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I MILLE MORTI DI PALERMO, di Antonio Calabrò (intervista all’autore)

febbraio 26, 2016

I MILLE MORTI DI PALERMO, di Antonio Calabrò (intervista all’autore)

Il primo capitolo del libro è disponibile qui

di Massimo Maugeri

Palermo. Anni Ottanta. Mille morti per la “guerra di mafia”: un numero incredibilmente alto, da “catastrofe umanitaria”, che dà la misura della terribile cruenza di quel periodo. E di come la parola “guerra” non sia stata usata a caso.

Nel suo nuovo libro Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, caporedattore de «L’Ora» proprio mentre si consumava la “mattanza palermitana”, ci offre il racconto preziosissimo e documentato di ciò che accadde allora. Il volume si intitola: “I mille morti di Palermo” (Mondadori). Il sottotitolo è molto evocativo: “Uomini, denaro e vittime nella guerra di mafia che ha cambiato l’Italia“. Una scrittura diretta, fluida, che non manca di gettare uno sguardo attento sul presente e sul possibile prossimo futuro di “Cosa Nostra”. Un libro che diventa testimonianza e memoria del ruolo dei tanti caduti nello svolgimento del loro compito a servizio delle istituzioni. Uomini del calibro di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà…

Ne ho discusso con l’autore.

– L’uccisione del boss Stefano Bontade, avvenuta il 23 aprile 1981, è da considerarsi come una sorta di pietra miliare nella “guerra di mafia” degli anni Ottanta a Palermo. Perché?
Comincia la “guerra di mafia” o meglio “la mattanza” di boss e picciotti delle cosche mafiose che si opponevano al dominio del corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati. Un dominio su tutti gli affari interessanti per Cosa Nostra: la droga, le armi, gli appalti, il riciclaggio di denaro. Una mattanza che provoca, a Palermo, mille morti nell’arco di cinque anni: cinquecento assassinati in modo plateale e altrettanti rapiti e uccisi, “fatti scomparsi”. Una serie sconvolgente di vittime, in una città europea, in una democrazia occidentale. Gli omicidi colpiscono uomini delle cosche mafiose, “malacarne”, ma anche magistrati, poliziotti, carabinieri, politici, giornalisti, imprenditori, persone che si oppongono alla violenza di Cosa Nostra in nome della legge, delle regole, dello Stato. E’ una stagione terribile, quella dei primi anni Ottanta, in Sicilia, Al Nord, era la stagione della ricchezza diffusa, della leggerezza, delle Tv commerciali. Nel Mezzogiorno, era il tempo del dominio della criminalità organizzata. La “Milano da bere”. E la Palermo per morire.

– Cosa si sarebbe potuto fare e non si è fatto, in quegli anni, per limitare la terribile escalation di morti?
Nel corso del dopoguerra, la mafia si è infiltrata nelle strutture della politica di governo, nella pubblica amministrazione, nell’economia. Ha garantito consensi, voti e potere, in cambio di affari e impunità. Ha goduto di protezioni e consensi. E la repressione, verso i boss ma anche verso gli alleati, i complici, i conniventi, è stata tutt’altro che efficace. Così la mafia è cresciuta, tollerata, protetta, alimentata. Sino a quando, proprio all’inizio degli anni Ottanta, lo Stato ha cominciato a muoversi, finalmente, in nome della legalità: indagini ben condotte, istruttorie giudiziarie ben costruite, processi ben gestiti. La fine della stagione dell’impunità. Cosa Nostra ha reagito, uccidendo poliziotti e giudici. Ma la svolta della legalità è andata avanti

