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QUANDO LE MONTAGNE CANTANO di Phan Que Mai Nguyen

giugno 26, 2021

“Quando le montagne cantano” di Phan Que Mai Nguyen (Nord – traduzione di Francesca Toticchi)

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di Mario Blancato

Una necessaria premessa, personale.
Non avevo mai sentito parlare né di Indocina né tanto meno di Vietnam fin quando non mi iscrissi all’Università, 1967. Le università allora ribollivano di manifestazioni, apparentemente contro la cosiddetta Riforma Gui, ministro della P.I., in realtà perché le università americane, Berkeley per prima, e poi a macchia di leopardo, moltissime altre avevano iniziato a contestare il sistema economico di sviluppo capitalistico, troppo rigido ed elitistico, che pian piano contagiò il resto del mondo occidentale. Berlino, Milano, Parigi si mossero con tempestività. A Roma ci furono le prime grosse avvisaglie di scontri polizia-studenti a Valle Giulia. I professori, ricordo in particolare il grande (ma era piccolo di statura) prof. Carlo Muscetta, che ex cathedra ci spiegava il sistema capitalistico, causa prima delle disuguaglianze sociali, col suo pensiero unico dominante, con i servi sciocchi della borghesia, il mondo storto (come il legno storto del filosofo Immanuel Kant). E poi cominciava una vera filippica contro l’imperialismo americano, portando ad esempio il caso del Vietnam, contro cui gli americani avevano spedito circa 500.000 uomini, armati di tutto punto per distruggere un povero paese arretrato, rurale, composto da semianalfabeti contadini buddisti, colpevole – diceva Muscetta – di volere creare una società di giusti e di eguali, la società socialista. Una guerra tra David e Golia. Ma David aveva l’appoggio del mondo dei diseredati, dei poveri, degli operai, degli intellettuali, perché la campana suonava i rintocchi della morte per il sistema capitalista. Anche gli studenti americani ormai stracciavano in pubblico le lettere di chiamate alla leva militare, esaltate dalle canzoni di Joan Baez e Bob Dylan, in Italia da Gianni Morandi e da altri grandi cantautori. Il movimento studentesco si riconobbe nella guerra dei contadini poveri del Vietnam del Nord. Ricordo ancora le grandi affollate assemblee studentesche a Lettere, con Marco Boato, Mario Capanna, i fratelli Famoso, lo storico Nino Recupero, Cohn Bendit, Rudi Dutschke, Salvatore Toscano, Aldo Brandirali, le manifestazioni per la libertà del Vietnam al grido: viva Ho chì minh! Johnson boia! (gli studenti rappresentavano Johnson con i baffetti come un Hitler mascherato!) Hands off Vietnam! Giap! Giap! Giap! Lessi la lettera di Ho Chi Minh a Johnson, subissato da una marea di applausi, in piena assemblea studentesca nell’aula magna della facoltà di Lettere: “A sua eccellenza Lyndon Johnson. Il Vietnam si trova a mille miglia dagli Stati Uniti. Ma il governo degli Stati Uniti non ha mai smesso di intervenire in Vietnam, ha scatenato e intensificato la guerra di aggressione al Sud Vietnam in vista di perpetuare la divisione del paese e di trasformare il Sud Vietnam in una neo-colonia e in una base militare americana… (tifo da stadio dai miei colleghi)… Il governo degli Stati Uniti ha commesso crimini di guerra, crimini contro la pace e crimini contro l’umanità. Gli americani hanno fatto ricorso alle armi più disumane, ai metodi di guerra più barbari, quali il napalm, i prodotti chimici e i gas tossici, per massacrare i nostri compatrioti, per distruggere i raccolti e radere al suolo i villaggi”. La lettera finiva così: ”Il popolo vietnamita non cederà mai davanti alla forza; non accetterà mai colloqui sotto la minaccia delle bombe. La nostra causa è giusta”.
