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I LUPI DI ROMA di Andrea Frediani: incontro con l’autore

gennaio 25, 2021

“I lupi di Roma. La saga degli Orsini” di Andrea Frediani (Newton Compton): incontro con l’autore e un brano estratto dal libro

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Andrea Frediani è nato a Roma nel 1963. Divulga­tore storico tra i più noti d’Italia, ha collaborato con numerose riviste specializzate. Con la Newton Com­pton ha pubblicato diversi saggi e romanzi storici, tra i quali: Jerusalem; Un eroe per l’impero romano; la trilo­gia Dictator (L’ombra di Cesare, Il ne­mico di Cesare e Il trionfo di Cesare, quest’ultimo vincitore del Premio Selezione Bancarella 2011); Mara­thon; La dinastia; 300 guerrieri; 300. Nascita di un impero; I 300 di Roma; Missione impossibile; L’enigma del ge­suita. Ha firmato le serie Gli invin­cibili e Roma Caput Mundi; i thriller storici Il custode dei 99 manoscritti e La spia dei Borgia; Lo chiamavano Gladiatore, con Massimo Lugli; Il co­spiratore, La guerra infinita, Il biblio­tecario di AuschwitzI tre cavalieri di Roma. Invasion Saga e I Lupi di Roma. Le sue opere sono state tradotte in sette lingue e ha venduto oltre un milione di copie.

Sempre per Newton Compton è appena uscito il nuovo romanzo di Andrea Frediani. Si intitola: “I lupi di Roma. La saga degli Orsini“. Abbiamo chiesto all’autore di parlarcene…

