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SIMONA LO IACONO racconta LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

luglio 6, 2016

SIMONA LO IACONO racconta il suo romanzo LE STREGHE DI LENZAVACCHE (Edizioni E/O)

“Le streghe di Lenzavacche” sarà presentato ad Acireale (CT) sabato, 9 luglio 2016, ore 19:00, presso la Libreria Ubik di Corso Umberto 214/216.
Con l’autrice dialogherà Massimo Maugeri

 

Le prime pagine del libro sono disponibili qui

di Simona Lo Iacono

Ero in udienza. Fascicoli polverosi si accalcavano intorno a me e alle scranne. Avvocati e testimoni sudati sbraitavano per il caldo.
Non avevano torto: il fumo dello scirocco ci lambiva come una lingua dell’inferno. La toga mi pesava sulle spalle.
Era luglio inoltrato e dalla finestra spalancata della sezione distaccata di Avola (una ex Pretura che dirigevo ormai da otto anni) arrivava l’alito del mare e il garrito sbieco di qualche gabbiano.
Dietro la porta dell’aula di udienza, il solito scalpiccio mi avvertiva che il sig. Mario Di Gregorio, mio fidatissimo assistente (quasi un giudice, a dire il vero, per essersi conquistato sul campo una notevole cultura giuridica), stava per arrivare con qualche novità.
E infatti eccolo, per annunciarmi che il guasto all’aria condizionata non sarebbe stato riparato.
Sospirai.
Avevo tra le mani un processo ambientato in contrada Lenzavacche, un territorio di Noto che rientrava nella mia giurisdizione e dove accadevano sempre i fatti più strani. Un processo per lesioni ad una minore disabile. Il colpevole era un professore che – per negligenza – non era riuscito ad evitare che la ragazza cadesse a terra, procurandosi varie ferite.
Fu così che feci la scoperta.
Mi resi infatti conto che una delle parti invocava l’applicazione di un regio decreto del 1925 ancora in vigore, che costituiva la base – l’ossatura direi – della legislazione scolastica.
Tra le varie disposizioni una in particolare mi colpì. Era quella che – già a far data dai primi anni venti del secolo scorso – consentiva ai disabili di accedere all’istruzione pubblica in classi differenziate.
Strabiliai.
Come, una legge così aperta in pieno regime?

Terminata nel tardissimo pomeriggio l’udienza, congedatami dal sig. Mario Di Gregorio più contrariato che mai (non riuscendo a riconciliarsi con i tecnici dell’aria condizionata), e rientrata a casa, mi misi in ricerca.
Non era la prima volta che davo la caccia a leggi sorprendenti o stravaganti, e che le norme mi costringevano a indagini quasi da archivio.
Il mondo giuridico era complesso come un universo di stelle cadenti e vecchissime, che continuavano a promanare luce pur essendo morte da secoli.
Poi verificai i miei dubbi. Il regio decreto era, in effetti, un testo normativo all’avanguardia per quell’epoca, ma non era mai stato attuato.
Si dovranno aspettare gli anni ’70 per le prime – effettive – applicazioni.
Si trattava quindi di una legge di propaganda, emanata nel periodo in cui il regime aveva il consenso del popolo. Una legge che certamente nel 1938, allorché vennero emanate le leggi razziali e i programmi di eugenetica (che imponevano l’eliminazione dei disabili e dei malati), il Duce aveva dimenticato di abrogare, preso da altre preoccupazioni politiche.
E mi chiesi… e se almeno un bambino, nel 1938, avesse invocato questa legge?
Certo… non un bambino qualsiasi, ma un bambino speciale, disabile sì, ma tenacissimo e fantasioso, innocente e stupefatto nonostante la crudeltà degli uomini.
Certo, mi dicevo… dovrebbe essere un figlio di re! O, forse, di maghe, di animulare, di streghe.
Soltanto con una simile famiglia alle spalle, infatti, avrebbe potuto spuntarla contro il regime fascista!
E mi precipitai al computer per afferrare la voce che frattanto era venuta a visitarmi.
In preda a uno stato febbrile, e senza sapere a chi appartenessero le parole che stavo seguendo, buttai giù le prime righe del romanzo:
La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte.
Non lo avevo fatto
“.

(Riproduzione riservata)

© Simona Lo Iacono

Ascolta la puntata radiofonica di “Letteratitudine in Fm” con Simona Lo Iacono

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Il libro

Le streghe di Lenzavacche vennero chiamate nel 1600 in Sicilia un gruppo di mogli abbandonate, spose gravide, figlie reiette o semplicemente sfuggite a situazioni di emarginazione, che si riunirono in una casa ai margini dell’abitato e iniziarono a condividere una vera esperienza comunitaria e anche letteraria. Furono però fraintese, bollate come folli, viste come corruttrici e istigatrici del demonio.
Secoli dopo, durante il fascismo, una strana famiglia composta dal piccolo Felice, sua madre Rosalba e la nonna Tilde, rivendica una misteriosa discendenza da quelle streghe perseguitate. Assieme al giovane maestro Mancuso si batteranno contro l’oscurantismo fascista per far valere i diritti di Felice, bambino sfortunato e vivacissimo.

È il 1938. Ululano le sirene che inneggiano al fascio. A Lenzavacche, minuscolo paese della Sicilia, vivono Felice, un bimbo sfortunato ma vivacissimo, la madre Rosalba e la nonna Tilde. Una famiglia stranissima, di sole donne, frutto di una misteriosa discendenza da streghe perseguitate nel 1600. Felice – che è il frutto di un amore appassionato della madre con un arrotino di passaggio, il Santo –, grazie all’estro e all’originalità dei familiari, riesce a vivere in pienezza nonostante i disagi fisici e l’emarginazione, in un periodo come quello fascista in cui è sommamente esaltato il valore della perfezione fisica.
Un bel giorno arriva a Lenzavacche un nuovo maestro elementare. Giovane e innamorato della cultura, fantasioso ma dominato da un dolore lontano, questo maestro, in aperto contrasto con il regime dell’epoca, non accetta i luoghi comuni sull’insegnamento e aiuta anche lui il piccolo Felice.
In una Sicilia viziosa, ma pronta a giudicare, carnale e insofferente alla diversità, religiosa e pagana, Felice, sua madre e il maestro Mancuso, amanti della fantasia e dei libri, finiscono per diventare i simboli di una controtendenza dirompente, quella che decide di andare al di là delle apparenze e di scommettere sul valore della pietà umana. La loro parabola finisce allora per somigliare proprio a quella delle streghe, un gruppo di donne vissute a Lenzavacche nel 1600 che decise di vivere in castità e in obbedienza e di riunirsi per fronteggiare eventi difficili della vita, affratellandosi in un vincolo di solidarietà umana.

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Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

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