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Posts Tagged ‘gianni bonina’

UN CUORE PER LA SIGNORA CHIMENTO di Gianni Bonina (recensione)

“Un cuore per la signora Chimento” di Gianni Bonina (Marlin editore)

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di Alfio Siracusano

I libri seriali, con personaggi fissi e ambienti predefiniti, non importa quanto reali, obbligano sempre a un certo tipo di lettura, che non può non essere per categorie. E intendo dire che c’è sempre, in essi, una rappresentazione del mondo per come lo si ricostruisce dentro confini necessariamente “esemplari”. Dove il termine esemplari sta per paradigmatici, cioè sintesi assai più che geografica di un’idea della gente e della storia che vi si vive e giorno dopo giorno vi si costruisce.
In questo libro di Gianni Bonina, terzo della serie di Natale Banco, il giornalista che conduce le sue inchieste in lotta coi poteri forti, i confini “esemplari” si chiamano Catania per un verso e per l’altro le categorie dentro cui si inscrivono le vicende narrate dall’autore. Che sono poi quelle dei due primi romanzi: il bene e il male, l’etica del giornalismo e il tradimento di quest’etica, il cinismo dei potenti e la deriva dei deboli fatti diventare strumento di illeciti arricchimenti, le miserie morali di uomini e donne che prostituiscono la loro dignità e, di contro, il senso morale di chi non deflette mai da un rigore comportamentale che nulla scalfisce. E infine, sfondo nello sfondo, la presenza opprimente della mafia, parca occulta che gestisce i fili del destino di tutti. Insomma, com’è nelle sue corde ed è anche nella cifra della sua biografia, Bonina fornisce al lettore una visione del mondo semplificata, che può a volte sembrare manichea, ma corrisponde a ciò che la vita ci mette sotto gli occhi giorno dopo giorno. E che va dai piccoli eventi di paese ai grandi accadimenti della storia. Di ieri come di oggi. Sempre che quel che “è” si voglia vederlo, giudicarlo e poi decidere se subirlo o opporglisi. Leggi tutto…

AMMATULA di Gianni Bonina (recensione)

AMMATULA di Gianni Bonina (Castelvecchi): recensione del libro e nota dell’autore

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Il magma di colla nel romanzo sulla mafia di Gianni Bonina

“La voce pubblica… Ma che cos’è la voce pubblica? Una voce nell’aria, una voce nell’aria: e porta la calunnia, la diffamazione, la vendetta vile… E poi: che cos’è la mafia?… Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessuno lo sa… Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire…”.

Leonardo Sciascia, da Il giorno della civetta (Einaudi 1961)

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di Alessandro Moscè

La sonda letteraria equivale alle morsure du réel: una cartina di tornasole ineguagliabile, che conduce verso la scoperta della verità, che afferra il “pensiero forte” illuminato da una conoscenza indicativa, ineccepibile, specie se collocata geograficamente, in uno specifico luogo.
Dopo Fatti di mafia (Theoria 2018), in cui erano riuniti più di trenta racconti, Gianni Bonina, giornalista, scrittore, autore teatrale (vive a Catania), nel suo ultimo romanzo Ammatula (Castelvecchi 2019) si occupa ancora di malavita, connivenza, sopraffazione, crimini. Proseguendo una tradizione mobilitata dall’impegno civile di Leonardo Sciascia, colloca la parabola narrativa nella sua terra violentata dal sangue degli innocenti. L’omertà, la distanza tra i cittadini e lo Stato, la convinzione che la famiglia e l’amicizia debbano essere concepite in senso tribale (peraltro con assoluta naturalezza), denudano la prassi mafiosa sull’esempio del noto Il giorno della civetta di Sciascia (“come la civetta di giorno compare”, affermazione che fa da motivo ispiratore), caposaldo di questo genere di libri implicitamente di denuncia. Leggi tutto…

FATTI DI MAFIA di Gianni Bonina (recensione)

imageFATTI DI MAFIA di Gianni Bonina (Edizioni Theoria)

