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Posts Tagged ‘gianni bonina’

IL TEMPIO DELL’ATTESA di Gianni Bonina (recensione)

“Il tempio dell’attesa” di Gianni Bonina (Bertoni)

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di Alfio Siracusano

È difficile immaginare un tempo più carico di mistero dei primi decenni di quella che si è convenuto di chiamare Era volgare, che si fa cominciare dalla nascita di Gesù Cristo. E la ragione è che da allora mutarono radicalmente le basi, antiche di almeno nove secoli, su cui poggiava la cultura. Che andò disincrostandosi dalle vecchie categorie greco-latine fondate sugli dei dell’Olimpo, e vide irrompere al suo interno il messaggio nuovo venuto dall’oscura vicenda accaduta in Palestina di un predicatore che si definiva figlio di Dio, operava “miracoli” e del quale si diceva addirittura che fosse “risuscitato” dopo la sua condanna a morte. I suoi insegnamenti, che i discepoli si ingegnavano a trasmettere, erano rivoluzionari e parlavano di uguaglianza tra gli uomini, di ultimi che sarebbero diventati primi, di ingiustizie che avrebbero avuto ricompensa nel regno dei cieli e via dicendo. Leggi tutto…

UN CUORE PER LA SIGNORA CHIMENTO di Gianni Bonina (recensione)

“Un cuore per la signora Chimento” di Gianni Bonina (Marlin editore)

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di Alfio Siracusano

I libri seriali, con personaggi fissi e ambienti predefiniti, non importa quanto reali, obbligano sempre a un certo tipo di lettura, che non può non essere per categorie. E intendo dire che c’è sempre, in essi, una rappresentazione del mondo per come lo si ricostruisce dentro confini necessariamente “esemplari”. Dove il termine esemplari sta per paradigmatici, cioè sintesi assai più che geografica di un’idea della gente e della storia che vi si vive e giorno dopo giorno vi si costruisce.
In questo libro di Gianni Bonina, terzo della serie di Natale Banco, il giornalista che conduce le sue inchieste in lotta coi poteri forti, i confini “esemplari” si chiamano Catania per un verso e per l’altro le categorie dentro cui si inscrivono le vicende narrate dall’autore. Che sono poi quelle dei due primi romanzi: il bene e il male, l’etica del giornalismo e il tradimento di quest’etica, il cinismo dei potenti e la deriva dei deboli fatti diventare strumento di illeciti arricchimenti, le miserie morali di uomini e donne che prostituiscono la loro dignità e, di contro, il senso morale di chi non deflette mai da un rigore comportamentale che nulla scalfisce. E infine, sfondo nello sfondo, la presenza opprimente della mafia, parca occulta che gestisce i fili del destino di tutti. Insomma, com’è nelle sue corde ed è anche nella cifra della sua biografia, Bonina fornisce al lettore una visione del mondo semplificata, che può a volte sembrare manichea, ma corrisponde a ciò che la vita ci mette sotto gli occhi giorno dopo giorno. E che va dai piccoli eventi di paese ai grandi accadimenti della storia. Di ieri come di oggi. Sempre che quel che “è” si voglia vederlo, giudicarlo e poi decidere se subirlo o opporglisi. Leggi tutto…

AMMATULA di Gianni Bonina (recensione)

AMMATULA di Gianni Bonina (Castelvecchi): recensione del libro e nota dell’autore

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Il magma di colla nel romanzo sulla mafia di Gianni Bonina

“La voce pubblica… Ma che cos’è la voce pubblica? Una voce nell’aria, una voce nell’aria: e porta la calunnia, la diffamazione, la vendetta vile… E poi: che cos’è la mafia?… Che ci sia ciascun lo dice, dove sia nessuno lo sa… Voce, voce che vaga: e rintrona le teste deboli, lasciatemelo dire…”.

Leonardo Sciascia, da Il giorno della civetta (Einaudi 1961)

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di Alessandro Moscè

La sonda letteraria equivale alle morsure du réel: una cartina di tornasole ineguagliabile, che conduce verso la scoperta della verità, che afferra il “pensiero forte” illuminato da una conoscenza indicativa, ineccepibile, specie se collocata geograficamente, in uno specifico luogo.
Dopo Fatti di mafia (Theoria 2018), in cui erano riuniti più di trenta racconti, Gianni Bonina, giornalista, scrittore, autore teatrale (vive a Catania), nel suo ultimo romanzo Ammatula (Castelvecchi 2019) si occupa ancora di malavita, connivenza, sopraffazione, crimini. Proseguendo una tradizione mobilitata dall’impegno civile di Leonardo Sciascia, colloca la parabola narrativa nella sua terra violentata dal sangue degli innocenti. L’omertà, la distanza tra i cittadini e lo Stato, la convinzione che la famiglia e l’amicizia debbano essere concepite in senso tribale (peraltro con assoluta naturalezza), denudano la prassi mafiosa sull’esempio del noto Il giorno della civetta di Sciascia (“come la civetta di giorno compare”, affermazione che fa da motivo ispiratore), caposaldo di questo genere di libri implicitamente di denuncia. Leggi tutto…

FATTI DI MAFIA di Gianni Bonina (recensione)

imageFATTI DI MAFIA di Gianni Bonina (Edizioni Theoria)

di Patrizia Danzè

Il romanzo, si sa, è il genere letterario che più di ogni altro mette in crisi e i racconti di Gianni Bonina che si costituiscono in forma di romanzo, come l’autore avverte nella premessa, squadernano sin dal racconto incipitario una materia che se sul piano della realtà, sul piano umano ed emotivo, è di difficile e forte impatto, sul piano narrativo si dimostra vincente. Perché attraversando i trentasei racconti che in Fatti di mafia (Edizioni Theoria, pp. 208, euro 16), un titolo-manifesto che è già una sfida, si dispongono in fabula, si viene risucchiati in un labirinto oscuro che tuttavia si vuole percorrere, sapendo che il piacere della lettura deve affrontare il dolore imbarazzante della finzione/realtà. Un viaggio narrativo nel sistema della mafia degli anni Ottanta in un paese siciliano, Addaro, «inesistente che però non è di fantasia, come lo sono tutte le figure che lo popolano», un campo chiuso di forze, dove la mafia non è soltanto la piovra capace di avvolgere nei suoi tentacoli territorio ed economia, o di sostituirsi allo Stato dove lo Stato è lontano o viene visto come tale, ma è la peste che riesce a diffondersi e far coincidere cultura, comunità, famiglia, individui, abitudini, costumi, comportamenti quotidiani, con la propria potenza pervasiva e con il proprio codice linguistico (lo stesso rigorosamente spalmato da Bonina in tutto il suo romanzo della mafia). Una mafia pronta a fare il salto di “qualità” per una sua prossima, futura globalizzazione. Leggi tutto…

LA LEGGERENZA DEI CLASSICI (curata da Gianni Bonina)

imageOgni domenica su LetteratitudineBlog una nuova rubrica dedicata ai classici della letteratura curata da Gianni Bonina

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di Massimo Maugeri

In questi anni Letteratitudine ha sempre cercato di dare spazio ai classici della letteratura, in varie forme e modalità, perché i classici riescono a parlare agli uomini di ogni tempo e perché a ogni ri-lettura possono fornire spunti di riflessioni sempre nuovi. Sono dunque molto lieto di ospitare una nuova rubrica dedicata ai classici affidata alla abile cura dello scrittore, giornalista e critico letterario Gianni Bonina (già, tra le altre cose, direttore della mitica rivista Stilos, e curatore – per Letteratitudine – di “Rubempré: elementi per un corso di scrittura e di lettura“). Questa nuova rubrica, che sarà pubblicata ogni domenica mattina, ha un titolo molto particolare e suggestivo: “Leggerenza“. Leggi tutto…

ANNO DI DISGRAZIA 1993 di Gianni Bonina (recensione)

Bonina, Anno di disgrazia 1993, Lombardi editore 2018

di Alfio Siracusano

C’è sempre qualcosa di marcio in ogni Danimarca, e la vita sociale, se traslata in politica, non può sottrarsi al destino di diventare autobiografia di una nazione, come del fascismo disse Piero Gobetti. Così fu dell’Italia, quasi sempre verrebbe da dire. Più, in particolare, per quest’ultima del Secondo dopoguerra, che culminò nella dissoluzione di tutte le sue impalcature. Bonina dice, in questo libro che colpisce come un pugno allo stomaco (Anno di disgrazia 1993, Lombardi editore, 2018), che questo culmine si ebbe, almeno visivamente, nel 1993, e che il fatto assunse proprio le valenze di una disgrazia, atteso quello che avvenne poi. E che avviene ancora oggi. Che molti temevano, pochi immaginavano, quasi nessuno ammetteva potesse verificarsi. Leggi tutto…

