MARCO BALZANO racconta RESTO QUI

maggio 4, 2018

MARCO BALZANO racconta il suo romanzo RESTO QUI (Einaudi)

[tra i dodici libri del Premio Strega 2018]

di Marco Balzano

Era da tanto che volevo scrivere un romanzo con una protagonista. Volevo dire “io” e essere una donna. Adesso posso dire che questa è stata una delle esperienze più importanti che ho provato scrivendo. Tutto è diventato ancestrale, viscerale, materno. Fragilità e coraggio, due sentimenti che non ho mai considerato in contrapposizione, si sono amplificati in maniera assolutamente inedita. Trina (Caterina) – così si chiama la protagonista – ha il nome di mia figlia, della chiesa del paese di confine in cui è ambientata la vicenda e, soprattutto, dell’ultima donna che ha lasciato il borgo dopo che la Montecatini ha messo il tritolo alle case, ha sbattuto la gente nei container e ha riempito l’invaso sommergendo per sempre ogni cosa. Quando l’acqua era già alta si sono accorti che era rimasta una signora anziana, che una fotografia ritrae in ginocchio sul tavolo, con le mani strette al davanzale della finestra. Immagino Trina che grida “Resto qui!”, che punta i piedi anche quando sotto non ha più terra ma acqua. La vedo che si rifiuta di andarsene quando con una barca la vanno a prendere per portarla via di peso. Volevo una donna così, con questo attaccamento oltranzista al suo mondo e ai suoi affetti.
Nei romanzi precedenti ho sempre raccontato di quanto sia legittimo partire, di come l’emigrazione sia una straordinaria metafora del nostro legittimo desiderio di andare incontro al miglioramento della nostra sorte e, perché no, alla felicità. Non è però una convinzione che mi impedisce di osservare quanto bisogno abbiamo di persone che sappiano restare, puntare i piedi, cambiare le cose dall’interno. Ma non è solo questo: volevo scrivere un romanzo diverso per ambientazione e per tema, pur rimanendo legato all’esplorazione degli ultimi, all’Italia meno conosciuta, a una letteratura di stampo civile. Sentivo la necessità di calarmi in un sapere diverso, in cui non mi sentissi comodo, nel quale percepissi l’inquietudine e la fame di chi vuole conoscere per la prima volta. Così, quando quel giorno d’estate sono arrivato in val Venosta, in questo paesino a pochi chilometri dalla Svizzera e dall’Austria, e ho visto il campanile che torreggia sull’acqua, ho subito pensato che quella era una storia. Uno scrittore è prima di tutto qualcuno che le storie se le va a cercare e che le sa ascoltare: per la prima volta, invece, la storia mi è venuta incontro. Il campanile, con la sua presenza, racconta che lì sotto si è consumata la distruzione e che prima della cancellazione doveva esserci stato un cosmo formicolante di gente che faticosamente e con dignità tirava avanti. Contadini, pastori, malgari. La mia sarebbe stata una storia di sommersi, mentre sopra c’erano, del tutto inconsapevoli, i salvati. Sì perché allo sguardo di chi arriva oggi a Curon si offre un paesaggio sorprendente e inquietante: gente che prende il sole, che va in barca a vela, che gioca a pallone sulla riva della diga, che noleggia un pedalò per fare il giro attorno al campanile, che si scatta selfie con dietro la chiesa. Tra il tempo di quel borgo di pastori e questo del turismo di massa non c’è comunicazione. Tra l’Alto Adige povero e pieno di analfabeti e quello di oggi – ricco, ordinato, coi gerani alle finestre – non c’è comunicazione. Questo paese e questa regione sembrano dire che la Storia semplicemente si sovrappone, senza nessun rapporto dialettico: senza nessun lascito.
Sono partito da qui, da Trina e da Curon, il paese che non c’è più: cancellato da un progresso dissennato e antidemocratico per costruire una diga di breve durata, che in fretta è finita per diventare un’attrazione turistica. Ho studiato tutto quello che ho potuto e infine ho parlato con gli ultimi testimoni di questa vicenda. Me la ricordo la signora Barbara, che all’inizio pensava che fossi una spia fascista e non voleva farsi intervistare. O quel piccolo vecchietto con gli occhi acquosi, che mi disse una frase che poi ho messo in bocca a Erich: “a volte mi affaccio alla finestra e non vedo l’acqua. Vedo ancora i campi, i masi, la fontana dove bevevano le bestie. Vedo mio padre che mi costruisce la casa che hanno distrutto prima che potessi abitarla”.
A furia di studiare ho realizzato che non potevo raccontare solo di Curon, perché Curon fa parte dell’Alto Adige e di questa terra si sa poco. Sui manuali di scuola, quando in classe spiego l’unità d’Italia, il fascismo, il nazismo, non c’è scritto nulla di ciò che è successo (come, ad esempio, non c’è niente della storia del Friuli). Lì, invece, sono passati entrambi i dittatori. Dopo l’8 settembre 1943 arriva Hitler, che restituisce a molti abitanti del luogo quel che Mussolini, nel disperato e fallimentare tentativo di italianizzarli, aveva tolto: lingua e lavoro. È solo dopo la guerra che i sudtirolesi trovano un po’ di pace. Ma non a Curon. Lì nel ’49 la Repubblica italiana e la Montecatini attuano finalmente il progetto della diga, che pendeva da più di vent’anni come una spada di Damocle sulla testa di tutti. Allora, dopo che Trina ha fatto la maestra clandestina per insegnare il tedesco ai bambini costretti a imparare l’italiano nella scuola fascista, dopo essere fuggita sulle montagne per scampare ai rastrellamenti nazisti, si mette a scuotere, con una caparbietà che non pensava nemmeno lei di possedere, i paesani dal loro torpore. Insieme al marito Erich va casa per casa a chiamarli, uno per uno, uomini e donne. Li invita a protestare, a scendere in strada con le bestie. Scrive sui giornali, chiede udienza al vescovo, a papa Pio XII. Va avanti così fino alla fine: fino a quando l’acqua non ricopre la chiesa e le case, i prati e le stalle, i ricordi e le illusioni.
Quando scrivevo di lei, che si aggrappa alle parole anche quando capisce che non la salveranno, ho sentito un’identità tra personaggio e scrittore mai sentita. Infinitamente maggiore di quando ho raccontato storie più legate alla mia biografia. Sono certo di aver provato questa sensazione perché ciò che mi lega a Trina è quello che dice Fortini: “La poesia/non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi”.

