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LAURA PUGNO racconta LA RAGAZZA SELVAGGIA

giugno 24, 2017

LAURA PUGNO racconta il suo romanzo LA RAGAZZA SELVAGGIA (Marsilio)

romanzo vincitore del Premio Selezione Campiello 2017

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di Laura Pugno

La ragazza selvaggia (Marsilio), è un romanzo che racconta l’impossibilità di ritornare alla natura, o almeno, di ritornarvi in modo ingenuo. Racconta anche, come in uno specchio, l’impossibilità di consegnarsi completamente alla cultura, la sopravvivenza irriducibile dell’animale in noi, il territorio segreto –  il bosco, l’oceano? – che circonda le frontiere dell’umano e in questo, un sottile filo rosso lo ricollega al mio romanzo d’esordio, Sirene.
La storia raccontata parte da un territorio narrativo – e reale – che a molti è noto, le vicende dei cosiddetti “ragazzi selvaggi”, che uniscono mito e realtà. Chi ricorda il film di Truffaut, L’enfant sauvage, sulla vicenda di Victor de l’Aveyron, cresciuto nei boschi alla fine del Settecento, muto forse per una ferita alla gola, e del medico Jean Itard, che per anni se ne occupò?
Ne La ragazza selvaggia, siamo al giorno d’oggi, tra Roma e l’immaginaria riserva naturale di Stellaria, da cui la presenza umana è stata bandita. È qui che all’inizio del romanzo viene ritrovata, allo stato selvaggio, Dasha, la protagonista.
Dasha e la sorella gemella Nina hanno alle spalle una complicata vicenda familiare. Orfane, provengono dalla zona di Chernobyl, e sono state adottate da un industriale, Giorgio Held, e dalla sua giovane moglie, Agnese. Ma mentre Nina entra subito a far parte della nuova realtà, impara l’italiano, fa rapidamente nuovi amici, Dasha rifiuta con violenza di integrarsi: rifiuta di parlare.
È già una ragazza selvaggia, qualcuno che non possiede l’arte umana del linguaggio?
Non lo sappiamo, ma un giorno, il legame fortissimo che unisce Nina e Dasha si rompe, al punto che Nina, con un gesto infantile e terribile, di cui si pentirà per tutta la vita, porta la sorella nel bosco di Stellaria e l’abbandona.
E Dasha scompare, davvero, per dieci lunghi anni. Si perde? forse scappa? decide di non ritornare?
La ragazza selvaggia Dieci anni dopo, Dasha rimane ferita. Viene ritrovata, nel bosco, da una ricercatrice, Tessa Santanera, che è cresciuta a Stellaria, quando il paese, come tanti piccoli paesi italiani dell’entroterra, era ancora vivo e abitato, mentre ora è in rovina.
Anche se con una strana riluttanza, Tessa restituisce Dasha alla sua famiglia, al padre, Giorgio Held.
Il caso della ragazza selvaggia finisce sui giornali – un primo titolo di lavoro era “Il caso Held”, ma poi ho scelto di lasciare in sottofondo quest’aspetto, di trattarlo solo a cenni – e per Dasha, che è ormai una creatura ferina, inizia la rieducazione, la scommessa di farla tornare com’era.
Ma è davvero possibile tornare come si era? tornare, in questo caso, a uno stato di felicità e di perfezione che forse non è mai esistito?
Le vicende di Dasha, la ragazza selvaggia, che rischia di diventare una cavia da laboratorio, si intrecciano con quelle di Tessa, che dopo anni nel bosco, lontana da tutto, si vede costretta ad abbandonare il progetto di ricerca a cui ha destinato la sua vita. La riserva di Stellaria, infatti, chiuderà e sarà trasformata in parco pubblico. Tessa è così obbligata a fare i conti con la sua vita, con le decisioni che l’hanno portata ad abitare “la solitudine come un altro corpo”.

