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L’ESTATE DEL ‘78 di Roberto Alajmo (recensione)

marzo 30, 2018

L’ESTATE DEL ‘78 di Roberto Alajmo (Sellerio): indagine su mia madre

Un pomeriggio d’estate Roberto Alajmo incontra la madre in una strada di Mondello. Non può immaginarlo, ma quello è un addio. «Cos’abbia fatto lei, nei tre mesi successivi, ancora oggi non lo so. È oggetto della presente indagine»

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di Daniela Sessa

Tiri un filo e la trama si allarga, si scompone. Tiri un filo da “L’estate del ‘78” di Roberto Alajmo (Sellerio, 2018) e quel filo è una parola: “smorfiare”. Chi prova un dolore improvviso fa una smorfia: c’è una donna riversa sul pavimento con il palmo della mano destra che fa leva a terra e il viso non si vede. Almeno non dalla posizione di chi guarda quel cadavere. Se lui avesse fatto il giro della stanza e avesse guardato la faccia avrebbe scorto l’ultima espressione, chissà se di disappunto oppure avrebbe visto “un solco lungo il viso come una specie di sorriso”. Lui, lo stesso che adesso non vuole guardarle l’ultima faccia, un giorno di luglio del 1978, aveva visto quella donna, seduta su un marciapiede, ripararsi malamente il viso dal sole con il braccio alzato (lo stesso?) e l’aveva salutata per l’ultima volta. Non sapeva che sarebbe stata l’ultima volta. Lo sa a pochi mesi di distanza e lo confessa molti anni dopo “I sintomi dei problemi devo andarli a smorfiare nella memoria infantile.” Chi dà un numero ai sogni  pratica l’arte antica e beffarda della smorfia. Fare la smorfia è smorfiare, riuscire a interpretare i segni dei sogni e metterli in gioco con una buona dose di credulità. Smorfiare è affare di segni, come la scrittura “…lascia dietro di sé solo spunti indiziari, che bisogna smorfiare sulla base di mezze frasi, di accenni. Oppure, a posteriori, basandosi su vecchie carte o sulla testimonianza delle persone che riuscivano a starle vicino…”.  L’indagine- la lezione di Leonardo Sciascia  sta in un indizio, in un altro filo: “mascheramento”- si svolge nel tempo liquido della memoria, tra principio di realtà e funzioni dell’inconscio e si compone in un faldone di sentimenti. Quelli di un figlio e di una madre. Di Roberto Alajmo e di Elena Parrino, i due protagonisti di un romanzo mappa della memoria individuale, dei luoghi della distrazione e del dolore di un uomo. La storia personale dello scrittore (il suicidio della madre e tutto il doloroso percorso familiare che lo precede) si trasforma in un gioco di specchi o “un gioco di riflessi su una vetrina” dove l’immagine del protagonista bambino, diciottenne e infine adulto rincorre il riverbero di quella della madre (tra foto, quadri e lettere) e si fissa su quello del figlio Arturo. Nella smorfia lo specchio è polisemico: rompere uno specchio vuol dire cattivo presagio e fa trentasei, animale che svolazza fa trentacinque e una “una farfalla svolazzante ma ben cucinata” si definisce Elena che nel romanzo è lo specchio infranto.  Pagina trentacinque comincia con questa frase “Essere riconosciuti, da un genitore”, la voce che chiude l’elenco delle Gioie Irrecuperabili, quelle “che avevamo in pugno e abbiamo lasciato andare”. Malinconico, delicato, inquieto, tormentato il romanzo di Alajmo è il romanzo che non ti aspetti. Sorprendente non è tanto la storia, semmai è dolorosa perché dolorosa è la vita di una donna volitiva e sconfitta dal desiderio di essere amata, magari come lei intendeva l’amore; e chissà come lo intendeva, se la “malattia socialmente  impresentabile” – la depressione che negli anni ’70 si curava con l’elettroshock nei manicomi e i barbiturici a casa – non avesse reso impossibile persino a lei stessa sapere cosa volesse davvero. A stupire è la prova di cuore e scrittura compiuta da Roberto Alajmo “Come se, essendo Orfeo, mi fossi voltato a guardarla”.
Risultati immagini per roberto alajmo letteratitudinenewsDa figlio, Roberto Alajmo scava dentro se stesso con spietatezza tanto più definitiva quanto più mostra le smorfie dei suoi comportamenti, cercando di comprendere e di giustificare la superficialità di un adolescente in difesa e diverso. Diverso perché ha una madre scandalosa, una famiglia separata, una segreta paura nel cuore. Fragilità e mancanze col senno di poi esplodono nel rapporto con suo figlio. Arturo è il banco di prova: cosa c’è in lui dell’adolescente Roberto? cosa risarcire nel suo essere padre della sua difficoltà di essere figlio? E così gli abbracci con Arturo al concerto di Bruce Springsteen si voltano a cercare gli abbracci con Elena davanti Rischiatutto e quello mancato sul marciapiede di Mondello; il terrore per i pericoli cui Arturo scampa è il terrore della scomparsa “Ad attirare la mia attenzione di bambino è la parola scomparso che, ho imparato, significa morto”; l’isolamento di Arturo con le cuffie in testa riflette la distrazione di un ragazzino che non voleva vedere i polsi fasciati della madre. Roberto fallisce il tentativo, narrativamente incredibile, di distanziare il personaggio madre per farne oggetto di ricerca investigativa e tenerla lontana dalla contrazione dei cuori. Elena, fatta scrittura, è piuttosto una donna empatica, “una farfalla svolazzante ma ben cucinata”, di cui il lettore s’innamorerà non per compassione ma per seduzione. La stessa di quelle calze nere di un suo quadro del 1966; la stessa della lettera lasciata prima di morire “e alle mie possibilità di essere amata non credo ormai più”.
Da scrittore, Alajmo compie un’operazione letteraria di rara bellezza. Apre la stanza tutta per sé, quella in cui la mente offre ricovero alla vita, dove le intermittenze della memoria si raggomitolano in immagini insofferenti del tempo e in tempo che non sta in equilibrio sulla sua linea. “L’estate del ‘78” è quella stanza: sulla soglia ci sono la frenesia dei ricordi, luglio che insegue novembre e novembre che torna sui suoi passi fino alla frana della posa fotografica divergente e ancora più in là, la felicità tramortita nel disincanto del film di Luchino Visconti “ Gruppo di famiglia in un interno”, l’idea della morte scansata per la serenità di continuare a essere padre. Ma è alla messinscena del linguaggio che la stanza spalanca la porta. Entra l’ironia, fatta di lampi cinici come il gesto sveviano del nonno. L’ironia è la cifra stilistica di Alajmo: dal primo romanzo  “Cuore di madre” a “Carne mia” passando per il grottesco “E’ stato il figlio”, da “Palermo è una cipolla” a “L’arte di annacarsi”, Alajmo non rinuncia a dislocare il dramma nella commedia. L’ironia dà la penna alla smorfia e lo scrittore non solo svela nel lessico giudiziario il vocabolario sentimentale ma smaschera la funzione letteraria “ Magari… sputare il rospo sarà servito solo a mettere ogni cosa nero su bianco”.  E pure la finzione letteraria di chi non riesce più a dare solo indizi sulla sua storia delle storie, quella che ha disseminato negli altri libri (Alajmo è scrittore di figure femminili potenti di cui ora soltanto si comprende l’ispirazione e l’urgenza) o che ha trattato come un demone disturbante. “L’estate del ‘78” non si lascia banalmente liquidare con la formula della scrittura salvifica. Un libro di Roberto Alajmo è tale se lascia un dubbio, un’incertezza o anche una trappola perché, se la scrittura è lucida, il pensiero risente delle sofisticherie dei siciliani. Perciò, sputato il rospo, resta un altro ricordo a mettere in forse la conclusione dell’indagine su se stesso. E una domanda: come avrebbe accolto Elena il libro? Difficile saperlo. Chi legge la storia di Elena e Roberto può trovare qui la risposta “ Cerco persino di imitare la grafia di Elena, sempre molto chiara e leggibile, fatta di vocali tonde e chiuse… quella che posso riprodurre senza sforzi e risulta molto, molto più elegante”. Molto, molto più commovente.