Questa lunga premessa per dire che a distanza di 46 anni dalla fine ingloriosa (per gli USA) della guerra (30 aprile 1975), vedere sul bancone dei libri, il nome di una vietnamita che scrive in inglese il suo romanzo (The mountains sing) è una vera sorpresa, per tanti motivi. Intanto non è un semplice romanzo classico, nel senso tradizionale del termine di fiction, di invenzione – ma come scrive il corrispondente letterario del NY Times Gaiutra Bahadur – il suo romanzo ha l’ambizione, non dichiarata, di riempire i vuoti della storia ufficiale.
“Through her depiction of sympathetic characters suffering under a repressive regime, Que Mai offers us in “The Mountains Sing” a novel that, in more than one sense, remedies history”.
Un romanzo che, in più di un senso, rimedia alla storia ufficiale, codificata dal pensiero unico del partito dei Vietcong di una volta.
E diventa ancora più sorprendente per la grande capacità dell’autrice di raccontare tutta un’epica storica, una lunga scia di lacrime, sangue, dolore, umiliazioni pesanti non solo per il suo popolo, ma anche la sua stessa famiglia. “A stirring family saga – ripeto con Bahadur – tells a taboo history of Vietnam” – l’autrice racconta un’emozionante saga familiare, che descrive una storia-tabù del Vietnam. E lo può fare solo lei, che appartiene ad un’altra generazione, che ha superato i traumi difficili del suo paese per ottenere l’indipendenza e la propria autonomia decisionale.
Racconta la propria saga familiare, che copre quattro grandi periodi della recente storia vietnamita: il periodo della grande carestia (1945), la riforma agraria degli anni ‘50, il dominio del periodo coloniale della Francia fino al 1954, ed infine la grande guerra di liberazione degli anni ’60 e ’70. E lo fa con uno spirito sereno, libero da angosce, senza rancore, e senza l’odio fanatico dei combattenti. Il suo stile narrativo nasconde, a mio avviso, il precetto buddista della tolleranza e della saggezza, della compassione e della pietà, che solo le grandi culture millenarie sono in grado di trasmettere.
Lei, l’autrice Nguyen Phan Que Mai, chiamata affettuosamente Guava, figlia della media borghesia rurale, colta, benestante, di formazione buddista, religiosa e tollerante, racconta tutta un’epica storica al cui centro svetta il ruolo indispensabile e dominante della nonna, insegnante in un luogo del Nord Vietnam, vicino ad Hanoi, la quale presto abbandona il suo mestiere e la sua passione per dedicarsi allo spaccio del mercato nero, che nel suo periodo dava molte più soddisfazioni economiche, nonostante la riprovazione ufficiale sociale e del regime. Lo esercita, mentre il governo comunista, impegnato a combattere capitalisti sfruttatori e commercianti disonesti, cerca di controllare e dare luogo ad una riforma agraria, pasticciata e improduttiva, che porta (come nell’esempio classico dei kulaki della rivoluzione russa) allo strangolamento della piccola e media proprietà per creare forme collettive di lavoro, che non riescono a stare sul mercato per ovvie ragioni economiche.
La nonna Dieu Lan è il fulcro, il centro di un grande famiglia, agiata, che vive sul lavoro dei braccianti che coltivano la loro terra; ma quando il regime comunista, insediatosi al potere di tutto il Vietnam del Nord dopo gli accordi di Ginevra del 1954, requisisce le terre, è costretta da sola a proteggere la sua numerosa e giovane famiglia, affidando una ad una le figlie femmine ai conventi buddisti, per allevarle e sostenerle negli studi, i maschi ai bottegai, o al lavoro delle campagne; salvo poi riprenderli (tutti e cinque) in tempi mutati. Una donna contadina con la forza di un ciclone, madre-chioccia, che sorveglia le sue proprietà e il suo sangue trasmesso.  Madre saggia, che sa cosa fare e quando fare.
La stessa nipote (p.378) dice testualmente: “la nonna una volta mi ha detto che le sfide affrontate dal popolo vietnamita nel corso della storia sono come una montagna altissima: io ne sono abbastanza lontana per scorgerne la vetta, ma sono abbastanza vicina da accorgermi che adesso quella montagna è mia nonna: sempre davanti a noi, sempre forte, sempre qui per proteggerci”.