Qui inizia il romanzo. Ed è il mio romanzo più complesso fin’ora, più romanzesco in senso classico, polifonico, alla Bachtin, in cui si intrecciano più voci. Ho impiegato anni a scriverlo, con lunghe pause di silenzio tra una stesura e l’altra, in cui la materia del libro si saldava in sé fino a diventare un oggetto perfettamente liscio, compatto, qualcosa che esiste esternamente a chi l’ha scritto, che il lettore può mettersi in tasca prima di entrare nel bosco.  L’ultima volta che l’ho riletto, prima di andare in stampa, l’anno scorso, dopo qualche tempo dalla stesura definitiva, questa sensazione è diventata fortissima, e mi sono detta, il libro è finito, ci siamo.
Quando ho cominciato a scrivere, sono partita dall’idea di una ragazza scomparsa, destinata a essere, a un certo punto, ritrovata. Al momento del ritrovamento – della salvezza?  però, questa giovane donna sarebbe stata irraggiungibile da parte di coloro che pure hanno dedicato anni a cercarla. Com’era possibile che questo accadesse? Cosa accade alle cose e alle persone che abbiamo perduto e che abbiamo passato anni a cercare?
La risposta narrativa a questa domanda è stata, appunto, la condizione di ragazza selvaggia di Dasha. Qualcuno che non può tornare tra noi, perché forse tra noi non è mai stato. Qualcosa che abbiamo perduto, ma che forse non è mai stato nostro.
Se ricordo, ho cercato per quasi due anni questa che ora definisco una risposta a una domanda. Nessuna delle soluzioni che mi venivano in mente reggeva, nessuna acquistava un senso nello svolgersi della storia. Avevo già vissuto qualcosa di simile, prima, con un altro romanzo, Antartide (Minimum Fax): tutta la storia era precipitata in se stessa, come polvere sul fondo di un bicchiere, quando – attingendo a ricordi appena accennati dei vent’anni –avevo visto quale fosse il mestiere, la vita di Matteo, il protagonista: ricercatore presso una base scientifica in Antartide. Quella scelta di vita definiva un personaggio, un temperamento, da sola costituiva lo sfondo abbagliante, insostenibile, su cui doveva dispiegarsi, in un altrove umano, la vicenda legata al “fine vita”, alle scelte che lo circondano, dei protagonisti, Matteo, suo padre, la misteriosa Miriam. E infatti Antartide è diventato il titolo, un’Antartide interiore, un luogo esterno, lontano dalla storia raccontata, ma che la influenza e la precede, la lavora dentro, segretamente.
Lo scomparire, la scomparsa, è al centro dei due miei romanzi precedenti: Antartide (Minimum Fax), dove è qualcosa che si può toccare, ha la carnalità e la compattezza della morte  – qualcuno muore, e nell’apprendere della sua morte vieni a sapere che stava scomparendo da te – e La caccia (Ponte alle Grazie), in cui la scomparsa è irrimediabile ma più indecifrabile ancora, e solo lenita dal potere – umanissimo – della telepatia tra due fratelli, che insieme e allo stesso tempo a distanza daranno la caccia a una stessa Bestia. Dove siamo ora, ne La ragazza selvaggia (Marsilio), c’è la scomparsa, ma c’è anche il ritrovamento. Si apre una porta, sia pure sul buio del bosco, sia all’inizio che alla fine del romanzo.
La risposta alla domanda che circondava di sé la mia protagonista è arrivata in modo del tutto inatteso – leggevo stesa sul divano nella stanza degli ospiti, in attesa che finisse la lavatrice, nella mia vecchia casa di Madrid, che non è quella in cui vivo ora: un momento che non aveva, a dire il vero, nulla di sublime, nulla dell’immaginario romantico dello scrittore in cui di colpo si accende la luce dell’ispirazione – ed è stata istantanea e chiarissima: la mia protagonista, la giovane donna perduta e ritrovata, sarebbe stata una ragazza selvaggia. Ciò che è più prezioso, e insieme qualcosa di terribile. Sarebbe stata a portata di mano, e allo stesso tempo del tutto irrimediabile, irrecuperabile, perché oggi sappiamo che quando le porte del linguaggio, nell’infanzia della mente, si chiudono, non possono essere riaperte.
Ho letto molto sul tema dei feral children, o ragazzi selvaggi, per prepararmi a scrivere questa storia, e come sempre accade, ho letto anche molte cose che nulla avevano a che fare, ma in realtà erano legate a quello che volevo raccontare da una rete invisibile, per quella sorta di misteriosa unità del mondo, di tutto con tutto, che spesso sperimentano gli scrittori – o almeno io – quando fanno ricerche per qualcosa che devono scrivere. Tuttavia, solo dopo una o due stesure, quando il romanzo aveva già una forma, su consiglio di Giulio Mozzi, che poi ne sarebbe diventato l’editor, sono andata a cercare i mémoirs e le relazioni di Jean Itard su Victor de l’Aveyron.  Avevo ormai la mia ragazza selvaggia, e potevo confrontarmi con la testimonianza.
Due cose, di quella lettura, mi hanno colpito.
La prima, come il tentativo di recuperare Victor alla specie umana passasse soprattutto attraverso i sensi, e in modo coerente con l’epoca, ma in maniera sorprendente: e alle parole di Jean Itard, alle sue osservazioni, è ispirata una delle pagine del romanzo, lì dove Giorgio Held, il padre adottivo, descrive alla ricercatrice Tessa la condizione fisica di Dasha:
“Le luci erano tenute basse per tutta la costruzione, notò Tessa, con un sistema domotico che aumentava o riduceva la luminosità al loro passaggio. Quello era il genere di cose che commercializzava la Techsa, o forse, pensò improvvisamente Tessa, la penombra era per la ragazza selvaggia, che di notte era stata abituata all’oscurità di Stellaria, e ora doveva fare i conti con la luce artificiale. Giorgio Held, mentre camminavano fianco a fianco, le raccontò di Dasha. I suoi sensi come anestetizzati, gli occhi che vagavano da un oggetto all’altro come se non ne scorgessero i contorni, la pelle dei polpastrelli e delle mani, di tutto il corpo anzi, insensibile al caldo come al freddo, l’udito indifferente alla voce umana, al rumore o alla musica, a qualsiasi suono che in natura non fosse connesso alla ricerca del cibo, una noce che cade e s’incrina, un verso d’uccello; e l’apatia, l’immobilità prolungata che si rompeva di colpo in una corsa, un balzo, un tentativo di aggredire qualcosa di vivo, piccoli animali, uccelli che Dasha, se veniva lasciata libera, spennava con i denti e le dita contratte, dalla presa fortissima, che non distinguevano un corpo in rilievo da una superficie dipinta. E poi l’olfatto mobilissimo, il fiutare qualsiasi cosa esistesse in natura, ma non profumi o odori ricreati, che le davano disgusto; i denti con gli incisivi leggermente separati nel diastema, come nella bocca perfetta di Nina, più usurati degli altri, come se più degli altri venissero usati per masticare; le cicatrici sul corpo antiche e nuove, una ventina, sulle braccia, le spalle, le natiche, il pube, le gambe, che sembravano morsi di animali, o graffi, o solo vecchie ferite, oltre all’ultima che aveva sulla coscia; la voce, o meglio la sua assenza, ma quella, disse Held, quella era già perduta. La risata infine, improvvisa, di gola e violenta, che era la cosa insieme più umana e meno umana di Dasha”.
La seconda: il senso di comunità umana, umanità, che non credo sia solo – in autofiction ante litteram? – umanità rappresentata a beneficio di un lettore che ha il potere di giudicare, che traspare, anche a distanza di anni, dalle parole di Itard nei confronti del ragazzo che ha davanti. L’affetto, il legame – la creazione di una qualche forma di famiglia – che sorge con chi è destinato a rimanere per noi, in fondo, incomprensibile. E anche questo mi ha riportato alla mia storia.