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«Può esistere un romanzo su commissione?», si domanda Andrea Frediani rivolgendosi a Letteratitudine. «Non sto parlando di saggi, che spesso vengono effettivamente commissionati (io stesso lo faccio), ma di romanzi. Di solito, si tende a pensare che un romanzo sia un’opera di fiction che scaturisce dall’animo, dalla mente creativa di uno scrittore, il quale sente l’impellente bisogno di mettere su carta i propri pensieri, di lanciare un messaggio, di narrare una storia che lo ha emozionato, o semplicemente di intrattenere o divertire i lettori.
Eppure, nel caso in cui ci sia uno stretto rapporto tra editore e scrittore, può capitare anche che il primo chieda al secondo di scrivere un romanzo specifico, ovvero una saga su una determinata famiglia. E che il secondo nicchi per un anno, prima di accettare.
È quello che mi è accaduto e che ha condotto alla stesura de I lupi di Roma. Per molto tempo l’editore, che otto anni fa era rimasto molto soddisfatto dei risultati del mio romanzo corale La dinastia, mi ha chiesto di scrivere un altro romanzo corale, scegliendo la famiglia degli Orsini come protagonista. E io ho tergiversato, da un lato perché ero impegnato in altri progetti cui tenevo, per la gran parte dell’anno scorso, dall’altro perché mi spaventa un po’ l’idea di un romanzo corale.
Alla fine ho iniziato a rifletterci su, affrontando il primo step che era quello di decidere in quale periodo della lunga parabola degli Orsini ambientare il mio romanzo. Sono stato a lungo indeciso perché questa prestigiosa famiglia vanta papi, condottieri e personaggi di rilievo in un arco di tempo assai esteso, e si trattava di scegliere la storia più appassionante da raccontare. Alla fine, ho optato per quella che ruota intorno a uno dei conclavi più lunghi della storia e al loro secondo pontefice, Niccolò III, al secolo Giovanni Gaetano Orsini, che viene ricordato come il primo papa davvero nepotista, al punto che, obiettivamente, perfino il Borgia rischia di impallidire, al suo confronto.
Stabilito il periodo – una scelta che mi ha consentito di parlare di alcuni personaggi rappresentati nella Divina Commedia, e nell’anno commemorativo di Dante non era un aspetto da trascurare – dovevo anche scegliere i miei protagonisti. Le cronache ci parlano di tanti Orsini, a quel tempo, peraltro, strettamente imparentati coi Colonna e coi Malabranca. Metterli tutti era impensabile: il lettore lo avrebbe scambiato per un elenco telefonico e si sarebbe ritrovato con un bel mal di testa dopo poche pagine. D’altra parte, non potevo neanche escludere qualcuno che ha avuto un ruolo di rilievo nella Storia senza falsare la vicenda: ogni lettore, poi, ha il suo eroe, e si corre sempre il rischio di escludere proprio quello cui teneva di più. Ricordo che ne La dinastia inserii centinaia di personaggi anche secondari, citati nelle fonti, eppure un lettore lamentò l’assenza di un paio di noti artisti dell’epoca (che però, in quel caso, non erano funzionali alla vicenda, quindi era inutile andare a incrementare il “mucchio selvaggio”; ma chi non scrive questi problemi non se li pone…).
Ed è stato questo secondo step la fase in cui mi sono dovuto scervellare di più. Di quali personaggi potevo fare a meno? A quali dare più importanza? Era il caso di fonderne alcuni tra loro? E quali fonti scegliere, considerando che alcune si contraddicono e un Orsini che in una è il fratello del papa in un altro è il nipote? Ma ne ero consapevole: ecco perché avevo nicchiato per un anno…
Mi spiego meglio. Un romanzo con tanti personaggi come protagonisti non è solo, come è intuibile, più impegnativo da scrivere, ma lo è anche da leggere. La gente che sceglie un libro per rilassarsi spesso si spaventa nell’affrontare una storia in cui i personaggi sono molteplici e la rete delle loro parentele talmente intricata da rendere necessario, spesso, un albero genealogico per permettere al lettore di districarsi. I punti di vista del racconto si moltiplicano, le sottotrame fioccano, e l’equilibrio tra le varie vicende deve essere il presupposto principale per evitare che venga fuori un romanzo sbilanciato, con personaggi superficiali, incompiuti, contraddittori, e storie personali e intrecci irrisolti, finali banali e interazioni deboli.
Ci vuole esperienza, parliamoci chiaro. Non che non ritenga di averne, dopo una trentina di romanzi, ma era parecchio che mi concentravo su storie che avevano pochi protagonisti. In linea di massima, penso che siano più efficaci: un buono, un cattivo, qualche vittima, una forte contrapposizione con effetti collaterali, grandi sfide, grandi passioni. E tutto a favore del ritmo, che sempre più desidero sia frenetico, nei miei libri, con l’obiettivo di creare tensione e suspence.
Ottenere lo stesso obiettivo con tanti personaggi, invece, è ben più complicato. La loro narrazione deve necessariamente procedere in parallelo, con un montaggio alternato, che poi sarebbe il mio marchio di fabbrica. Ma se alterni due o tre punti di vista, il lettore non si distrae, ricorda sempre cosa è accaduto nelle pagine precedenti, e la storia è omogenea. Se invece devi alternare una decina di punti di vista, c’è il rischio che un personaggio sparisca per decine e decine di pagine e, quando ricompare, il lettore deve fare uno sforzo per ricordarsi cosa stava combinando in precedenza. E così, sospendere le sue vicende sul più bello per passare a un altro protagonista e spesso, quindi, a un altro contesto – che è il succo di un montaggio parallelo -, ha meno senso.
Ne ho letti, di libri così, in cui i personaggi sparivano a lungo. Che sforzo dovevo fare, da lettore, per riannodare le fila della trama che li riguardava… E ogni volta, alla fine del volume, mi rimaneva la sensazione che quel protagonista rimanesse inespresso, incompiuto, superficiale. E ho scritto il mio romanzo col costante terrore che i miei personaggi fossero percepiti allo stesso modo da chi mi avrebbe letto.
Con tutti questi presupposti, ho consegnato il dattiloscritto con una certa dose di apprensione, il che non mi capita spesso; e ho tirato un grande sospiro di sollievo, quando il commento è stato favorevole, al punto che il mio editor, che pure all’inizio si era spaventato per la quantità di personaggi, mi ha detto che non c’era neanche bisogno di un albero genealogico.
L’esame della casa editrice l’ho passato. Ma sono consapevole che non è vangelo: mi auguro di passare anche quello dei lettori…»

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Un brano estratto da “I lupi di Roma. La saga degli Orsini” di Andrea Frediani (Newton Compton)

