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LA PAROLA CONTRARIA, di Erri De Luca (articolo e intervista)

marzo 5, 2015

LA PAROLA CONTRARIA, di Erri De Luca (Feltrinelli)

di Eliana Camaioni

Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa”. Erri de Luca chiude così il suo pamphlet “La parola contraria” (ed. Feltrinelli), cinquanta pagine di argomenti difensivi in risposta alla denuncia per istigazione a delinquere presentata nei suoi confronti dalla ditta LTF (Lyon Turin Ferroviaire) operante in Val di Susa. La denuncia parte da un’intervista, rilasciata all’Huffington post, nella quale Erri De Luca sostiene che “la TAV va sabotata”. Il termine sabotare risuona minaccioso alla ditta LTF, e diventa il corpo del reato, attorno al quale sono state messe le virgolette a mo’ di manette; termine che l’accusa interpreta in maniera restrittiva, vedendoci dentro l’istigazione rivolta dallo scrittore alla comunità a compiere atti criminosi contro i cantieri TAV.
Se avessi inteso il verbo sabotare in senso di danneggiamento materiale, dopo averlo detto sarei andato a farlo. In aula non vado a discolparmi ma a mettermi di traverso alla censura che vuole la parola contraria su un binario morto” afferma Erri de Luca a sua discolpa. Lo fa, prima ancora che in aula, con il suo pamphlet presentato in tour per tutta l’Italia; e a quel libretto i cittadini rispondono, da Nord a Sud, con una presenza calorosa e numericamente significativa, con letture spontanee, flashmob e gruppi social, al grido di #iostoconerri. Una vera e propria mobilitazione popolare, che sostiene la causa de “La parola contraria”.
erri de luca 1Incontro Erri De Luca al Feltrinelli point di Messina (una delle tappe del tour) straripante come di rado avviene in questa sonnecchiante provincia siciliana.
Per quasi un’ora, Erri tiene viva l’attenzione di una platea attenta ed emozionata.
Per quasi un’ora, Erri difende la parola contraria facendo un excursus sul concetto di parola, di come essa (in forma orale, prima ancora che scritta) sia la vera protagonista della sua formazione di scrittore, mescolando biografia e produzione letteraria.
Erri dice di dovere innanzitutto alle proprie origini napoletane il dono dell’ “utensile della parola”, quello strumento dialettale e orale col quale da sempre Napoli parla a se stessa e si prende per il bavero, e della quale diviene emblema.
Racconta di essere nato a metà del secolo scorso, secolo delle grandi migrazioni, entrate a far parte della narrativa napoletana nelle storie tramandate oralmente per generazioni; storie di migranti che Erri bambino sentiva raccontare nella casa paterna, mischiate a storie di fantasmi e di zii “assistiti” che ne percepivano la presenza nelle case: “le parole di quelle storie si ficcavano dentro le mie orecchie ed avevano la forza e la capacità di incontrare tutto il resto dei sensi. Non era semplicemente ricevere un racconto: era vivere un’esperienza completa, fisica, di quello che era successo. Per questo posso dire di aver avuto un’educazione sentimentale napoletana, perché si sono formati dei sentimenti attraverso quelle storie che stavo ascoltando”. Sentimenti di paura, di compassione, di collera, ma soprattutto “di vergogna: un sentimento che, a differenza degli altri, è inestirpabile, che ti si attacca addosso finché non reagisci, non cerchi di contrastare con una tua azione quella vergogna che stai sentendo. Ecco che il bisogno di dare una risposta diventa un bisogno politico”.erri de luca 2

Le parole ascoltate, quindi, stanno alla base della sua primissima formazione, e stimolano la vocazione di scrittore. “Perché accanto a quelle parlate c’erano poi quelle scritte: sono cresciuto in uno stanzino pieno di libri, scritti però in italiano e non in dialetto: mi piaceva quella lingua ‘straniera’, parlata a bassa voce da mio padre che pretendeva di insegnarcela in quanto utile per andare ‘all’estero’, cioè fuori Napoli. Mi piaceva l’italiano perché non strillava, mi piaceva perché se ne stava zitto dentro i libri, mi piaceva perché mentre a Napoli tutti andavano di fretta e in fretta parlavano (a Napoli abbiamo il dialetto più veloce del mondo, che per dire ‘andare’ dice ‘ì’) l’italiano se la prendeva comoda, con le sue sillabe supplementari, come se avesse tempo da perdere”.
Un doppio avviamento alle parole, quindi, scandisce la formazione di Erri, fino all’incontro con le Sacre Scritture (che tradusse personalmente dall’ebraico antico, da autodidatta ateo): “lì ho ritrovato il vertice del valore della parola, che diventa la manifestazione fisica della divinità, e lo strumento della creazione: il verbo ‘dire’ è il verbo più abbinato al nome della divinità, nell’Antico Testamento”, concetti questi codificati nel volumetto “E disse” (Feltrinelli 2011).
Il discorso sulla parola che crea, quindi, e il rapporto fra il dire e il fare, consente ad Erri di arrivare al punto della questione, al vero motivo della chiacchierata: “in quella scrittura sacra, ma solo lì, la parola è direttamente un fatto compiuto. Oggi invece la parola pubblica (politica, economica) è di fatto solo una parola pubblicitaria, che serve a suscitare un interesse preciso in un determinato momento, ma è scevra da responsabilità: fra il dire e il fare non c’è di mezzo il mare, c’è il nulla”.
Per contro, rivendica il suo mestiere e spiega il suo personalissimo rapporto con la parola: “Sono uno che ci tiene alle parole, proprio perché mi sono specializzato nell’uso di questo utensile: ho messo tutte le mie uova nel cestino del vocabolario, tanto che più che cittadino italiano mi sento residente del vocabolario italiano, abito là dentro”.
Dopodiché, il primo affondo contro l’accusa ricevuta: “Quando mi fanno sapere che il verbo sabotare non appartiene al linguaggio democratico, dico: mah!, tu che sei denunciante di uno scrittore e prendi le sue parole come corpo del reato, vuoi dire a me che cos’è il linguaggio democratico?!”.
La platea applaude a scena aperta, la discussione scivola velocemente sui temi del pamphlet, sulla polisemia del termine sabotare e sul diritto costituzionalmente garantito di esercitare la propria opinione, e segnatamente quella contraria.
Ed è con grande disponibilità che Erri De Luca concede poi il suo tempo per le interviste. Penso al rapporto con le altre sue opere, penso alla figura dell’intellettuale impegnato, penso alla piccola rivoluzione civile in atto in tutta Italia in difesa di un intellettuale che usa il suo strumento elettivo per sposare cause civili; penso alla definizione di ‘eroe’ che Erri stesso diede a proposito dei migranti, qualche anno fa.

