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Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

ottobre 27, 2015

Uno scrittore allo specchio: ANNA FRANK

di Simona Lo Iacono

I cieli olandesi somigliano a volte a uno specchio, specie quando la soffitta ne ritaglia un angolo storto, afferrabile solo dopo le ore del coprifuoco. Rifrangono il mondo sottostante capovolgendolo e dilavandolo dal male, soprattutto dopo un acquazzone.
Durante i bombardamenti, invece, lo specchio si rompe, scaglie come angeli caduti e ribelli piovono sulla terra. L’impressione d’incanto è infranta: lo specchio è esattamente come la vita. Rovesciabile, segreta. E la mia immagine riflessa si scoriandola in mille particelle, briciole di un corpo.
Quando, nel 1942, mi portarono nell’alloggio segreto, mi sembrò una specie di gioco. Un covo misterioso e abitanti sconosciuti, i nemici che – in qualche modo – ci perseguitavano ma che noi evitavamo con una trovata fantasiosa, da bambini.
Guardare il cielo da quella soffitta abbarbicata, quasi una scala tra le nuvole, era ancora come sgattaiolare furtivamente dopo un rimprovero, cingersi della veste dell’invisibilità dei re delle favole, imitare le fate beduine o le streghe vichinghe di cui la sera mio padre Pim ci parlava.
Nascondersi, insomma, somigliava a quella conta al rovescio che io e mia sorella Margot pronunciavamo frettolosamente prima di cercarci, un modo per trascorrere le ore dei pomeriggi estivi di Amsterdam, per poi consumare la merenda in giardino: un passatempo, appunto, che non immaginavamo avesse altro contorno che la purezza dei nostri primissimi anni.
A quei tempi essere ebrea aveva aspetti buffi e inconsueti, che non riuscivano a guastare la gioia dei compleanni in famiglia, degli amori a scuola, delle passeggiate in bicicletta: una stella gialla cucita stretta sul lato del cappotto, dove sentivo palpitare il cuore, alcuni locali preclusi, strade da evitare.
Ma niente che riuscisse a turbare il sacro fuoco del candeliere a sei braccia, i giorni pigri del Ramadàn, o l’intimità che le parole dei padri evocavano se pronunciate con la devozione dei quaranta giorni nel deserto.
Essere ebrei, nel 1942, era ancora essere a casa.
Poi, impercettibili segnali di fine, ostacoli sempre più grandi, paure che iniziavano a serpeggiare, famiglie del vicinato prelevate e fatte sparire.
La vita s’indolenziva, imbarbariva.
Cambiava.
Furoreggiavano altoparlanti, e le frasi che aprivano il giorno non erano più rivolte al Dio dell’Antico testamento, né la Mezuzzah conteneva più il sacro rotolo della scrittura.
Mio padre ce lo comunicò improvvisamente, ma tutto era pronto da tempo.
Dovevamo fingere di partire, anche se saremmo stati a pochi metri da lì. Incastrati tra due edifici, sepolti senza essere morti, archiviati senza avere ancora vissuto. Dietro l’ufficio di papà, in un retrobottega nascosto da una finta libreria.
Così facemmo ingresso nell’alloggio segreto. Così ho vissuto fino a questo momento.
E domani sarà tutto finito.
Domani entreranno all’improvviso, sprangheranno l’anta girevole che ci ha separati dai locali del primo piano. Ci sorprenderanno nelle faccende di sempre, mentre la mamma sarà intenta a pelare patate, papà a leggere il giornale, Peter a sognare i nostri incontri clandestini.
Ed io a scrivere il mio diario.
Sarà un attimo.
In un attimo rovesceranno la dispensa, dove abbiamo raccolto per mesi i fagioli e lenticchie secche. In un attimo sparpaglieranno i ritagli delle stelle del cinema che ho ricavato dalle riviste di moda. In un attimo le scarpe vecchie, impomatate di marrone, salteranno dagli involucri di carta. E le stilografiche di papà schizzeranno fuori l’inchostro, segnando di nero e di blu le piastrelle.
A nessuno verrà in mente di raccogliere il cappello che avevo conservato per la nostra uscita dal rifugio segreto, nè ci lasceranno il tempo di ordinare le foto degli album, stinte di giallo e di nero di seppia.
Saremo fuori all’improvviso, accecati da un sole che per due anni non ci ha bagnato, respirando un’aria che temevamo ci lambisse con cattiveria e che invece adesso è lieve e religiosa come una preghiera lentissima, da pronunciare sul morto.
Ho poco tempo, dunque.
Offro un’occhiata trasognata al cielo che, come uno specchio, mi rivela il futuro. Avverto gli abitanti dell’alloggio segreto, confido loro che ci preleveranno, irromperanno, trafugheranno. Scappiamo, sussurro a Peter mentre non sa di abbracciarmi per l’ultima volta.
Nessuno mi ascolta.
Come sempre, sarà solo la carta a restituirmi una data, un consiglio, un’identità. Forse, parole finali. Di conforto.
Domani, 4 agosto 1944, un’altra volta soltanto, caro diario, sarò ancora la tua…
Anna Frank.

[Articolo pubblicato sul quotidiano “La Sicilia”]

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