BOLO di Renata Governali

febbraio 9, 2021

“Bolo” di Renata Governali (Prova d’Autore)

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“Una grandiosa metafora della nostra inferma attualità, (…) “Bolo descrive, collocata in un lungo arco di tempo, l’evoluzione dei personaggi: la quotidianità, il sentire, le sofferenze, le esaltazioni, gli apprendimenti, le luci e le ombre che abitano l’animo umano, le dinamiche, gli scontri, i giochi di potere. Una storia paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo”. Così scrive il poeta e scrittore Mario Grasso nella nota editoriale di questo nuovo volume di Renata Governali.

Abbiamo invitato l’autrice e le abbiamo chiesto di raccontarci qualcosa su questa sua nuova opera, “Bolo“, edita da Prova d’Autore, con riferimento soprattutto alla genesi…

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«Abitiamo un mondo complesso dove il piano della verità e quello della finzione sono talmente intrecciati che è quasi impossibile separarli», ha detto Renata Governali a Letteratitudine, «dove i media, i social e quant’altro hanno il potere, sapientemente utilizzati, di dare vita ad una realtà apparente, falsa, illusoria che ci avvolge come una nebbia densa nella quale risulta difficile orientarsi. Abbiamo la sensazione, ma spesso la certezza, di non poter attingere a informazioni, notizie, conoscenze che non siano di parte, di interesse di qualcuno o di qualcosa e quindi viviamo una condizione di schiavitù pur essendo liberi perché non lo siamo nella comprensione e nella analisi di ciò che accade intorno a noi. Per ogni dove, la furberia, il raggiro, la truffa ma anche la semplice seduzione a volte con un preciso progetto malvagio a volte per pura vanità, dilagano e ci catturano come fanno gli incantatori di serpenti, utilizzando la fragilità, l’innocenza, l’ignoranza; facendo leva anche sull’ansia e sulla paura. È accaduto così con le informazioni e le notizie sul Covid 19 che condizionano i nostri comportamenti e le nostre vite. Cosa c’è dietro la pandemia: il virus è davvero stato fabbricato in un laboratorio cinese e perché sarebbe stato lasciato uscire ad infettare milioni di persone? Perché i vari esperti: virologi, infettivologi, biologi ci danno notizie contrastanti? E come queste informazioni elaborate, impastate di trepidazione e di paura vengono diffuse creando panico, dolore, sofferenza? Proprio durante la prima quarantena, in questo clima di timori e incertezze oltre che di interrogativi irrisolti, ho pensato di scrivere Bolo, una storia che è un piccolo spaccato della realtà che stiamo vivendo, dove il bisogno di infinito, di luce, di sicurezza e di protezione conduce i protagonisti all’incontro con un Maestro e ad intraprendere un percorso di iniziazione denso di esperienze esaltanti ma anche di timori e di dubbi che dilaniano. Ho costruito un personaggio immaginario, un Maestro che, a volte prestigioso e credibile guida i protagonisti lungo la difficile strada della conoscenza, a volte invece pare smarrirsi, perdere la propria direzione contribuendo ad alimentare sospetti e perplessità. Il romanzo che descrive in un lungo arco di tempo l’evoluzione dei personaggi, la quotidianità della vita, il loro sentire, le esaltazioni, le sofferenze, le luci e le ombre che abitano l’animo umano, gli scontri, i giochi di potere si apre con quesiti amari e dolorosi:    come orientarsi nella scelta di un vero Maestro, come stabilirne l’autenticità ma soprattutto: gli accadimenti della via  dipendono da un destino segnato o dal libero arbitrio e i maestri, a loro volta, sono anch’essi prigionieri di un karma  che ne determina comportamenti e azioni? E il titolo Bolo, nel significato di pozione che non sarà inghiottita a causa delle sue grandi dimensioni ne chiarisce ulteriormente il senso. La storia che ho creato è paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo, una metafora della nostra inferma attualità se è vero ciò che ha detto un antico saggio: Come sopra così sotto, come nel grande così nel piccolo».

