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TORINO PICCOLA di Mariolina Bertini

novembre 17, 2018

https://i1.wp.com/www.pendragon.it/images/upload/copertine2018/CoverBertini.jpgTORINO PICCOLA di Mariolina Bertini (Pendagron): incontro con l’autrice

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Mariolina Bertini, torinese, a lungo vicedirettore dell’«Indice dei libri del mese», ha insegnato Letteratura francese all’Università di Parma, occupandosi principalmente di Proust, Balzac e Perec.

Tra i suoi volumi: Guida a Proust (Mondadori, 1981); Introduzione a Proust (Laterza, 1991); Proust e la poetica del romanzo (Bollati Boringhieri, 1996); Incroci obbligati (Unicopli, 2010).

Per Pendragon ha pubblicato i racconti Torino piccola (2018). Abbiamo incontrato l’autrice per chiederle di parlarci di questi suoi racconti…

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«Il sei settembre  scorso ho compiuto settantun anni», ha raccontato Mariolina Bertini a Letteratitudine. «È un’età in cui viene spontaneo rivolgere indietro lo sguardo e  constatare quanto sia cambiato il mondo. Intorno a noi crescono persone  per le quali gli oggetti più familiari della nostra infanzia sono bizzarri reperti archeologici: le penne con il pennino da intingere nel calamaio, la carta assorbente, la carta carbone.
È irresistibile la tentazione di raccontare a chi non l’ha conosciuta quella quotidianità ormai desueta che è stata il tessuto della nostra vita negli anni decisivi in cui siamo diventati quello che siamo.  Non avrei però mai pensato di farlo per iscritto senza un episodio traumatico che ha investito, nell’estate del 2017, uno dei luoghi  a me più cari. È in quell’estate che un gruppo di vandali sconosciuti ha devastato Villa Sant’Anna, la grande casa dalle persiane rosse e dal tetto d’ardesia costruita cent’anni fa da mio nonno Arturo a Champoluc, davanti ai ghiacciai del Monte Rosa.  I miei cugini ed io l’avevamo appena dovuta vendere, Villa Sant’Anna; non ci apparteneva più. Eppure lo strazio dei suoi materassi squarciati, delle pareti imbrattate ci ha colpiti al cuore. Né io né mia figlia Chiara, per molti giorni, siamo riuscite a pensare ad altro. Io avevo negli occhi, in particolare, la  gran sala da pranzo, con la  lunga tavola di legno scuro e le tende bianche su cui nonna Anita aveva ricamato medioevaleggianti grifoni rossi e neri. Sulla parete smaltata d’azzurro di quella sala, un gran “Porco dio” tracciato con la vernice rossa sembrava scritto col sangue.  Poche settimane dopo nascevano, per commentare su facebook qualche fotografia della mia infanzia, le prime pagine oggi raccolte in Torino piccola.
https://i1.wp.com/www.pendragon.it/images/upload/copertine2018/CoverBertini.jpgNon nascevano, certo, da un desiderio consapevole di riparazione; però, riguardandole oggi, capisco che reagivano, con un gesto di difesa e di protezione, all’offesa inferta a quello che era per me, come dicono i francesi, un “luogo di memoria”. Erano pagine nate all’insegna del dolore eppure, curiosamente, non erano  affatto patetiche: quel passato che riemergeva alla luce di una tenerezza inesauribile aveva un sacco di aspetti buffi, di piccoli tratti incongrui ed esilaranti che ne facevano un teatrino alla Guareschi. Poteva venirne fuori un libro? Matteo Marchesini, il poeta e critico quarantenne che dirige da Pendragon la collana “I Chiodi”, ha pensato di sì. Io sono molto contenta che l’abbia pensato. E che su questi  frammenti  di un mondo scomparso, di un secolo passato, abbia posato il suo sguardo sensibile venuto da un altro tempo».

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Ringraziamo Mariolina Bertini e proponiamo, di seguito, per gentile concessione dell’editore, un assaggio di Torino piccola (il capitolo intitolato Gavroche (pp. 21-22 ).