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La scheda del libro

Prendere per mano i lettori, invitarli in casa, guardare assieme le foto dell’infanzia, raccontare la parte più inconfessabile di sé e della propria famiglia. Roberto Alajmo, nella sua opera più necessaria e personale, ha trasformato un materiale intimo e doloroso nel romanzo di una vita.
Luglio 1978: lo scrittore è uno studente in attesa degli orali dell’esame di maturità, studia con i compagni a Mondello, vicino Palermo, e a fine giornata esce insieme a loro per riposarsi, rifiatare, mangiare un gelato. Una passeggiata di trenta metri e lì, seduta sul marciapiede, trova la madre. Lei lo guarda riparandosi dal sole con la mano. «Mamma, che ci fai qui?».
È l’ultimo incontro tra Elena e suo figlio Roberto, il momento da cui scaturisce questo libro, l’investigazione familiare di uno scrittore su un evento che ha segnato la sua giovinezza e la sua maturità: l’esistenza intera.
È la storia di un addio di cui il ragazzo non aveva avuto sentore, la ricerca di un senso per il commiato improvviso di una madre dal marito, dai figli, dalla vita stessa. Il ritratto di una donna che voleva afferrare il mondo, e il mondo le scappava dalle dita. Un dramma di disagio domestico come forse se ne consumavano tanti, in quegli anni, nel chiuso segreto degli appartamenti della borghesia italiana. È un racconto di grande originalità letteraria, attraversato da una suspense che a tratti toglie il respiro, da un’emozione attenta a trasformarsi in pensiero e parola, da un umorismo necessario ed elegante.
Mai il lettore ha la sensazione di spiare dal buco della serratura il dolore altrui. E questo accade nonostante l’autore accompagni il testo con le foto di una famiglia come le altre, almeno all’apparenza. Alajmo condivide la sua indagine con noi, ci esorta ad appropriarci del suo passato, ad affrontare con lui il mistero del susseguirsi delle generazioni umane. «Statemi a sentire», sembra dirci. E non c’è altro che possiamo fare.

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Roberto Alajmo, giornalista e scrittore, dal 2013 dirige il Teatro Biondo di Palermo. Tra i suoi libri: Notizia del disastro (2001), Cuore di madre (2003), Nuovo repertorio dei pazzi della città di Palermo (2004), È stato il figlio (2005), da cui è stato tratto nel 2012 l’omonimo film diretto da Daniele Ciprì, Palermo è una cipolla (2005), L’arte di annacarsi (2010).

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