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (recensione)

IL GENERALE di Lorenzo Tondo (La nave di Teseo)

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di Gianni Bonina

Sciascia vedeva la giustizia come un “ingranaggio”: cadendoci si finisce dentro meccanismi di difficile regolazione. Un caso kafkiano, pressoché ignorato dalla stampa italiana, si sta avendo alla Corte d’assise di Palermo dove dall’anno scorso viene celebrato il processo a un eritreo ritenuto il re della tratta degli esseri umani nel Mediterraneo, arrestato il 24 maggio 2016 a Khartoum, capitale del Sudan. Si tratta di Medhanie Yehdego Mered, chiamato “il Generale”. A lui viene anche imputata la morte di 368 eritrei naufragati in acque italiane il 3 ottobre 2013 e di altre centinaia di migranti fatti imbarcare su barche destinate a colare a picco.
Ma dopo l’arresto “Il Guardian” di Londra diede notizia che la persona arrestata non era lo smuggler al quale le polizie europee stavano dando la caccia, trattandosi di un pastore eritreo identificato in Medhanie Tesfamariam Berhe, fuggito in Sudan per sottrarsi al servizio militare e non rischiare di morire nella guerra contro l’Etiopia. A dare la notizia uscita sul quotidiano inglese fu un giornalista palermitano, Lorenzo Tondo, lo stesso che per primo aveva reso noto sullo stesso giornale l’arresto del famigerato Mered, grazie ai rapporti pressoché di amicizia con il sostituto procuratore Calogero Ferrara, che dopo l’ecatombe di vite umane di tre anni prima, rispondendo anche a un impulso del governo, aveva dato vita a un pool di polizie europee da concentrare nella caccia al signore miliardario che controllava l’esodo dall’Africa in Europa, applicando nelle indagini gli stessi metodi da lui stesso adottati nella lotta alla mafia: intercettazioni telefoniche, ricerca di soffiate, adozione di un profilo del racket mutuato da quello verticistico di Cosa nostra. L’arresto di Mered fu annunciato con molta enfasi dalla magistratura italiana più celebrata e ammirata d’Italia, quella dove avevano militato Borsellino e Falcone, per modo che la scoperta che l’arrestato non era Mered avrebbe significato una solenne sconfessione. Leggi tutto…

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (recensione)

GLI ULTIMI GIORNI DI ANITA EKBERG di Alessandro Moscè (Melville)

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di Gianni Bonina

Dopo che Seneca, Bobbio e Simon de Beauvoir l’hanno spiegata; Yehoshua e Philip Roth narrata; Robert Redford e Jeane Fonda inscenata e – per restare alle migliori prove pluridisciplinari – dopo che Renato Zero e Claudio Baglioni l’hanno cantata, infine la vecchiaia ha ispirato un romanzo, Gli ultimi giorni di Anita Ekberg, che non è un romanzo perché stilisticamente si presta come poema in prosa e più che una storia racconta una Ur-storia, la vita di ogni uomo che viene al mondo e poi muore. Presentandosi come la biografia per highlights di un’anziana diva morente, si rivela invece una struggente orazione funebre alla vita e un epinicio alla morte nei modi di una elegia che non poteva non essere intonata se non da un poeta maudit e colmo di amor fati – chi altri se no – un poeta capace di arrivare nei penetrali dell’animo umano pur non avendo esperienza diretta alcuna di vicende legate soprattutto all’età. E Alessandro Moscè, poeta marchigiano, restituisce con sorprendente efficacia un quadro della vecchiezza che è così vivido da rappresentarne, in una ottuagenaria costretta sulla sedia a rotelle, i dolori fisici e psichici con un sentimento che solo chi li viva può conoscere. Oppure un poeta. Leggi tutto…

QUANT’È VERO DIO di Sergio Givone (recensione)

QUANT’È VERO DIO. Perché non possiamo fare a meno della religione” di Sergio Givone (Solferino)

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di Gianni Bonina

Dall’indomani dell’ultima guerra mondiale ad oggi si è assistito a un progressivo rovesciamento dell’approccio mostrato alla religione da parte degli intellettuali e delle masse popolari: i primi, che pure avevano riconosciuto al trascendente una funzione necessaria al perseguimento del bene comune, hanno finito per ritenerla non più che una “agenzia morale” e una esperienza esclusivamente privata; i secondi, aperti a un futuro ottimistico dopo gli orrori della guerra e pronti a vagheggiare vantaggi concreti al posto di promesse consolatorie, ne hanno invece riscoperto lo spirito irenico e soterico fino ad assumere le forme più variegate di misticismo.
Questo processo ha riguardato unicamente l’Occidente e dunque il cristianesimo, che dato per storicizzato dalle ideologie materialistiche quali il marxismo e il neo-illuminismo insieme con ogni altra confessione di fede (il “Dio è morto nicciano” come annuncio a ogni divinità monoteista e politeista) si è invece rigenerato al disinganno di quelle ideologie ed oggi scopre che la stessa scienza – la fisica quantistica in particolare, alle prese con le incognite del caso e della probabilità – si interroga al suo cospetto su temi che riguardano la metafisica. La ricerca della verità è tornata perciò di competenza anche della religione, sicché la domanda di oggi non è più cosa legittimi la fede, tanto per assegnarle un ruolo comunque subalterno, ma cosa la fede legittimi. E quel che essa legittima è per Sergio Givone (autore del libro uscito da Solferino Quant’è vero Dio) addirittura il divenire politico, manovra che le permette di riconquistare la sua piena centralità nella vita degli uomini e nelle loro attività. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 20: E alla fine si sfidarono Sisifo ed Eracle

di Gianni Bonina

Scritto un romanzo, il desiderio è di pubblicarlo, ciò che significa aspettare a volte anche molti anni – se non si è già affermati – e soprattutto sottoporsi al giudizio altrui, momento nel quale l’autore si alza dalla sua scrivania di solitario artefice e siede al tavolo con altre persone che si dicono più esperte di lui e quindi nel diritto di esercitare un’azione di impossessamento del suo romanzo fino a dichiarare di conoscerlo meglio. L’equivoco sta nel ritenere un’opera d’arte qual è il romanzo frutto di abilità e non di ingegno. L’ingegno è creazione e invenzione, l’abilità è produzione e tecnica: il primo non può essere giudicato se non dal gusto soggettivo e dunque non ha regole da rispettare; la seconda risponde a un manuale di requisiti tecnici che sono oggettivi e validi per tutti. Ma si ritiene comunemente che anche l’ingegno – l’intelligenza creativa – abbia la struttura di un progetto, com’è per una villa, la cui costruzione può lasciare spazio all’inventiva dell’architetto pur non potendo ignorare leggi invariabili di ingegneria edilizia.
Senonché, per la sua varietà e indeterminatezza, il romanzo quale opera d’arte è fatto di una sostanza le cui parti si comportano come elettroni di un atomo dei quali, si sa, è impossibile prevedere la direzione che prendono. La valutazione da parte di figure diverse dall’autore può essere esercitata su una poesia, quanto al rispetto della metrica di base, su un libro di storia per l’osservanza della verità dei fatti, su un saggio limitatamente alla condivisione dell’editore delle idee espresse, su un trattato scientifico in riferimento alle teorie avanzate, ma su un testo di invenzione letteraria deve fermarsi davanti al libero discernimento dell’autore il quale può arrivare anche a inventare una propria sintassi.
Questo significa allora che tutto ciò che abbiamo finora detto quanto a regole e leggi non ha alcun valore? Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 19: La descrizione è una cadenza d’inganno

