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INCONTRO CON GUGLIELMO PISPISA (“Voi non siete qui” e oltre)

aprile 3, 2015

INCONTRO CON GUGLIELMO PISPISA (“Voi non siete qui” e oltre)

Il sito dedicato a Voi non siete qui

di Eliana Camaioni

Mi dà appuntamento al suo studio, un venerdi pomeriggio.
Primo piano di un palazzo d’epoca, dal prospetto circolare come la piazza sulla quale sporge. Una segretaria mi viene incontro e mi accoglie in un ingresso piccolo; a sinistra e a destra due grandi stanze. Di fronte, una scala a chiocciola di legno che porta al piano superiore.
Lo riconosco immediatamente: “non è un grosso studio, sei avvocati in tutto, distribuiti su due piani, e due segretarie”. E’ lo studio di Walter Chiari, protagonista di “Voi non siete qui: l’ultimo nato in casa Pispisa, l’unico romanzo che Guglielmo ha provocatoriamente ispirato alla sua vita pur senza renderlo autobiografico. Motivo per cui anche Walter, come Pispisa, fa l’avvocato, in uno studio identico al suo, in questa Messina mediocre e sciatta, nella quale viviamo tutti e tre.
Guglielmo mi viene incontro e mi fa strada su per la scala fino alla sua stanza: e nuovamente la vista di una scrivania lucida e sgombra mi riporta alle pagine del libro: “niente gingilli da scrivania, foto di famiglia, disegni di figli incorniciati, niente vita privata, nessuna impronta di carattere. Ho sempre pensato che il luogo di lavoro non andasse contaminato con la dimensione personale”. Riconosco alla finestra anche “la tenda gialla a pacchetto, che rende la luce più pastosa e sopportabile, come in una vecchia polaroid”.
Ci accomodiamo, e “come se non bastasse piove. Gocce grasse e rosse di sabbia. Da due giorni lo scirocco sporca il cielo e ora la polvere viene giù col temporale”: neanche a farlo apposta, anche la pioggia che quella sera cade copiosa al di là dei vetri contribuisce ad accentuare la sensazione lisergica di trovarmi all’interno di quel romanzo, vero punto di partenza della mia intervista.
Avvolti dal calore climatizzato della stanza parleremo per quasi due ore, navigando a vista in quel non luogo surreale di cui abbiamo entrambi a vario titolo (lui di diritto, io acquisita) cittadinanza: il corpus dei suoi cinque romanzi.
Comincio la mia intervista partendo dalla fine. Mi sono data come obiettivo quello di rintracciare, nel suo ultimo lavoro (in libreria dallo scorso settembre, ed. Il Saggiatore) i fili sottili che lo legano – per simiglianza o per differenza- agli altri quattro romanzi che lo hanno preceduto, e delineare così una prima poetica di un autore giovane ma già significativo nel panorama della letteratura contemporanea.
Comincio dall’aspetto più eclatante che differenzia Voi non siete qui dai suoi fratelli maggiori: l’uso della lingua.
 
Voi non siete qui è un romanzo diverso: cambia la lingua, che diventa più fluida e quotidiana, cambia il sistema dei personaggi (un solo protagonista, niente intermezzi, niente cambio di focalizzazione né di narratore), diminuiscono le metafore, il registro è piano ed accessibile. Da romanzi con una forte componente surreale, adesso racconti una vicenda minimal e quotidiana, ma non per questo scende la qualità e il livello dello stile, non per questo il lessico si impoverisce. E’ come se dal mondo dell’immaginario fossi passato a descrivere il mondo reale. Non a caso, c’è anche uno stacco importante fra la fine della stesura di Cristo Ricaricabile e la messa in cantiere di Voi non siete qui. E’ un momento di svolta nella tua vita letteraria, o semplicemente un modo nuovo di sperimentarti?”
“È certo il mio romanzo più realistico e quello nel quale ho cercato di più di usare una lingua aderente alla realtà, minimizzando scarti e sprezzature stilistiche, una lingua anche più facile da fruire ma che ho cercato sempre di mantenere intensa esteticamente” mi risponde. “Come dire, ho lavorato per renderla fluida, per farla sembrare ordinaria, renderla vivace e viva e bella, almeno a tratti, senza però che si vedesse troppo lo sforzo, ho lavorato perché non si vedesse che ho lavorato. Così chi mi vuole male potrà dirmi “Bravo, ci sei riuscito benissimo, non si vede niente, pare proprio che ti venga naturale usare una lingua di merda!” Io sarò contento e loro pure” aggiunge, con un mezzo sorriso provocatorio.