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PROLOGO

Roma, Anno del Signore 1241, 21 agosto

«L’Anticristo è alle porte, senatore! Pentitevi! Pentiamoci tutti, se non vogliamo che il Signore ci lasci in balia della sua ira!». Un francescano con gli occhi spiritati arringava un piccolo gruppo di persone sulla riva del Tevere, ma non gli era sfuggito il passaggio di Matteo Rosso Orsini, il capo del comune romano; lo aveva additato immediatamente e aveva iniziato a urlargli dietro. Il senatore avrebbe voluto ricordargli che era stato il protettore di Francesco, fondatore del suo ordine: non c’era bisogno che gli si dicesse cosa fare della sua anima. Aveva anche guidato le armate romane alla conquista dei capisaldi ghibellini che sostenevano l’imperatore, e aveva ben chiaro in mente come impedire che Roma cadesse nelle mani del sovrano e subisse gli eccidi e i saccheggi di cui era stata vittima meno di un secolo prima col nonno di Federico ii, il Barbarossa.
Ma era coi suoi figli e con suo nipote e non aveva intenzione di intavolare una discussione con un invasato. Lo ignorò e proseguì oltre, mentre la voce rauca e impastata del frate echeggiava alle sue spalle. «La fine del mondo si avvicina, chiunque lo capirebbe! L’uomo più malvagio del mondo, l’imperatore due volte scomunicato, tiene sotto assedio Roma, la malaria imperversa, le grandi famiglie romane lottano tra loro invece di fare fronte comune contro l’invasore teutonico, la Chiesa e il papato ostentano sfarzo senza rispettare il voto di povertà, le eresie abbondano, gli infedeli prosperano, e sul trono che è stato di Carlo Magno siede un Anticristo! Siamo Sodoma e Gomorra e come quelle città blasfeme finiremo, se non corriamo ai ripari!».
«Padre, ma il nostro mondo è davvero così corrotto?», chiese Giordano, il figlio più piccolo, di appena nove anni, che Matteo si era portato dietro.
Intervenne Giovanni Gaetano, il più grande; aveva ormai venticinque anni e aveva già iniziato a distinguersi nella curia papale, rendendosi indispensabile a sua santità Gregorio ix come il più solerte e acuto degli assistenti. Era grazie a lui che Matteo aveva ottenuto la possibilità di far benedire i propri figli in quei giorni drammatici, resi ancor più cupi dal progressivo peggioramento della salute dell’anziano pontefice.
«Nel mondo c’è il buio, ma c’è anche la luce, fratello mio», dichiarò il giovane religioso. «C’è l’opera di Satana, ma anche e soprattutto quella del Signore. E a ogni uomo è consentito scegliere chi seguire. Ma tu sei un bambino buono, e sai già da che parte stare. E più saremo, dalla parte del bene, e più facile sarà sconfiggere il male».
«Ma per ora sta vincendo il male, mi sembra», intervenne Matteo Rubeo, che aveva solo un paio d’anni più di Giordano; nipote del senatore, suo padre Gentile aveva pregato il fratello di portarlo con sé perché ricevesse anche lui la benedizione papale. Poi, per dare sostanza alle sue parole, il bambino indicò dapprima la folla di mendicanti che si accalcava davanti al portico della basilica vaticana, poi le guardie appostate sulle torri, impegnate a sorvegliare i movimenti dell’esercito assediante.
«Se fossero le donne a governare, non saremmo a questo punto!», esclamò la tredicenne Mabilia, che il padre era ansioso di maritare con qualche rampollo di una delle famiglie più importanti di Roma per guadagnarsene l’appoggio contro gli Annibaldi, irriducibili nemici degli Orsini.
Matteo Rosso sospirò. La cittadinanza moriva di fame e, da quando Federico ii si era presentato davanti all’Urbe, lo spettacolo delle lunghe colonne di romani che si recavano in Vaticano nella speranza di ottenere qualcosa da mangiare dal papa era diventato usuale. Molti dovevano sfamare non solo i bambini ma anche parenti malati di malaria, che in quella lunga estate calda aveva già mietuto centinaia di vittime. Il papa stesso giaceva a letto ammalato: la  sua ostinazione, infatti, lo aveva spinto a rimanere a Roma, invece di andarsene come d’uso nella più salubre Viterbo, finché l’arrivo dell’imperatore non gli aveva impedito di defilarsi.
Sì, stava prevalendo il male, personificato dal sovrano svevo e da tutti i problemi che il suo blocco aveva provocato. E Matteo Rosso, che di Roma aveva la responsabilità come senatore unico, aveva ben poche armi per contrastare il nemico.
«Ma padre, perché non vi mettete alla testa di un esercito e non uscite fuori ad affrontare l’Anticristo? Io non ho paura di combatterlo!», gli chiese l’altro figlio Rinaldo, che a poco più di vent’anni era uno dei più valenti cavalieri di Roma e smaniava di combattere.
«Vedete, l’imperatore non ce l’ha con Roma, ma solo con sua santità», spiegò il senatore. «Non vuole combattere noi romani, ma costringere il sommo pontefice a togliergli la scomunica e a trattare con lui. Per questo non ha ancora lanciato un attacco o azionato le sue macchine belliche».
«Quindi, se sua santità non ci fosse, ci lascerebbe in pace?», chiese ancora Matteo Rubeo.
«Se il papa fosse stato a Viterbo, di sicuro non sarebbe venuto qui», replicò lo zio.
«Dunque è lui che porta il male da noi…», considerò ancora il piccolo.
«Non dire sciocchezze: lui combatte per la causa del Signore, e tutti abbiamo il dovere di sostenerlo!», lo redarguì Giovanni Gaetano, prima ancora che lo facesse il padre.
Ma ormai erano davanti all’ingresso dei palazzi vaticani. La guardia riconobbe il senatore e lo scortò nei corridoi, consegnandolo a un membro del personale che lo condusse presso gli appartamenti del pontefice. Una volta davanti alla camera da letto, il chierico fece cenno di attendere, bussò ed entrò per annunciare l’arrivo del senatore.
Matteo Rosso si rivolse ai figli e a Matteo Rubeo: «Mi raccomando: siate rispettosi di sua santità e parlate solo se interpellati. Gregorio è molto anziano ed è anche ammalato: preghiamo per una sua pronta guarigione», dichiarò.