di Gianni Bonina

Come l’interlocuzione, anche la descrizione, detta ekphrasis, ha un effetto interruttivo della narrazione, ma è molto più debole perché (tranne che in speciali casi che vedremo dopo) non è una forma di narrazione delegata. La parola rimane sempre al narratore e dunque lo stile si mantiene inalterato a differenza che nell’interlocuzione di tipo narrativo. In generale la descrizione non interferisce né con il tempo della storia né con quello della narrazione – la durata degli eventi e il loro racconto – per cui, se è eliminata, la diegesi non subisce mutamenti. Scrive Emmanuel Carrère ne Il Regno che “in Verne si saltano le descrizioni geografiche” proprio per significare che le avventure non vengono intaccate e che le descrizioni non sono parte della narrazione. Ma, a differenza dell’interlocuzione intrattenitiva, la descrizione può costituire oggetto di una sinossi ed essere riportata in una sintesi orale che si faccia del romanzo, ma solo nel caso in cui si tratti di azioni o di fatti che riguardano la trama (parliamo allora di descrizione proairetica), perché agisce in vario modo sul modello non solo della narrazione ma pure del tipo di interlocuzione che abbiamo chiamato diegetica.
Azioni e fatti non sono comunque la stessa cosa. Le prime hanno una forza minore per entrare nella diegesi, quindi nella storia raccontata, giacché si limitano a descrivere un’azione collegata solo a quelle immediatamente successive e alle precedenti, mentre i fatti incidono su un contesto più ampio potendolo anche modificare, sia pure superficialmente. Esempi del primo e del secondo tipo di descrizione li troviamo all’inizio dello stesso romanzo, L’imperio di Federico De Roberto: il primo capitolo è interamente dedicato a una seduta parlamentare di stucchevole lungaggine in cui l’azione si costituisce attorno al dibattito in aula ma senza che abbia alcuna ricaduta sulla diegesi, limitandosi a dare la scena; il secondo capitolo è in gran parte riservato – attraverso il racconto, reso all’imperfetto e al trapassato, di fatti che investono la trama – alle vicende che hanno portato Consalvo Uzeda in Parlamento. Nel primo tipo di descrizione il racconto è circolare mentre nel secondo diventa lineare. Si possono però avere casi in cui la distinzione non è così netta. Prendiamo questo brano de I tre moschettieri di Dumas: Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 18: I personaggi hanno facoltà di parlare

di Gianni Bonina

L’interlocuzione è la parte del romanzo che comprende innanzitutto i dialoghi, ma non solo. Vi rientrano, come abbiamo accennato, gli atti scritti quali i documenti, le lettere, le email, le omelie, ma anche gli elementi immateriali come i pensieri e i sogni: insomma tutto ciò che non promana dall’autore ma che l’autore si presta fittiziamente a recepire e raccogliere da fonti non sue. L’interlocuzione si distingue quindi dalla narrazione di primo grado perché non è riconducibile appunto all’autore e perché in certe sue forme (dunque non sempre) appartiene a quella delegata, precisandosi come racconto di parole e quindi di voci: le voci dei personaggi. Fra poco vedremo in che modo si attua.
Il personaggio è l’elemento animato del romanzo. Senza di esso non può esserci racconto, nemmeno nell’ipotesi rarissima in cui l’autore non gli dia mai la parola. La scuola formalistica provò a eliminarlo dalla struttura del romanzo, visto che questo può sussistere come fiaba – e come favola quando agiscano animali dotati di parola nella prosopopea – ma fu presto chiaro che personaggi sono sia gli esseri viventi di ogni specie che un burattino tipo Pinocchio, l’alieno di un romanzo di fantascienza, una divinità omerica, uno spettro scespiriano o ancora uno ragno come in Kafka.
Quale che sia, il personaggio va creato come un Adamo, perché abbia non solo un aspetto fisico ma anche una personalità. Questo particolare atto di creazione ha riguardo alla descrizione, il terzo elemento-base del romanzo, ma interessa l’interlocuzione quando la funzione del personaggio diventa quella, mercé la parola, di sviluppare la trama. Abbiamo già osservato che, per un limite intrinseco alla natura del romanzo, i personaggi si esprimono nella lingua e nello stile dell’autore, perché altrimenti il lettore si troverebbe – se davvero, com’è nella realtà, ogni personaggio parlasse e si facesse capire in modo diverso da un altro – a dover fare uno sforzo di decodificazione che gli renderebbe impossibile l’immedesimazione, dovendosi continuamente estraniare e riconcentrare. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 17: Narrazione, le trappole della trama

di Gianni Bonina

Delle parti del romanzo – narrazione, interlocuzione e descrizione – la prima è quella imprescindibile e preponderante. Possono mancare o ridursi le altre ma non può venire meno la narrazione, che è la diegesi. Il termine “narrazione” è entrato nel linguaggio comune col nuovo significato di “vulgata” e di “vicenda” a indicare il senso di una ricostruzione di fatti determinati o una loro rappresentazione. E mentre assume un’accezione che trascende l’ambito letterario, diventando nel campo economico, politico e persino giudiziario equivalente di resoconto, rapporto, relazione, un altro termine si è fatto intanto strada e sembra subentrare al primo: lo storytelling. Nato nella sfera del marketing, lo storytelling ha oggi una pregnanza letteraria pari alla parola “narrazione”. Nella pubblicità ha affermato l’idea che un concetto, un messaggio, un brand o un evento possano essere più facilmente diffusi attraverso una storia, ovvero un format narrativo. Lo sapevamo già: romanzi come Uomini e no, Il sentiero dei nidi di ragno, Il partigiano Johnny ci hanno rappresentato la Seconda guerra mondiale molto meglio che qualsiasi libro di storia. Se questo è un uomo ci ha rivelato l’olocausto in maniera certamente più drammatica dei verbali di Norimberga. Uscendo dalla sfera pubblicitaria, il termine “storytelling” si è andato rivestendo di un significato letterario al punto da designare persino quanto è irreale e fittizio.
La più suggestiva immagine che è stata offerta dello storytelling è venuta da Alessandro Baricco ed ha una portata letteraria, avendo egli immaginato Alessandro Magno giunto ai confini del mondo e proteso a conquistare i territori ignoti: lo storytelling non è costituito dalle imprese da lui compiute ma da quelle vagheggiate e ancora da compiere. Per questa via è dunque avvenuto che la narrazione ha lasciato il posto allo storytelling per designare lo spirito del racconto di invenzione letteraria. Nello stesso tempo la narrazione si è sostituita allo storytelling e dall’ambito letterario è passata a quello pluridisciplinare per definire in sua vece una forma di strategia applicabile in più campi con il mezzo del racconto. Figlio del postmodernismo, lo storytelling è arrivato quando il postmodernismo è giunto al tramonto e a sua volta ha intanto lasciato il campo al postrealismo, il quale pensiero ha suggerito un nuovo credo, quello della post-verità, parente stretta delle fake news e alla lontana della stessa letteratura. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 16: La lingua batte dove l’autore vuole

di Gianni Bonina

Narrazione, interlocuzione e descrizione sono dunque le parti costitutive del romanzo. Bisogna immaginarle come autoveicoli su un’autostrada a tre corsie, ognuno nella propria carreggiata e con il proprio carico tra personaggi, azioni, atti, documenti, conversazioni, lettere, email, Sms, testamenti, sogni, pensieri e quant’altro costituisce il contenuto di un romanzo, genere vorace che fagocita ogni elemento. Le merci trasportate sono distribuite sui tre vettori secondo la loro natura: la diegesi, cioè la storia e il racconto dei fatti, viaggia sul mezzo della narrazione; i dialoghi e gli atti scritti su quello della interlocuzione; l’esposizione dell’aspetto fisico delle persone, della morfologia dei luoghi e della forma delle azioni sull’auto della descrizione.
Questi tre vettori non tengono mai un’andatura uniforme e costante, né potrebbero farlo. In linea di massima la narrazione procede per prima, seguita a pari distanza dall’interlocuzione e dalla descrizione, ma possono aversi romanzi con un solo vettore dominante, come Alla ricerca del tempo perduto di Proust, in gran parte narrazione, La nuova Eloisa di Rousseau, tutto interlocuzione, e Il nome della rosa di Umberto Eco, segnato da una sovrabbondante descrizione. Il perfetto dosaggio delle tre parti è allora il primo merito di un romanzo. Merito che però è legato innanzitutto allo stile, che nel nostro modello veicolare richiama le condizioni del manto stradale: migliore esso è, maggiori sono le prestazioni dei tre automezzi, nella considerazione che tutt’e tre le parti del romanzo sono legate a uno stile da cui derivano il proprio rendimento.
Abbiamo parlato di dosaggio tra le tre parti, come di dosaggio parlammo riguardo i due tempi del romanzo, con la differenza che qui la sua gestione non dipende dall’autore ma da precise leggi di narratologia e da delicati e sorprendenti meccanismi. A uno dei princìpi fondamentali abbiamo già fatto cenno: l’effetto cioè frenante dei dialoghi. Dovremo riparlarne quando tratteremo specificamente dell’interlocuzione. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 15: Il romanzo e le sue tre strade

