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MAGELLANO di Gianluca Barbera (recensione)

maggio 17, 2018

MAGELLANO di Gianluca Barbera (Castelvecchi) – recensione

[da oggi disponibile in libreria]

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di Gianni Bonina

Dopo la supposizione tentata da Anassimandro, a provare finalmente la teoria eliocentrica che proprio negli stessi anni Copernico stava elaborando fu agli inizi del Cinquecento il portoghese Ferdinando Magellano, oggi  ricordato maggiormente come l’espoloratore al cui nome è legato lo Stretto, sopra la Terra del Fuoco, noto come il varco che navigando verso occidente portava alle Indie. Ma Magellano non concluse l’intera circumnavigazione del globo perché fu ucciso da tribù selvagge in un’arcipelago del Pacifico che non restituirono nemmeno il corpo. Fu il suo successore al comando del naviglio, lo spagnolo Juan Sebastian Elcano, a completare la storica e rivoluzionaria missione voluta dal Re di Spagna in rivalità con quello del Portogallo, impegnati entrambi nella spartizione del mondo extraeuropeo.
Magellano convinse, da straniero e da nemico, il sovrano madrileno ad armare una flotta di cinque navi promettendogli una via più veloce per raggiungere le Molucche e i suoi preziosi mercati facilmente assoggettabili anche alla fede cattolica, ma non immaginò l’enorme vastità dell’oceano “ignotum”, chiamato “Mar del Sur” e creduto più piccolo dell’Atlantico, che lui ribattezzò “Pacifico” per la sua placida solennità. La scoperta del passaggio a sud-ovest non servì agli interessi delle potenze europee e si rivelò infruttuosa, ma aprì la via a conoscenze che avrebbero aperto gli occhi all’umanità.
Sul momento quello di Magellano fu visto come un viaggio contro l’ordine del mondo, una violazione della cosmologia stabilita dalla Chiesa e della rappresentazione laica consolidata: pretendere di arrivare alle Indie seguendo la direzione opposta a quella nota e certa significava mettere in dubbio tutte le acquisizioni nonché l’esistenza di Dio e la sua parola depositata nella Bibbia dove il mondo non poteva che essere piatto e certamente non doveva girare né essere sospeso nello spazio. Gli uomini che salparono dal Guadalquivir di Siviglia, per giunta con gli auspici e i soldi del re più cattolico d’Europa, erano destinati, facendo quella rotta, a precipitare nel nulla quando il terracqueo fosse improvvisamente finito. Senonché nella coscienza anche spagnola si era fatta intanto strada l’idea, da poco suggerita da Colombo, che così come non c’erano leoni oltre le colonne d’Ercole bensì fioriva oltreoceano un mondo nuovo e ricco, proseguendo ancora avanti non si poteva, nella supposizione di un globo non diretto verso una cascata, che tornare al punto di partenza e prima ancora alle favolose Molucche dei chiodi di garofano e delle spezie aromatiche, dell’oro e degli uccelli piumati.
Si trattava di trovare un punto lungo le terre emerse che consentisse il passaggio e il proseguimento della navigazione. Il problema era trovarlo, cosa che riuscì a Magellano in forza forse di un’appropriazione indebita di carte geografiche in possesso della corona portoghese nelle quali il varco era indicato a sud del Brasile.
Quello che in apparenza era dunque giudicato un atto di violazione dell’ordine cosmico, una sfida al cielo e alla ragione, poteva anche essere visto come un intervento volto proprio alla sua ricomposizione, accertandone la realtà in nome della scienza e in una logica di spirito classico entro il quale l’ideale greco-romano dell’armonia e della perfezione della natura trovava riscontro a coronamento del modello umanistico-rinascimentale e del pensiero scientifico nascente. Magellano si trovò in mezzo tra l’uomo e Dio interpretando la sua stagione, sospesa tra una concezione aristotelica minata alle sua fondamenta e una visione che affidava il libro della natura nelle mani degli scienziati e dei tecnici, da un lato fissandola in un’opera di ecumenismo religioso (progetto che mitigava la contrarietà delle sfere ecclesiastiche), pur destinato a farsi vieto imperialismo, e da un altro votandola a un rivolgimento del rapporto uomo-mondo, meglio ancora storia-geografia.
Lungo questa prospettiva si è attestato oggi un autore, Gianluca Barbera, senese, editore, che della storia e della geografia ha fatto la propria cifra letteraria: la storia come recupero di res gestae e di figure che l’hanno fatta (già pensa infatti di doversi occupare di Marco Polo e Casanova), la geografia come odeporica ed esplorazione non tanto e non solo di mondi, orizzonti e terre, preferibilmente ignote, ma anche e soprattutto di corpi celesti, congiunzioni astronomiche, in una parola cosmogonie. Nel suo quarto libro, Magellano (Castelvecchi), che molto da vicino richiama il primo, Finis mundi, appunto per il rapporto tra cielo e terra che tiene stretto, convergono anche il romanzo e il saggio biografico, il primo inteso a evocare suggestioni di tipo salgariano – e vagamente conradiano –, il secondo diretto a definire un carattere, quello di Magellano, dentro il suo tempo e il suo contesto: un carattere dalla personalità indomita che, sotto lo sguardo di Barbera, fatica a diventare un protagonista per il quale il lettore possa sentirsi di parteggiare.
