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Posts Tagged ‘gianni bonina’

EDIPO A COLONO e ERACLE a Siracusa

La follia e la supplica, l’esercizio del potere e della sua perdita: temi delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle

[Nell’immagine: Jean-Antoine Giroust, Edipo a Colono, 1788]

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di Gianni Bonina

Le tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle, sono state ricondotte sotto il segno dell’esercizio del potere e della sua perdita, un fil rouge che però si intravede appena al fianco di altri temi di collegamento ben più evidenti, due soprattutto: la follia e la supplica. Ma forse la pietra maggiore di paragone è data dall’antifrastico rapporto con la divinità, giacché nella tragedia sofoclea assistiamo a un “indiamento” (Edipo che si trasfigura e assurge in cielo: come un Cristo di quattrocento anni prima) e in quella euripidea a un “disindiamento”, la presa di distanza di Eracle e Teseo, eroi e semidei, dall’Olimpo e in particolare da Zeus e dalla moglie Era. In Sofocle l’identificazione con il dio è risospinta fino alla trascendenza umana, ben più oltre dell’assoggettamento eschileo, mentre in Euripide l’atto di accusa al cielo assume il carattere di un disconoscimento del soprannaturale che presagisce uno stato di ragione.
Cosicché della metafora del potere che si è voluto vedere nelle due tragedie (elemento che dopotutto connota pressoché ogni dramma classico, interpretando il teatro greco il doppio ruolo di rituale politico e religioso) abbiamo in Edipo a Colono la caduta di Edipo, che però già da molti anni ha perso il trono di Tebe e girovaga esule ed esiliato, e lo scontro tra Teseo e Creonte, due sovrani che però non vengono a diverbio nelle prerogative di sovrani in guerra tra loro ma di alfieri di princìpi etici che riguardano la xenia, il trattamento ospitale dei profughi, come fra poco vedremo, mentre in Eracle la tracotanza di re Lico («Rivolgo una domanda se mi è lecito: e lecito mi è perché sono vostro padrone») e la sua brutale uccisione sono parte di una dinamica statolatrica alla quale è estraneo l’apparato regale mentre prevale l’animo umano e individuale. Leggi tutto…

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MAGELLANO di Gianluca Barbera (recensione)

MAGELLANO di Gianluca Barbera (Castelvecchi) – recensione

[da oggi disponibile in libreria]

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di Gianni Bonina

Dopo la supposizione tentata da Anassimandro, a provare finalmente la teoria eliocentrica che proprio negli stessi anni Copernico stava elaborando fu agli inizi del Cinquecento il portoghese Ferdinando Magellano, oggi  ricordato maggiormente come l’espoloratore al cui nome è legato lo Stretto, sopra la Terra del Fuoco, noto come il varco che navigando verso occidente portava alle Indie. Ma Magellano non concluse l’intera circumnavigazione del globo perché fu ucciso da tribù selvagge in un’arcipelago del Pacifico che non restituirono nemmeno il corpo. Fu il suo successore al comando del naviglio, lo spagnolo Juan Sebastian Elcano, a completare la storica e rivoluzionaria missione voluta dal Re di Spagna in rivalità con quello del Portogallo, impegnati entrambi nella spartizione del mondo extraeuropeo.
Magellano convinse, da straniero e da nemico, il sovrano madrileno ad armare una flotta di cinque navi promettendogli una via più veloce per raggiungere le Molucche e i suoi preziosi mercati facilmente assoggettabili anche alla fede cattolica, ma non immaginò l’enorme vastità dell’oceano “ignotum”, chiamato “Mar del Sur” e creduto più piccolo dell’Atlantico, che lui ribattezzò “Pacifico” per la sua placida solennità. La scoperta del passaggio a sud-ovest non servì agli interessi delle potenze europee e si rivelò infruttuosa, ma aprì la via a conoscenze che avrebbero aperto gli occhi all’umanità.
Sul momento quello di Magellano fu visto come un viaggio contro l’ordine del mondo, una violazione della cosmologia stabilita dalla Chiesa e della rappresentazione laica consolidata: pretendere di arrivare alle Indie seguendo la direzione opposta a quella nota e certa significava mettere in dubbio tutte le acquisizioni nonché l’esistenza di Dio e la sua parola depositata nella Bibbia dove il mondo non poteva che essere piatto e certamente non doveva girare né essere sospeso nello spazio. Gli uomini che salparono dal Guadalquivir di Siviglia, per giunta con gli auspici e i soldi del re più cattolico d’Europa, erano destinati, facendo quella rotta, a precipitare nel nulla quando il terracqueo fosse improvvisamente finito. Senonché nella coscienza anche spagnola si era fatta intanto strada l’idea, da poco suggerita da Colombo, che così come non c’erano leoni oltre le colonne d’Ercole bensì fioriva oltreoceano un mondo nuovo e ricco, proseguendo ancora avanti non si poteva, nella supposizione di un globo non diretto verso una cascata, che tornare al punto di partenza e prima ancora alle favolose Molucche dei chiodi di garofano e delle spezie aromatiche, dell’oro e degli uccelli piumati. Leggi tutto…

