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GIULIA CAMINITO racconta L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE

gennaio 23, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: GIULIA CAMINITO racconta L’ACQUA DEL LAGO NON È MAI DOLCE (Bompiani)

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di Giulia Caminito

L’acqua del lago non è mai dolce nasce da un racconto, molto breve, che scrissi qualche anno fa, un racconto che ha in comune con il romanzo: il lago, la morte e i limoni.
Quel racconto – piccolo, doloroso – l’ho poi messo da parte, tenuto al caldo, aspettando di essere pronta per rileggerlo, deciderne il futuro.
Come autrice ho sempre prediletto le fughe, i racconti surreali, i romanzi che andavano a pescare nelle pozze delle vicende famigliari. I non detti altrui, le fotografie, i ricordi, le cartine geografiche. Il tempo della scrittura, prima di questo romanzo, era stato per me un confortevole rifugio.
Anche se facevo guerreggiare mentre scrivevo la voglia di trovare uno stile mio – e mio soltanto – con le storie del passato e la grande Storia, ero nascosta, al margine e potevo abbuffarmi di molti libri per delineare e modellare i miei, mi sentivo al sicuro.


Per scrivere un romanzo storico non si può fare a meno dei libri scritti prima di noi: i manuali, le missive, le biografie, le interviste, i saggi, le bibliografie, tutto serve a ingrassare la trama, a nutrirla. Di quel cibo – da strada, da bancarella, da biblioteca – io mi sono saziata con entusiasmo per i primi due romanzi. Facevo liste su liste di libri e vagavo nei reparti “storia”, “società”, “filosofia” delle librerie raccogliendo libri adatti a ingrossare la mia trama: dai manuali su come si fa il pane ai racconti dei soldati caduti sul Piave, dal deserto di Mario Tobino al diario di una suora del Sudan, tutto era succulento, mi riempiva.
Senza spostarmi dalla mia scrivania ho viaggiato tra Assab e Addis Abeba insieme a mia nonna, mentre scopriva che le strade venivano coperte anche con la melassa, vedeva alla distanza i leoni e si vestiva di viola per ballare i boogie-woogie.
Poi sono salita in cima al borgo di Serra de’ Conti nelle Marche e ho vissuto le lotte contadine, la Settimana Rossa come il mio bisnonno, ho proprio guardato Malatesta negli occhi e ho cantato con lui, ci ho creduto, che avremmo cambiato il mondo e che il Re non poteva che finire strozzato.
Per il mio terzo libro ero pronta a un nuovo nascondiglio, volevo trovare un altro pezzo di Storia, altri anni tumultuosi, complessi, in cui gettarmi. Dal mio trampolino guardavo l’acqua del mio futuro romanzo e mi sembrava la piscina di sempre, il luogo dell’infanzia, delle certezze.
Volevo parlare degli anni 70’ e della vita dei miei genitori in una piccola comune alla periferia di Roma. Un gruppo di giovani uomini e donne sopravvissuti alle loro famiglie che non li capivano e al mondo che sembrava capirli troppo. Ho passato da bambina giornate intere nel capannone dove loro da giovani facevano le prove per la compagnia teatrale e anche io volevo quella compagnia, anche io volevo quegli ideali, volevo le loro avventure. Avrei potuto avere la mia comune, i miei amici d’acciaio, i miei anni di piombo dentro a un romanzo.
Ho scritto la trama, ho deciso i personaggi, ho abbozzato il primo capitolo e poi ho lasciato perdere, mi sono fermata. D’improvviso non mi è sembrato più giusto scrivere con la mia solita sicumera, ma provare a tirare fuori invece le storture e le divisioni che mi porto dentro.
Ho pensato di scrivere una storia contemporanea e al presente, una storia in prima persona, quando per anni quella prima persona, che dovevo essere e non essere io, l’avevo guardata con disgusto, perché a chi sarebbe mai importato di me, di una vita di 33 anni in cui non è successo assolutamente nulla di così rilevante.
Mi sono fermata e ho pensato a quel vuoto, il vuoto di una adolescenza ordinaria, di una non militanza, di una non Storia. Da lì ho iniziato a costruire il personaggio di Gaia e così, unendo quel racconto e questa assenza, è nato il romanzo.
Mi sono ripromessa che non avrei consultato neanche un libro, non avrei preso alimento da nulla, ma sarei stata sola, io con la mia “personaggia”, io con quel vuoto degli anni duemila che volevo raccontare, io con la provincia e io con l’acqua del lago.
Perché il mio lago, quello di Bracciano dove sono cresciuta, nasce ed esiste a causa di un vuoto, a causa di qualcosa che si è spento: un vulcano – temibile, inquietante – che ha smesso di esistere. Poi ha piovuto, sono arrivate le tempeste e le ere geologiche sono cambiate, il vuoto si è riempito. Così volevo tentare di fare: riempire un vuoto, e potevo farlo solo con la scrittura, con il mio stile, con il lavoro di lima sul mio linguaggio, perché poi alla fine è l’unica arma che ho, il saper usare a mio modo le parole.
Ho creato allora la voce, la prima persona che parla, e le ho dato il suo tono, la sua cattiveria, il suo acume, la sua disperazione e sono andata avanti. Mi sono resa conto che lei poteva dire tutto, attraversare la mia vita, mangiarsela e digerirla, poteva fare ogni cosa che io non avevo fatto, poteva commentare il mondo, se stessa, gli altri e non dare tregua a nessuno.
Volevo scrivere di individualismo, di egoismo, di frustrazione, di sopravvivenza alle inezie della vita, ai furti piccoli, alle amicizie deluse, ai primi amori non capiti. Volevo rovesciare i romanzi di prima, in cui parlavo di Storia, di eserciti, di politica, di colpe dei potenti. Ora avevo davanti solo una ragazzina dai capelli rossi, le sue gambe secche, i suoi occhi fiammeggianti e la sua maglietta con sopra la Esse di Superman.
Non so fin dove sono riuscita nel mio intento, nel mio tentativo di rivoluzione personale, ma sono grata a me stessa per aver tentato.
Ho capito che ho bisogno di variare con la scrittura, di non essere certa di me stessa, di misurarmi con quello che non capisco, che mi addolora, che mi sfugge e non so gestire.
Ora mi sento pronta a propormi ogni volta nel modo che sentirò più vicino e giusto per me, dopo questo libro, se avrò occasione, nei prossimi anni rimescolerò ancora le mie carte, giocherò, mi distruggerò e continuerò a crescere.
Ho imparato che i luoghi più insicuri, quelli che nascondono i mostri, sono anche quelli più fertili, dove scorrono le acque dei fiumi carsici, il cibo che non ti aspetti, le correnti che dalla superficie non avresti mai notato.