di Gianni Bonina

Oltre l’equilibrio reciproco, i tempi della storia e della narrazione ricercano anche un legame propedeutico che implica la scelta se scrivere di getto, a piccole tappe o seguendo un progetto. Nella scrittura currenti calamo il tempo della storia, che comporta la prima decisione da prendere, è minimo mentre massimo è in presenza di un canovaccio. Si capisce perché: l’autore che scrive ispirato dalla sua inventiva ha in testa un’idea molto vaga della storia che vuole narrare, sempreché ce l’abbia. A volte non sa nemmeno quale genere adottare, pronto a farsi guidare dalla sua musa, che spesso però si rivela una sirena capace di portarlo alla deriva. Questo tipo di autore, che procede a vista, come immerso nella nebbia, si ritrova costretto, in un rocambolesco rovesciamento di canone, a subordinare il tempo della storia a quello della narrazione, visto che il primo regredisce o la fabula manca del tutto, e opera in sostanza come chi cucina mettendo in pentola i primi ingredienti pescati in frigorifero, senza una ricetta e volendo sperimentare cosa viene fuori.
I romanzi d’appendice e oggi le serie Tv ricordano questo modello, con personaggi che muoiono e magari risorgono secondo le reazioni del pubblico, per cui le descrizioni, i dialoghi e la stessa narrazione trovano uno spazio e quindi un tempo che rispondono all’interesse momentaneamente suscitato e non a un disegno complessivo. Basta vedere una serie Tv non di puntata in puntata, cioè settimana dopo settimana, ma di seguito in una sola occasione su qualche piattaforma streaming per scoprire facilmente tale deficit. Lo sguardo è di chi vede i singoli alberi anziché il bosco, per cui il tempo della narrazione ha riguardo a tante unità di senso dal raggio corto che conferiscono andamenti temerari alla trama generale, che si sviluppa in maniera estemporanea, molte volte contraddittoria, perché dettata dalla convenienza momentanea. In questi casi l’autore narra come un turista che in giro per la città si fermi ad osservare quanto gli cada sotto gli occhi, senza seguire l’itinerario suggerito dalla guida che ha in mano.
L’autore che scriva di getto ha però un vantaggio: ispirandosi all’imprevisto che è proprio della vita reale, può contare sul rivolgimento a sorpresa e sull’effetto evenemenziale che solo l’improntitudine può offrire al “colpo di scena”. Ma se è vero che nessuno arriva più lontano di chi non sa dove sta andando, è altrettanto vero che il romanzo è per sua natura refrattario alla casualità che regola la realtà. La vita può infatti essere, com’è davvero, un insieme di indeterminazioni e coincidenze impresagibili, ma il romanzo deve risultare sempre plausibile, una macchina omologata sulla verosimiglianza e sull’analogia. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 14: Narrazione e storia, c’è tempo e tempo

di Gianni Bonina

Chiamiamo romanzo un testo narrativo che si distingue innanzitutto per una certa lunghezza, la quale rimane però indeterminata dal momento che ci sono racconti lunghi che, come Morte a Venezia o Siddartha, sono dello stesso tenore e, come nell’esempio di Ernst Hoffmann, sono strutturati anche per capitoli. Al di là delle classificazioni, che pare debbano riguardare non tanto il numero di pagine quanto la quantità e varietà di scene e personaggi (criterio discutibilissimo se si pensa a romanzi unicellulari come Robinson Crusoe), la natura narrativa del romanzo rispetto al racconto, breve o lungo, muta nel progetto. L’autore di un racconto stabilisce in partenza di tenere un passo più spedito, mentre l’autore di un romanzo sa già di dover procedere come un treno locale che osserva molte fermate. In linea generale diciamo che è romanzo un testo che superi le cento pagine e racconti avvenimenti, veri o di fantasia, protagonisti dei quali siano personaggi altrettanto veri o inventati che in un racconto, pur potendo non essere di minor numero, si muovono in àmbiti e scene più circoscritti. Capita tuttavia spessissimo che, nella logica della contaminazione dei generi, un racconto divenga un romanzo e che un romanzo rimanga “nano” o sia ridotto a racconto.
La serie Tv, forma moderna di romanzo d’appendice, ha dimostrato che una storia può rimanere una “puntata pilota”, fermarsi cioè al primo episodio, o diventare una serie completa e moltiplicarsi indefinitamente in tante altre stagioni, la scelta dipendendo non dalla capacità della storia di autogenerarsi perché più ricca di personaggi e di rivolgimenti ma dal successo di pubblico. Di per sé qualunque storia che riguardi la vicenda umana è infatti di lunghissima durata e diventa pressoché interminabile se si intreccia con altre a formare come molecole aggregate da tanti atomi. Ma se consideriamo i soli atomi, le parti cioè della storia che hanno una loro autonomia, un inizio e una fine plausibili e determinabili in una narrazione compiuta, allora vediamo che ogni storia ha un tempo proprio e non è mai indefinita. In realtà è un infingimento quello che operiamo. Vediamo perché. Chiamiamo storia un racconto perché esso è un equipollente della Storia con l’iniziale maiuscola, quella che racconta il divenire umano dal suo apparire al mondo. Tolstoj, che pure è un narratore, parlando in Guerra e pace della Storia rileva che gli storici la raccontano in maniera discontinua, scomponendola, e legandone i tanti eventi a dei personaggi che segnano di ogni epoca un inizio e una fine, mentre essa è come il moto continuo che per essere tale non può avere alcuna interruzione. Così è anche ogni storia che un romanzo racconta. E’ l’autore che ne decide, come uno storico, un inizio e una fine. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 13: Il romanzo, maneggiare con cura

di Gianni Bonina

Come un giornale, anche un romanzo ha i suoi codici di composizione e di fruizione. E come il giornalismo è una professione, con i suoi arnesi del mestiere, anche l’attività di scrittore richiede un proprio apprentistage. Né un lettore può aprire un libro senza conoscerne i meccanismi, che sono a volte impercettibili. Limitandoci all’invenzione letteraria e tralasciando l’interpretazione saggistica, dunque occupandoci del romanzo che ne è diventato la massima espressione, il primo codice che incontriamo nella sua anguillare costituzione morfologica, difficile da comprendere entro definizioni stabili, è il titolo, la cui funzione non è quella di spiegare il contenuto, come nel caso di un trattato, ma di evocarlo astraendolo in una suggestione subliminale, agendo dunque al contrario che nei giornali, perlomeno i quotidiani.
Il romanzo (che tale nome assume in epoca tarda, quando in Francia viene scritto in lingua romanza e non più in latino, ma che si afferma davvero solo nel Settecento) emette i suoi primi vagiti nell’età classica e, se si vuole, omerica, addicendosi a proporre per titolo il soggetto principale della storia, Odissea, o il suo oggetto, Satyricon. Soltanto nella sua età aurea, tra Sette e Ottocento, il titolo si sottrae all’obbligo di esplicitare il soggetto o l’oggetto e da didascalia acquista una qualità propria perché possa piacere di per sé. Così sarà anche per la copertina che tenderà sempre più a conformarsi non tanto al contenuto quanto al senso del titolo oppure assumerà un motivo autoreferenziale Avremo perciò titoli bellissimi quali I Miserabili, Guerra e pace, Orgoglio e pregiudizio, L’uomo senza qualità, Alla ricerca del tempo perduto, La coscienza di Zeno, Cent’anni di solitudine, che sono esornativi più che illustrativi. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 12: Rappresentare vuol dire interpretare?

