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IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

maggio 7, 2018

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957.
Di entrambi gli “effetti certi” che delinea Alain, lo sgomento e la fuga dei pensieri, Sciascia accoglie solo il secondo che traduce nel “passatempo” quale indice dell’interesse dei lettori, sicché non riflette sui mezzi stabiliti dallo stesso Alain, il terrore e la pietà, né del resto lo fa lo scrittore francese. Non si tratta di due eccipienti esornativi, ma degli elementi costitutivi posti da Aristotele alla base e alla fonte della tragedia, i soli necessari perché capaci di portare alla catarsi e di addurre la mymesis, la verisimiglianza. Anziché al passatempo, con i mezzi del terrore e della pietà si perviene quindi alla meta opposta, cioè alla tragedia (lo “sgomento” che Alain intuisce appena), il più amato dei generi letterari, quello più puro perché non può avere, per essere vera tragedia, mai un lieto fine. Quando infatti il lieto fine lo introduce Euripide ecco che la tragedia muore.
Sciascia non si è ricordato di Aristotele o lo ha voluto ignorare, eppure al suo lungo e articolato ragionamento svolto negli anni sul giallo ben più gli sarebbe tornato utile assumere la pietà e la paura per richiamare l’aspetto dionisiaco del romanzo poliziesco anziché quello apollineo, il sentimento tragico per l’appunto, per via del quale gli sarebbe stato facile raggiungere il suo venerato Unamuno e, chiudendo il cerchio, fare del giallo una più congrua metafora della vita. Ma a Sciascia interessa l’effetto che esso sortisce in un lettore “normale”, cioè il lettore congeniale al giallo, e l’effetto è, secondo lui, di indurre al divertimento, il quale «consiste nella condizione – di assoluto riposo intellettuale – di affidarsi all’investigatore, alla sua eccezionale capacità di ricostruire un crimine e di raggiungerne l’autore».
Ma stanno davvero così le cose? O piuttosto il lettore, pur divertendosi, pur intendendo crearsi un passatempo, in realtà vive e segue il giallo che ha in mano con un sentimento di tragedia, di minaccia, incombente e imminente? Aristotele la pensava proprio così e non a caso giudicava Edipo re la massima tragedia in assoluto: dove Edipo, mosso alla caccia dell’assassino del padre, integra il giallo perfetto, il primo vero poliziesco della letteratura occidentale e il migliore, giammai emulato, dove l’investigatore scopre che l’assassino è lui.
Leonardo Sciascia2.jpgNella sua Breve storia del romanzo poliziesco Sciascia rinviene però le origini del giallo molto più indietro, addirittura nel Vecchio testamento, e circonfonde il genere di un’aura metafisica e un po’ mistica. Nel Libro di Daniele trova infatti che il profeta, nei panni di un avvocato alla Perry Mason, smaschera due giudici corrotti e salva l’imputata, Susanna, servendosi dei mezzi propri del migliore investigatore, quelli che vediamo riportati nel primo brano de Il metodo di Maigret e che involgono il «gioco ingegnoso» cui sia propria «la caratteristica di rimpicapo o puzzle narrativo, spesso brillante e non privo di intelligenza»: la qualità che il giallo deve avere e che Sciascia, scrivendo nel 1953, vede tuttavia «snaturarsi» per lasciare il campo a forme dove primeggiano, come in Spillane, il morboso, l’erotico e la brutalità.
Il profeta Daniele dunque. Da questa figura discendono per Sciascia «tutti gli investigatori che sono venuti dopo, nella vera e propria letteratura poliziesca, dalla metà del secolo scorso [l’Ottocento] ad oggi». Senza alcuna distinzione tra i sottogeneri, giallo proprio, noir, thriller, horror, mistery, giacché per Sciascia dove c’è un investigatore c’è il poliziesco, con il solo requisito che  faccia “narrazione”, nel presupposto che il giallo – pur appartenendo al sottobosco letterario, essendone anzi «la zona più interessante» – è stato chiamato a contribuire alla formazione del romanzo contemporaneo, talché narratori come Melville, Conrad, Stevenson, o Soldati e Gadda in Italia, hanno imparato dal giallo, dal canto suo rispospinto a «sollevare a materia d’arte la bruta cronaca quotidiana».
Sciascia in realtà non ha le idee chiarissime in fatto di giallo, perlomeno non riesce a stabilire quale sia il criterio per definirne la perfezione. Dopo Daniele, assunto a capostipite del giallo, una volta indica Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Gadda perché è un giallo senza soluzione, un’altra designa Simenon e il suo Maigret a personificare il migliore poliziesco, essendo il solo che risponda all’idea di giallo problematico e intellettuale, un’altra ancora quota Allan Poe, dal quale fa partire il giallo moderno e che ha anche il merito di tingere il giallo di nero, oltre che di inventare trame dove manca addirittura il morto, come in La lettera rubata, infine consacra I fratelli Karamazov di Dostoevskij su tutti. A tale risultato Sciascia giunge nel 1957 quando fa propria, diciotto anni prima che ne scriva su Epoca e poi in Cruciverba, la regola di Alain sull’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà per concludere che «il “giallo” consiste appunto in ciò: nell’uso dei mezzi di terrore e di pietà senza precauzione. E quella che chiama precauzione sarebbe per l’appunto la disciplina, la misura, la forza dell’arte. Sicché, in definitiva, il più grande romanzo poliziesco che sia mai stato scritto resta I fratelli Karamazov”. E tale sarebbe perché concepito senza precauzione, cioè in maniera sorgiva e fuori da schemi artificiosi.
A prescindere dalla verifica del fondamento se in Dostoevskij ci sia o meno davvero “precauzione” e sempreché sia corretta l’interpretazione che di Alain fa Sciascia, quel che rileva è il contrappunto opposto alla visione aristotelica dell’arte, che è mymesis, imitazione dal vero, la quale si riscontra massimamente nella tragedia costituita dagli elementi del terrore e della pietà, elementi che Sciascia pone invece al servizio e in funzione del giallo deprivati però della base artistica. A Sciascia importa, ma forse senza credere fino in fondo alla propria tesi, definire il giallo nei contorni di un sottoprodotto richiesto da un mercato vastissimo che non cerca l’arte ma, completando l’enunciato di Alain, “una meditazione senza distacco, come nei sogni” e che non vuole lo sgomento ma il passatempo. Considerati gli esiti che oggi il romanzo poliziesco ha avuto, quanto soprattutto alle trasposizioni delle serie Tv, allo snaturamento dell’ingrediente cerebrale, allo sfaglio dell’intelligenza e alla trasfigurazione del genere in un ammasso di specialità che ne hanno liofilizzato la sostanza originaria, si può ricavare l’impressione che abbia avuto ragione Sciascia ad ammirare un certo tipo di giallo e poi diffidare del suo sviluppo, a profetarne il decadimento in un ambito dove opera come intrattenimento masscult, un passatempo che ci ha dato i giallisti di oggi, la cui storia è il rovescio di quella degli Hammett, dei Chandler, dei Simenon, dei Conan Doyle e persino dei Chesterton. Anche Camilleri, pur essendo il primo della classe, rischia di passare nella schiera degli intrattenitori, motivo per il quale ha finalmente confessato di non amare Montalbano.

