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GLI ANNI AL CONTRARIO, di Nadia Terranova (intervista)

febbraio 13, 2015

Gli anni al contrarioGLI ANNI AL CONTRARIO, di Nadia Terranova (Einaudi). Un estratto del romanzo è disponibile qui…

di Eliana Camaioni

Si sbaglia, chi ritiene che “Gli anni al contrario” sia un saggio sul Settantasette. Somiglia piuttosto al romanzo manzoniano (una faccenda privata con la Storia sullo sfondo, un esempio di storiografia dal basso): è la vicenda di Aurora e Giovanni, novelli Renzo e Lucia, che in quegli anni vivono e da quegli anni sono segnati, senza per questo trasformarsi da soggetto in complemento oggetto.
Aurora e Giovanni, quindi, i protagonisti, raccontati da un narratore apparentemente esterno; li incontriamo quando ancora non si conoscono, adolescenti, figli di due famiglie borghesi, in una città di periferia (una Messina descritta dai suoi borghi, dai suoi colori, dalla mentalità piccina e provinciale dei suoi abitanti). Giovanni figlio di un avvocato, marxista nostalgico, Aurora di un ‘fascistissimo’ direttore del carcere cittadino.
Aurora che studia per conquistare libertà e spazi personali, Giovanni che trascura i libri e anela a diventare eroe di quella rivoluzione respirata nella casa paterna per il tramite dei suoi ospiti: sarà l’università a metterli assieme, in un torrido pomeriggio di giugno, lei “miss trenta e lode”, lui studente caotico e insubordinato.
Una gita idilliaca a Stromboli consacrerà definitivamente i loro destini: una gravidanza, un matrimonio veloce, una ‘casa in miniatura’, nella quale i novelli sposi andranno a vivere, ancora inesperti e innamorati più del giusto dei propri sogni di ragazzi.
Ma trasformarsi da eroe della rivoluzione a eroe del quotidiano a Giovanni non basta, e Aurora è a sua volta ancora troppo figlia per poter essere madre: la casa in miniatura diventerà presto claustrofobica per entrambi (solitudine per lei, oppressione per lui), e il loro rapporto un’altalena di separazioni e ritorni, di viaggi che hanno il sapore di fughe, alla ricerca di un’identità personale e di un sogno di famiglia che non riuscirà mai a decollare.
Ruolo chiave è quello di Mara, la figlia di quei due figli mai cresciuti: nei suoi occhi (uno sguardo forte e penetrante, che diventerà intenso punto di vista) la maturità e la profondità che ai genitori sembra mancare. Mara neonata, orsacchiotto che Aurora porta sempre con sé, arma con cui affrontare il mondo; Mara bambina, destinatario delle lettere di un padre che vive lontano, Mara unico motivo di contatto fra Aurora e Giovanni, che si cercano ma si lasciano, si amano e si separano, si attraggono respingendosi. Mara che comincia a crescere, Mara che capisce ma non dice, Mara genitore dei suoi genitori. Fino alla fine, soprattutto alla fine; fino al tragico epilogo che segnerà le sorti del padre – l’eroina, l’aids, un destino tragico ed inesorabile. Quello stesso destino che lascerà Aurora e Giovanni a terra, passeggeri in ritardo dell’unico treno della salvezza per quella generazione sciagurata, passato in extremis per molti ma non per loro: quello dell’abiura, del riproviamoci in un altro modo, dell’ “Ho sbagliato”
Con uno stile pulito e senza sbavature, Nadia Terranova ci consegna una storia intensa e profonda: quella di Aurora e Giovanni, eroi per sbaglio di una rivoluzione mancata, ma soprattutto di Mara, una picciridda che porta negli occhi la sua valigia, un’infanzia senza tempo, e tutto ciò che occorre per continuare a raccontare.

Intervistiamo Nadia Terranova (ritratta nella foto in basso) per Letteratitudine


-Una storia privatissima per raccontare il Settantasette e quella generazione “che non è servita a niente”. Dopo Bruno. Il bambino che imparò a volare (Orecchio acerbo 2012), anche il tuo ultimo Gli anni al contrario sfoglia pagine difficili della storia contemporanea. Il Settantasette, visto coi tuoi occhi: più che un romanzo, un documento.
C’è stata una ricerca su quegli anni, ma gli eventi storici restano sullo sfondo. Mi interessava soprattutto la storia di Aurora e Giovanni, il legame narrativo fra le loro vite e la Storia inafferrabile che avvertono come una speranza e una minaccia, mentre corre accanto alle loro vite.

-Il narratore esterno, la coincidenza di fabula e intreccio, un perdiodare prevalentemente paratattico e lineare: tutto ciò fa sì che sia la storia narrata la vera protagonista del romanzo. Solo le lettere testimoniano in presa diretta l’anima dei protagonisti, regalandoci pagine in prima persona. Una precisa scelta stilistica, che mi sembra davvero indovinata.
Le lettere permettono un salto nell’io di chi abbiamo visto agire in terza persona, e riguardano tutti e tre i protagonisti: al lettore si dà così un’incursione nel linguaggio di quell’io, nelle bugie che costruisce, nei silenzi che mette fra le righe, nei fatti che sceglie di raccontare e in quelli che sceglie di tacere.