Guglielmo PispisaE in effetti, è l’uso dello strumento linguistico la peculiarità precipua di Guglielmo Pispisa. Disobbedienza alle regole, ai canoni: dietro un’indiscussa impeccabilità formale, la lingua dei suoi romanzi è ricchissima di trasgressioni, che finiscono per costituirne il punto di forza. Dai prestiti alla rottura del quarto muro, dalla parola ricercata dissacrata un attimo dopo dal registro del parlato: tutto convive in armonia, e costituisce uno stile suo proprio all’insegna di quell’iconoclastia (dei clichè, dei modelli, delle ipocrisie sociali e segnatamente borghesi) che è anche il fil rouge più importante delle storie che racconta. ”
E’ rompere gli schemi pur senza infrangere le regole, la mission impossible dello scrittore?”
“Sul piano della lingua direi di sì. Tom Robbins, uno dei miei scrittori di riferimento, dice che uno scrittore può fare tutto quello che vuole tranne usare una lingua sciatta e io concordo in pieno. Scrivere è come fare dio, per cui vale la pena di farlo in modo originale, spiazzante, ma allo stesso tempo la cura formale del come si scrive dev’essere imprescindibile, è un segno di rispetto verso il lettore e verso il proprio ruolo di scrittore. È lecito dire tutto, ma non è ammissibile dirlo male”.
E questo avviene anche sul piano più strettamente linguistico-lessicale: “Fai coesistere prestiti linguistici (lessico medico, scientifico, politico, storiografico) con lessico humilis e slang, registri altissimi si sciolgono quasi sempre in battute dissacranti. Modello e antimodello passeggiano bellamente a braccetto, insomma”
Sorride. “Questo è un mio tratto, lo riconosco, l’alternanza di alto e basso. Non resisto alla tentazione di schizzare l’altare di fango, di desacralizzare quel che faccio mentre lo faccio. Mi piace la lingua alta ma mi fa anche ridere al minimo accenno di pomposità, di artificio. Per evitare che accada a me di tromboneggiare, mi spernacchio da solo
Il rapporto fra canone e antimodello, regola e trasgressione, mi fa pensare ai suoi personaggi: “Intrappolati in se stessi o in situazioni che li opprimono (o più semplicemente, come Walter Chiari, nella vita prosaica e sottotono di una realtà periferica) reagiscono in due modi: infrangendo gli schemi spaccando tutto , oppure lasciando scivolare le cose senza opporsi ad esse” .
Guglielmo annuisce: “C’è spesso il gioco e l’alternanza dei due estremi del non fare e del far troppo, e a volte le due cose vengono riunite, col protagonista che subisce immaginando però di fare sfracelli. Da un lato penso sia normale nella creazione di un mondo finzionale, nel senso che si tratta di opzioni sceniche che pagano in termini di rappresentazione, no? La scena madre col protagonista che scazza o immagina di farlo mentre subisce, o la sincronica, sorda, umiliante immobilità di chi non sa e non riesce a reagire, sono scelte che rendono meglio sulla pagina rispetto a una reazione media, razionale, ordinaria“.
Mi tornano ancora in mente le parole di Voi non siete qui, la reazione di Walter al licenziamento dallo studio in cui lavorava: “Mi coglie l’impulso di ricoprire di graffiti la parete davanti alla scrivania, o almeno di scriverci un vaffanculo a caratteri cubitali col pennarello a punta grossa che uso per intestare le copertine dei fascicoli. Vaffanculo Vittorio. Vaffanculo questo studio, questo lavoro, questo me, questo schizzo a matita di un uomo privo di convinzione”. Ma Walter non è tipo che esplode in scenate, e la sua ribellione non sarà eclatante bensì passivo-aggressiva, come più gli si addice: si concede una seconda vita, semplicemente smettendo di dire no e cominciando a dire sì, mettendo in moto però una sequela di eventi che lungi dal riscattarlo lo condurranno ad un destino tragico. “Walter ad un certo punto lascia che le cose accadano, non si oppone al corso degli eventi, fa l’esatto opposto di ciò che ha fatto fino a quel momento, dà voce alla metà istintuale di se stesso: “vaffanculo tutto”, nel senso più sovversivo del termine. Ma lungi dal risolverli, i suoi guai si moltiplicano. Walter non ha speranze di riscatto, insomma: molto verghiano, come personaggio”
Un vinto, quello è certo, ma desolantemente privo della grandezza che i vinti verghiani hanno, quella dignità intoccabile e inamovibile che li contraddistingue e nobilita proprio in funzione della loro attitudine alla sconfitta, la capacità di rimanere in piedi nonostante tutto, di rappresentare picchi solitari di virtù o di vizio, di testardaggine, di senso della famiglia, di violenza, di follia. Giganti sempre e comunque, nonostante le avversità. Un tratto che manca invece a Walter che è un vintino, con piccoli vizi e piccole virtù, che non può esser d’esempio per nessuno, foss’anche un esempio negativo. Non basta. Lo dice lui stesso all’inizio: non sono adatto.