di Gianni Bonina

Informazione e narrazione si sono divise le strade e i modi espressivi. Walter Benjamin osservava già al suo tempo che si è avuta la caduta del linguaggio, perché ridotto a mezzo di informazione, processo questo che si è invero molto accentuato ai giorni nostri. Eppure narrazione e informazione nascono come prodotto unitario della comunicazione intesa in senso lato. Una comunicazione che sin dall’inizio non è mai stata oggettiva. L’uomo primitivo osserva il creato e registra le vicende umane, riportando ad altri le manifestazioni e gli avvenimenti con il raffigurarli in una parete o rappresentandoli a voce, in ogni caso raccontandoli. Soddisfa così una di queste funzioni: affascinare, convincere, spaventare. Sia che voglia emozionare il suo uditorio che persuadere qualcuno o ingannare il prossimo oppure intimorirlo, comunica un fatto avvenuto o che deve o può avvenire cercando di mostrarsi sincero, dunque esercitando il talento della narrazione che possiamo supporre egli renda sempre con una certa enfasi, visto che, come ci dice Giambattista Vico, di fronte ai fenomeni della natura l’uomo primitivo “ristà”, ovvero si colma di meraviglia. Ed è la meraviglia che egli manifesta spontaneamente ogniqualvolta divulghi una notizia, vera o falsa che sia.
La meraviglia e le forme della sua espressione, che sono creative basandosi sull’iconografia e sul racconto orale (opera artistica e invenzione letteraria), nascono dunque prima della scrittura e della lettura. Ciò comprova che in principio fu il racconto alla base della comunicazione. Gli uomini primitivi disegnavano figure e parlavano delle loro esperienze per trasmettere ad altri la propria conoscenza. E ciò facevano per il tramite del racconto, che implica in sé il senso dell’artificio, dell’adulterazione soggettiva. Anche quando una comunità apprendeva dell’arrivo di una mandria di rinoceronti da cacciare, della morte del capo di un’altra tribù, dello straripamento di un fiume, era sempre un racconto altrui a informarla – a meno di essere testimoni diretti come nel caso di una eclissi o di un terremoto oppure di una battaglia combattuta personalmente. Prendiamo quest’ultimo esempio. Un guerriero che fosse reduce da uno scontro intertribale non aveva bisogno di ascoltarne il racconto dagli altri compagni – semmai di ricevere le loro impressioni in sede di commento e di bilancio. Il racconto era invece richiesto da quanti non avessero preso parte alla battaglia. In questo caso ricavavano immancabilmente impressioni che erano doppiamente diverse, secondo la natura dell’ascoltatore e quella del narratore: chi avesse avuto paura delle armi o fosse stato contrario alla guerra avrebbe dedotto dal resoconto considerazioni ben diverse rispetto a chi fosse stato un guerriero e un guerrafondaio accogliendo una rappresentazione differenziata circa lo stesso svolgimento dei fatti; questi d’altro lato sarebbero stati creduti in funzione dell’interesse suscitato dal narratore, della sua compenetrazione, della credibilità di cui godeva come pure delle sue idee sulla guerra e i nemici in questione. Leggi tutto…

ORA DIMMI DI TE di Andrea Camilleri (recensione)

ORA DIMMI DI TE. Lettera a Matilda” di Andrea Camilleri (Bompiani)

di Gianni Bonina

Matilda è la pronipote di Andrea Camilleri. Quando l’anno scorso l’autore pensò di raccontarle la propria vita, lei aveva quattro anni, per cui si suppone che – nelle intenzioni dell’autore – debba leggere la lettera a lei diretta (divenuta un libro Bompiani, Ora dimmi di te, concepito anzi come tale) almeno fra mezza dozzina di anni, quando potrà davvero capire cosa è stato il fascismo, cosa il comunismo, l’Italia del nostro tempo e la vita stessa nella visione che il bisnonno le ha rappresentato.
Ad ogni modo, anche quando avrà una decina di anni, Matilda si farà l’idea di un mondo essenzialmente violento e sbagliato, ma soprattutto vedrà nel suo celebre antenato, longevo e amorevole, non esattamente un buon esempio da seguire: avrà davvero il piccolo Andrea letto a sei anni Simenon e Conrad (sviluppando ben precocemente un torbido rapporto con i morti ammazzati e maturando con strepitosa arguzia la filosofia della linea d’ombra), ma certamente è stato alquanto discolo se scoloriva la pagella per ingannare i genitori, scriveva a dieci anni al Duce per chiedere di partire volontario in Abissinia, si prendeva un calcio dal ministro Pavolini per aver interrotto una cerimonia pubblica e chiesto la rimozione della bandiera nazista, marinava anche per tre mesi la scuola per andare a leggere romanzi alla Valle dei templi, capeggiava una banda di monelli contro un’altra, lanciava uova contro il Crocifisso per lasciare il collegio, si faceva espellere dall’Accademia per aver fatto l’amore con una allieva, perdeva il posto in Rai per essersi fatto conoscere come comunista “violento e pericoloso” e chiedeva una pistola in un bar per rispondere al fuoco dei killer autori di un raid mafioso.
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RUBEMPRÉ n. 11: Luoghi comuni e dintorni accidentati

di Gianni Bonina

Racconta Andrea Camilleri: «Una volta a Torino, passando davanti al portone di un caseggiato, vidi una scritta enorme: “Non abusate dei luoghi comuni”. Mi precipitai dentro per congratularmi col portiere, ma ne ebbi una forte delusione, perché per “luoghi comuni” intendeva posti come il cortile, le scale, ecc.». In realtà i luoghi comuni, quelli linguistici, meriterebbero il bando assoluto e non il solo obbligo di uso moderato. Ma il giornalismo li ha eletti, come la metafora, a paradigmi del proprio modello espressivo, facendo del resto onore al significato stesso dell’espressione, dal momento che i luoghi comuni sono i topoi pubblici, gli argomenti quindi di più facile comprensione e di maggiore diffusione che la stampa ha per sua vocazione scelto di adottare prendendoli dalla strada.
Gli scrittori, almeno i più avvertiti, esperiscono invece tentativi a volte strenui per evitarli (tanto che Gustave Flaubert scrisse un catalogo, Dizionario delle idee correnti, per metterne all’indice i più diffusi), ben sapendo che il ricorso allo stereotipo, che sia un luogo comune (“Non esistono più le mezze stagioni”), una frase fatta (“volontà di ferro”), una metafora (“cuore d’oro”), una similitudine (“correre da pazzi”), un cliché insomma, suona al lettore come una perdita di identità, secondo l’equazione per cui un autore che se ne serve è un autore privo non solo di capacità inventiva ma anche di proprietà di linguaggio: un deficit che costringe molti a utilizzare, come abbiamo visto, le virgolette per usare un termine che già sanno non appropriato ma solo accostabile.
La proprietà di linguaggio, quella che consente di trovare la parola esatta, insostituibile, è una capacità innanzitutto della memoria nella quale ognuno di noi tiene, come su un tavolo, il proprio vocabolario. Chiunque ha fatto su di sé la sgradevole esperienza della parola “sulla punta della lingua” e sa bene che il procedimento mentale che si innesca è di ricordare quella semanticamente più vicina dalla quale poi risalire all’altra che riconosce infine come esatta grazie all’immaginazione. Questo procedimento antichissimo si chiama “mnemotecnica” e il suo primo artefice fu il solito genio di Aristotele che teorizzò come da un’immagine arriviamo alla parola. Lo sappiamo benissimo nell’esempio in cui, volendo dire che una persona si lamenta sottovoce facendo le bizze e biascicando fonemi incomprensibili, quel che facciamo è immaginare il comportamento in sé, come se lo osservassimo, ed ecco che ce ne vengono anche due equipollenti: borbottare e bofonchiare. Ma oggi non serve più alcuno sforzo di memoria e di immaginazione bastando una veloce ricerca su google per trovare i sinonimi e passare da una parola anche remota ad un’altra sempre più vicina all’accezione richiesta. Ma google può assisterci, non sostituirci, né costruire i periodi al posto nostro. Rimane solo dello scrittore il compito di affinare la proprietà di linguaggio e di esercitarla al fine di scongiurare la caduta nei luoghi comuni. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 10: Per favore, non parliamo difficile

di Gianni Bonina

Siamo per nostra natura portati ad adeguare il linguaggio all’interlocutore e facciamo come un tempo i baroni siciliani che in salotto parlavano francese e nelle stalle in dialetto. Quando scriviamo riteniamo di farlo in una forma più ricercata, perché ci è sempre stato detto che una cosa è scrivere e un’altra è parlare. Negli ultimi anni questa logica, dopo l’accelerazione che ha avuto il mondo telematico, si è però ribaltata e si scrive (nel web soprattutto, tra posta elettronica e messaggistica) sempre più come si parla. La proliferazione dei canali audiovisivi anche sui nostri telefoni mobili ha favorito l’atto dell’ascolto su quello della lettura e quindi il parlato. Si vanno quindi velocemente uniformando i modi di espressione, a prescindere dall’interlocutore.
Se scriviamo come parliamo, lasciando anche gli errori ortografici nelle nostre email – «perché tanto si capisce lo stesso» – diventa consequenziale parlare con chiunque allo stesso modo. L’email, il mezzo di scrittura oggi più diffuso, ha sostituito la lettera ma non ne ha mutuato la sostanza di luogo solenne e ufficiale di pronunciamento. Morta la lettera, è morta anche l’epistola e con essa la filologia. Lo scrittore non lascia più stesure o versioni dei suoi testi, né chiose né correzioni: scrive al computer e procede eliminando. È cambiato il mondo e oggi sembra più importante insegnare a scuola come scrivere tecnicamente al computer che non cosa scrivere e in quale forma stilistica. Con la filologia vanno tramontando la linguistica e la semiotica dopo che da tempo ormai sono morte la retorica e l’eloquenza. I corsi di scrittura creativa si conformano più alla sceneggiatura che alla narrativa e si insegna a scrivere non romanzi ma “soggetti” in vista di trasposizioni televisive o cinematografiche. Che sia di presenza o in via telematica, il parlato (equivalente di estemporaneità e approssimazione) sta diventando rapidamente il solo mezzo di comunicazione: al punto che nei social invale la trasmissione di messaggi vocali più che scritti, perché si fa prima e si è più presenti. Per la stessa ragione l’Sms viene dettato a voce e non digitato, con l’effetto di non correggere neppure le storpiature predefinite. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 9: Immedesimazione sì, ma dentro o fuori