di Patrizia Danzè

Il romanzo, si sa, è il genere letterario che più di ogni altro mette in crisi e i racconti di Gianni Bonina che si costituiscono in forma di romanzo, come l’autore avverte nella premessa, squadernano sin dal racconto incipitario una materia che se sul piano della realtà, sul piano umano ed emotivo, è di difficile e forte impatto, sul piano narrativo si dimostra vincente. Perché attraversando i trentasei racconti che in Fatti di mafia (Edizioni Theoria, pp. 208, euro 16), un titolo-manifesto che è già una sfida, si dispongono in fabula, si viene risucchiati in un labirinto oscuro che tuttavia si vuole percorrere, sapendo che il piacere della lettura deve affrontare il dolore imbarazzante della finzione/realtà. Un viaggio narrativo nel sistema della mafia degli anni Ottanta in un paese siciliano, Addaro, «inesistente che però non è di fantasia, come lo sono tutte le figure che lo popolano», un campo chiuso di forze, dove la mafia non è soltanto la piovra capace di avvolgere nei suoi tentacoli territorio ed economia, o di sostituirsi allo Stato dove lo Stato è lontano o viene visto come tale, ma è la peste che riesce a diffondersi e far coincidere cultura, comunità, famiglia, individui, abitudini, costumi, comportamenti quotidiani, con la propria potenza pervasiva e con il proprio codice linguistico (lo stesso rigorosamente spalmato da Bonina in tutto il suo romanzo della mafia). Una mafia pronta a fare il salto di “qualità” per una sua prossima, futura globalizzazione. Leggi tutto…

LA LEGGERENZA DEI CLASSICI (curata da Gianni Bonina)

imageOgni domenica su LetteratitudineBlog una nuova rubrica dedicata ai classici della letteratura curata da Gianni Bonina

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di Massimo Maugeri

In questi anni Letteratitudine ha sempre cercato di dare spazio ai classici della letteratura, in varie forme e modalità, perché i classici riescono a parlare agli uomini di ogni tempo e perché a ogni ri-lettura possono fornire spunti di riflessioni sempre nuovi. Sono dunque molto lieto di ospitare una nuova rubrica dedicata ai classici affidata alla abile cura dello scrittore, giornalista e critico letterario Gianni Bonina (già, tra le altre cose, direttore della mitica rivista Stilos, e curatore – per Letteratitudine – di “Rubempré: elementi per un corso di scrittura e di lettura“). Questa nuova rubrica, che sarà pubblicata ogni domenica mattina, ha un titolo molto particolare e suggestivo: “Leggerenza“. Leggi tutto…

ANNO DI DISGRAZIA 1993 di Gianni Bonina (recensione)

Bonina, Anno di disgrazia 1993, Lombardi editore 2018

di Alfio Siracusano

C’è sempre qualcosa di marcio in ogni Danimarca, e la vita sociale, se traslata in politica, non può sottrarsi al destino di diventare autobiografia di una nazione, come del fascismo disse Piero Gobetti. Così fu dell’Italia, quasi sempre verrebbe da dire. Più, in particolare, per quest’ultima del Secondo dopoguerra, che culminò nella dissoluzione di tutte le sue impalcature. Bonina dice, in questo libro che colpisce come un pugno allo stomaco (Anno di disgrazia 1993, Lombardi editore, 2018), che questo culmine si ebbe, almeno visivamente, nel 1993, e che il fatto assunse proprio le valenze di una disgrazia, atteso quello che avvenne poi. E che avviene ancora oggi. Che molti temevano, pochi immaginavano, quasi nessuno ammetteva potesse verificarsi. Leggi tutto…

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (recensione)

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (La nave di Teseo)

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di Gianni Bonina

Sciascia vedeva la giustizia come un “ingranaggio”: cadendoci si finisce dentro meccanismi di difficile regolazione. Un caso kafkiano, pressoché ignorato dalla stampa italiana, si sta avendo alla Corte d’assise di Palermo dove dall’anno scorso viene celebrato il processo a un eritreo ritenuto il re della tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, capitale del Sudan. Si tratta di Medhanie Yehdego Mered, chiamato “il Generale”. A lui viene anche imputata la morte di 368 eritrei naufragati in acque italiane il 3 ottobre 2013 e di altre centinaia di migranti fatti imbarcare su barche destinate a colare a picco.
Ma dopo l’arresto “Il Guardian” di Londra diede notizia che la persona arrestata non era lo smuggler al quale le polizie europee stavano dando la caccia, trattandosi di un pastore eritreo identificato in Medhanie Tesfamariam Berhe, fuggito in Sudan per sottrarsi al servizio militare e non rischiare di morire nella guerra contro l’Etiopia. A dare la notizia uscita sul quotidiano inglese fu un giornalista palermitano, Lorenzo Tondo, lo stesso che per primo aveva reso noto sullo stesso giornale l’arresto del famigerato Mered, grazie ai rapporti pressoché di amicizia con il sostituto procuratore Calogero Ferrara, che dopo l’ecatombe di vite umane di tre anni prima, rispondendo anche a un impulso del governo, aveva dato vita a un pool di polizie europee da concentrare nella caccia al signore miliardario che controllava l’esodo dall’Africa in Europa, applicando nelle indagini gli stessi metodi da lui stesso adottati nella lotta alla mafia: intercettazioni telefoniche, ricerca di soffiate, adozione di un profilo del racket mutuato da quello verticistico di Cosa nostra. L’arresto di Mered fu annunciato con molta enfasi dalla magistratura italiana più celebrata e ammirata d’Italia, quella dove avevano militato Borsellino e Falcone, per modo che la scoperta che l’arrestato non era Mered avrebbe significato una solenne sconfessione. Leggi tutto…

