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SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (un estratto)

maggio 18, 2015

Pubblichiamo un estratto del romanzo SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (Nottetempo). Domani Paolo Colagrande ci racconterà il suo libro

La scheda
Al tavolino di un bar, Gerasim racconta a Sogliani la storia di un terzo amico seduto poco piú in là, ed è una storia molto avventurosa. Ebreo convertito al cattolicesimo per chiamata divina, Zuckermann prende i voti e diventa “il prete bello” di Zobolo Santaurelio Riviera, località balneare di “fascia bassa”: agli occhi dei fedeli passa per un santo, illuminato, alacre e innocente. Ma un pomeriggio di fine estate, mentre intorno al suo nome diventano sempre piú insistenti le voci di miracoli, a Zuckermann si offre la visione della Romana, la figlia diciassettenne di due devoti parrocchiani. Da lí in poi, fra pallidi tentativi di espiazione, passioni e gelosie, cui fanno da contrappunto le vaneggianti digressioni di Gerasim e Sogliani – dall’Uomo vitruviano agli etologi fiamminghi, dagli asceti di Costantinopoli all’Ikea, da Rossella O’Hara all’olio di nespolo babilonese – lentamente si consuma una tragedia sentimentale che travolge l’intera comunità e trova il suo epilogo in riva a un fosso… Con una scrittura comica e pastosa, Colagrande ci racconta una storia e, insieme, il racconto che ne fa una coppia di inattendibili biografi.

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Un estratto del romanzo SENTI LE RANE, di Paolo Colagrande (Nottetempo) – pagg. 171/174

Sostiene Sogliani che non c’è niente di più infame della serenità, e la parola stessa mette le tremarole alla schiena. E anch’io credo che la parola serenità andrebbe tolta dal vocabolario non tanto per il significato, che non c’è, ma proprio come lemma, che ha un suono pedante e falso, inventato dai filosofi e dai teologi di maggioranza, quando per esempio si sente dire di accettare con serenità l’impotenza umana davanti al destino, o al volere di Dio, o quando si dice che Socrate si sottomette con serenità alle leggi di Atene, o quando si sente un critico d’arte che dice: La serenità del volto di Cristo nel Cenacolo, la serenità di Monna Lisa eccetera eccetera oppure quando si dice, poniamo di un artista o di un poeta o di un prosatore: La serenità delle sue ultime opere. E viene da chiedersi: A chi la vogliam raccontare? Ma Sogliani torna di rabbia sul sorriso sereno della Gioconda come esempio rinascimentale del rapporto d’amore tra l’uomo e la natura, che il sorriso della Gioconda Sogliani ce l’ha di traverso, e dice che secondo lui anche nei mercatini dei pittori da sagra che fanno qui in mediopoli, è difficile trovare un quadro così brutto, proprio dal punto di vista artistico pittorico: che se invece di Leonardo da Vinci, dice Sogliani, quel quadro l’avesse dipinto uno stupido come me o come te Gerasim, ci avrebbero lanciato addosso le secchiate di merda, ma niente invece son dei secoli che lo studiano per trovare a tutti i costi il pretesto per dire non solo che non è brutto, ma è sublime, e invece di ammettere che il sorriso di Monna Lisa non è né sereno né niente, è solo venuto fuori sbagliato da buttar via il quadro, nel rudo, e pazienza verrà meglio il prossimo, dicono che è una figurazione evocativa dell’inaccessibilità dell’anima, o del rapporto sfumato tra Apollo e Dioniso o per esempio potrebbe esprimere la bellezza dell’uomo rappresentato nella sua forma femminile o viceversa, e anche quest’altre frasi, dice sempre Sogliani, se invece di un consorzio di critici d’arte di alta casata le dicessimo noi, cioè me e te Gerasim, diocariòla ci sparerebbero addosso con la lancia dell’autospurgo, altro che rapporto sereno tra l’uomo e la natura.
E poi, dico io a Sogliani, non so se hai presente ma nel dibattito è saltato fuori il più furbo di tutti che dice: Aspetta aspetta aspetta che ho capito, ho svelato il mistero del sorriso sereno della Gioconda, il mistero risiede nelle modalità percettive e nei processi biochimici e dinamici dello sguardo a seconda che si guardi il dipinto con i bastoncelli fotorecettori o la fovea della retina, i bastoncelli fotorecettori e la fovea della retina mi sembra che sono parti dell’occhio come dire il centro e la periferia insomma la maggioranza e l’opposizione, che se lo guardi con la fovea della retina il sorriso si apre, se lo guardi coi bastoncelli fotorecettori, che sono poi volgarmente la coda dell’occhio, il sorriso si chiude. E secondo me questo genio qui che ha capito tutto bisognerebbe chiuderlo in una clinica, però dopo avergli sparato addosso con la lancia dell’autospurgo, invece no, anche lui a prender gli applausi della critica e l’ovazione del pubblico bue. E avanzo di dire che se una cosa del genere l’avessimo detta io o te Sogliani, dico a Sogliani, dovremmo stare attenti a girare per strada.
Insomma si adopera la parola serenità come una specie di necrologio filisteo che a far caso anche agli esempi appena fatti non contiene nessun concetto ma è solo l’anticamera vuota della putrefazione o della bruttezza terminale: Socrate che accetta con serenità la condanna a morte, il prosatore americano che è ormai alla canna del gas e allora tira fuori la serenità del pescatore Santiago – che già il nome mette la fregola ai crostini – per dire che lui stesso, il prosatore, ha sotto due maroni di ghisa; la serenità di Cristo che sta per essere tradito e poi crocifisso; la serenità della povera lattaia di Vermeer; la serena vecchiaia di Giobbe passato nel tritacarne di non so quante disgrazie; la serenità del sorriso della Gioconda come salvacondotto della orrendità del quadro. La serenità delle opere senili dell’artista che infatti subito dopo è morto e si capiva del resto che non stava bene dalla qualità scadente delle opere senili quindi era meglio che morisse prima che gli venisse in mente di farle. Eccetera eccetera.

[Estratto da Paolo Colagrande, Senti le rane, 2015, nottetempo]

(Riproduzione riservata)

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