Barbera ne ha ricostruito la spedizione del 1519 servendosi della “Relazione del primo viaggio intorno al mondo” (titolo ovviamente dato al termine del viaggio stesso) del vicentino Antonio Pigafetta, una sorta di diario di bordo tenuto non dal comandante ma da un geografo ed etnologo interessato a unirsi a Magellano per scoprire e documentare dei popoli i costumi e del creato la fauna e la flora sconosciute in Europa. Il suo diario divenne anche un rapporto a futura memoria delle vicende a bordo dell’ammiraglia e delle altre unità, dei contrasti insorti tra Magellano e i comandanti spagnoli insediati dal re, delle incertezze che ghermirono il comandante generale di fronte alla difficoltà di trovare il passaggio e ai patimenti nell’attraversare il Pacifico, degli ammutinamenti e degli omicidi commessi, nonché delle stragi e della morte che Magellano infine trovò. Un rapporto che possiamo leggere oggi come un atto di delazione che in qualche modo mina sia la figura di Magellano che la gloria della spedizione, ottica proprio nella quale lo ha letto Barbera.
Il quale lascia il documento e imprende il romanzo immaginando che a scrivere il libro, una relazione parallela del viaggio, sia – molti anni dopo il ritorno – il comandante generale Juan Sebastian Elcano, che diventa Del Cano, come compare in talune trascrizioni, mosso dalla colpa di avere più volte tradito Magellano. In realtà il vero Elcano muore in un naufragio che avviene sei anni dopo proprio nello Stretto di Magellano ma in Barbera Del Cano vive fino a tarda età perché i suoi rimorsi possano macerarlo e indurlo a rendere confessione al re riscrivendo le intere fasi del viaggio.
Nel romanzo i due relatori-delatori, Pigafetta e Del Cano, sono amici e si aiutano a vicenda, figurando entrambi tra i pochi superstiti che riescono a tornare a casa. E probabilmente in qualche modo amici lo furono davvero il vicentino e Elcano, visto che nella relazione del primo non c’è traccia dei meriti che l’altro si attribuì circa la scoperta del passaggio non riconoscendoli a Magellano e lucrandone onori e ricchezze. La storia però ha fatto giustizia sicché lo Stretto porta oggi il nome del navigatore portoghese e non dello spagnolo.
Unendo Del Cano e Pigafetta in un legame di amicizia e di intesa, Barbera li ha resi i veri protagonisti portando il lettore a vivere le tante vicissitudini sulla taccia dei sentimenti e delle emozioni riportate dal primo e mutuate dal secondo. In questo modo Magellano recede in una posizione non di secondo piano ma più in ombra, con il bello effetto di circonfondersi in un alone di mistero e mostrarsi sul pavese della Trinidad assorto nei suoi pensieri, lo sguardo a scrutare l’orizzonte, la posa impenetrabile, così come dovevano in realtà vederlo non solo Del Cano e Pigafetta ma l’intero equipaggio della flotta. Nell’ergersi al di sopra di tutti, nello scostarsi da tutti, Magellano appare nella sua indeterminatezza, indefinito nelle azioni che decide, nelle decisioni che prende, nelle riflessioni che matura, nelle stesse ragioni che lo spingono, sebbene noto per la sua prudenza e il calcolo, ad assalire personalmente una tribù ribelle sottovalutandone il rischio. Molte volte le sue disposizioni sono filtrate nel romanzo dall’interpretazione che ne ricava Del Cano, i cui rapporti con il comandante generale si fanno sempre più ambigui e contorti, a fondamento dei voltafaccia che Del Cano inscena più per codardia che per avversione.
Romanzo psicologico fino alla psicomachia, Magellano di Barbera rimane un libro di avventura dove la geografia e il piacere della scoperta, dell’esplorazione e del mistero fanno premio sui documenti della storia. Al cui dato l’autore si mantiene tuttavia aderente, ma senza che questo senso di fedeltà gli trattenga la mano dallo spogliare Pigafetta della sua veste scientista e notariale, così da trasfondere il certo storico nel verosimile invenzionale e fare un misto manzoniano nel quale il dramma si può trascolorare anche in commedia e il romanzo riuscire a rappresentare il mondo in un tempo, quello attuale, in cui la letteratura ne restringe – e forse richiude – gli spazi di immaginazione entro salotti e cortili, sfere circoscritte e anguste. Qui invece, con salutare beneficio, si respirano orizzonti interminabili, grandi varietà ed enormi superfici in un senso di infinito che sa di remoto e di perduto.
Un caloroso benvenuto dunque al genere avventuroso, da intendere come un bentornato ai fasti indimenticati e rimpianti di Salgari, Stevenson, Verne, Defoe e di tutta quella élite di scrittori cjhe hanno cullato ed educato le migliori generazioni. Forse è questo il merito principale di Barbera: averci restituito alle nostre patrie sentimentali.