Annuirono tutti, disciplinatamente. Poi l’addetto fece loro segno di entrare.
Matteo Rosso precedette i suoi congiunti. Varcata la soglia, fu investito da un penetrante odore di incenso, e gli occhi iniziarono subito a lacrimare. I figli più piccoli tossirono. Il pontefice giaceva sdraiato sul letto con un camiciotto intriso di sudore, lo sguardo spento e il respiro affannoso. Il senatore si fermò a rispettosa distanza, per evitare l’eventuale contagio della malaria, e si inginocchiò, invitando i figli a fare altrettanto, poi rimase in attesa delle parole del papa.
«Senatore Orsini…», biascicò il vegliardo, e solo allora Matteo Rosso sollevò lo sguardo. Gli bastò un istante per capire che il tenace eroe del partito antimperiale, che tanto a lungo aveva tenuto testa alle ambizioni di Federico ii di Svevia, l’eretico intenzionato a fare dell’Italia intera un proprio possedimento privato, era giunto alla fine del suo pontificato. E forse era meglio così: con un papa più benevolo, meno esacerbato dal rancore personale verso l’imperatore, gli animi dei partiti guelfo e ghibellino – i filopapali e i filoimperiali – si sarebbero rasserenati e una pace di compromesso sarebbe stata finalmente possibile; e la penisola si sarebbe risparmiata altri anni di lotte intestine, che avevano lacerato intere città e addirittura singoli rioni e quartieri. Roma ne era un esempio, con le rivalità tra grandi famiglie che, con la lotta tra papato e impero, aveva trovato un nuovo pretesto per alimentarsi, rendendo la città un coacervo di fortilizi e barricate. Il papa tentò di parlare ancora, ma iniziò a tossire sempre più violentemente. Matteo notò le lenzuola macchiarsi di sangue. Giovanni Gaetano si affrettò a uscire dalla stanza e richiamò l’addetto, che li fece uscire tutti precipitosamente, dicendo loro di attendere in anticamera finché il pontefice non fosse stato di nuovo in grado di parlare.
Matteo Rosso cercò di distrarre i figli ricordando loro i doveri e la missione che erano tenuti a rispettare. Lo faceva spesso, nelle riunioni di famiglia, per assicurare alla dinastia l’ascesa iniziata ai tempi del nonno col conseguimento del soglio papale, su cui si era seduto col nome di Celestino III, di un esponente dei Boboni, ramo collaterale degli Orsini. Fin da quando si era fatto largo nella politica romana, il senatore si era convinto che solo instillando nei figli e nei parenti una mentalità vincente, abituandoli a pensare in grande, gli Orsini avrebbero proseguito l’opera di espansione iniziata dal padre, senza soccombere nella perpetua lotta tra le famiglie aristocratiche romane.
«Figli miei, siamo stati i più autorevoli campioni del papa, perfino contro i romani più favorevoli all’imperatore, come i Colonna e gli Annibaldi», spiegò. «Qualora Gregorio dovesse, il Signore non voglia, rendere l’anima a Dio, potremmo essere esposti a delle rappresaglie. Io sono certo che l’imperatore se ne andrà, abbandonando i propri alleati al loro destino: pertanto dovremo colpire per primi e, approfittando del fatto che il senatore sono io, mettere i nostri avversari in condizione di non nuocere. Poi, il nostro successivo obiettivo dovrà essere lavorare per procurarci un nuovo papato. Magari sarà uno di voi a indossare la tiara, chi lo sa? Solo così potremo assicurarci la potenza di cui abbiamo bisogno per raggiungere le posizioni cui siamo destinati per nobiltà e tradizione: ora che Roma si è parzialmente emancipata dal dominio papale, costituendosi in comune autonomo, essa può essere la base di partenza da cui fondare un dominio più ampio: da troppo tempo la penisola è preda delle mire di sovrani stranieri, a nord come a sud, e di uno stato, come quello pontificio, che dovrebbe occuparsi solo dello spirito. Serve una dinastia autoctona, che comprenda i bisogni degli italiani, evitando che altri approfittino delle ricche risorse della penisola: siamo stati troppo a lungo sotto il giogo di tedeschi e normanni, ed è ora che l’Italia torni a essere di coloro che la popolano, e che Roma torni a essere il centro di un regno, se non di un impero!».
«Potete rientrare. Sta meglio. Ma chiamatemi, se sorge qualche altro problema», annunciò l’addetto, uscendo dalla stanza da letto e allontanandosi verso il proprio ufficio.
Ma proprio in quel momento, sopraggiunse un soldato, accompagnato da un altro chierico. L’uomo si rivolse al senatore: «Signore, l’imperatore ha azionato le petriere. Ha colpito le mura all’altezza di Castel Sant’Angelo. Ha smesso subito e non pare che ci siano danni visibili. Cosa dobbiamo fare?».
Matteo Rosso rifletté qualche istante. «È solo un avvertimento», 14 disse infine. «Tanto per metterci paura e indurci a sottrarre il nostro sostegno a sua santità. Misure diverse da quelle che abbiamo adottato lo indurrebbero a pensare che siamo terrorizzati e gli infonderebbero fiducia. Non facciamo nulla… a parte spostare un’altra cinquantina di uomini a ridosso della Città Leonina. Ma alla base degli spalti: che non siano visibili al nemico».
Il soldato annuì e scappò via. Matteo Rosso poté finalmente entrare nella camera del papa, facendo segno ai figli di seguirlo. Quando varcò la soglia, si rese conto che Matteo Rubeo li aveva preceduti. Lo vide accanto al letto di Gregorio, che sembrava addormentato, ma con la bocca spalancata. Il senatore aveva visto fin troppi morti sui campi di battaglia, nella sua esistenza, per non saperne riconoscere uno. Si avvicinò, accostò l’orecchio alla bocca del pontefice e non sentì alcun respiro. Gli tastò il polso e non percepì alcun battito.
Scosse la testa e guardò il nipote. Prima di chiedergli cosa fosse successo, fece cenno a Giovanni Gaetano di avvertire l’addetto.