– Qual è stato l’apice… il momento più difficile di quel periodo?
I mille morti di PalermoL’assassinio del Prefetto di Palermo, il generale dei Carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa, il 3 settembre 1982. Mandato in Sicilia dal governo, per combattere la mafia. Ma lasciato solo, senza i poteri e gli strumenti per fare bene il suo lavoro. Prima di lui erano stati assassinati il presidente della Regione Piersanti Mattarella, l’uomo del “governo con le carte in regola”; il leader dell’opposizione, il segretario del Pci Pio La Torre; magistrati, uomini di legge. “Qui è morta la speranza dei siciliani onesti”, diceva un cartello affisso da un cittadino, rimasto ignoto, su un muro di via Carini, proprio nel luogo della strade di Dalla Chiesa. Un momento terribile, in cui i killer e i mandanti di Cosa Nostra sembravano imbattibili. E invece…

– Cosa c’è ancora da scoprire sulle morti dei “difensori dello Stato” per mano della mafia?
Ci sono parecchi misteri ancora non chiariti, a cominciare dai mandanti della strage di Portella delle Ginestre, nel 1947 e dal ruolo avuto dalla mafia nei delitti del bandito Giuliano. E poi la morte del presidente dell’Eni Ernico Mattei e la scomparsa del giornalista de L’Ora Mauro De Mauro, che indagava su quella vicenda. I retroscena politici dell’omicidio Mattarella e poi dell’omicidio La Torre. Ma anche il contesto in cui maturano le stragi Falcone e Borsellino, nel ’92. Di quei crimini si conoscono, per sentenze, autori e mandanti. Ma sono davvero noti tutti i mandanti? E i complici? E i custodi di interessi che il buon governo di Mattarella metteva in crisi?

– Un’altra data fondamentale è il 10 febbraio 1986: l’avvio del maxiprocesso a “Cosa Nostra” nell’aula bunker dell’Ucciardone. Cosa ricorda, in particolare, di quel periodo?
Con quel processo, ben costruito dal pool antimafia del Palazzo di Giustizia, guidato dal Consigliere Istruttore Antonino Caponnetto e composto dai giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta e poi ben condotto in aula dal presidente della Corte d’Assise Alfonso Giordano, dal giudice “a latere” Piero Grasso e dal Pubblico Ministero Giuseppe Ayala, la mafia finisce alla sbarra e viene messa in ginocchio da prove concrete, testimonianze, rivelazioni dei pentiti. Il maxiprocesso si conclude con pene severe, confermate in tutti i gradi di giudizio, fino in Cassazione. Cosa Nostra è nell’angolo. I suoi segreti sono stati svelati dalle confessioni di un boss autorevole, Tommaso Buscetta. I suoi crimini, finalmente puniti.

– Come è cambiato il “percorso” relativo alla lotta alla mafia dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio?
Molte ombre, ancora, sui retroscena di quelle stragi. Ma anche importanti passi avanti nelle indagini contro i boss di Cosa Nostra. I capi corleonesi, da Riina a Provenzano, sono finiti in galera. La strategia “stragista” è stata fermata e sconfitta. Il potere mafioso è stato messo in crisi. Anche se molto resta ancora da fare.

– Che ruolo hanno avuto i sequestri dei beni delle famiglie mafiose nella lotta a “Cosa Nostra”?
Un ruolo fondamentale. Con sequestri e confische la mafia viene colpita al cuore dei suoi interessi: le ricchezze, i beni, i soldi, fonte di potere, strumento di corruzione e dunque di altro potere. Lo aveva ben capito il leader del Pci Pio La Torre, autore d’una proposta di legge su nuovi strumenti per combattere la mafia, dal reato specifico di “associazione mafiosa” alle misure patrimoniali. Purtroppo, perché quella proposta vedesse la luce e diventasse la “legge Rognoni-La Torre”, sono state necessarie le uccisioni di La Torre e poi di Dalla Chiesa. Tempo perso, occasioni sprecate, sangue versato. Ma adesso la legge c’è. E’ stata migliorata e forse va riformata ancora, sulla gestione dei beni sequestrati e confiscati. Ma funziona, è uno strumento antimafia molto efficace.

