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MATTEO NUCCI racconta SONO DIFFICILI LE COSE BELLE (HarperCollins Italia)

novembre 4, 2022

Sono difficili le cose belle - Matteo Nucci - copertinaCome nasce un romanzo? Per gli Autoracconti d’Autore di Letteratitudine: MATTEO NUCCI racconta il suo romanzo “Sono difficili le cose belle” (HarperCollins Italia)

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di Matteo Nucci

Questo è un libro che non doveva essere un libro. O meglio, non doveva essere ciò che oggi è un libro, ossia quel prodotto che appare nelle librerie e che ha un prezzo, un editore, una copertina e che insomma è l’esito di un processo in cui sono all’opera molte persone, oltre a chi lo ha scritto. No, questo doveva essere un regalo. E un regalo è stato. In una copisteria di Borgo Pio, a Roma, per il Natale 2020, mi feci stampare nel formato del libriccino alcune copie della storia che avevo scritto quasi due anni prima, a inizio 2019, e che avevo intitolato, seguendo un’idea antica che percorre i miei libri, Sono difficili le cose belle. Lo regalai alla nipote che era protagonista del racconto, Arianna, anche se era dedicato sostanzialmente a tutte e cinque le figlie delle mie due sorelle.

Quando scartò il pacchetto, sotto l’albero di Natale che mia madre adorava preparare per le sue amatissime nipoti e che da tre anni mio padre riproduceva con dedizione assoluta, Arianna restò senza fiato, poi si commosse e mi guardò con un amore che con me non aveva mai avuto. Arianna infatti è sempre stata in lotta contro di me. Non avendo figli, io adoro dedicarmi a queste esponenti di un gineceo debordante e ovviamente dominante. Dunque, come mia estrema amorevole difesa, le perseguito, le vizio e le ossessiono, preparo sorprese e dispetti, e se c’è una cosa che dà loro fastidio ovviamente insisto. Tre delle cinque lo sanno e se ne fregano. Due di loro invece no, non ci sono mai riuscite. Sofia è l’altra nipote che se la prendeva per questi miei atteggiamenti persecutori. Nonostante le avessero spiegato tutti che io ero solo un rompipalle e andavo lasciato perdere, lei non riusciva a ignorarmi. Tuttavia la sua reazione consisteva nell’alzarsi e andarsene a piangere nelle sue stanze, senza grandi ribellioni. Questo durò poco, fortunatamente. Forse qualcosa feci anche io per evitarlo. E comunque ormai Sofia è una psicologa laureata e sa infischiarsene davvero. Arianna invece non era affatto adulta quando scrissi la storia. E soprattutto non si offendeva e basta. Faceva di molto peggio. Dotata di un carattere complicato che per molti versi ricorda il mio, si è sempre ribellata, e così, forse per questo, ha prevalso sull’altra nipote dal nome greco, nel conquistarsi il protagonismo del regalo.

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Però devo ripeterlo: alla storia io mi ero dedicato per tutte le nipoti. Perché la morte di mia madre nel maggio del 2018 le aveva lasciate sole e disorientate come soltanto la morte può. E perché quando le guardavo, vedevo in loro lo specchio della mia sofferenza, visto che certamente la malattia, l’agonia e la morte di mia madre sono state le cose più dolorose a cui io abbia mai dovuto assistere. Tutte e cinque le nipoti, del resto, non si erano sottratte nei mesi precedenti la morte. Arianna era spesso con mia mamma. Irrefrenabile, piena di richieste e domande, incapace di fermarsi anche solo un attimo a studiare, sempre in piedi da una parte all’altra delle stanze, così stillante di quella vita che invece nella casa se ne stava andando via. Era incredibile vederla. Come era bellissimo vedere la piccola Domitilla che dava baci dolci alla sua nonna sempre più debole, o l’ipersensibile Carlotta che si accoccolava sul letto e le carezzava la mano, o la più grande, la prima nipote, Ilaria, che si sedeva e non riusciva più a dire “nonna” come aveva sempre detto, ossia con un amore infinito e un bisogno assoluto di protezione, perché sapeva che quell’amore e quella protezione adesso avrebbe dovuto riplasmarli in altra maniera e non so se riusciva a immaginare che avrebbe trovato la forza. Mentre Sofia invece chiacchierava, raccontava, diceva storie a mia madre che se ne abbeverava felice. E insomma, è stato davvero per tutte e cinque che ho scritto Sono difficili le cose belle. Per dir loro chiara e tonda una cosa. Che la nonna c’era ancora. Che non se n’era andata. E non ci aveva lasciato, come dicono le perifrasi che edulcorano la morte.