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Un brano estratto da “Bolo” di Renata Governali (Prova d’Autore)

Arrivammo quasi tutti contemporaneamente; la casa era calda
e accogliente, il profumo della pizza che si cuoceva nel forno si
diffondeva nell’aria insieme a una musica dolce. Non ci fu bisogno
di presentazioni, lo individuammo subito, capimmo che era
lui, lo riconoscemmo.
Il Maestro era giovane, aveva un bell’aspetto, era attraente,
con occhi neri molto penetranti e una dolcezza che sembrava
avvolgere tutti i presenti ma, nello stesso tempo, si coglieva nella
sua persona una grande tranquillità come se nulla avesse potuto
turbare il suo equilibrio. Era ben vestito, elegante ma non eccessivo,
una persona normale, con un lavoro normale, una famiglia
normale; era lì con sua moglie e suo figlio.
Quando fu il mio turno mi avvicinai. Manuel, come aveva
fatto con gli altri, mi presentò pronunciando il mio nome, poi
aggiunse qualche parola per descrivere i miei impegni di lavoro e
il mio nuovo interesse per la spiritualità, accennò anche a dei fatti
misteriosi che recentemente mi erano accaduti.
Il Maestro mi strinse la mano e, nel darmi il benvenuto, mi
chiamò invece Teresa. Pensai che non avesse sentito bene, lo corressi
e scandii il mio nome lettera per lettera. Lui, invece, continuò
a chiamarmi Teresa. Il suono di quelle sillabe mi scaraventava
addosso ricordi pesanti come montagne, spalancava le porte
di un dolore acutissimo che non aveva ancora trovato la strada per
uscire da me, perché quello era il nome della mia mamma morta
da pochi mesi.
Avvertii un profondo turbamento ma anche un intimo bisogno
di aprirmi, di confidarmi, di parlargli ma non lo feci, gli rivelai
soltanto che quel nome apparteneva ad una persona defunta.
“Lo so – lui mi rispose – è quello di tua madre”.
Come poteva conoscerlo? Io non avevo pronunziato neanche
una parola sulla mamma, ad eccezione di Manuel nessuno dei
presenti ne era a conoscenza, per questo ne rimasi molto impressionata
tanto da provare un’agitazione che diventò intensa alle
parole che lui aggiunse: “Io la vedo, è ancora con te perché non
sa trovare la strada per andarsene”.
“Che cosa vuoi dire?” balbettai sempre più incredula.
“Accade a molte anime, sai? È l’amore che prova per te che la
lega e le impedisce di distaccarsi. Con te più che con i tuoi fratelli
ha avuto un rapporto speciale perché con te, e non è una cosa
usuale, lei ha fatto tutte le sue vite. È stata a volte madre, a volte
sorella, fratello, figlio, marito”. Io, attonita, lo ascoltavo con gli
occhi sbarrati.
“L’aiuterò a liberarsi, l’accompagnerò mostrandole il cammino”
aggiunse calmo e tranquillo il Maestro come se si offrisse
di scortare qualcuno al cinema o al ristorante. Poi mi guardò con
dolcezza, impeccabile ed elegante, mi versò del vino e aggiunse:
“Sai, il dolore nasce dai vincoli che ci imprigionano come corde
sottili, scaturisce dall’attaccamento, dal legame morboso alle persone,
alle cose e forse anche a noi stessi. Il desiderio e il bisogno
sono un grande limite, come una zavorra che ci impedisce di
volare in alto”.
A queste parole avvertii che qualcosa mi si sprigionava dentro,
una sensazione indescrivibile mi catturava tutti i sensi, un vortice
usciva dal mio petto e mi ricopriva interamente come un vento
impetuoso. Poi i miei occhi si velarono di lacrime, il mio respiro
divenne lento e tranquillo, ci fu come una sospensione del tempo
e mi parve che il Maestro scandagliava le profondità del mio
cuore più di quanto fossi disposta ad ammettere, mi dragava l’anima
con la sua sola presenza e fui certa che dentro di me cominciava
a sgretolarsi quel grumo secco di dolore. Un ghiacciaio che
si scioglieva in acqua chiara e limpida, una linfa benefica che
mi sommergeva, mi inondava e mi purificava grattando le scorie,
i residui, le incrostazioni dolorose che avevano lacerato il mio
spirito. Considerai quanto, in quell’evento doloroso, fossi stata
esclusivamente attenta all’apparenza, ai particolari esteriori, ai
dettagli inutili e senza alcun valore: la cerimonia funebre, i fiori, i
canti; ma non ero stata capace di accompagnare mia madre come
avrei dovuto fare, avevo tralasciato di accudire la sua anima.
“Vedi – proseguì il Maestro, la sua voce era serena e tranquilla,
non c’era ombra di rimprovero o di presunzione, era un suono
amico, avvolgente, consolante che dava risposte ai miei pensieri
– vedi, il momento del passaggio da una dimensione ad un’altra è
il più delicato, è l’atto più difficile dell’intera esistenza, più difficile
della nascita stessa perché dal modo in cui questo passaggio
avviene dipendono le future rinascite. Tua madre ha cercato la
strada per andarsene ma non c’è riuscita, così ti è rimasta appiccicata,
prigioniera dell’affetto che prova per te, in questo momento
è qui, la vedo”.
Io non riuscivo più a trattenere le lacrime, ci eravamo spostati
in un angolo della stanza poco illuminato e il Maestro continuò
con una voce tenera, mostrando verso di me una grande compassione:
“Il dolore, tutto questo dolore è una purificazione”. Poi,
accarezzandomi col suo sguardo, aggiunse: “Il dolore, Teresa, va
liberato come si libera un uccello prigioniero dalla sua gabbia”.
Con queste parole mi prese sottobraccio e ci dirigemmo verso la
tavola apparecchiata dove erano già disposti i vassoi per l’aperitivo.
Io mi lasciai condurre anche se dentro di me si agitavano
emozioni travolgenti come le acque di una cascata.

