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RAFFAELLA ROMAGNOLO racconta LA FIGLIA SBAGLIATA

maggio 30, 2016

RAFFAELLA ROMAGNOLO racconta il suo romanzo LA FIGLIA SBAGLIATA (Frassinelli) – tra i dodici libri candidati al Premio Strega 2016

Un estratto del libro è disponibile qui

Raffaella Romagnolo

di Raffaella Romagnolo

Molti anni fa la mia cara amica Anna mi telefonò entusiasta. In quei giorni leggeva Pastorale Americana, che io avevo appena finito: «Lo Svedese sono io! – mi disse – Com’è possibile? Come fa quest’uomo a sapere tante cose di me?».
Quest’uomo è l’autore del romanzo, Philip Roth e lo Svedese è il suo protagonista, Seymour Levov, nato a Newark in una famiglia di ebrei immigrati, fabbricante di guanti, padre di un’adolescente balbuziente e contestatrice che nel 1968 mette una bomba in un ufficio postale. La mia amica Anna invece è nata negli anni Settanta sulle colline intorno a Santo Stefano Belbo, poi ha fatto il liceo, l’università, si è sposata e adesso ha un bambino delizioso. Cosa c’entra, lei, con lo Svedese? Eppure non dubito della sua sincerità: leggendo, anch’io sono stata lo Svedese, e anche Merry (la figlia) e Jerry (il fratello, cardiologo di successo) e persino Dawn (la prima moglie, cattolica irlandese e già Miss New Jersey). Allora: come diavolo fa Philip Roth a conoscerci, me e Anna, così bene?

Che La figlia sbagliata sia nato da un incubo l’ho già scritto altrove. Questo a dire della natura intima, della scaturigine misteriosa e privatissima. L’idea era fare di una materia incandescente e personale un romanzo, cioè un oggetto che possa entrare in relazione col lettore, invitarlo a scoprirsi, chiamarlo a guardarsi dentro per ritrovare una simile segreta verità.

Ci sono riuscita? non sta a me dirlo. Però so che la strada è quella. Mi ci è voluta Pastorale americana, e molti altri libri letti e scritti per capire e accettare e praticare questo fatto: che l’unica storia che hai da raccontare è la tua. I grandi romanzi, quelli da cui cerco di imparare ogni giorno il mestiere, si reggono sul coraggio con cui lo scrittore affronta la sfida: Philip Roth guarda così a fondo e con tale spietata sincerità dentro di sé da arrivare al nocciolo, all’elemento di umanità che tutti ci unisce. Così ha stanato me e la mia amica Anna. Così mi stanano, ogni volta, Garcia Marquez o Agota Kristof o Elizabeth Strout. Ne La figlia sbagliata ho cercato di mettere in pratica la lezione. Come ho potuto, naturalmente, coi mezzi che avevo. Quindi no, La figlia sbagliata non è un romanzo autobiografico, perchè non racconta la storia della mia famiglia: mia madre non è Ines Banchero e mio padre non è Pietro Polizzi. Ma anche sì, La figlia sbagliata è un romanzo autobiografico perchè ho usato quanto avevo di più mio, la mia rabbia, le mie angosce e l’inconfessabile paura del fallimento. Per questo Ines c’est moi, e anche Pietro, e il figlio prediletto Vittorio e la figlia sbagliata Riccarda.

Però poi scrivi sempre di famiglia, mi dicono. Ci sento una punta di veleno e un po’ mi arrabbio. Sono in ottima compagnia, rispondo, tutta gente sul cui talento nessuno discute (devo davvero citare gli esempi?). Odio quel però poi. Come se a parlare di famiglia si svicolasse, si evitassero discorsi seri sul mondo, si abbandonasse l’impegno e ci si rifugiasse nell’irrilevante. Sottotesto: roba da donne. Invece mentre scrivevo di Ines che, terrorizzata dal proprio talento, lo chiude in un cassetto e decide di diventare moglie e madre perfetta, e mentre scrivevo di Riccarda che si ribella e Vittorio che invece non ce la fa, mentre insomma dipanavo il garbuglio di relazioni e scioglievo i nodi di questa famiglia “normale” mi sono accorta che stavo parlando di altro. Lo storico Philippe Aries scrive:

5250FAU000_1Oggi l’adulto prova, presto o tardi, e sempre più presto, il sentimento d’aver fallito, il sentimento che la sua vita di adulto non ha realizzato nessuna delle promesse della sua adolescenza. Questo sentimento è all’origine del clima di depressione che si diffonde nelle classi agiate delle società industriale.

Stavo parlando di questo: da contadini straccioni che eravamo, siamo di colpo diventati un Paese ricco. Molti di noi, che se fossero nati cinquant’anni prima non avrebbero avuto scampo e avrebbero ripetuto la vita grama dei genitori e nonni, hanno potuto studiare, hanno avuto la possibilità di chiedersi: “che vuoi fare da grande?”.

Ci abbiamo provato. Poi magari non ci siamo riusciti, e questo ci deprime. Depressione da Paesi ricchi, appunto. Quella di chi ha scoperto che la libertà ha un prezzo e il fallimento un cattivo odore. Depressione da figli e nipoti del boom, nostra, di noi che avevamo un futuro. Davvero è così irrilevante?

(Riproduzione riservata)

© Raffaella Romagnolo

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Il libro
Un sabato sera come tanti in una cittadina della provincia italiana. La tv sintonizzata su uno show televisivo, nel lavandino i piatti da lavare. Un infarto fulminante uccide il settantenne Pietro Polizzi, ma Ines Banchero, sua moglie da oltre quarant’anni, non fa ciò che ci si aspetta da lei: non chiede aiuto, non avverte amici e famigliari, non si preoccupa di seppellire l’uomo con cui ha condiviso l’esistenza. Comincia così un viaggio dentro la vita di una coppia normale: un figlio maschio, una figlia femmina, un appartamento decoroso, le vacanze al mare, la televisione e la Settimana Enigmistica. Ma è una normalità imposta e bugiarda, che per quarantacinque anni, per una vita, ha nascosto e silenziato rancori, rimpianti, rimorsi e traumi. E mentre giorno dopo giorno la morte si impadronisce della scena, il confine fra normalità e follia si fa labile.

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Raffaella Romagnolo, nata a Casale Monferrato nel 1971, vive a Rocca Grimalda con il marito. Ha scritto L’amante di città (Fratelli Frilli, 2007) e, per Piemme, La masnà (divenuto anche uno spettacolo teatrale) e Tutta questa vita (finalista al Premio Peradotto). Il blog di Raffaella Romagnolo: https://raffaellaromagnolo.wordpress.com

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