di Gianni Bonina

Chi legge un romanzo sa già cosa aspettarsi dalla scelta che ha fatto. Una volta Umberto Eco immaginò un lettore ignaro del libro preso in lettura e si chiese quanto l’autore avesse cooperato per metterlo nelle condizioni di scoprirne il genere senza tardare. Si trattava di un esercizio teoretico, non potendo il caso verificarsi nella realtà, giacché il lettore sa cosa sta leggendo, se un giallo o un fantasy o un mystery. Eppure Eco coglieva lucidamente un fenomeno che in qualche modo ha un suo fondamento, giacché il lettore, aprendo un libro, si trova per poche pagine – ma a volte anche molte – nella condizione dell’automobilista che imboccando una galleria non vede niente nei primi metri. Questo stato originario era da Italo Calvino chiamato “molteplicità del possibile” indicando la via che con il prosieguo della lettura si restringe fino a rimanere la sola tra le tante alla partenza.
In sostanza, anche se so bene di avere in mano per esempio un giallo, mi occorre un lasso di tempo e un volume di spazio per orientarmi e riuscire a classificare ambienti e personaggi, distinguendoli secondo l’importanza che avranno in seguito. In quel frangente posso in realtà dubitare se sto leggendo davvero un giallo canonico, perché un Dürrenmatt mi fuorvierebbe non poco rispetto a un Chandler o un Simenon costringendomi a prendere più tempo per riconoscere il genere che pure ho scelto. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 8: L’essenziale, l’opulenza e il superfluo

di Gianni Bonina

La scrittura è sempre oscillata tra due estremi: ristrettezza e lungaggine, essenzialità e sofisticazione. Trovare il punto medio di equilibrio, soddisfacendo le due muse sempre in lite della chiarezza e dell’eleganza, è stato il progetto, ardito e velleitario, di chiunque abbia affrontato il mistero della scrittura. Cicerone, maestro di retorica, insegnava e perseguiva (con risultati anche per lui altalenanti) la concinnitas, la capacità cioè di rendere un discorso armonioso e nello stesso tempo semplice, benché ricco di lunghe proposizioni subordinate e coordinate: obiettivo estremamente difficile perché più un periodo è composito e più si presta alla fruizione di un pubblico ristretto, la comprensione di un testo essendo strettamente in rapporto con la sua semplicità secondo un principio generale per cui tanto più un prodotto diventa di massa quanto più è elementare. L’estensione di un testo, più o meno bello e complesso, non gioca infatti mai a favore della sua diffusione giacché richiede innanzitutto applicazione e qualche dimestichezza. Opera semmai in funzione del suo godimento. Che a volte, come per Il nome della rosa e Il codice da Vinci, è assicurato da letture difficili quando offrano la possibilità di accrescere la propria conoscenza esplorando penetrali della storia o recessi esoterici. Ma è un’eccezione.
In realtà la concinnitas – armonia più opulenza più chiarezza – è più che altro un ideale di scrittura e di eloquenza che male si accompagna soprattutto alla concisione, la brevitas che per i latini era un altro caposaldo della bella espressione, anticiceroniano sì, ma in contrapposizione non alla concinnitas quanto alla gravitas. Un testo può anche essere ornato e ricco, ma non deve essere pesante, ovvero grave se non perciò greve. Essere dunque spinti ad abbondare tenendo presente l’obbligo di contenersi è una missione impossibile. Del resto è anche molto arduo realizzare la concinnitas o la sola brevitas. Tra le due chimere, che insieme costituiscono il supremo modello vagheggiato da sempre, è comunque la prima ad offrire la gioia della lettura, mentre la seconda promette la facilità della comprensione. Che si rarefà più si scala la montagna della passione per la lettura.
Quando tuttavia si compie il miracolo della concinnitas e della brevitas ecco allora che sboccia un’eleganza formale che raggiunge una perfezione stilistica vicina ai modi della migliore poesia. Ci riesce mirabilmente Manzoni ne I promessi sposi (facile e bello da leggere) e ci va vicino Proust nella Recherche (fascinoso ma faticoso). Vi sono poi sprazzi, per restare al romanzo moderno, in Stendhal, Rousseau, Diderot, ma non in Balzac, Zola, Dickens né in quasi tutti gli scrittori che comunque amiamo e continuiamo a leggere con gusto. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 7: Mettiamoci un punto. Anzi no

di Gianni Bonina

Secondo i sussidiari di un tempo, che risentono della lettura ad alta voce, la punteggiatura indica la lunghezza delle pause da osservare, come quelle presenti in un pentagramma ad ogni nota: la virgola sta per una pausa breve, il punto e virgola per una media mentre il punto segnala una lunga fermata obbligatoria. Risuonano le sgridate della maestra: «Non vedi che c’è il punto? Devi fermarti!». Non è un modello sbagliato, perché conforme per secoli al metodo imperante di lettura indiscreta, ma è un canone non più confacente alla lettura mentale che oggi adottiamo. La punteggiatura ha assunto piuttosto una funzione sintattica anziché solfeggistica e svolge il compito di ordinare le proposizioni costruendo i periodi.
Per altri versi assomiglia alla moneta, che si inflaziona più ne circola. Abbiamo fin qui convenuto infatti che la virgola si usa il meno possibile, perché più se ne aggiungono e più strade si aprono, cioè più chiavi di senso si offrono. La sua frequenza è necessariamente in rapporto col numero di proposizioni che vengono create con l’apposizione del punto, per cui sono tantissime in Proust e pochissime in ogni giallista di oggi. Stando così le cose, la virgola risulta un integratore di stile, giacché si riduce più punti e quindi più periodi ricorrono in una pagina, il punto essendo un addetto alle pulizie: dove appare lui scompaiono gli altri segni di punteggiatura. Al contrario, la virgola rivela un gran traffico fraseologico e quindi un accrescimento stilistico. Almeno così è in teoria, perché proprio adesso ho usato il punto non per aprire un nuovo periodo ma per rilanciare quello appena chiuso, utilizzandolo come fosse stato il vecchio punto e virgola o i più moderni due punti. Vedremo fra poco le tante facce del punto, secondo anche il fondamentale discrimine tra lettura a voce alta e a voce bassa che della punteggiatura in genere fa, come abbiamo visto, nel primo caso uno strumento a uso del cosiddetto “dicitore” per orientarne il tono, scandirne le pause e le sospensioni, regolarne la declamazione, mentre nel secondo sottende un mezzo di comprensione del lettore mentale. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 6: Virgolette, licenza di citare

di Gianni Bonina

Chiamiamo virgolette gli apici e i caporali (termini in uso in ambito giornalistico) che nelle case editrici sono detti invece virgolette francesi e inglesi. Indicate con i segni tipografici rispettivamente «…» e “…”, ricorrono insieme nel dialogato, dove le prime riportano citazioni contenute nelle seconde, così come in questo esempio:

«Ricordo che si avvicinò e mi
disse: “Amico mio, sto partendo”.
Era triste»

In circostanze come questa, molte case editrici anche italiane sostituiscono le virgolette con il trattino lungo sia in apertura che in chiusura, con il risultato di creare forti difficoltà di comprensione:

L’uomo volle sapere tutto e interrogò caparbiamente lo
sconosciuto.
– Ricordo che si avvicinò – fece titubante lo sconosciuto –  e
mi disse: – Amico mio, sto partendo. – Era  triste, ma io sono
certo che tornerà. – L’uomo disse questo sapendo di mentire.

In molti casi però il trattino di chiusura manca e la comprensione del testo viene affidata a un punto finale e a un ritorno a capo, cosicché si ha:

L’uomo volle sapere tutto e interrogò caparbiamente lo
sconosciuto.
– Ricordo che si avvicinò – fece titubante lo sconosciuto –  e
mi disse: – Amico mio, sto partendo. – Era triste, ma io sono
certo che tornerà. - L’uomo disse questo sapendo di mentire.