-“Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica. Può usarla per fare qualcosa di più della promozione delle sue opere. Suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria”. Come si protegge il diritto di tutti, oltre che esercitandolo?
Pretendere che una persona sola protegga il diritto di tutti è pretendere troppo. Il diritto di tutti si protegge condividendo le ragioni di alcuni movimenti, di alcune lotte, che sono necessarie e giuste; insomma, prendendo parte alla vita civile di questo paese.

– “Può darsi che nella mia educazione emotiva napoletana ci fosse la predisposizione ad una resistenza contro le autorità”. Mi torna in mente la rivolta del Popolo napoletano di cui lei parla nel suo “Il giorno prima della felicità”: sei persone che da sole bloccano la riconquista tedesca della città, il popolo di Napoli che si ribella e dice: “mo’ basta”. “Le persone quando diventano popolo fanno impressione”. Anche in Val di Susa, “mo’ basta”?
In Val di Susa c’è una comunità che ha stretto le sue fibre e si comporta come un popolo, democraticamente prende le decisioni tutti quanti assieme; fanno le cose giuste e sono riusciti nel corso di questi anni a ritardare, impedire e quindi sabotare quell’opera micidiale che comprometterà -se portata avanti- la natura di quel luogo.

– De Luca e Vattimo: due intellettuali sotto processo per non essersi fatti i fatti propri. Dall’Affaire Dreyfus di Zola all’Affare Moro di Sciascia, in realtà, l’intellettuale – per fortuna – ha spesso preso le parti altrui. Lei ha sulle spalle una denuncia per “istigazione a delinquere” depositata alla Procura della repubblica di Torino . Questa la frase incriminata: “La Tav va sabotata”. Nel pamphlet “La parola contraria” Lei spiega il senso attribuito a quelle dichiarazioni. Cosa vorrebbe Erri De Luca che i lettori intendessero per “sabotaggio”?
Vorrei che intendessero quello che intendo io. Ho fatto per molti anni il mestiere di operaio, ho preso parte da operaio a molti scioperi: gli scioperi sono una forma di sabotaggio della produzione. Sono un antico strumento democratico per ottenere dei miglioramenti, per impedire dei soprusi. Quindi sabotaggio per me significa agire collettivamente per una causa giusta.

– Intervenendo a proposito della privatizzazione dell’acqua, lei disse: “Chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. Trivellare la val di Susa lei lo definisce oggi ‘stupro di territorio’. Anche in questo caso, le parole – soprattutto quelle contrarie – hanno un peso specifico. Cosa vorrebbe che intendessero per “stupro di territorio”?
Stupro di territorio è per esempio quello che hanno fatto a Terzigno: hanno piazzato una discarica a cielo aperto non impermeabilizzata, con conseguenze micidiali per la popolazione e per le falde acquifere. In val di Susa lo stupro è perforare delle montagne che sono piene di amianto, e quindi guasteranno tutto l’ambiente oltre che la salute pubblica di quella vallata.

Erri De Luca– Secondo Erri de Luca “anche quando la vita sembra una lotta contro i mulini a vento, eroe è colui che non si arrende, che ogni volta si rimette in piedi e prosegue il suo viaggio, incurante degli ostacoli, incurante della sconfitta”. Chi sono oggi gli eroi per lei?
Non ci sono eroi, ci sono comunità che si battono per la dignità e la tutela del proprio territorio. Esiste un eroe collettivo, che è la buona volontà per il bene del Paese.

– Diceva Emily Dickinson “Una parola muore appena detta, dice qualcuno. Io dico che solo in quel momento comincia a vivere”. Le parole dette da Erri de Luca oggi vivono in milioni di lettori, in Italia e all’estero, e flashmob di lettori sostengono la sua difesa in ogni angolo d’Italia, recitando come un canto di lotta brani de “La parola contraria”. Una sua emozione, un suo commento. Qualsiasi cosa lei voglia aggiungere a tutto questo.
È la miglior difesa che potevo immaginare. Non me ne vogliano i miei avvocati, ma la lettura pubblica fatta spontaneamente da quei lettori è la sola e migliore difesa che si può pensare di mettere in piedi contro la censura della libertà di espressione, le parole messe sotto censura come corpo del reato da parte di una denuncia di parte.

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