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ROMANA PETRI racconta CUORE DI FURIA

febbraio 9, 2021

Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: ROMANA PETRI racconta CUORE DI FURIA (Marsilio)

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di Romana Petri

L’idea di scrivere questo romanzo è nata molti anni fa, mentre stavo lavorando a I padri degli altri, una raccolta di racconti sulle crudeltà paterne. Volevo inserirlo, poi mi sono resa conto che non sarebbe stato mai un racconto, ma un romanzo. E così ho aspettato, rimandato, provato, rinunciato. E poi scritto tutto di un fiato. Come non avessi scelto io.
Cuore di furia nasce dal desiderio di raccontare due mondi: quello dei padri crudeli, che molto mi affascina, soprattutto quando questa incapacità genitoriale si tramanda, come se il male avesse sempre il potere di non essere mai inquinato dal bene; e quello del padre artista, in questo caso scrittore, e dunque uomo-libro.
Il romanzo è liberamente tratto (molto liberamente) dalla vita del grande scrittore Giorgio Manganelli. Non so se sia stato un padre così terribile come io descrivo Jorge Tripe (questo il nome del mio personaggio), ma non ha molta importanza, Manganelli è un’ispirazione, forse il suo essere così tenebricoso nella scrittura un po’ mi lasciava “ben sperare”.
Ho analizzato l’incapacità affettiva dell’uomo-libro, di quell’individuo che, così preso dalla creazione, dall’evoluzione linguistica del suo scrivere, subisce un’involuzione affettiva dalla quale non può (forse non vuole) tornare indietro. Si chiude nel gigantesco, egotico mondo dell’Io. Gli dicono che è un genio, e credo non vi sia iattura peggiore di quella di essere definiti da troppe persone un genio. Se davvero diventiamo ciò che gli altri vedono in noi, un genio si sentirà un genio. Dunque non adatto a vivere con gli individui comuni (praticamente tutti quelli che non sono lui). Subirà una specie di auto abbandono. Essendo un genio deve stare per conto suo, nessuno sarà mai alla sua altezza.
Jorge Tripe è il padre di Norama Tripe (anagramma di Romana Petri), perché in realtà Giorgio Manganelli è stato il mio padre letterario. Ero poco più che una ragazzina quando mia madre, ascoltando una trasmissione alla radio, sentì dire che un giovane aspirante scrittore avrebbe dovuto farsi leggere dal suo scrittore preferito. Mi telefonò e mi disse: “Tu che sei così immanganellata, prova a cercarlo, a farti leggere da lui.” Ma erano altri anni, oggi non è difficile mettersi in contatto con uno scrittore. Piuttosto scettica andai a prendere l’elenco telefonico. E c’era. C’era Giorgio Manganelli. Pensai un omonimo, però non avevo altra scelta e chiamai. Mi rispose e chiesi se era Giorgio Manganelli lo scrittore. Mi disse di sì, ma si capiva che la domanda lo aveva infastidito. Molte cose infastidivano Giorgio Manganelli, ad esempio l’ora in cui chiamare, non c’era mai l’ora giusta. Balbettai qualcosa che lui ascoltò malvolentieri, poi credo di avergli fatto tenerezza e alla fine mi disse: “Mi lasci ‘sta roba in portineria.” Non mi feci nessuna illusione, ma lasciai quella “roba”.
Mi telefonò dopo tre settimane per dirmi che i miei racconti gli erano piaciuti moltissimo, ma che erano pochi, dovevo scriverne degli altri. Non ho mai più provato un’emozione simile per qualcosa che avevo scritto. Solo parecchi anni dopo, quando di libri ne avevo già pubblicati cinque. Una volta, alle tre di notte, mi telefonò Antonio Tabucchi per dirmi che il mio romanzo Alle Case Venie gli era piaciuto molto.  Ma quel giorno non avevo ancora pubblicato nulla, pensavo che alla pubblicazione non sarei mai arrivata. E chi mi chiamava era Giorgio Manganelli, l’autore di Rumori e Voci, Centuria, Dall’Inferno, Amore  e tantissimi altri meravigliosi libri che leggevo con un quaderno aperto e sul quale annotavo le mie riflessioni. Lui mi disse di scrivere altri racconti. E io li scrissi. Ci misi un po’, ma alla fine quel libro che poi si chiamò Il Gambero Blu e altri racconti lo portai a termine e glielo inviai. Non fu una cosa veloce, passarono un paio di anni e un giorno squillò il telefono e una voce anodina, cantilenante, mi disse un nome frettolosamente e qualche altra cosa che non capii. Afferrai solo la parola Rizzoli. E allora pensai: “Cosa avrò mai firmato senza accorgermene? Quale immensa e costosa enciclopedia da pagare a rate?” E invece era Luigi Bernabò, editor della narrativa italiana, che mi disse di aver letto il mio libro di racconti, glielo aveva mandato Giorgio Manganelli (e intendo mandato per posta, mica girato con una e-mail), e gli era piaciuto molto. Insomma, stava per arrivare a Roma e mi dava un appuntamento. Ora che non c’è più, lo ricordo con molto affetto. Quel giorno, quando lo salutai, tornai a casa senza più rendermi conto del tempo e dello spazio. Feci la strada fino alla fermata dell’autobus con quella sconclusionatezza che c’è solo nei sogni. Sarei stata pubblicata.

– Sono entrata in finale al premio Rapallo.