Quest’ultima modalità, che comporta un allungamento dell’intero testo, è preferita nel caso in cui si voglia accrescere il volume per aumentare il prezzo di copertina. Ad ogni modo, il trattino è poco usato, anche perché inelegante se preceduto da un segno di punteggiatura come nel brano riportato: . – Oppure ne è seguito, con uno spazio intermedio: . – Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 5: A tu per tu con la virgola. E i due punti

di Gianni Bonina

Rispetto al libro, l’uso della virgola è piuttosto diverso in un giornale nella cui titolazione svolge una funzione a sua volta distinta che nel testo: non quella di definire una proposizione incidentale, ma di designare l’argomento (fungendo da occhiello), com’è nel titolo “Rai, nominato il nuovo presidente”, dove la costruzione, tipica dei giornali, è ispirata al criterio di concentrazione di più parole nello stesso spazio. Si scrive Silvio e non Berlusconi non per simpatia ma perché il nome è più breve del cognome. La virgola fa dunque da barra obliqua, da slash, e nella titolazione giornalistica segna una sospensione.
L’esempio più evidente ed elegante nel quale la virgola si esibisce come pausa sospensiva (ma non come occhiello) è l’utilizzo che ne fa Leonardo Sciascia nel suo epitaffio: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”. Qui la virgola serve per creare un’attesa e passare da un enunciato a una specificazione che ha il senso di una puntualizzazione: una sorpresa che dovrebbe essere resa più canonicamente dai tre puntini, senonché Sciascia, non volendo addurre ilarità ma un senso tragico della vita, ricorre superbamente alla virgola, nobilitandola. È tuttavia pleonastica, perché eliminandola il significato della frase non cambia. Molte volte infatti la sua presenza muta la frase. L’esempio classico è quello della Sibilla cumana che sentenzia in maniera… sibillina: “Ibis redibis non morieris in bello”. Andrai, tornerai, non morirai in guerra. Oppure: andrai, non tornerai, morirai in guerra. Basta fare una breve pausa dopo “non” anziché prima, basta dunque apporre una virgola, e il senso è l’opposto. Scrivere “Una giornata difficile da dimenticare” evoca un bel ricordo, ma “Una giornata difficile, da dimenticare” richiama un incubo. In questo secondo caso è però possibile trovare i due punti anziché la virgola, secondo un loro uso divenuto molteplice e in funzione consequenziale molto frequente proprio in Sciascia: “Una giornata difficile: da dimenticare”.
La virgola e i due punti giocano spesso insieme cambiandosi di posto. In rete circola un sapientino scolastico con il vecchio Pierino che per dispetto scrive alla lavagna “Pierino ha detto: il maestro è un asino” dopo essere stato costretto davanti alla classe a dire ad alta voce “Pierino, ha detto il maestro, è un asino”. Una questione di pause in un gioco combinatorio, come si vede, giusto il fatto che la punteggiatura è ancora oggi intesa – meglio: malintesa, come vedremo – quale mezzo per scandire il tempo, modalità propria di un’epoca nella quale il libro (nato enormemente prima del giornale) veniva letto esclusivamente ad alta voce. La lettura è diventata silenziosa, ma è rimasto l’uso “teatrale” della punteggiatura: così nell’esempio di Pierino appare evidente che la trascrizione di una frase espressa a voce può assumere un senso addirittura opposto se letta risistemando la punteggiatura.
Riprendiamo il titolo di prima per avere un’altra prova dell’uso diverso di virgola e due punti: Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 4: Quando leggevamo ad alta voce

di Gianni Bonina

Oggi leggiamo un libro da soli e in silenzio, cioè mentalmente, ma ogni altra attività ricreativa di genere anche culturale ci piace svolgerla in compagnia: dall’andare al cinema al visitare una mostra al vedere un talk show o una partita in televisione. Per millenni però, fino ai primi decenni del Novecento, la lettura è stata collegiale, nel senso che un lettore era rivolto a un uditorio: non solo per il fatto che pochi sapessero leggere e lo facessero come mestiere per gli altri, o che nelle scuole e nelle funzioni religiose costituisse un atto obbligato, ma anche perché la lettura di un testo mutuava la forma di spettacolo più antica e diffusa, cioè il teatro, una cui pièce si poteva, unico caso di fruizione intellettiva, sia vedere che leggere. Quando, nell’alto Medioevo, il teatro fu però bollato come pratica anticristiana e divenne inviso alla Chiesa, cominciò a essere guardato con un certo favore l’esempio dei monaci, i soli a osservare una lettura muta o sottovoce. Oggi la lettura mentale è divenuta prevalente e troviamo naturale, senza rimando alcuno a costumi claustrali, leggere “nella nostra testa”. Cosa è successo per essersi determinato un mutamento così radicale?
Il decadentismo seguito nel Novecento al romanticismo, con il tramonto della ”declamazione” e l’insorgenza di un gusto letterario rivolto all’introspezione dell’io che invitava all’interiorità; la fine del “dicitore”; la chiusura dei salotti sinonimo di società mondana; il declino dell’opera lirica, dei feuilleton e dei grandi romanzi epocali che creavano immedesimazione come oggi una serie Tv; l’avvento della radio e del cinema hanno decretato, insieme soprattutto con la crescita dell’istruzione, il passaggio da una lettura indiscreta e collettiva a un’altra discreta e individuale.
A contribuire soprattutto a questa mutazione anche di costume è stata la diffusione dei giornali, i quali hanno imposto, a differenza dei libri, una selezione degli articoli da leggere e diversificato quindi gli interessi. Dalla lettura solitaria dei giornali, divenuta tale anche nei circoli e nei luoghi di aggregazione come i bar, l’uso della fruizione mentale è arrivato ai libri, rinverdendo una pratica, quella monacale e clericale a sfondo religioso, alla quale nei secoli si è poi opposta un’attitudine alla lettura discreta di tipo essenzialmente laico ma scoraggiata e rimasta per moltissimo tempo minoritaria. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 3: I giornali? Sono richiesti i codici

di Gianni Bonina

La lettura di un giornale richiede certamente uno sforzo minore rispetto a un libro, anche perché facilitata dall’uniformità del linguaggio e dalla sua semplicità, la quale è figlia di una regola che, ripensando alla scuola, ricorda la differenza tra l’album da disegno geometrico e quello ornato: scrivere per farsi capire e non per farsi piacere. Gli antichi Greci avevano inventato una figura, il parresiastes, colui che parla chiaro e dice la verità, per distinguere i sofisti che amavano le circonvoluzioni del discorso e apparire eloquenti, l’eloquenza essendo l’arte di avere ragione giocando con le parole. Parlare chiaro e dire la verità erano viste invece come funzioni integrate che agli albori anticipavano la forma di espressione giornalistica. La quale, come vedremo in un’altra puntata, è essenziale. Peraltro lo stile nominale dei giornali che, soprattutto nella titolazione, elimina quasi sempre i verbi al passato (non “Il sindaco si è dimesso” ma “Dimissioni del sindaco” o “Si dimette il sindaco”) aiuta il lettore ad accostarsi ad essi con più familiarità e fiducia.
Ma anche i giornali richiedono la comprensione di codici impliciti propri e dunque strumenti di accesso come è oggi per l’utilizzo di uno smartphone. Allo stesso modo dei piccoli lettori di Topolino che riconoscono in fonemi quali “gnam” o “gulp” le esclamazioni di chi ha fame e si sorprende e che sarebbero incomprensibili a chi non avesse abitudine con i fumetti, occorre svolgere alcune funzioni essenziali per leggere i giornali, cominciando dal capire l’importanza delle notizie dal loro rilievo nella pagina e dalla precedenza nella foliazione (così come la successione cronologica delle notizie ne indica in un telegiornale l’interesse generale), pur non riconoscendo il posizionamento gergale se di apertura, di spalla, di taglio medio o basso, ma i soli effetti riprodotti secondo l’equazione vistosità uguale preminenza. Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 2: E il giornalismo partì in ritardo