– Com’è mutata la mafia del tempo? Com’è oggi “Cosa Nostra” rispetto all’organizzazione criminale degli anni Ottanta e dei primi anni Novanta?
Cosa Nostra è in crisi, dopo i processi, il carcere per quasi tutti i vecchi boss, le condanne, le decine di “pentiti” che ne hanno svelato organizzazione, delitti, misteri. In molti affari, a cominciare dal traffico di droga, è stata superata dal potere della ‘ndrangheta calabrese, pericolosissima. Non gode più delle protezioni politiche cui era abituata. Ma è tutt’altro che finita. Traffica, trama, fa affari. Alcuni boss, come Matteo Messina Denaro, restano latitanti. E’ un pericolo, contro cui continuare a tenere alta la guardia: indagini, prevenzione, repressione.

– Torniamo all’inizio del libro. In epigrafe c’è questa frase di Hannah Arendt: «Il deserto è il mondo in cui viviamo. La cosa peggiore è lasciare che il deserto invada le oasi.». Quali erano le oasi negli anni Ottanta e quali sono le oasi in questo secondo decennio del nuovo millennio?
Quelle oasi erano i magistrati che facevano bene il loro lavoro, anche se spesso in condizioni di isolamento. I poliziotti e i carabinieri che indagavano, con intelligenza e perseveranza. I politici, pochi e coraggiosi, che insistevano sulla strada del rinnovamento. La Chiesa siciliana che, dal cardinale di Palermo Salvatore Pappalardo a molti parroci di paesi e di borgate, mettevano in risalto tra contraddizione tra messaggio cristiano e violenza mafiosa, denunciando la falsa religiosità dei boss. Un quotidiano piccolo e combattivo, “L’Ora” che faceva buona informazione antimafia ed era punto di riferimento del dialogo tra forze politiche attente alle riforme, intellettuali, cultura democratica e settori dell’opinione pubblica che, pur minoritaria, insisteva su civiltà, legalità, moralità. Oasi importanti, essenziali, perché Palermo e la Sicilia non venissero travolte dalla violenza e dall’illegalità mafiosa

– L’Epilogo, invece, chiude con un riferimento a questa affermazione di Sciascia: «Temo la mafia proprio quando è silente, quando non spara». Quanto è vera, oggi, tale affermazione?
Verissima. Mafia silente, discreta, poco vistosa, eppur viva e vegeta. Più debole. Ma comunque minacciosa. Con un ricambio in corso, ai suoi vertice. Con ricchezze in circolazione, anche se non molto in Sicilia. E con l’occhio sempre attento agli affari illegali, ai traffici e pronta, se serve, a usare di nuovo la violenza. Mai sottovalutare Cosa Nostra.

– C’è un’eredità di tipo sociale e culturale, che ci lasciano il maxiprocesso e la lotta alla mafia condotta nel corso degli anni Ottanta, che sarebbe particolarmente importante divulgare oggi con maggiore impegno?
La consapevolezza che gli strumenti della legge, come un processo giusto e severo, possono battere Cosa Nostra. La coscienza dell’importanza della legalità, nella politica e nella pubblica amministrazione, secondo la lezione, ancora attuale, di Piersanti Mattarella e Pio La Torre. Il ruolo delle forze dell’ordine, dotate di strumenti e forti di buone professionalità. Un’eredità di diffusa coscienza civile, una sensibilità presente anche tra le nuove generazioni che la mafia è un grande ostacolo allo sviluppo, alla crescita economica, al lavoro, alla qualità della vita. E’ un patrimonio di moralità e legalità da custodire e fare crescere.

Ringrazio di cuore Antonio Calabrò per la sua cordiale disponibilità e per la generosità mostrata nelle risposte che ci ha fornito.