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La scheda del libro
Anno 1519. Da Siviglia salpano cinque caracche sotto il comando di Ferdinando Magellano. Il viaggio durerà tre anni. Magellano dovrà affrontare ammutinamenti, tempeste, il gelo polare, malattie e scontri con feroci tribù, alla ricerca di un passaggio che attraverso il Sudamerica lo conduca in Oriente, verso la meta finale: le favolose Isole delle Spezie. Ma gli eventi prenderanno una piega imprevista. Magellano è il racconto della prima circumnavigazione del globo, narrato dalla voce di Juan Sebastián del Cano, tra i pochi a fare ritorno in patria a bordo dell’unico veliero superstite, il quale si attribuirà il merito dell’impresa infangando la memoria di Magellano, rimasto ucciso nell’oscura isola di Mactan (nelle Filippine) in circostanze drammatiche. Un viaggio non solo fisico ma anche dell’anima, scritto in una lingua che sembra farsi più primitiva a mano a mano che la spedizione procede verso terre sempre più ignote e selvagge.

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Gianluca Barbera lavora in ambito editoriale. Tra le sue pubblicazioni, il romanzo La truffa come una delle belle arti (2016, finalista Premio Neri Pozza, finalista Premio Chianti, finalista Premio Città di Como) e il saggio Idee viventi. Il pensiero filosofico in Italia oggi (2017). Collabora con le pagine culturali de «il Giornale» e con la rivista online «Pangea».

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