La ragazza selvaggia è un romanzo sulla scomparsa e la perdita, la linea d’ombra della perdita che tutti dobbiamo attraversare. Ma è anche un romanzo sulla famiglia, sullo scegliersi una famiglia al di là del sangue e oltre il sangue, sul decidere cosa sia ciò che chiamiamo nostro e, a cui apparteniamo, e quindi anche quello che possiamo perdere, o da cui possiamo allontanarci.

(Riproduzione riservata)

© Laura Pugno

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La ragazza selvaggia La scheda del libro

«Tessa aprì la porta sul buio del bosco»: così comincia La ragazza selvaggia, e davvero il quinto romanzo di Laura Pugno è tutto uno spalancarsi di porte sul buio: sul buio del bosco; sul buio del dramma della famiglia Held – la madre alienata dopo la sparizione della figlia adottiva Dasha e l’incidente in seguito al quale Nina, la gemella, vive in stato vegetativo; sul buio di Nicola Varriale, il cui padre generoso ed entusiasta – socio di Held in affari con la riserva naturale sperimentale di Stellaria – si è gettato ubriaco dal balcone; sul buio, finalmente, della protagonista Tessa, biologa, che vive in un container ai margini della riserva conducendo osservazioni e studi: una donna che ormai «abita la solitudine come un altro corpo». A lei toccherà la sorte di ritrovare casualmente Dasha, vissuta anni nel bosco e ormai del tutto selvaggia. Ci interroga, questo romanzo che può essere descritto come una storia di revenant, o il racconto d’un groviglio di vite umane osservato con una compassione senza lacrime. Ci interroga su che cosa è – attorno a noi, in noi – ciò che chiamiamo “natura”; sui confini tra l’umano e l’animale; sul senso di legami familiari frutto di scelte, o del caso, e non della carne. Riprendendo in forma nuova e sorprendente alcuni temi del suo primo romanzo, Sirene, Laura Pugno ci guida con passo sicuro e con una scrittura essenziale nell’esplorazione di un immaginario potente, affascinante, e forse profetico.

 

Laura Pugno è nata a Roma. Ha pubblicato la raccolta di racconti Sleepwalking (2002) e i romanzi Quando verrai (2009), Antartide (2011), La caccia (2012) e La ragazza selvaggia (Marsilio 2016, Premio Selezione Campiello 2017). Oggi dirige l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid.
http://www.laurapugno.it

@laura_pugno

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