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (recensione)

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (Melville)

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di Gianni Bonina

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta. Leggi tutto…

QUANT’È VERO DIO di Sergio Givone (recensione)

QUANT’È VERO DIO. Perché non possiamo fare a meno della religione” di Sergio Givone (Solferino)

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di Gianni Bonina

Dall’indomani dell’ultima guerra mondiale ad oggi si è assistito a un progressivo rovesciamento dell’approccio mostrato alla religione da parte degli intellettuali e delle masse popolari: i primi, che pure avevano riconosciuto al trascendente una funzione necessaria al perseguimento del bene comune, hanno finito per ritenerla non più che una “agenzia morale” e una esperienza esclusivamente privata; i secondi, aperti a un futuro ottimistico dopo gli orrori della guerra e pronti a vagheggiare vantaggi concreti al posto di promesse consolatorie, ne hanno invece riscoperto lo spirito irenico e soterico fino ad assumere le forme più variegate di misticismo.
Questo processo ha riguardato unicamente l’Occidente e dunque il cristianesimo, che dato per storicizzato dalle ideologie materialistiche quali il marxismo e il neo-illuminismo insieme con ogni altra confessione di fede (il “Dio è morto nicciano” come annuncio a ogni divinità monoteista e politeista) si è invece rigenerato al disinganno di quelle ideologie ed oggi scopre che la stessa scienza – la fisica quantistica in particolare, alle prese con le incognite del caso e della probabilità – si interroga al suo cospetto su temi che riguardano la metafisica. La ricerca della verità è tornata perciò di competenza anche della religione, sicché la domanda di oggi non è più cosa legittimi la fede, tanto per assegnarle un ruolo comunque subalterno, ma cosa la fede legittimi. E quel che essa legittima è per Sergio Givone (autore del libro uscito da Solferino Quant’è vero Dio) addirittura il divenire politico, manovra che le permette di riconquistare la sua piena centralità nella vita degli uomini e nelle loro attività. Leggi tutto…

ORA DIMMI DI TE di Andrea Camilleri (recensione)

ORA DIMMI DI TE. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

di Gianni Bonina

Matilda è la pronipote di Andrea Camilleri. Quando l’anno scorso l’autore pensò di raccontarle la propria vita, lei aveva quattro anni, per cui si suppone che – nelle intenzioni dell’autore – debba leggere la lettera a lei diretta (divenuta un libro Bompiani, Ora dimmi di te, concepito anzi come tale) almeno fra mezza dozzina di anni, quando potrà davvero capire cosa è stato il fascismo, cosa il comunismo, l’Italia del nostro tempo e la vita stessa nella visione che il bisnonno le ha rappresentato.
Ad ogni modo, anche quando avrà una decina di anni, Matilda si farà l’idea di un mondo essenzialmente violento e sbagliato, ma soprattutto vedrà nel suo celebre antenato, longevo e amorevole, non esattamente un buon esempio da seguire: avrà davvero il piccolo Andrea letto a sei anni Simenon e Conrad (sviluppando ben precocemente un torbido rapporto con i morti ammazzati e maturando con strepitosa arguzia la filosofia della linea d’ombra), ma certamente è stato alquanto discolo se scoloriva la pagella per ingannare i genitori, scriveva a dieci anni al Duce per chiedere di partire volontario in Abissinia, si prendeva un calcio dal ministro Pavolini per aver interrotto una cerimonia pubblica e chiesto la rimozione della bandiera nazista, marinava anche per tre mesi la scuola per andare a leggere romanzi alla Valle dei templi, capeggiava una banda di monelli contro un’altra, lanciava uova contro il Crocifisso per lasciare il collegio, si faceva espellere dall’Accademia per aver fatto l’amore con una allieva, perdeva il posto in Rai per essersi fatto conoscere come comunista “violento e pericoloso” e chiedeva una pistola in un bar per rispondere al fuoco dei killer autori di un raid mafioso.
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EDIPO A COLONO e ERACLE a Siracusa