Nel periodo coloniale, diciamo dalla fine del XIX secolo fino alla battaglia di Dien ben Phu vinta dal Generale Vö Nguyen Giap nel 1954, l’Indocina (Vietnam, Laos e Cambogia unificati) era stata governata dalle truppe di occupazione francese, ad eccezione del periodo della crudele occupazione giapponese (il nonno era stato ucciso proprio dai giapponesi) nella seconda guerra mondiale. Il periodo coloniale anche in Indocina si era mostrato con il volto repressivo e tipico di tutte le colonie del mondo (sfruttamento delle materie prime, repressioni dei movimenti di liberazione, società sorvegliata negli aspetti economici principali, ruolo di invasori e rassegnata sottomissione dei popoli conquistati). In compenso gli equilibri sociali delle forme della proprietà e delle strutture di lavoro rimanevano inalterate, per cui la vita normale dei cittadini non cambiava di molto; anzi proprio nei confronti della Francia, madre della rivoluzione del 1789, c’era sì il risentimento per le tasse aumentate, ma persisteva anche tra la popolazione un atteggiamento di rispetto verso il governo francese, ritenuto una civiltà da rispettare, una Francia madre, che istruiva e insegnava ai figli del Vietnam i fondamenti dalla moderna società.
I problemi naturalmente diventarono più acuti quando sorsero i primi movimenti di liberazione, movimenti progressisti, che gli occidentali (in primis, gli americani) abbiamo tutti scambiato per movimenti di ispirazione comunista. Erano, invece, movimenti di liberazione, che rivendicavano diritti borghesi: la nascita della borghesia mercantile, produttiva, in un mondo che era allora rigidamente diviso in due: il blocco socialista ed il blocco capitalista. È stata questa contrapposizione che ha portato a guerre civili, scontri fratricidi, morte, sconvolgimenti sociali epocali, orrore, distruzione e morte.
Il libro, però, non tratta esplicitamente di problemi politici. Sembra anzi che la guerra sia stata una calamità naturale, in questo caso, voluta solo dagli imperialisti americani. Il libro è privo di qualsiasi riferimento politico, ma chi conosce la storia non può che essere colpito dalla drammaticità degli eventi narrati. Il libro non è costruito come una narrazione cronologica che parte da un inizio e poi evolve verso la fine. No, solo a metà del racconto la nonna comincia a parlare con la nipote e in ogni capitolo ci parla di tempi e cronologie diverse. Una volta si parla della carestia del 1945, nel capitolo seguente ci sono i racconti di guerra di Dat, uno zio della narratrice; poi si ritorna agli stenti del 1955-57; poi alla crisi agraria. Poi ancora, e a lungo, della vera guerra di invasione, quella degli americani, anni ’60-70 fino al 1979 al ritrovamento del più grande dei fratelli, Minh, ormai sul punto di morte, lui cattolico in mezzo a tanti buddisti.
Racconti atroci di guerra, come ricorda lo zio della scrittrice, il povero soldato Dat, tornato senza gambe, su una seggiola a rotelle, da dove a stento poteva girarsi. I suoi racconti sono al centro del romanzo, dopo la grande offensiva nord-vietnamita del Têt (30-31 gennaio 1968, capodanno vietnamita). Racconta: “Appena reclutati, ci hanno mandato nella giungla per raggiungere il Sud attraverso una rete di strade nella foresta che ora si chiama il sentiero di Hô Chí Minh. Avevamo un solo motto: cammina senza lasciare tracce, cucina senza fare fumo, parla senza emettere suono. Gli aerei nemici cercavano di individuarci, per cui dovevamo spostarci senza farci vedere. Avanzavamo di notte e di giorno restavamo nascosti. Ci ricoprivamo di foglie e rametti per mimetizzarci con la vegetazione. Ma ogni volta che mi sedevo mi trovavo ricoperto da sanguisughe.  Giorni terribili. Ma, i nostri fisici non erano adatti a sopportare le durissime condizioni della giungla. Molti si sono ammalati. Io ho preso la malaria, febbre altissima, freddo polare. Mi sentivo un essere inutile, un peso per i miei compagni.” Si sofferma ancora a ricordare le bombe lanciate dagli aerei, da lassù, alti nel cielo azzurro che profumava di miele, qualche lacrima rigava il volto, pensando ai compagni morti squarciati, e squartati. – “Non ho fatto altro che scavare fosse e seppellire corpi o brandelli di carne!… poi abbiamo ripreso il cammino, ho visto così tanti crateri che parevano orme di mandrie di animali giganteschi in fuga. Quando ci spostavano, sentivamo spesso una pioggerellina che ci cadeva addosso dagli aerei. La vegetazione tutta intorno avvizziva all’istante, le foglie si staccavano dagli alberi. Ogni cosa moriva. Per proteggerci il comandante ci ordinava di prendere i fazzoletti, pisciarci sopra e metterceli davanti alla bocca e al naso. Poi riprendevamo il cammino”.