(Riproduzione riservata)

© Prova d’Autore

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La scheda del libro: “Bolo” di Renata Governali (Prova d’Autore)

Sarebbe semplice scomodare la figura di Cagliostro ma non fa ombra il citare quanto poteva accadere nell’Italia e nell’Europa della seconda metà del Settecento, se si considera  con realismo e consapevolezza quanto urge nei nostri giorni, anche “nei luoghi dove non dovrebbe” . Altro che esoterismi e magia tra istituzioni e “Furbetti del quartierino”. La differenza consiste nella manifestazione del groppo alla gola che lasciano le frequenti occasioni, paludate di legalità fino al loro esito. Esito che i maestri nel giuoco delle tre carte riescono a far passare attraverso la usurata immagine della cruna dell’ago,  e sono altro che cammelli le  frequenti simonie di chi gestisce poteri. Sono i tempi. E in tale congerie di fatti surreali naviga e galleggia il bolo che descrive Renata Governali, con grazia letteraria, senza ombre didascaliche e velature parenetiche.   Il bolo cui allude la Governali in questa sua nuova coinvolgente opera letteraria, bisognerà leggerlo nella accezione di grossa pillola, del genere che i  veterinari  confezionano  per buoi,  asini e cavalli. Una pillola che gli umani non potranno  inghiottire.  Un bolo che attinge al significato originario nel greco bôlos e poi  bolus nel latino tardo.  Non un ordinario bolo alimentare, boccone di cibo masticato e insalivato, ma quello  che troviamo nel vocabolario  dell’italiano col secondo significato di pozione che non sarà inghiottita a causa delle sue dimensioni. Una grandiosa metafora della nostra inferma attualità,(…) ” Bolo descrive l’evoluzione dei personaggi: la quotidianità, il sentire, le sofferenze, le esaltazioni, gli apprendimenti, le luci e le ombre che abitano l’animo umano, le dinamiche, gli scontri, i giochi di potere. Una storia paradigmatica dell’epoca che stiamo vivendo“.

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