(Riproduzione riservata)

© Newton Compton

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La scheda del libro: “I lupi di Roma. La saga degli Orsini” di Andrea Frediani (Newton Compton)

Una feroce lotta per il potere tra le più potenti famiglie di Roma Nel 1277, una feroce lotta per il potere si scatena in occasione del conclave. Dopo sei mesi di sede vacante, la famiglia Orsini riesce a far eleggere un proprio esponente. Il nuovo pontefice, Niccolò III, si propone di arginare lo strapotere di Carlo D’Angiò, re francese di Napoli e senatore di Roma, ma mira anche a consolidare le fortune della famiglia. In breve gli Orsini assumono il controllo di Roma, di Viterbo e del collegio cardinalizio. Tuttavia le ambizioni del papa e di suo cugino, il cardinale Matteo Rubeo, obbligano alcuni membri della famiglia, come Orso, podestà di Viterbo, e Perna, spinta da un amore proibito, a sacrificare i loro stessi sentimenti. Ma l’ascesa della dinastia viene interrotta da un evento imprevedibile, che esporrà gli Orsini alla vendetta dei loro tanti nemici. In cerca di riscatto, gli Orsini scopriranno che farsi campioni degli ideali di libertà può essere un obiettivo più gratificante del dominio. Da Bologna a Palermo, passando per Firenze, Viterbo e Roma, si faranno quindi protagonisti delle lotte tra guelfi e ghibellini, per le autonomie comunali e dei Vespri siciliani, imprimendo la loro mano sul ricco affresco dell’Italia tardomedievale. Questa è una storia di potere, di fede, di amore e di sangue. Questa è la storia della famiglia Orsini, i Lupi di Roma.

 

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