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FIORI SENZA DESTINO di Francesca Maccani

giugno 22, 2019

FIORI SENZA DESTINO di Francesca Maccani (SEM)

Romanzo finalista al Premio Berto 2019

di Gabriella Grasso

Nelle periferie del mondo e in ogni angolo dimenticato della Terra possono sbocciare fiori, esistenze difficili, di stenti e solitudine, che non hanno voce e di cui sembra essersi dimenticato anche il Fato. L’arte però sa vederli, annusarne il profumo, raccontarli. E fa anche di più: osa sperare di cambiarne la condizione, denunciando.
È quello che succede al romanzo di Francesca Maccani, “Fiori senza destino” (Sem), che racconta l’esperienza di una giovane professoressa trentina, Sara, alle prese con il difficile ambiente e il sofferto vissuto degli alunni di una scuola del CEP di Palermo, un quartiere periferico del capoluogo siciliano. “Il CEP veniva vissuto dai ragazzi, dieci anni fa, quando mi trovai ad insegnare là, come un corpo estraneo al resto della città” mi racconta l’autrice.  “Loro dicevano: scendiamo a Palermo, come se quello non lo fosse, non ne facesse parte. Era una percezione di isolamento soggettiva, che però aveva anche un suo fondamento oggettivo, nelle limitate e disastrate vie di collegamento con il centro, nella realtà di un enorme quartiere ghetto dimenticato dalle istituzioni, regno della malavita e delle scelte azzardate e disperate, dalla prostituzione allo spaccio alle corse dei cavalli”. Tutte esperienze dolorosamente vissute dagli alunni della protagonista, che gliele raccontano, le condividono con chi sembra finalmente disposto ad ascoltare. Sara si ritrova così catapultata in un mondo spietato, con le sue logiche disumanizzanti, nel quale per i bambini e ragazzi non c’è posto. O meglio, non c’è posto per la loro freschezza, per la loro sensibilità: si comportano già da adulti, con le responsabilità e i rischi degli adulti, mentre quelli che adulti lo sono realmente si rivelano spesso incapaci di prendersi cura di loro, né tantomeno di essere una guida per i propri figli.
image“Molti ragazzi dovevano pensare a procurare la cena, mentre i genitori erano fuori chissà dove, oppure dovevano mangiare qualcosa in veranda, per non disturbare l’attività della mamma che, in casa, riceveva i clienti e faceva la vita” spiega l’autrice. “Qualcuno non mangiava da giorni, e me lo ritrovavo sotto casa, a chiedermi un panino”. Molti non trovano un riscatto alla propria condizione, qualcuno ci prova, qualcuno ci riesce. Dietro la sofferta esperienza di Sara c’è Francesca Maccani, naturalmente, sebbene le due figure non coincidano perfettamente “Sì, Sara sono io” ammette Francesca “ma con alcune differenze: lei ha paura dell’acqua e questo difficile rapporto la condiziona e simboleggia la tormentata accettazione del suo cambiamento di vita. È passata infatti dalla condizione di insegnante in scuole super efficienti, in Trentino, una regione autonoma che supporta e valorizza in tutto questa figura, alla realtà desolata e pericolosa della periferia palermitana, una terra di nessuno dove gli unici presidi di educazione e legalità sono la scuola e la parrocchia”. La genesi del romanzo è stata lunga e travagliata, perché troppo incandescente la materia, troppo vivo il dolore provato. “Ho scritto dopo anni e pubblicato ancora dopo, perché all’inizio non ce la facevo. Così come non ce l’ho fatta a restare nella scuola del CEP: sono scappata dopo metà anno, lo dico con franchezza, non riuscivo a sostenere la fatica di quella esperienza”. Oggi l’autrice insegna in una scuola del centro, un ambiente decisamente diverso, e nel frattempo anche la situazione del CEP è migliorata. Non dimentica però i suoi ragazzi e li rende co-protagonisti di un romanzo spesso duro, profondamente sincero e pervaso da una grande capacità empatica.
L’empatia infatti è una dote preziosa, per alcuni innata, ma sempre educabile. Nella nostra conversazione riflettevamo sul fatto che da attitudine dovrebbe diventare una prospettiva, soprattutto in tempi come questi, dominati da atteggiamenti individualistici e scelte pusillanimi. Invece l’empatia è una scelta di coraggio e di amore per la vita e per l’umanità. Denota la capacità di sentire nella propria carne il disagio o la sofferenza dei tuoi simili e la volontà di dare a ciò un nome, un’espressione, prima ancora che un’auspicata soluzione.
Per entrare in empatia bisogna “regredire”, senza che questo termine implichi una connotazione morale. Entrare nello sguardo e nel sentire degli altri, senza rinunciare al tuo, che con quello si interfaccia, dialoga, ne esce inevitabilmente trasformato.
È quello che succede all’artista sensibile e colto, quando decide di raccontare una umanità a lui contigua, ma in fondo estranea, di cui però si sente profondamente fratello e, come accade a tutte le persone sensibili, anche responsabile.
Successe a Giovanni Verga, con i suoi umili, gli ultimi, i “pesci piccoli” della sua congiuntura storica; succede oggi all’autrice di “Fiori senza destino”, che, nell’artificio della regressione, risente della lezione di Giovanni Verga, scrittore a lei molto caro. I due autori ci presentano due Sicilie, in contesti storico-spaziali differenti (i pescatori del piccolo borgo di Trezza o il giovane minatore a fine Ottocento, i ragazzi del CEP, dieci anni fa), ma con analogie che, a considerarle alla luce del “progresso” (non uso a caso questo termine, visto che di Verga si parla), oggi fanno male. Stessa amara e disumanizzante difficoltà a campare e portare un piatto di minestra in tavola, stessa competizione e talvolta ferocia per restare a galla e non venire travolti da un destino che sembrerebbe ineluttabile, stessa sensazione di uno Stato lontano, indifferente o vessatorio, ma in ogni caso mai supporto.
Se consideriamo in modo più approfondito la struttura e lo stile del romanzo della Maccani, la scelta delle tecniche narrative e l’uso della lingua ci confermano questo filo rosso che lega i due autori, pur nell’originalità della partitura di ognuno.
La regressione, come si diceva, appare l’unica modalità di approccio ad una realtà così viva, coinvolgente, impossibile da restituire in modo distaccato e inquisitorio. In varie prove pseudoveriste e neoveriste di altri autori la regressione non si accompagna all’empatia, rimanendo in tal modo una strategia come un’altra per raccontare il diverso, il curioso, se vogliamo anche il folcloristico. In Fiori senza destino, invece, si ravvisa la medesima regressione empatica (e sofferta) dello sguardo verghiano. La voce narrante alterna il racconto condotto in terza persona, in un tenore referenziale-riflessivo, dalla protagonista Sara, la professoressa “del Nord” e il racconto in prima persona, in cui prevale la componente espressiva, condotto ogni volta da un ragazzo diverso, con una tecnica regressiva che trova il suo fulcro in precise opzioni linguistiche e nella scelta dell’impersonalità.
L’impersonalità è un’altra tappa obbligata per non scivolare nel patetico, nella temuta e facile commiserazione e non relegare così quei contenuti nell’ambito di un superficiale senso di pietà, togliendo mordente alla denuncia (che indubbiamente invece vuole esserci). L’autrice la adotta solo nelle parti raccontate dalla voce dei ragazzi, i quali ripercorrono la propria storia in modo crudo e diretto, dal proprio punto di vista. Non hanno la piena consapevolezza di ciò che hanno subìto, né talvolta di ciò che vorrebbero o che sarebbe meglio per loro. Solo dalle parole e dai comportamenti dei personaggi ricostruiamo la trama dei soprusi e lo squallore del contesto: l’impersonalità induce così la partecipazione emotiva e la riflessione, in modo indiretto ma incisivo, profondo.
La lingua è fedele al mandato di un’adesione al reale autentica, ma non improvvisata. L’autrice ha lavorato per anni a questo aspetto essenziale del testo; il risultato è una lingua che sa spaziare tra registri molto diversi, giocando amaramente, talvolta, con situazioni di reciproca incomprensione, forgiando uno strumento duttile che contiene prestiti diretti, calchi, forme idiolettali del singolo personaggio. È straordinario come una scrittrice trentina, mai venuta in contatto con il siciliano prima di questa esperienza (ma attenta lettrice di Verga) sia riuscita a rendere con tale naturalezza un mezzo così particolare come il dialetto, maneggiato sempre con cura, con grande rispetto per le esperienze dei ragazzi del CEP e sempre finalizzato ad avvicinarci a tale vissuto, mai per puro compiacimento o per gioco fine a se stesso. Ogni giovane ha poi il proprio modo utilizzare la lingua per esprimere le emozioni, secondo il proprio livello di consapevolezza. I punti di osservazione sono molteplici, come dicevamo, si incastrano, prospettandoci la stessa vicenda da diverse angolature.
La pluralità dei punti di vista tuttavia non significa coralità. Anzi, sottolinea maggiormente la solitudine delle singole vite. La coralità emerge invece, come nella scrittura verghiana, dai modi di dire e dai proverbi, quell’ordito sotteso ai pensieri e ai discorsi dei giovani protagonisti e che rimanda ad una saggezza popolare improntata a cinica rassegnazione, ad un saper vivere senza sentimentalismi. È un amaro patrimonio sapienziale che, come tutti i bagagli culturali, si trasmette di padre in figlio, un doloroso sapere condiviso che rappresenta l’unica eredità culturale di queste giovani vite.