– Le faccio i miei più vivi complimenti – mi rispose al telefono Manganelli.

Pochi giorni dopo lo richiamai.

– Professore ho vinto il Mondello opera prima.

– Che folgore!

Non potevo non scrivere un libro sull’uomo-libro, sullo scrittore puro, sulla delizia e l’afflizione della ricerca ricercata delle parole. E sulla donna che lo ha tanto amato e che io conobbi solo dopo che lui non c’era più, Ebe Flamini, alla quale Cuore di furia è dedicato e che nel libro è la signora Dolores, la donna che ha saputo sopportarlo, stargli accanto, assecondarlo… Una donna d’altri tempi, che amava come accadeva in quei tempi così lontani dai nostri, sempre mettendosi da parte anche se lei era una donna importantissima, ex partigiana, che si impegnò nel movimento antifascista Terza Forza. Insomma, una donna di spessore e di fortissima tempra. Eppure, amandolo, anche lei ne fu un po’ vittima. Come credo tutti coloro che si avvicinino a un uomo-libro ammesso che Manganelli lo fosse.
In questo romanzo c’è anche uno dei più cari amici di Manganelli: Edmondo Aroldi. Che nel libro si chiama Edmondo Arroldez. Già, perché il romanzo non si svolge tra Milano e Roma come fu la vita di Manganelli, bensì tra Barcellona e Siviglia. Perché? Per depistare, per seguire il mio spirito iberico e picaresco. Perché Manganelli era molto barocco e mi è parso che scaraventarlo laggiù potesse piacergli, e che il Guadalquivir somigliasse un po’ al Tevere, e lui poteva essere un uomo di fiume e di granaglie. Sì, proprio dove la sua vita ricomincia a Siviglia quando fugge da Barcellona lasciando una moglie e una figlia bambina, in un magazzino di granaglie, dove non ha nulla da fare e passa giorni e giorni a leggere, fino a che tanto ne sa di scrittori e scrittura che comincia a scrivere lui e diventa uno dei più autorevoli scrittori spagnoli. Fino a che un giorno, la figlia che non lo ha mai più rivisto… Beh, quello che succede tra questo padre e sua figlia, insomma, la parte più importante del romanzo, se ne avete voglia, cari lettori, dovrete scoprirlo voi.

(Riproduzione riservata)

© Romana Petri

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La scheda del libro: “Cuore di furia” di Romana Petri (Marsilio)

Cuore di furia Il protagonista di questo romanzo è il padre di Norama Tripe ed è uno scrittore. Non lo è da subito, lo diventa quando ruba un trattore a Barcellona, scappa a Siviglia, trova lavoro in un magazzino di granaglie e lì comincia a leggere. E dopo aver tanto letto, scrive. Il padre di Norama Tripe, fuggendo a cavallo del trattore, ha lasciato dietro di sé una moglie, una domestica rimbambita e la piccola Norama Tripe, che anni dopo, quando ha imparato a leggere, vede su un giornale la foto del padre che, dal vivo, non aveva quasi mai visto. E decide di andare a cercarlo, per riprenderselo. Tuttavia il padre di Norama Tripe, che di nome fa Jorge, di paterno non ha niente. Dorme nel magazzino di granaglie nonostante il suo editore gli abbia donato una casa e nonostante abbia una devota amica, Dolores, con la quale ogni tanto va a letto e che probabilmente ama. Il padre di Norama Tripe, che è ormai un grande e venerato scrittore spagnolo, desidera restare il pessimo padre che è sempre stato, ma desidera soprattutto che la figlia non metta mai le mani su ciò che ha scritto. La teme, teme che il suo essere pessimo l’abbia resa rancorosa, non verso di lui, ma verso le parole, l’unica cosa di cui gli importi. Anche della signora Dolores gli importa, in un certo senso, perché a lei è toccata la tenacia di attenderlo per tutta la giovinezza. Dopo i libri dedicati alle vite di Jack London e Mario Petri, Romana Petri ha scritto un romanzo tutto esatto e tutto mentito che racconta anche, dal punto di vista di Norama Tripe (anagramma del nome dell’autrice), la biografia fantastica di Giorgio Manganelli, ripercorrendo, in una Spagna altrettanto fantastica, la vicenda privata e editoriale del grande scrittore. L’anagramma non è un vezzo, ma un ulteriore accenno biografico, perché se Mario Petri è stato il padre naturale di Romana Petri, Manganelli ne è stato il padre letterario. Un romanzo magistrale che racconta quanto la vita non si scelga, ma ci tocchi.

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Romana Petri è nata a Roma. Scrittrice, traduttrice e critica letteraria, ha ottenuto numerosi premi, tra i quali il Mondello, il Rapallo Carige, il Grinzane Cavour e il Bottari Lattes Grinzane; per due volte è stata finalista al premio Strega. Collabora con tuttolibri, il venerdì di Repubblica, Corriere della Sera e Il Messaggero. Tra le sue opere ricordiamo: Il gambero blu e altri racconti (Rizzoli 1990), L’antierotico (Marsilio 1995), I padri degli altri (Marsilio 1999), Ovunque io sia (Beat 2012), Alle Case Venie (Marsilio 1997, Beat 2017), Pranzi di famiglia (Neri Pozza 2019), Figlio del lupo (Mondadori 2020). I suoi libri sono tradotti in Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Spagna, Serbia, Olanda, Germania e Portogallo.

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