica o di giudizio.

Sotto questo versante, quello che Orletti scrive reca in sé la vitamine problematizzante della contestualizzazione e quella (la si coglie specialmente nelle ultime pagine) della pietas. Senza concedere al suo racconto “biografico-autobiografico” nessuna possibilità di scoscendere anche solamente di un millimetro verso gli estremi dell’agiografia o della requisitoria, e meno ancora verso la retorica delle “anime belle” (sulla scia, per dire, della Donna Prassede di manzoniana memoria e di chiunque altro, De André docet, voglia sentirsi «arbitro in terra del bene e del male»), con Un metro lungo due metri Mauro Orletti propone, in definitiva, un esperimento di laicità.

Tanto più che, a scansare ogni semplificazione indebita, provvede un’ulteriore possibilità di lettura: una possibilità che, per così dire, accresce la portata relativizzante del libro. Vale a dire che potrebbero essere tre, e non due, le “polarità” al contempo motrici e caratterizzanti, del racconto. Non solo, per intenderci, la voce narrante e l’uomo narrato, ma la voce narrante più altre due entità: e vale a dire il Gaspari ministro, ripensato e ricordato nei gesti e nella gestualità di un agire esteriore; e il Gaspari uomo, immaginato e ricreato addirittura (per sfida e per paradosso) come un uomo “non illustre” di pontiggiana memoria.

Tutto questo, e senz’altro non soltanto questo, si dà in un libro che, nella levità di una prima persona che assume in sé una lingua sciolta al piccolo trotto di una linearità schietta e dinoccolata, e come ritmata in una scioltezza che ride e non irride, e che per giunta si scrolla di dosso qualsiasi cosa le sia d’ingombro o d’ostruzione, ecco, tutto questo sta in un libro che ripropone (riproduce)  “frame” della Prima Repubblica e che lo fa lungo un crinale che vede generazioni diverse corrispondere a società ed epoche profondamente diverse, e dove la periferia (Gissi) e la provincia (Chieti) diventano due microcosmi del macrocosmo italiano di ieri e di oggi.

C’è un momento in cui un uomo, che fa lo scrittore, sta in silenzio e pensa a come raccontare una parte di una storia; ha bisogno di aggiornare di continuo la sua strategia di narrazione, perché quello è il suo combattimento. C’è un momento in cui un uomo, che fa il ministro, sta in silenzio e pensa a come gestire una situazione; ha bisogno di aggiornare di continuo la sua strategia politica, perché quello è il suo combattimento. Un metro lungo due metri è tutte e due queste cose messe insieme: è un libro sulla lotta (sulle tante, diverse, modalità e necessità di lotta) tra un individuo, il suo ruolo e i suoi scopi, ma è anche un libro sulla lotta tra (per così dire) una “spinta narrante” e una “materia da narrare”.

È un libro sulla lotta anche perché è un libro che fa critica, e lo è perché, nel momento in cui ingloba e incorpora un’idea di lotta, mostra come la critica sia effettivamente questo: una lotta e non una guerra. In Un metro lungo due metri Gaspari non è visto come un nemico da perseguire o da perseguitare o del quale fare un facile scempio populista; vi è visto, semmai, come un terminale dialettico cui muovere una contestazione attraverso la processualità di un’operazione narrativa complessa.

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Mauro Orletti, Un metro lungo due metri
Exòrma, pp. 260, euro 17

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La scheda del libro: “Un metro lungo due metri” di Mauro Orletti (Exòrma)

https://i0.wp.com/www.exormaedizioni.com/exorma/wp-content/uploads/2022/01/COP_UN_METRO_LR.jpgDai fatti tragici dell’alluvione in Valtellina del 18 luglio 1987, emerge la figura di un potente della politica, un notabile democristiano della Prima Repubblica. Ma la Valtellina e Remo Gaspari, con le sue luci e soprattutto le sue ombre, sono anche un pretesto per evocare gli anni ’40, la Democrazia Cristiana, i dorotei, le Brigate Rosse, De Mita e il “rinnovamendo”, gli anni ’80, il rampantismo socialista, Craxi, Lupo Alberto, l’amaro Ramazzotti e Maurizio Cattelan.

Mauro Orletti in questa biografia eccentrica, ma documentata a fondo, gira attorno alla vita di un uomo oggi sconosciuto ai più, definito “ministro dell’asfalto e del cemento” (Antonio Cederna), tra i maggiori simboli della decrepitezza civile e morale di un sistema di potere (Michele Serra), notabile di grande stazza la cui unica competenza conosciuta è quella in clientele (Giorgio Bocca).

Ma la realtà difficilmente si presta a letture unilaterali, specie quando subentrano le vicende personali, e il giudizio, di conseguenza, si fa incerto. La vita privata di Gaspari e l’intimità domestica condivisa con la moglie e il figlio, gettano una luce diversa sul personaggio pubblico. E in questo girare attorno alla vita di Gaspari il racconto si abbandona a una forza centrifuga che spinge verso altre vicende e altre figure, anche minime. I fili della narrazione sono innumerevoli, dipanati e intrecciati a seconda dei casi, talora sovrapposti. Entrano in gioco questioni che coinvolgono l’autore a tal punto da indurlo a mettere in pagina perfino stralci autobiografici, in rapporto più o meno diretto con la figura di Gaspari, abruzzese come lui.

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220Mauro Orletti è nato a Chieti nel 1977. Si è laureato in Giurisprudenza a Bologna, dove vive e lavora.

Ha collaborato con la rivista “L’Accalappiacani. Settemestrale di letteratura comparata al nulla” (Deriveapprodi). Nel 2014 ha pubblicato con Quodlibet, nella collana “Compagnia Extra”, Piccola storia delle eresie. Per “La Vita scolastica” (Giunti scuola) ha scritto la favola A testa in giù. Il suo ultimo libro, Guida alle reliquie miracolose d’Italia, è uscito nel 2018 per Quodlibet.

È presente in varie antologie fra cui “Almanacco Festivaletteratura”. Ha collaborato alla serie di Sky Arte “Sacra Bellezza”, sei episodi ai quali ha partecipato come ospite fisso.

 

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