Ma se c’era ancora, dov’era allora? Dove si resta se la morte porta via il nostro corpo e la nostra mente? Dove si continua a vivere e come?

La risposta non è semplice mai. Figuriamoci se l’obiettivo è offrirla attraverso una storia dedicata a ragazze che vanno dai dieci ai venticinque anni. Però io avevo un vantaggio. Il punto, infatti, è che proprio Arianna mi aveva sempre chiesto – rivendicativa e annoiata dalle mie mancanze – un libro per lei e su di lei. E io le avevo sempre spiegato di non essere uno scrittore di favole, di non esserne capace, di non avere gli strumenti. Al che lei, sdegnosa, aveva sempre controbattuto che anche se non me ne intendevo e credevo di non esserne capace, nel caso in cui avessi davvero voluto, un modo lo avrei trovato. Dunque se non scrivevo niente per lei, era perché non volevo. Non c’era una vera volontà. Capite che tipa? In effetti, aveva le sue ragioni. A una favola per lei io non mi ero mai dedicato. Lo trovavo faticoso e non ne avevo mai sentito il bisogno. E poiché scrivo per passione ma certo di questa passione ho fatto un lavoro, con tutta la disciplina e la costanza che servono in un lavoro del genere, io dopo aver scritto tutto quel che quotidianamente devo scrivere, se posso evitare di farlo, evito. E tanto per dirne una, sono di quelli che mandano messaggi vocali, pur di non dover comporre nuove frasi oltre a tutte quelle che già ho composto fin dal mattino per il romanzo, o magari il saggio, o magari il reportage o l’articolo o quel che sto scrivendo fra le varie cose a cui mi dedico, magari contemporaneamente, ogni giorno. E insomma Arianna aveva ragione: se avessi davvero voluto, che importava di strumenti, competenze, tecniche e conoscenze? Se avessi avuto la voglia e il desiderio, la volontà avrebbe prevalso su ogni altra mancanza. Così accadde.

Era passato il primo Natale senza mia mamma e io ero partito e mi trovavo a Atene dove ogni sera andavo a correre per combattere il dolore. Correvo sotto alla collina del Licabetto e nel freddo glaciale che a volte scende sulla Grecia, pensai che era arrivato il momento che Arianna aveva sempre reclamato. Dovevo scrivere la favola che non sapevo scrivere ma che volevo in ogni modo scrivere. Perché volevo vedere e ascoltare mia madre mentre passava una giornata con le sue nipoti. Volevo vederla e ascoltarla mentre, folle, piena di vitalità, piena di idee, arrivava con tutte le sue sorprese e la sua magia. E così in un mattino di inizio gennaio mi misi davanti al computer e incominciai a scrivere, trasformando un giorno in cui, a bordo della sua macchina rossa, strombazzante come solo lei sapeva, mia madre arrivò al Gianicolo dove io e Carlotta stavamo giocando a pallone. Scrivendo, immaginai che Arianna, ora in prima media, si trovasse su per la strada che supera il Bambin Gesù e taglia per la Quercia del Tasso, diretta a un incontro con le sue amiche e, proprio allora, ecco la macchina rossa, l’inconfondibile macchina rossa. Scrissi indemoniato, pieno di felicità e dolore, per sei mesi fino al 16 giugno del 2019 quando chiusi, piangendo, la storia che avevo pensato come un regalo. A luglio ci rimisi mano così da sgrezzarla e darle unità, poi la consegnai alle mie due sorelle per sapere se fosse il caso davvero di farla leggere alle loro figlie.

L’idea del libro è quella che avete in mano ora. La morte toglie la possibilità di incontrare la persona come invece accade in una dimensione fiabesca. Ma la dimensione fiabesca illumina su quella che è l’unica vera dimensione in cui le persone si fanno eterne, ossia la memoria (anche e soprattutto la memoria inconsapevole) e il sogno. Di ricordi che crescono, s’intrecciano, si dissolvono in sogni dentro a sogni e sogni che si fanno realtà, di questo è fatto Sono difficili le cose belle. Ma poiché molte storie sono assolutamente vere e molti sogni e ricordi invece superano la stessa realtà, io volevo l’approvazione delle mie sorelle. Le quali lessero ma non riuscirono a formulare un giudizio chiaro, forse perché l’esperienza della lettura era stata troppo violenta. Aspettammo oltre un anno, quindi. Poi il regalo fu confezionato e l’obiettivo per cui era nata la storia si realizzò.