“Insomma, non si sfugge al proprio destino?”
Non nei romanzi, che io sappia. Rinascita e distruzione sono comunque costanti di ogni storia, perché le storie si basano sul cambiamento, sulla trasformazione delle situazioni per mezzo di azioni umane (azioni ma anche re-azioni). La rottura, il conflitto, il cambiamento sono la linfa del racconto, non se ne può prescindere. Poi, certo, ci sono i predestinati, che corrono (o vengono trascinati, tanto è lo stesso) verso la sorte che gli tocca, l’eroe tragico non si può sottrarre, può farlo solo il buffone“.
Gli eroi pispisiani. Li rivedo tutti insieme, come in una sfilata, protagonisti di una convention lettararia intertestuale: Multiplo eroe per gioco, Armando eroe esodato, Hiero eroe per vendetta, Milhous eroe per caso, Walter Chiari eroe del quotidiano, i ragazzi della Simpliciter eroi generazionali. Tutti lottano, nei rispettivi mondi, contro i mostri prodotti da una società malata: Multiplo con l’inchiesta, Hiero con la violenza, Armando con la logica, Milhous con le doti paranormali, Walter con il laisser faire. Ce li ho davanti agli occhi: tutti assieme sul palco, che applaudiscono in direzione delle quinte, chiamando in scena il loro papà letterario, il loro eroe Guglielmo. Perchè anche lo scrittore, se vogliamo, è un eroe. Mi torna in mente Erri De Luca, in prima fila letteralmente, negli scontri NO TAV in Val di Susa. Ma penso che pur non scendendo in piazza, anche quello di Pispisa è un negotium: ci vuole una discreta dose di coraggio per farsi decoder fra la realtà e le parole, prendere posizioni. E Voi non siete qui affronta temi come la massoneria, il clientelismo, il sistema marcio che uccide la società; Città Perfetta (Einaudi 2005) l’economia ricattatoria e mafiosa del mondo societario, La terza metà il rapporto perverso fra servizi segreti e controspionaggio, Multiplo (Bacchilega 2004) indaga sull’omicidio di un docente universitario (giusto negli anni in cui è stato ucciso a Messina, in circostante altrettanto misteriose, il professor Matteo Bottari). Ma soprattutto ci vuole coraggio per mettersi a nudo, per rendere pubblico il proprio monologo interiore. Soprattutto quando si è per carattere riservati e introversi, poco inclini alle relazioni, come Guglielmo.
Gli faccio una domanda provocatoria, citando La terza metà: “ ‘Ogni epoca ha i suoi eroi. Ai tempi miei al massimo potevi aspirare a fare il militante politico rivoluzionario, o il poeta’, dice Magister. Tu hai fatto lo scrittore”
Arrossisce un poco, si sposta sulla sedia: la prossemica tradisce l’emozione, Guglielmo si appoggia allo schienale assumendo quella posa wildiana della foto di Sarony che attribuì al suo Multiplo nel romanzo omonimo.