La follia e la supplica, l’esercizio del potere e della sua perdita: temi delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle

[Nell’immagine: Jean-Antoine Giroust, Edipo a Colono, 1788]

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di Gianni Bonina

Le tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle, sono state ricondotte sotto il segno dell’esercizio del potere e della sua perdita, un fil rouge che però si intravede appena al fianco di altri temi di collegamento ben più evidenti, due soprattutto: la follia e la supplica. Ma forse la pietra maggiore di paragone è data dall’antifrastico rapporto con la divinità, giacché nella tragedia sofoclea assistiamo a un “indiamento” (Edipo che si trasfigura e assurge in cielo: come un Cristo di quattrocento anni prima) e in quella euripidea a un “disindiamento”, la presa di distanza di Eracle e Teseo, eroi e semidei, dall’Olimpo e in particolare da Zeus e dalla moglie Era. In Sofocle l’identificazione con il dio è risospinta fino alla trascendenza umana, ben più oltre dell’assoggettamento eschileo, mentre in Euripide l’atto di accusa al cielo assume il carattere di un disconoscimento del soprannaturale che presagisce uno stato di ragione.
Cosicché della metafora del potere che si è voluto vedere nelle due tragedie (elemento che dopotutto connota pressoché ogni dramma classico, interpretando il teatro greco il doppio ruolo di rituale politico e religioso) abbiamo in Edipo a Colono la caduta di Edipo, che però già da molti anni ha perso il trono di Tebe e girovaga esule ed esiliato, e lo scontro tra Teseo e Creonte, due sovrani che però non vengono a diverbio nelle prerogative di sovrani in guerra tra loro ma di alfieri di princìpi etici che riguardano la xenia, il trattamento ospitale dei profughi, come fra poco vedremo, mentre in Eracle la tracotanza di re Lico («Rivolgo una domanda se mi è lecito: e lecito mi è perché sono vostro padrone») e la sua brutale uccisione sono parte di una dinamica statolatrica alla quale è estraneo l’apparato regale mentre prevale l’animo umano e individuale. Leggi tutto…

MAGELLANO di Gianluca Barbera (recensione)

MAGELLANO di Gianluca Barbera (Castelvecchi) – recensione

[da oggi disponibile in libreria]

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di Gianni Bonina

Dopo la supposizione tentata da Anassimandro, a provare finalmente la teoria eliocentrica che proprio negli stessi anni Copernico stava elaborando fu agli inizi del Cinquecento il portoghese Ferdinando Magellano, oggi  ricordato maggiormente come l’espoloratore al cui nome è legato lo Stretto, sopra la Terra del Fuoco, noto come il varco che navigando verso occidente portava alle Indie. Ma Magellano non concluse l’intera circumnavigazione del globo perché fu ucciso da tribù selvagge in un’arcipelago del Pacifico che non restituirono nemmeno il corpo. Fu il suo successore al comando del naviglio, lo spagnolo Juan Sebastian Elcano, a completare la storica e rivoluzionaria missione voluta dal Re di Spagna in rivalità con quello del Portogallo, impegnati entrambi nella spartizione del mondo extraeuropeo.
Magellano convinse, da straniero e da nemico, il sovrano madrileno ad armare una flotta di cinque navi promettendogli una via più veloce per raggiungere le Molucche e i suoi preziosi mercati facilmente assoggettabili anche alla fede cattolica, ma non immaginò l’enorme vastità dell’oceano “ignotum”, chiamato “Mar del Sur” e creduto più piccolo dell’Atlantico, che lui ribattezzò “Pacifico” per la sua placida solennità. La scoperta del passaggio a sud-ovest non servì agli interessi delle potenze europee e si rivelò infruttuosa, ma aprì la via a conoscenze che avrebbero aperto gli occhi all’umanità.
Sul momento quello di Magellano fu visto come un viaggio contro l’ordine del mondo, una violazione della cosmologia stabilita dalla Chiesa e della rappresentazione laica consolidata: pretendere di arrivare alle Indie seguendo la direzione opposta a quella nota e certa significava mettere in dubbio tutte le acquisizioni nonché l’esistenza di Dio e la sua parola depositata nella Bibbia dove il mondo non poteva che essere piatto e certamente non doveva girare né essere sospeso nello spazio. Gli uomini che salparono dal Guadalquivir di Siviglia, per giunta con gli auspici e i soldi del re più cattolico d’Europa, erano destinati, facendo quella rotta, a precipitare nel nulla quando il terracqueo fosse improvvisamente finito. Senonché nella coscienza anche spagnola si era fatta intanto strada l’idea, da poco suggerita da Colombo, che così come non c’erano leoni oltre le colonne d’Ercole bensì fioriva oltreoceano un mondo nuovo e ricco, proseguendo ancora avanti non si poteva, nella supposizione di un globo non diretto verso una cascata, che tornare al punto di partenza e prima ancora alle favolose Molucche dei chiodi di garofano e delle spezie aromatiche, dell’oro e degli uccelli piumati. Leggi tutto…