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Leonardo Sciascia – Il metodo di Maigret e altri scritti sul giallo
A cura di Paolo Squillacioti
Piccola Biblioteca Adelphi
2018, 2ª ediz., pp. 191 – € 13,00
isbn: 9788845932427

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Risvolto

Nel 1961, quando ancora Simenon era confinato fra gli scrittori di serie B, Sciascia, dopo aver dichiarato che i suoi romanzi valevano ben più di quelli dell’école du regard, aggiungeva: «… e forse anche qualcuna delle avventure del commissario Maigret ha più diritto di sopravvivenza di quanto ne abbiano certi romanzi che, a non averli letti, si rischia di sfigurare in un caffè o in un salotto letterario». Questione di chiaroveggenza, certo. E di perspicacia, come quando, sempre nel 1961, scriveva: «Maigret è l’elemento cui la realtà reagisce: una specie di elemento chimico che rivela una città, un mondo, una poetica». Ma anche di passione per un genere – la letteratura poliziesca – da sempre frequentato: con una spiccata simpatia per il «modulo», scaturito da Poe, che del giallo fa un rigoroso cruciverba narrativo, un gioco ingegnoso. Quel che in questo libro scopriamo è che sin dai primi anni Cinquanta Sciascia ha anche costantemente indagato la letteratura gialla, quasi volesse chiarire a se stesso le ragioni della sua passione e costruire una sorta di mappa, una genealogia degli autori più amati – Chesterton, Agatha Christie, Erle Stanley Gardner, Rex Stout, Simenon, Geoffrey Holiday Hall e altri ancora. Offrendoci così trascinanti riflessioni e insieme gli indizi indispensabili per individuare le ascendenze dei protagonisti dei suoi gialli: dal capitano Bellodi del Giorno della civetta all’ispettore Rogas del Contesto, al brigadiere Lagandara di Una storia semplice.

A cura di Paolo Squillacioti.

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