Io non sono un eroe” dice. “L’eroe agisce e cambia il mondo, lo scrittore osserva il mondo e lo rappresenta a modo suo. È il campione del non intervento, della cronaca infedele a posteriori, il virtuoso dell’arte di rendere sempre più sferzante la battuta sarcastica che non ha avuto la prontezza di spirito di pronunciare al momento giusto, i francesi lo chiamano “esprit d’escalier”. Mi sono trovato un modo per dare peso a questo talento fuori sincrono che ho, non la farei tanto lunga
Arrivo al cuore dell’intervista, al tema cardine di “Voi non siete qui”, che a mio avviso è anche il mot d’ordre di tutto il corpus pispisiano: il rapporto fra verità e finzione, fra realtà ed apparenza. Non a caso è anche il tratto comune a quasi tutti i personaggi dei suoi romanzi: dietro il machismo c’è fragilità (Reimarus che teme la morte, Hieronimus che sconta ferite antiche, Max che teme le donne, Walter vittima della sua mediocrità) e persino la seduttrice Deirdre è alla fine una donna infelice e sola. Per non parlare del particolare rapporto fra Hiero e Magister. “Addominali scolpiti nascondono interiora maleodoranti: cosa è vero, cosa è falso non so. A me sembra tutto finto, fai dire in momenti diversi a Walter Chiari. Realtà e finzione, vita vera contro ipocrisie sociali: è questa la chiave di lettura della tua opera omnia?”
Sorride di nuovo, svelando denti bianchissimi.
Il rapporto/intreccio realtà/apparenza non riesco proprio a levarmelo dalla testa. C’entra indubbiamente la società dell’informazione, la mediatizzazione di ogni minimo aspetto della nostra vita, con le conseguenti manipolazioni che oggi sono ancor di più alla portata di chiunque si voglia truccare l’esistenza e i propri stessi ricordi costruendoli e sceneggiandoli tramite social network. Offriamo un montaggio veloce di noi stessi in versione smart grazie a facebook e twitter e finiamo col crederci noi per primi: ehi assomiglio davvero a quel figo che sorride dal mio profilo fb, anzi sono proprio io! E poi c’entra il discorso metanarrativo, quell’incapacità e impossibilità postmoderna di dimenticare che quello che facciamo è il falso di un falso, un’allucinazione condivisa e consensuale. In Voi non siete qui il discorso di fa ancor più di carne e sangue, però. In Città perfetta, per dire, la questione la trattavo in senso generale, ipotetico, si parlava appunto di media, di multinazionali, tutte cose vere o verosimili ma distanti dalla vita come la percepiamo nella nostra quotidianità di provinciali. In Voi non siete qui il discorso sulla finzione e sull’apparenza è molto più esistenziale. Quando Walter dice «mi sembra sempre tutto finto», si riferisce al suo essere intimo, al suo piccolo lavoro di avvocato per cui non si sente tagliato, alla veste sociale che gli appare ridicola in ogni suo rito, al ruolo di padre di famiglia rispetto al quale si sente spesso distante e distaccato, vago. Sì, lui è vago, incerto di sé prima ancora che dei meccanismi complessi che muovono il mondo che venivano messi a fuoco in Città perfetta o in altri romanzi.”
E ritorno a Walter, a questo eroe timido. Lo osservo sinotticamente agli altri eroi suoi fratelli: “Walter Chiari, fatte le debite differenze, ha dei forti tratti comuni coi protagonisti degli altri tuoi romanzi. Sono quasi sempre eroi timidi, ansiosi, si sentono goffi più di quanto non siano davvero, sono in difficoltà nell’approccio con le donne. Penso a Giona di Città perfetta, penso a Multiplo del romanzo omonimo, penso a Milhous di Cristo ricaricabile. Unica eccezione è Hiero de La terza metà: lui è il superuomo, non conosce l’ansia, è un killer a sangue freddo, agisce lucidamente. E’ fose l’alter ego dei suoi fratelli letterari?”. C’è nell’aria qualcosa di non detto, la domanda malefica che ogni scrittore detesta e per questo -per solidarietà fra scrittori- mi guardo bene dal fargliela: “Quanto c’è di te in loro?”. Lui però sembra coglierla: è un attento osservatore, Guglielmo è bravissimo a leggere fra le righe.
Un personaggio è sempre l’insieme di varie componenti e istanze. C’è in principio un elemento istintivo che inevitabilmente mi conduce a rappresentare in un protagonista tratti che sono parte del mio modo di essere (o almeno tratti che io ritengo facciano parte del mio modo di essere per come io lo percepisco). Sono una persona riservata, ansiosa, non proprio un tombeur de femme e con certe goffaggini non sempre ben dissimulate. Trovo naturale che queste caratteristiche si siano riversate nei miei personaggi. Insieme all’elemento istintivo, vi è però anche quello speculativo e finalizzato alla storia da raccontare. Hieronimus de La terza metà, per il tipo di ruolo che nella storia doveva svolgere, non poteva essere un candido timidone, e del resto non penso di essere il tipo di scrittore che deve per forza avere un protagonista alter ego, anzi trovo più divertente e liberatorio avere un protagonista del tutto diverso da me. Hiero, direi, è più un calcio nei denti, una salutare nemesi, che un alter ego mio o di altri personaggi a me più somiglianti“.