Questa testimonianza è importantissima: allora forse non si aveva la piena consapevolezza, ma gli americani hanno usato questi defolianti (=questa pioggerellina che scendeva dall’alto), che hanno distrutto per anni la vegetazione ma che soprattutto nelle donne ha creato un incubo chiamato VACA, perché le vittime hanno generato bimbi mostruosi, con malattie letali, deformanti perpetue; da anni, non a caso, almeno dal 2004 è aperta una delicata questione giudiziaria della repubblica del Vietnam contro il Governo americano. (vedi NYTimes del 29 aprile, la stessa scrittrice parla di molti milioni di vietnamiti, laotiani e cambogiani Victims of Agent Orange – appunto VACA).
Racconta episodi di morte assurda, immotivata, senza ragione: “Una volta ci siamo fermati ad un ruscello a prendere l’acqua. E così abbiamo visto una decina di omini a torso nudo che si lavavano i vestiti. Erano giovani, alcuni biondi e bianchi, altri neri come il carbone. Stavano giocando, scherzando, si schizzavano l’acqua e ridevano, e ridevano. Il sole brillava sui loro copi e sul ruscelletto. C’era un’aria rilassata, felice, io sono rimasto incantato da quella scena così piena di pace. Poi una scarica di colpi mi ha riscosso. Un secondo dopo, non di più un secondo dopo, quei ragazzi erano tutti riversi sull’acqua. Urlavano di dolore, scalciavano. I loro volti bellissimi erano contratti in una smorfia di terrore. I proiettili li avevano colpiti in pieno, facendo schizzare per aria brandelli di carne”. E conclude amaro: “Vedi, cara nipote Guava, odiavo a morte gli americani ed i loro alleati. Li odiavo per avere bombardato la nostra gente, per avere ucciso i civili innocenti. Ma da allora ho odiato la guerra.”
Ricorda: “Camminavamo, finché un giorno, uno degli ultimi giorni della guerra, non ho messo il piede su una mina anti-uomo. Ed è diventato tutto buio. Mi sono risvegliato in un ospedale. Quando ho guardato giù ho visto i monconi, ho desiderato morire. Che vive a fare un uomo, che non ha più le gambe? Che vive a fare un uomo che deve dipendere dagli altri?“.
Ma la tragedia familiare è cupa ed impressionate. I genitori dell’autrice, entrambi erano partiti per la guerra contro gli americani invasori. Il padre, finita la guerra non si è più presentato a casa. Morto? Scomparso? Dileguato? Latitante? Non si è mai saputo nulla. La madre, medico, quando è ritornata sembrava altra persona: chiusa, solitaria, assente, indifferente ai figli, insensibile, covava qualche segreto. Aveva fatto morire bambini? Un cupio dissolvi allucinato, notti insonni, gemiti, tremori. Le sue notti infestati da incubi inspiegabili: sognava sempre di un bimbo morto, piangeva quel figlio mai nato, aveva paura delle sue stesse ombre. Nel sonno, avvertiva che il marito, che aveva tanto amato, era scomparso perché lei era sporca, cenciosa, lurida. Non si presentava a casa perché era emigrato al Sud? Aveva scoperto il suo segreto? Si vergognava?
