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REBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA – INTERVISTA A ZEROCALCARE (speciale Lucca Comics and Games 2013)

novembre 21, 2013

File:Zerocalcare - Lucca Comics and Games 2012.JPGREBIBBIA: GLI ZOMBI COME IN AMERICA

Intervista a Michele aka Zerocalcare, anche sulle sue paure e su un libro che ha da tempo in testa

SPECIALE LUCCA COMICS & GAMES 2013 (Parte VI)

dal nostro inviato a Lucca, Furio Detti

Michele Rech, noto come “Zerocalcare” è un fumettista cresciuto nell’underground, e esploso prima sul web e poi sulla stampa dal 2011, anno del suo primo vero successo: La Profezia dell’Armadillo. Oggi a Lucca presenta Dodici, il suo ultimo fumetto (per i tipi Bao) che porta l’apocalisse zombi a Rebibbia, quartiere caro all’autore.
– Innanzi tutto grazie per l’intervista. Per cominciare: nel tuo ultimo fumetto, Dodici, hai trasformato il tuo quartiere, Rebibbia, in una delirante edizione nostrana di The Walking Dead. Ora ti chiediamo: te la sentiresti adesso di buttarti in un fumetto che non parli del quotidiano, in particolar modo del tuo quotidiano?
No. O meglio: non del tutto. Sì e no. In realtà tutto quello che sto facendo adesso riguarda esperimenti, banchi di prova, in vista di un libro che sto preparando da un mucchio di tempo. Un libro che riguarda in parte il mio quotidiano autobiografico, in parte no, ossia riguarda un pezzo della mia famiglia, incluse le generazioni che mi hanno preceduto, mia nonna nello specifico. Quello che ho in testa adesso è quel libro, che attinge in parte ancora al mio quotidiano e in parte no. Dopo di quello non ho nessuna idea di che cosa farò anche perché quest’ultimo progetto venturo è un poco la fine di un ciclo per me.

– Ti autorizziamo a menarci se saltiamo fuori con l’espressione “impegnato nel sociale”, ma il tuo lavoro ha un componente politica molto forte e in parte è piaciuto proprio perché molti ci si ritrovano concretamente. Che peso ha avuto la tua attività di grafico per le locandine e i volantini dell’area antagonista e dei centri sociali?
È stato importante nel senso in cui disegnare quelle locandine è stata una palestra di vita. Nel senso che disegnare una locandina nel senso di quello che è il mondo degli spazi occupati con tutte le mille sensibilità che stanno all’interno di quel circuito, significa disegnare una locandina mettendo d’accordo venti persone, un’assemblea in cui ognuno ha in mente una cosa diversa, desidera qualcosa di differente dall’altro. In realtà quindi è qualcosa che più di qualsiasi scuola di fumetti e più di qualsiasi cosa in generale ti insegna proprio la velocità, la sintesi. In quel senso è un’esperienza irrinunciabile. Dal punto di vista professionale vero e proprio, no; ma io non ho mai inteso questo aspetto del mio lavoro come un trampolino di lancio. Per me era una parte della mia vita, insomma.

– Che cosa cambieresti se potessi cambiare qualcosa del tuo stile dall’oggi al domani?
Sicuramente, vorrei saper fare le anatomie e gli acquerelli, le “robbe poetiche….” ste cose qua!

– Quanto te la sentiresti di sperimentare sul web un modo nuovo di raccontare una storia, uscendo dal discorso “gabbia grafica-vignetta-nuvolette”?
Zero. Ma perché io non sperimento niente sul web. Per me il web è solo un surrogato della carta. Io addirittura non lavoro sul computer ma su carta, sul formato che si adopera per la stampa, A3, A4, non ce l’ho proprio la lavorazione per il formato web. Ti dirò: se uno guarda le mie tavole nota subito l’assenza di quel formato verticale “a scrollare” tipico delle cose nate per il web. Confesso che da quel punto di vista io sto proprio indietro indietro… devo però dire che mi trovo molto bene anche perché poi io comunque continuo a amare la carta come tipo di supporto, per cui voglio che le mie cose che escono sul web possano essere poi stampabili su carta senza alcuna perdita o adattamento.

– Ti sei ispirato a qualcuno degli autori italiani?
Fra gli italiani non tanto. Devo dire che non provo neppure a farlo, sarebbe come paragonarmi a Dio. Vista la qualità del fumetto nazionale, non avrei mai questa pretesa; però posso dire che leggendo Gipi mi è ritornata la voglia di disegnare anche se non sono mai riuscito a fare delle cose neppure lontanamente paragonabili alle sue. Di certo mi ha dato lo stimolo.

– E fra gli stranieri?
Io copio praticamente tutto da un francese: Boulet (Gilles Roussel).

– Te la sentiresti di scrivere una storia con un autore e uno sceneggiatore?
Oddio [ride] ti sto dando delle risposte vigliacche e conservatrici, proprio pavide… però no, ossia non mi sento proprio all’altezza di farlo, non credo di essere ancora così bravo nel disegno da spingere uno sceneggiatore a lavorare …con me. Io lavoro per esclusione, disegnando quello che mi riesce e eliminando quello che non sono capace di disegnare. Per me disegnare e sceneggiare dovrebbero andare di pari passo; viceversa, per lo stesso motivo non mi sento neppure pronto come autore di storie da affidare alla matita di altri. In realtà al momento difficilmente mi vedo a lavorare con qualcuno.

– Per finire: chi è o cos’è il tuo peggior nemico quando disegni?
Il mio peggior nemico quando disegno? Direi l’eventuale assenza di Internet. Se io non ho una serie TV che mi fa da sottofondo mentre disegno è impossibile che mi metta a lavorare cinque, sei, sette ore davanti a un foglio. Senza il web sono finito, insomma.

– Grazie mille, per tutto.
Piacere mio, davvero.

[Lucca, Domenica 3 novembre 2013]

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