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957. Leggi tutto…

Gianni Bonina

Gianni Bonina, giornalista e scrittore, vive a Catania. Ha pubblicato romanzi e saggi. Per oltre venti anni a La Sicilia come capo delle redazioni decentrate di Siracusa e Ragusa, ha fondato e diretto Stilos. Oggi scrive su la Repubblica-Palermo e Reset.it. Cura un blog all’indirizzo giannibonina.blogspot.it

Su LetteratitudineBlog ha pubblicato la rubrica RUBEMPRÉ: elementi per un corso di scrittura e di lettura ed è in corso la rubrica dedicata ai classici della letteratura intitolata LEGGERENZA: i grandi libri da riaprire.

Gli articoli di Gianni Bonina pubblicati su LetteratitudineNews sono disponibili qui.

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Altre informazioni biografiche sono disponibili qui.

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

di Massimo Maugeri

Avevo avuto il piacere di incontrare Gianni Bonina anche in occasione dell’uscita del primo romanzo della serie di Natale Banco, intitolato “Cronaca di Catania“, oggi riproposto dalla casa editrice Mesogea insieme al nuovo libro: “Morte a debito“.

Natale Banco è un giornalista – redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» – dalle caratteristiche piuttosto spiccate. Tra le altre cose, come ci aveva raccontato lo stesso Bonina nella precedente intervista, “Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro“.

Torno a a dialogare con Gianni sulle vicende di Natale Banco che sono sfociate, appunto, nella pubblicazione di questo nuovo romanzo, dove il protagonista si trova a dover indagare sulla morte di un collega e sulle vicende – tutt’altro che limpide – che interessano il settore lattiero-caseario.

-Caro Gianni, partiamo dal titolo di questo tuo nuovo romanzo: “Morte a debito”. Il titolo rievoca il celebre “Morte a credito” di celiniana memoria…
Il riferimento a Céline è esplicito, ma me ne sono servito per fare della morte non l’unico credito certo che abbia l’uomo quanto il debito, morale e legale, che pesa in nome collettivo su una cerchia di uomini nei confronti di chi finisca nel vortice dei loro interessi tralignati, com’è nel caso di un personaggio, presidente di una cooperativa lattiero-casearia onesto e perciò prima infamato e poi ucciso.

– Veniamo al protagonista del romanzo: Natale Banco. Come si è evoluto il personaggio, ammesso che ci siano stati cambiamenti rispetto al primo libro della serie (“Cronaca di Catania”)?
Forse ha inasprito il suo mal-aimé, forse è diventato più cupo. Ma ha ritrovato se non l’affetto certamente l’attenzione del figlio Marco ed è premurosamente accudito, quasi coccolato, dalla ex barbona Rosa Bartolotta. Non vedo grandi cambiamenti nella sfera di Banco, che continua a condurre una vita difficile nel giornale in cui lavora ma che può comunque contare sull’amicizia di colleghi come Mario Prazzi. Forse nel prosieguo della serie Banco cambierà alquanto perché conoscerà una donna della quale si innamorerà, ma non vorrei fare spoiler sulla sua vita.

– Cosa puoi dirci sul (già accennato) rapporto tra Natale Banco e suo figlio Marco che, dalla lettura del primo romanzo, sappiamo essere piuttosto problematico?

Rimane problematico, ma in questo secondo episodio si stempera alquanto per poi tornare ad essere di contrapposizione. Marco è un ragazzo di oggi, fragile, introverso, cerebrale, spinto a disconoscere la famiglia per la ragione che probabilmente, come succede in questi casi, la sente troppo e la vorrebbe diversa. Lui in sostanza la rimpiange, perché non ha più la madre. Ma ha trovato Rosa che vede come una nonna e alla quale è attaccatissimo, contando sulla sua presenza per immaginarsi la famiglia che non ha.

– Approfondiamo un po’ di più la conoscenza di Rosa… ex barbona che Banco ospita da tre mesi in casa sua. Il fatto in sé mette in luce l’aspetto della generosità della natura di Banco. Cosa puoi dirci da questo punto di vista? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?». Leggi tutto…