(Riproduzione riservata)

© Marco Balzano

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La scheda del libro

Resto quiQuando arriva la guerra o l’inondazione, la gente scappa. La gente, non Trina. Caparbia come il paese di confine in cui è cresciuta, sa opporsi ai fascisti che le impediscono di fare la maestra. Non ha paura di fuggire sulle montagne col marito disertore. E quando le acque della diga stanno per sommergere i campi e le case, si difende con ciò che nessuno le potrà mai togliere: le parole.

«Se per te questo posto ha un significato, se le strade e le montagne ti appartengono, non devi aver paura di restare».

L’acqua ha sommerso ogni cosa: solo la punta del campanile emerge dal lago. Sul fondale si trovano i resti del paese di Curon. Siamo in Sudtirolo, terra di confini e di lacerazioni: un posto in cui nemmeno la lingua materna è qualcosa che ti appartiene fino in fondo. Quando Mussolini mette al bando il tedesco e perfino i nomi sulle lapidi vengono cambiati, allora, per non perdere la propria identità, non resta che provare a raccontare. Trina è una giovane madre che alla ferita della collettività somma la propria: invoca di continuo il nome della figlia, scomparsa senza lasciare traccia. Da allora non ha mai smesso di aspettarla, di scriverle, nella speranza che le parole gliela possano restituire. Finché la guerra viene a bussare alla porta di casa, e Trina segue il marito disertore sulle montagne, dove entrambi imparano a convivere con la morte. Poi il lungo dopoguerra, che non porta nessuna pace. E cosí, mentre il lettore segue la storia di questa famiglia e vorrebbe tendere la mano a Trina, all’improvviso si ritrova precipitato a osservare, un giorno dopo l’altro, la costruzione della diga che inonderà le case e le strade, i dolori e le illusioni, la ribellione e la solitudine. Una storia civile e attualissima, che cattura fin dalla prima pagina. Il nuovo grande romanzo del vincitore del Premio Campiello 2015, già venduto in diversi Paesi prima della pubblicazione.

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Marco BalzanoMarco Balzano è nato a Milano nel 1978, dove vive e lavora come insegnante. Oltre a raccolte di poesie e saggi ha pubblicato tre romanzi: Il figlio del figlio (Avagliano 2010; Sellerio 2016, Premio Corrado Alvaro Opera prima), Pronti a tutte le partenze (Sellerio 2013, Premio Flaiano) e L’ultimo arrivato (Sellerio 2014, Premio Volponi, Premio Biblioteche di Roma, Premio Fenice Europa e Premio Campiello 2015). Per Einaudi ha pubblicato Resto qui (2018). I suoi libri sono tradotti in diversi Paesi.

(ph © Leonardo Céndamo)

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