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957. Leggi tutto…

Gianni Bonina

Gianni Bonina, giornalista e scrittore, vive a Catania. Ha pubblicato romanzi e saggi. Per oltre venti anni a La Sicilia come capo delle redazioni decentrate di Siracusa e Ragusa, ha fondato e diretto Stilos. Oggi scrive su la Repubblica-Palermo e Reset.it. Cura un blog all’indirizzo giannibonina.blogspot.it

Su LetteratitudineBlog cura la rubrica RUBEMPRÉ: elementi per un corso di scrittura e di lettura.

Altre informazioni biografiche sono disponibili qui.

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

di Massimo Maugeri

Avevo avuto il piacere di incontrare Gianni Bonina anche in occasione dell’uscita del primo romanzo della serie di Natale Banco, intitolato “Cronaca di Catania“, oggi riproposto dalla casa editrice Mesogea insieme al nuovo libro: “Morte a debito“.

Natale Banco è un giornalista – redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» – dalle caratteristiche piuttosto spiccate. Tra le altre cose, come ci aveva raccontato lo stesso Bonina nella precedente intervista, “Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro“.

Torno a a dialogare con Gianni sulle vicende di Natale Banco che sono sfociate, appunto, nella pubblicazione di questo nuovo romanzo, dove il protagonista si trova a dover indagare sulla morte di un collega e sulle vicende – tutt’altro che limpide – che interessano il settore lattiero-caseario.

-Caro Gianni, partiamo dal titolo di questo tuo nuovo romanzo: “Morte a debito”. Il titolo rievoca il celebre “Morte a credito” di celiniana memoria…
Il riferimento a Céline è esplicito, ma me ne sono servito per fare della morte non l’unico credito certo che abbia l’uomo quanto il debito, morale e legale, che pesa in nome collettivo su una cerchia di uomini nei confronti di chi finisca nel vortice dei loro interessi tralignati, com’è nel caso di un personaggio, presidente di una cooperativa lattiero-casearia onesto e perciò prima infamato e poi ucciso.

– Veniamo al protagonista del romanzo: Natale Banco. Come si è evoluto il personaggio, ammesso che ci siano stati cambiamenti rispetto al primo libro della serie (“Cronaca di Catania”)?
Forse ha inasprito il suo mal-aimé, forse è diventato più cupo. Ma ha ritrovato se non l’affetto certamente l’attenzione del figlio Marco ed è premurosamente accudito, quasi coccolato, dalla ex barbona Rosa Bartolotta. Non vedo grandi cambiamenti nella sfera di Banco, che continua a condurre una vita difficile nel giornale in cui lavora ma che può comunque contare sull’amicizia di colleghi come Mario Prazzi. Forse nel prosieguo della serie Banco cambierà alquanto perché conoscerà una donna della quale si innamorerà, ma non vorrei fare spoiler sulla sua vita.

– Cosa puoi dirci sul (già accennato) rapporto tra Natale Banco e suo figlio Marco che, dalla lettura del primo romanzo, sappiamo essere piuttosto problematico?

Rimane problematico, ma in questo secondo episodio si stempera alquanto per poi tornare ad essere di contrapposizione. Marco è un ragazzo di oggi, fragile, introverso, cerebrale, spinto a disconoscere la famiglia per la ragione che probabilmente, come succede in questi casi, la sente troppo e la vorrebbe diversa. Lui in sostanza la rimpiange, perché non ha più la madre. Ma ha trovato Rosa che vede come una nonna e alla quale è attaccatissimo, contando sulla sua presenza per immaginarsi la famiglia che non ha.

– Approfondiamo un po’ di più la conoscenza di Rosa… ex barbona che Banco ospita da tre mesi in casa sua. Il fatto in sé mette in luce l’aspetto della generosità della natura di Banco. Cosa puoi dirci da questo punto di vista? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?». Leggi tutto…