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Il libro
Palermo come Beirut. Bombe, mitra, pistole, un arsenale da guerra per lo scontro tra clan mafiosi che insanguina la città dal 1979 al 1986, con un bilancio terribile: mille morti, 500 vittime per strada, altre 500 rapite e scomparse, lupara bianca. Una «mattanza», mentre il resto d’Italia vive l’allegra frenesia degli anni Ottanta. La «Milano da bere». E la Palermo per morire. L’escalation comincia il 23 aprile 1981, quando viene ucciso Stefano Bontade, «il falco», potente boss di Cosa Nostra. È un omicidio dirompente, che semina il panico nelle file delle più antiche famiglie mafiose, ribaltando gerarchie, alleanze, legami d’affari. Centinaia di altri morti seguiranno. Quasi tutti per mano dei corleonesi di Totò Riina e Bernardo Provenzano e dei loro alleati, i Greco, i Brusca, i Marchese: i boss in ascesa, che tramano, tradiscono, ingannano, uccidono per dominare il campo degli interessi: droga, appalti pubblici, armi, soldi. Tanti soldi. Non è solo una guerra interna alla mafia. Nel mirino dei killer, anche uomini con la schiena dritta al servizio delle istituzioni, come Piersanti Mattarella e Pio La Torre (alfieri del «buon governo» e di una politica efficace e pulita, contrapposta alle collusioni di Vito Ciancimino e alle ambiguità di Salvo Lima), Boris Giuliano, Cesare Terranova, Gaetano Costa, Carlo Alberto dalla Chiesa, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà, e altri poliziotti e carabinieri, magistrati, giornalisti, medici, imprenditori che non si sono piegati alle intimidazioni. «Cadaveri eccellenti». Persone che hanno difeso la legge dello Stato contro la violenza dei boss. Dietro alcune di quelle morti l’ombra dei grandi misteri italiani. E Palermo? In troppi stanno a guardare, impauriti, indifferenti o spesso anche complici nella rete degli interessi mafiosi che inquinano politica, economia, società. Mafia vincente e ancora una volta impunita? No. Il 10 febbraio 1986, l’avvio del maxiprocesso a Cosa Nostra nell’aula bunker dell’Ucciardone segna il riscatto dello Stato. Ottenuto anche grazie alla tenacia del pool antimafia guidato da Antonino Caponnetto, con Giovanni Falcone e Paolo Borsellino tra i protagonisti: magistrati competenti e coraggiosi che hanno saputo trovare prove e riscontri alle rivelazioni di «pentiti» come Tommaso Buscetta e Totuccio Contorno. Per i capi di Cosa Nostra arrivano condanne esemplari, confermate in Cassazione. La mafia è in ginocchio. E tenta la riscossa con le sconvolgenti vendette stragiste dei primi anni Novanta. In pagine intense di cronaca incalzante e documentata, con speranza e passione civile, Antonio Calabrò rende omaggio al sacrificio di chi non si è arreso e invita a non abbassare la guardia contro un’organizzazione apparentemente in parziale disarmo ma che, come affermava Leonardo Sciascia, è da temere proprio quando non spara.

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Antonio Calabrò, giornalista e scrittore, è stato caporedattore de «L’Ora» negli anni della «guerra di mafia». Ha lavorato a «Il Mondo» e «la Repubblica», è stato direttore editoriale de «Il Sole 24 Ore» e direttore del settimanale «Lettera Finanziaria» e dell’agenzia Apcom. Attualmente è consigliere delegato della Fondazione Pirelli, vicepresidente di Assolombarda, responsabile Cultura di Confindustria e membro dei board di varie società e fondazioni. Insegna alla Bocconi e alla Cattolica di Milano. Tra i suoi ultimi libri Orgoglio industriale (Mondadori, 2009), Cuore di cactus (Sellerio, 2010), Bandeirantes (con Carlo Calabrò, Laterza, 2011), Il riscatto (con Nani Beccalli Falco, Università Bocconi, 2012) e La morale del tornio (Università Bocconi, 2015).

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