Colgo al volo la sua apertura e mi consento l’ingresso in temi più sensibili; sfodero la domanda più delicata: “In Voi non siete qui per la prima volta usi scene di sesso esplicito. Ma si sbaglia chi crede che negli altri tuoi romanzi il sesso non ci sia: c’è una carica erotica evocata da dettagli, situazioni, giochi di forze. Sesso sì, sesso no, in un romanzo?
Sesso sì ovunque, direi!” risponde. E faccio giusto in tempo a cogliere un lampo divertito nei suoi occhi, quando un tuono improvviso fa vibrare i vetri della stanza e la luce va via proprio sul più bello: il resto della sua risposta mi arriva al buio, illuminata solo dal led rosso del registratore appoggiato sulla scrivania.
Battutacce a parte davvero non vedo perché no. Il sesso è parte della vita come la scuola, il calcio e la pensione. Anzi, forse la pensione non più. Dunque perché dovrebbe venire escluso a priori da un romanzo, per rendere quest’ultimo più “serio”? Evidentemente tutto dipende da come si affronta il problema. Il sesso è parte della vita ma è anche vero che per molti, forse per tutti, è un argomento delicato, che suscita imbarazzo, che spesso viene liquidato in fretta e in modo inappropriato, insufficiente, oppure per converso ci si insiste troppo con intenti provocatori o voyeuristici e furbastri. Direi che come per tutti gli altri elementi di un romanzo, e magari ancor di più in ragione della sua delicatezza, la sua presenza dev’essere significativa, rilevante ai fini espressivi o a quelli informativi della strategia comunicativa che si sta mettendo in atto. E deve far aumentare il battito. La sfida è tutt’altro che banale, visto il rischio di imbattersi nei mille clichet che ormai affollano le pagine della narrativa più recente“.
Con la luce si spengono anche le altre domande sul taccuino che tengo in mano: avrei ancora interrogato Guglielmo sulle figure archetipiche – il padre, la madre, l’orfano, il viandante – fortissime in tutti e cinque i romanzi; gli avrei detto quanto la sua mano di scrittore mi sembra assomigli al folle dei tarocchi (lo sberleffo, il cambiamento improvviso, il rovesciamento delle situazioni, l’imprevedibilità), e avrei sottinteso: secondo me è questa la tua parte più vitale, che celi dietro il tuo aspetto da intellettuale inglese, dietro “quell’atteggiamento svagato e aristocratico” che fece innamorare di Walter sua moglie Letizia.
Ma i minuti passano e la luce non torna, e anche fuori è buio pesto: un blackout di discrete proporzioni, che mi restituisce nuovamente la sensazione di trovarmi in un altro dei suoi romanzi: anche in Cristo ricaricabile uno storico blackout irrompeva, con conseguenze imprevedibili, nella vita dei suoi protagonisti. Un buio che diventava quasi brodo primordiale e archè di ogni mistero; quel buio della coscienza dove nessun raziocinio può fare luce, dove tutto esiste ma si svela solo a se stesso, e non consente a nessuna domanda esterna di arrivare non invitata.
Lo considero un segno del destino: il buio che ci interrompe proprio nel momento in cui i toni stavano diventando più intensi e personali. E io nel destino ci credo: quindi forse è giusto così, mi dico, forse non bisogna entrare troppo nella vita di un’altra persona, nemmeno se questa per mestiere è abituata a subire decine di domande invadenti, perchè fa lo scrittore.
Sorrido. Ho citato di nuovo, ma stavolta involontariamente, una pagina di Voi non siete qui: quella in cui si sottolinea la differenza esiziale fra fare ed essere il proprio mestiere.
E mentre osserviamo da dietro i vetri la pioggia che cade e il traffico in tilt, strombazzante nella piazza bloccata, mi rispondo da sola all’ultima delle domande che stasera gli avrei posto: Guglielmo Pispisa non fa lo scrittore, Guglielmo Pispisa lo è.

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