Il libro interseca vite e storie, legate tra di loro: quasi sempre tragedie umane. La bellezza della natura vietnamita, descritta con colori vivaci e rappresentata nel suo rigoglio della primavera era l’esatto opposto delle guerre sanguinose che per anni ed anni hanno martoriato i poveri vietnamiti. È impossibile dare conto della bellezza, della serenità, della compostezza con cui la scrittrice ricostruisce tutte le fasi della vita dei suoi zii, della nonna, e alla fine anche del suo ragazzo, che pure proviene da una famiglia anche essa traumatizzata dalla guerra: era la famiglia del Wicked Ghost, dello Spirito malvagio, che aveva affamato e distrutto la famiglia della nonna.
Una grande famiglia patriarcale: Minh, il figlio più grande, che a diciotto anni scompare dal Nord e va nel sud-Vietnam, dove si sposa, parte volontario per combattere i Viet-cong comunisti, abbandona la propria religione e si converte al cattolicesimo, ed in nome di una libertà occidentale, si sente tradito dall’abbandono degli americani, vive gli ultimi suoi giorni nella miseria, consumato da una malattia cancerogena, contratta in guerra, all’età di 40 anni; Thuàn, soldato di Hanoi, che muore durante le grande guerra degli anni ’60 –’70; Ngoc, la mamma dell’autrice, è la donna, medico, volontaria in guerra, che ritorna, distrutta dalla guerra e dallo stupro di gruppo di soldati sud vietnamiti; Dat, che ritorna invalido senza gambe per una mina anti-uomo; Hany, che abita a Saigon, dove aveva sposato Tuàn, ufficiale dell’esercito, che vive nel terrore del suo passato nel nord-Vietnam. Ed infine Sang, ultimo, che aderisce al partito comunista, rompe i rapporti con la famiglia di origine per motivi politici, la cui moglie partorisce un bimbo deforme, con una testa enorme, frutto della contaminazione dell’Agente Orange.
Si direbbe un caleidoscopio del Vietnam, senza distinzioni di etnie e di percorsi politici. Forse è una grande metafora della diversità del mondo, della sua irrazionalità, della sua complessità. Ma è soprattutto un invito a considerare la guerra come un grande strumento diabolico di odio e di bestialità. L’uomo è qualcosa di diverso. Homo homini deus. Si avverte una sensibilità, un senso fatalistico, una voglia di vita, che nessuna guerra sarà mai in grado di interrompere.

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La scheda del libro: “Quando le montagne cantano” di Phan Que Mai Nguyen (Nord – traduzione di Francesca Toticchi)

Dal loro rifugio sulle montagne, la piccola Huong e sua nonna Dieu Lan sentono il rombo dei bombardieri americani e scorgono il bagliore degli incendi che stanno devastando Hanoi. Fino a quel momento, per Huong la guerra è stata l’ombra che ha risucchiato i suoi genitori, e adesso quell’ombra sta avvolgendo anche lei e la nonna. Tornate in città, scoprono che la loro casa è completamente distrutta, eppure non si scoraggiano e decidono di ricostruirla, mattone dopo mattone. E, per infondere fiducia nella nipote, Dieu Lan inizia a raccontarle la storia della sua vita: degli anni nella tenuta di famiglia sotto l’occupazione francese e durante le invasioni giapponesi; di come tutto fosse cambiato con l’avvento dei comunisti; della sua fuga disperata verso Hanoi senza cibo né denaro e della scelta di abbandonare i suoi cinque figli lungo il cammino, nella speranza che, prima o poi, si sarebbero ritrovati. E così era accaduto, perché lei non si era mai persa d’animo. Quando la nuova casa è pronta, la guerra è ormai conclusa. I reduci tornano dal fronte e anche Huong finalmente può riabbracciare la madre, Ngoc. Ma è una donna molto diversa da quella che lei ricordava. La guerra le ha rubato le parole e toccherà a Huong darle una voce, per aiutarla a liberarsi del fardello di troppi segreti… La saga di una famiglia che si dipana lungo tutto il Novecento, in un Paese diviso e segnato da carestie, guerre e rivoluzioni. Tre generazioni di donne forti, che affrontano la vita con coraggio e determinazione. Una storia potente e lirica insieme, che ci ricorda il valore dei legami familiari e gli ostacoli che siamo disposti a superare per rimanere accanto alle persone che amiamo.

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