(Riproduzione riservata)

© Giulia Caminito

L’acqua del lago non è mai dolce

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La scheda del libro: “L’acqua del lago non è mai dolce” di Giulia Caminito (Bompiani)

Odore di alghe limacciose e sabbia densa, odore di piume bagnate. È un antico cratere, ora pieno d’acqua: è il lago di Bracciano, dove approda, in fuga dall’indifferenza di Roma, la famiglia di Antonia, donna fiera fino alla testardaggine che da sola si occupa di un marito disabile e di quattro figli. Antonia è onestissima, Antonia non scende a compromessi, Antonia crede nel bene comune eppure vuole insegnare alla sua unica figlia femmina a contare solo sulla propria capacità di tenere alta la testa. E Gaia impara: a non lamentarsi, a salire ogni giorno su un regionale per andare a scuola, a leggere libri, a nascondere il telefonino in una scatola da scarpe, a tuffarsi nel lago anche se le correnti tirano verso il fondo. Sembra che questa ragazzina piena di lentiggini chini il capo: invece quando leva lo sguardo i suoi occhi hanno una luce nerissima. Ogni moto di ragionevolezza precipita dentro di lei come in quelle notti in cui corre a fari spenti nel buio in sella a un motorino. Alla banalità insapore della vita, a un torto subìto Gaia reagisce con violenza imprevedibile, con la determinazione di una divinità muta. Sono gli anni duemila, Gaia e i suoi amici crescono in un mondo dal quale le grandi battaglie politiche e civili sono lontane, vicino c’è solo il piccolo cabotaggio degli oggetti posseduti o negati, dei primi sms, le acque immobili di un’esistenza priva di orizzonti. Giulia Caminito dà vita a un romanzo ancorato nella realtà e insieme percorso da un’inquietudine radicale, che fa di una scrittura essenziale e misurata, spigolosa e poetica l’ultimo baluardo contro i fantasmi che incombono. Il lago è uno specchio magico: sul fondo, insieme al presepe sommerso, vediamo la giovinezza, la sua ostinata sfida all’infelicità.

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Giulia Caminito è nata a Roma nel 1988 e si è laureata in Filosofia politica. Ha esordito con il romanzo La Grande A (Giunti 2016, Premio Bagutta opera prima, Premio Berto e Premio Brancati giovani), seguito nel 2019 da Un giorno verrà (Bompiani, Premio Fiesole Under 40).

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