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Domani, 23 giugno, alle h. 19, il romanzo “Fiori senza destino” di Francesca Maccani (Sem) sarà presentato presso la Libreria Vicolo Stretto di Catania,Via Santa Filomena, 38 (Catania). Sarà presente l’autrice.

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La scheda del romanzo

Sul limite estremo della città di Palermo, nella più difficile delle periferie di oggi, dieci ragazzi raccontano in prima persona la loro vita, i loro sogni, il loro poco destino. Il quartiere è il Cep, Centro Edilizia Popolare, dove promiscuità e malavita regnano sovrane, e dove l’unica legge sembra essere il possesso delle cose e delle persone. In queste spianate di cemento i bambini possono allontanarsi e non fare più ritorno, le ragazzine diventano donne troppo in fretta e i maschi crescono con l’idea che per ottenere ciò che desideri ogni mezzo è lecito. Lontanissima c’è Palermo, con i suoi splendidi monumenti e le chiese antiche che i ragazzi del Cep non hanno mai visto, come il mare. In un avvicendarsi di speranza e rassegnazione ognuno dei personaggi si racconta, con lucidità, senza filtri. Scopriamo così che la crudeltà non è una prerogativa degli adulti, ma un peccato originale che si trasmette di padre in figlio in un continuo gioco dei ruoli, alternando vittime a carnefici. Francesca Maccani, alla sua opera prima, compone un romanzo corale, struggente e verissimo.

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Francesca Maccani, insegnante, vive a Palermo. Ha pubblicato il saggio La cattiva scuola (Tlon, 2017, premio Donna del Mediterraneo). Sul blog “Giudittalegge” si occupa di recensioni online.

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