Così sarebbe finita, con il libriccino stampato in una copisteria di Borgo Pio, se non fosse arrivato Carlo Carabba, un pomeriggio, a chiedermi di leggere la storia, eppoi a propormi di lavorarci perché potesse uscire con la casa editrice di cui cura la narrativa italiana: HarperCollins. Il tempo aveva fatto il suo corso e io all’inizio rimasi sorpreso ma poi fui molto felice che la magia della nonna un po’ pazza, un po’ maga, grande viaggiatrice, piena di una vitalità irrefrenabile e fradicia di amore per le sue nipoti, potesse diventare una storia per tutti. E così mi sono messo sotto di nuovo. Ho tagliato, equilibrato, armonizzato. Ho cercato di fare quel lavoro che solo con la lucidità del distacco si riesce a fare. Era il febbraio scorso, ero sempre a Atene e la versione finale era pronta. Aiutato da una bravissima editor come Silvia Sartorio, nei mesi seguenti, ho reso quella storia nella veste che ha oggi. Allora è arrivato l’ultimo miracolo.

Come dicevo fin dall’inizio, il libro come noi lo conosciamo è il frutto di un lavoro collettivo e molte sue parti non sono dominio esclusivo dell’autore. Una su tutte è la copertina. L’autore può suggerire, indicare, scegliere, a seconda degli accordi e dell’armonia che si crea con grafici e editor, ma non è lui l’esperto, e dunque non è a lui che spetta decidere. Ora, HarperCollins si affida per le sue copertine a un bravissimo grafico, molto esperto e per me misteriosissimo: Riccardo Falcinelli. Dico misterioso perché mai l’ho incontrato, mai ci ho parlato e mai neppure ho avuto la possibilità di scrivergli, visto che, probabilmente ben consapevole delle noie che portano gli autori, non era raggiungibile se non con la mediazione di Carlo Carabba. E insomma, a farla breve, se ho avuto la possibilità di dare indicazioni sul tipo di disegnatore e ho poi potuto esprimere le mie preferenze sulla rosa di disegnatori che veniva presa in considerazione, quando il lavoro del fenomenale Andrea Serio è cominciato, io non ho più potuto dire parola, se non attraverso Carabba, circa un aspetto delle prove che Serio aveva prodotto. Carabba filtrava i miei messaggi a Falcinelli e Falcinelli li girava a Serio. Nessun contatto, nessuna chiacchiera, nessuna conoscenza.

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© Matteo Nucci

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La scheda del libro: “Sono difficili le cose belle” (HarperCollins Italia)

Sono difficili le cose belleArianna ha dieci anni e da poco ha perso la nonna. Un dolore inspiegabile, inimmaginabile, che non riesce a capire e che non sa raccontare, ma la tiene sveglia di notte. In un pomeriggio come tanti, però, lungo la strada che la sta portando verso il Gianicolo, appare una macchina rossa. E dal finestrino, ecco il sorriso che Arianna conosce benissimo, assieme alla voce che credeva di aver dimenticato. Sua nonna è lì. È tornata per lei. Ha inizio un incredibile viaggio: nonna e nipote varcano la soglia di un parco familiare, che presto diventa un luogo incantato, capace di portarle in dimensioni lontane, fatte di memoria, immaginazione, sogno, amore. Ogni regola sembra sovvertita mentre, fra entusiasmi e paure, si apre un percorso che è diretto verso il passato, composto da ricordi familiari e personali, verso il presente miracoloso in cui nonna e nipote sono riunite come per magia, e verso il futuro, tutto da scrivere, di Arianna.

Dopo avere raccontato con straordinaria bravura la filosofia e la mitologia greca, Matteo Nucci, al suo quarto romanzo, stupisce i lettori con questa meravigliosa novella fiabesca, nata come dono per le sue nipoti colpite dal lutto, e impreziosita da L’astuccio, un racconto contenuto nel libro come una “bonus track” in fondo a un album o un “pendant” accanto a un quadro, che, con forma e contenuto totalmente diversi, parla della stessa storia. Sono difficili le cose belle è un romanzo commovente, profondo, che ricorda certi classici “filosofici” amati dai lettori di ogni età, da Il Piccolo Principe a Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, e che fa pensare e sa sciogliere il dolore del cuore grazie all’amore che non muore mai per i nostri cari.

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Matteo Nucci nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega) e il saggio narrativo L’abisso di Eros (2018). Per Einaudi sono usciti una nuova edizione del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013) e Achille e Odisseo. La ferocia e l’inganno (2020). I suoi racconti sono apparsi in riviste e antologie. Collabora con il Venerdì di Repubblica e l’Espresso.

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