-Negli anni convulsi della militanza, Aurora abbandona più volte casa e marito, ma poi accetta che sia l’autorità di suo padre a mettere a posto le cose. Anche Giovanni si lascia più volte tirare fuori dai guai dall’intervento paterno. Quella dei propri padri è insomma l’unica autorità che Aurora e Giovanni, rivoluzionari e sovversivi, non riescono a contestare fino in fondo. Forse perchè, in cuor loro, ne hanno segretamente bisogno?
Sadicamente mi sono divertita a far fallire i propositi più rivoluzionari o grandiosi di fronte all’autorità familiare e borghese, esaltando il lato bambinesco di una generazione per altri aspetti molto matura, anche se poi quella mancata ribellione si tramuterà tragicamente in forza autodistruttiva.

Gli anni al contrario-“Non sono un buon padre, non sono neanche un marito, non sono un eroe della politica. Dovevo fare tutto, non ho fatto nulla”. E’ la crisi di quella generazione e delle sue utopie? Aurora e Giovanni sono vittime o emblema di essa?
Ne sono parte e ne sono vittime. Non sono mai carnefici, se non di loro stessi.

-Aurora e Mara: “due bambine, una neonata, l’altra appena cresciuta”. Dal canto suo, Giovanni è infantile quanto e più di loro, con la casa coniugale che “si avvitava sulla sua testa senza pietà come il tetto del soppalco dove dormiva quand’era bambino”. Sono una coppia di bambini, con una neonata da badare. E’ la famiglia di quegli anni, o piuttosto un modello contemporaneo?
Adesso i figli si fanno più tardi, quella famiglia era sicuramente più diffusa allora, poi se l’immaturità di due ventenni può fare tenerezza quella dei genitori quarantenni di oggi risulta più patetica.

-Eppure Giovanni e Aurora, un’idea di ‘famiglia perfetta’ ce l’avrebbero: è quella che Aurora palesa alla signora del treno, è quella che Giovanni immagina nei suoi intervalla insaniae. Ma non riescono, nemmeno impegnandosi, a realizzare quel sogno. Forse perchè non può esistere famiglia fra due persone che in realtà non hanno ancora trovato se stesse?
Passano troppo presto da una casa all’altra, da quella dei genitori a quella in miniatura (per altro sempre pagata dai genitori…) e non riescono ad afferrare il tempo che passa, figuriamoci la propria maturità. Vorrebbero fermare il tempo, invece ne sono consumati.

-Ogni protagonista è contraddistinto da un campo semantico: Aurora da quello del vuoto (con le sue spie: solitudine, vuoto -della casa coniugale-, silenzio -in cui si rinchiude il padre-, baratro -che ingoia la sorella), Giovanni da quello dell’eroe (declinato in: stupire, gridare, gesti eclatanti). Li accomuna quello della fuga, e del viaggio. I genitori e lo zio milanese, invece, sono contraddistinti da quello del fallimento. Eppure, la storia ci consegna come fallita più la generazione di Aurora e Giovanni che non quella dei loro vecchi. Quale delle due generazioni ha fallito davvero?
La generazione dei nonni era riuscita a confinare il proprio eroismo nei vent’anni (l’iscrizione al partito comunista come momento di ribellione per l’avvocato, le avventure nella guerra d’Africa per il fascistissimo) e poi aveva pensato di dimenticarlo, soppiantando la guerra con la tranquillità familiare. Nel romanzo questo passaggio è borghese, non culturale, è appiattimento e non conquista, quindi i due falliscono nel comunicare ai figli un senso di progresso, di continuità. Aurora e Giovanni si misurano con l’eroismo come se dovessero inventarselo daccapo, sono totali, assoluti, e falliscono – ma è un fallimento verso cui provo una indulgenza diversa.

-In un rapporto condannato alla incapacità di comunicare, foto e lettere diventano l’unico mezzo che i protagonisti hanno per entrare in relazione. E ci regalano le pagine più belle del libro. Quelle lettere e quelle foto sono davvero un pezzo di storia come il resto, o una bellissima trovata letteraria?
C’è una sola verità, quella del romanzo. E poi ci saranno sicuramente delle lettere e delle foto, in un cassetto, che fanno parte della sfera privata e la cui lettura, il cui assorbimento ha influenzato la scrittura.

-Eroina e fine del movimento del ’77. Qual è l’uovo, qual è la gallina?
Un tragico matrimonio perfetto in cui gli sposi si presentano puntuali.

-Nel romanzo, Bertoli era stato marxista ma finisce per cantare e basta, il fondatore dei marxisti-leninisti approda a Comunione e Liberazione. Aurora e Giovanni, usando parole tue, vedono ex profeti “rinascere candidamente con due parole: Ho sbagliato”. Abiurare era l’unica possibilità, per chi ha fatto il Settantasette, di sopravvivere ai tempi?
No, c’è anche la possibilità suggerita dagli occhi di Mara: c’ero, ho visto, ho vissuto, ora vado avanti. Certo, Mara ha subito il ’77, non lo ha scelto. Ma ne esce meglio di molti adulti.

-Aurora e Giovanni oggi, figli della “generazione della crisi”. Chi sarebbero?
Un dalemiano sconfitto e una salviniana rampante? Due geni dell’informatica con il problema delle bollette e la partita iva? Una blogger e uno scrittore? Chissà.

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Nadia Terranova, classe 1978, è nata a Messina e vive a Roma. Tra i suoi libri, Bruno. Il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo 2012) che ha vinto il Premio Napoli e il Premio Laura Orvieto ed è stato tradotto in Spagna. Collabora con “Il Magazine” e “pagina99”. Questo è il suo primo romanzo.

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