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Gavroche

di Mariolina Bertini

Il padre di nonna Maria, Angelo Cerri, era scappato giovanissimo dalla casa dei genitori, che  volevano si facesse prete.  Per qualche tempo, credo abbia  lavorato in Francia, cosa che spiegherebbe la sua perfetta conoscenza del francese. In effetti, durante l’infanzia della nonna e di suo fratello, lo zio Giulio,  integrava il suo modesto stipendio di segretario dell’Università di Pisa insegnando proprio il francese in una scuola serale; e lo insegnava nel frattempo anche alla sua bambina, da lui soprannominata Chouchou,  trasmettendole con successo la sua incondizionata ammirazione per le poesie di Théophile Gautier e per I Miserabili  di Victor Hugo.
Ecco probabilmente  perché tra i racconti orali della nonna – che lei definiva novelle – c’era la storia di Gavroche: la sua vita nella pancia dell’elefante della Bastiglia, l’aiuto prestato ai fratellini sperduti
che al Luxembourg  pescano una brioche nel laghetto dei cigni, la morte eroica, tra i fischi delle pallottole, sulla barricata.  Era di gran lunga la mia novella preferita, e non mi stancavo mai di riascoltarla, invidiosa della libertà parigina di Gavroche e  impaziente  di avere un’età accettabile per salire a mia volta sulle barricate, in difesa di un  ideale libertario  dai contenuti incerti ma dal fascino irresistibile.
Ho ripensato  alla novella di Gavroche quando, nell’autunno del 1967, mi son trovata a leggere “I quaderni piacentini”, Basaglia e don Milani nelle aule  di Palazzo Campana “occupato”.  A differenza di Gavroche, noi occupanti avevamo un aspetto piuttosto borghese: i maschi quasi tutti in giacca grigia, le ragazze con il loden, le calze di nylon e certe borsette uguali a quelle della  mamma, perché il tempo degli eskimo e dei tascapane non era ancora arrivato.  Quella però, ne ero certa, era finalmente la mia barricata. Per fortuna, non fischiavano le pallottole, nessuno rischiava di farsi male. Il danno peggiore  lo subirono, al momento dello sgombero, i pantaloni dei riottosi trascinati di peso giù per le scale  dai poliziotti , che  sospiravano infastiditi : “ Ma quanto me rompe il cazzo doverti portare!”

(Riproduzione riservata)

© Pendagron

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La scheda del libro
https://i1.wp.com/www.pendragon.it/images/upload/copertine2018/CoverBertini.jpgQuesto mosaico autobiografico potrebbe benjaminianamente intitolarsi “Infanzia torinese”: l’infanzia di una bambina nata intorno al 1950 in una Torino colta e vecchiotta, che trascina i suoi caratteri risorgimentali, liberty e gobettiani fin dentro il boom. Si fatica a immaginare un’incarnazione più tipica del leggendario milieu che mentre la Bertini cresceva precipitò nelle pagine di Lessico famigliare. Ma se anagraficamente Mariolina potrebbe essere figlia di Natalia, somiglia più alla scrittrice che ai suoi eredi e ai suoi genitori. Lei pure si descrive come una ragazza che “non sa fare niente” se non giocare con le parole. E qui il ruolo del professor Levi è svolto soprattutto dalla madre, che con virile sbrigatività pretende impossibili performance scientifiche o musicali, concependo l’educazione come una tonificante ginnastica psicofisica. Chi leggerà queste memorie incontrerà una ritrattista irresistibile: la nonna, le compagne di giochi e i compagni di studi, i parenti frequentati in città, sulle Alpi o a Varigotti, le maestre e i baroni universitari… Dietro la narratrice, discreto quanto elegante, si sente poi il tocco della saggista, dell’interprete autorevole di Proust e Balzac. E i modi in cui Mariolina, dalla scoperta del proprio io a una scoperta della Recherche che coincide con la maternità, ha fatto della letteratura il suo rifugio rimandano in effetti ad alcuni motivi proustiani e balzachiani. Non a caso le grandi gioie e le prime letture della sua infanzia sono legate a un Ottocento ridotto a balocco gozzaniano o portato all’assurdo dalle strofe del «Corriere dei piccoli», che con i fumetti, i gialli e i romanzi rosa costituiscono per l’autrice una calda coperta di Linus nel gelo orrorifico del secolo XX. E non è appunto col bello stile degli scrittori un po’ antiquati – con le opere, direbbe Benjamin, meno esteticamente intenzionate o trascurabili – che si costruisce una riserva di felicità quel Marcel deciso a scendere negli inferni del neonato Novecento? Le forme letterarie di ogni specie o valore servono qui a incollare i cocci di una vicenda spezzata dal tempo e travolta dai barbari. Ma come mostra il capitolo sul padre, il gioco con le parole è qualcosa di più che uno strumento per tramandare la memoria di generazione in generazione: in questa tribù così pudica, diventa anche la mediazione per eccellenza dell’affetto.

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© Letteratitudine

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