di Gianni Bonina

Diceva Rousseau che «nulla di grande può uscire da una penna venale» e che «per potere osare grandi verità non bisogna dipendere dal proprio successo». Da un lato apprendiamo che non si possono avere capolavori letterari se l’attività di scrittore diventa un mestiere e da un altro che “grandi verità” possono venire anche da uno scrittore, narratore innanzitutto, e non solo da un filosofo, da uno scienziato o da un curato.
Rousseau, l’ultimo degli illuministi e il primo dei romantici, scriveva Le confessioni nel 1782. Cinquantacinque anni dopo, Balzac pubblicherà Le illusioni perdute e concepirà un altro ben diverso teorema, lo stesso che nel 1885 Guy de Maupassant preciserà nel suo Bel-ami indicando proprio nella ricerca del successo, economico oltre che sociale, la natura dello scrittore. Che deve anzichenò farsi un professionista dedito unicamente a un lavoro bene in grado di assicurargli un futuro e di consentirgli nello stesso tempo l’affermazione del proprio talento: un lavoro che sembra però tagliato innanzitutto su quello di giornalista.
Il balzachiano Lucien Chardon e il maupassantiano George Duroy, due provinciali che a Parigi ardiscono affermarsi nel bel mondo con l’arte della scrittura, cambiano il proprio cognome, il primo in de Rubempré e il secondo in Du Roy, per potere giustappunto brillare in società. E cosa viene loro consigliato? Al giovane arrivista di Balzac che vuole farsi scrittore di chiudersi in una mansarda e uscirne solo con un romanzo sottobraccio, mentre all’altro arrampicatore deciso a diventare giornalista di sedurre la moglie dell’editore. In sostanza a Chardon viene detto «Vuoi avere successo? Scrivi un romanzo» (mentre oggi il verbo si è mutato nel suo contrario: «Vuoi scrivere un romanzo? Procurati successo») e a Du Roy di tramare seguendo il pensiero dell’editore, che «si serviva soltanto di gente che egli avesse fiutato, provato, scandagliato, che giudicasse scaltra, audace e duttile». Leggi tutto…

RUBEMPRÉ n. 1: Giornalismo e letteratura, i porcospini di Pascal

di Gianni Bonina

Diceva Rousseau che «nulla di grande può uscire da una penna venale» e che «per potere osare grandi verità non bisogna dipendere dal proprio successo». Da un lato apprendiamo che non si possono avere capolavori letterari se l’attività di scrittore diventa un mestiere e da un altro che “grandi verità” possono venire anche da uno scrittore, narratore innanzitutto, e non solo da un filosofo, da uno scienziato o da un curato.
Rousseau, l’ultimo degli illuministi e il primo dei romantici, scriveva Le confessioni nel 1782. Cinquantacinque anni dopo, Balzac pubblicherà Le illusioni perdute e concepirà un altro ben diverso teorema, lo stesso che nel 1885 Guy de Maupassant preciserà nel suo Bel-ami indicando proprio nella ricerca del successo, economico oltre che sociale, la natura dello scrittore. Che deve anzichenò farsi un professionista dedito unicamente a un lavoro bene in grado di assicurargli un futuro e di consentirgli nello stesso tempo l’affermazione del proprio talento: un lavoro che sembra però tagliato innanzitutto su quello di giornalista.
Il balzachiano Lucien Chardon e il maupassantiano George Duroy, due provinciali che a Parigi ardiscono affermarsi nel bel mondo con l’arte della scrittura, cambiano il proprio cognome, il primo in de Rubempré e il secondo in Du Roy, per potere giustappunto brillare in società. E cosa viene loro consigliato? Al giovane arrivista di Balzac che vuole farsi scrittore di chiudersi in una mansarda e uscirne solo con un romanzo sottobraccio, mentre all’altro arrampicatore deciso a diventare giornalista di sedurre la moglie dell’editore. In sostanza a Chardon viene detto «Vuoi avere successo? Scrivi un romanzo» (mentre oggi il verbo si è mutato nel suo contrario: «Vuoi scrivere un romanzo? Procurati successo») e a Du Roy di tramare seguendo il pensiero dell’editore, che «si serviva soltanto di gente che egli avesse fiutato, provato, scandagliato, che giudicasse scaltra, audace e duttile». Leggi tutto…

EDIPO A COLONO e ERACLE a Siracusa

La follia e la supplica, l’esercizio del potere e della sua perdita: temi delle tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle

[Nell’immagine: Jean-Antoine Giroust, Edipo a Colono, 1788]

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di Gianni Bonina

Le tragedie in scena quest’anno a Siracusa, Edipo a Colono e Eracle, sono state ricondotte sotto il segno dell’esercizio del potere e della sua perdita, un fil rouge che però si intravede appena al fianco di altri temi di collegamento ben più evidenti, due soprattutto: la follia e la supplica. Ma forse la pietra maggiore di paragone è data dall’antifrastico rapporto con la divinità, giacché nella tragedia sofoclea assistiamo a un “indiamento” (Edipo che si trasfigura e assurge in cielo: come un Cristo di quattrocento anni prima) e in quella euripidea a un “disindiamento”, la presa di distanza di Eracle e Teseo, eroi e semidei, dall’Olimpo e in particolare da Zeus e dalla moglie Era. In Sofocle l’identificazione con il dio è risospinta fino alla trascendenza umana, ben più oltre dell’assoggettamento eschileo, mentre in Euripide l’atto di accusa al cielo assume il carattere di un disconoscimento del soprannaturale che presagisce uno stato di ragione.
Cosicché della metafora del potere che si è voluto vedere nelle due tragedie (elemento che dopotutto connota pressoché ogni dramma classico, interpretando il teatro greco il doppio ruolo di rituale politico e religioso) abbiamo in Edipo a Colono la caduta di Edipo, che però già da molti anni ha perso il trono di Tebe e girovaga esule ed esiliato, e lo scontro tra Teseo e Creonte, due sovrani che però non vengono a diverbio nelle prerogative di sovrani in guerra tra loro ma di alfieri di princìpi etici che riguardano la xenia, il trattamento ospitale dei profughi, come fra poco vedremo, mentre in Eracle la tracotanza di re Lico («Rivolgo una domanda se mi è lecito: e lecito mi è perché sono vostro padrone») e la sua brutale uccisione sono parte di una dinamica statolatrica alla quale è estraneo l’apparato regale mentre prevale l’animo umano e individuale. Leggi tutto…

MAGELLANO di Gianluca Barbera (recensione)

MAGELLANO di Gianluca Barbera (Castelvecchi) – recensione

[da oggi disponibile in libreria]

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di Gianni Bonina

Dopo la supposizione tentata da Anassimandro, a provare finalmente la teoria eliocentrica che proprio negli stessi anni Copernico stava elaborando fu agli inizi del Cinquecento il portoghese Ferdinando Magellano, oggi  ricordato maggiormente come l’espoloratore al cui nome è legato lo Stretto, sopra la Terra del Fuoco, noto come il varco che navigando verso occidente portava alle Indie. Ma Magellano non concluse l’intera circumnavigazione del globo perché fu ucciso da tribù selvagge in un’arcipelago del Pacifico che non restituirono nemmeno il corpo. Fu il suo successore al comando del naviglio, lo spagnolo Juan Sebastian Elcano, a completare la storica e rivoluzionaria missione voluta dal Re di Spagna in rivalità con quello del Portogallo, impegnati entrambi nella spartizione del mondo extraeuropeo.
Magellano convinse, da straniero e da nemico, il sovrano madrileno ad armare una flotta di cinque navi promettendogli una via più veloce per raggiungere le Molucche e i suoi preziosi mercati facilmente assoggettabili anche alla fede cattolica, ma non immaginò l’enorme vastità dell’oceano “ignotum”, chiamato “Mar del Sur” e creduto più piccolo dell’Atlantico, che lui ribattezzò “Pacifico” per la sua placida solennità. La scoperta del passaggio a sud-ovest non servì agli interessi delle potenze europee e si rivelò infruttuosa, ma aprì la via a conoscenze che avrebbero aperto gli occhi all’umanità.
Sul momento quello di Magellano fu visto come un viaggio contro l’ordine del mondo, una violazione della cosmologia stabilita dalla Chiesa e della rappresentazione laica consolidata: pretendere di arrivare alle Indie seguendo la direzione opposta a quella nota e certa significava mettere in dubbio tutte le acquisizioni nonché l’esistenza di Dio e la sua parola depositata nella Bibbia dove il mondo non poteva che essere piatto e certamente non doveva girare né essere sospeso nello spazio. Gli uomini che salparono dal Guadalquivir di Siviglia, per giunta con gli auspici e i soldi del re più cattolico d’Europa, erano destinati, facendo quella rotta, a precipitare nel nulla quando il terracqueo fosse improvvisamente finito. Senonché nella coscienza anche spagnola si era fatta intanto strada l’idea, da poco suggerita da Colombo, che così come non c’erano leoni oltre le colonne d’Ercole bensì fioriva oltreoceano un mondo nuovo e ricco, proseguendo ancora avanti non si poteva, nella supposizione di un globo non diretto verso una cascata, che tornare al punto di partenza e prima ancora alle favolose Molucche dei chiodi di garofano e delle spezie aromatiche, dell’oro e degli uccelli piumati. Leggi tutto…

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (recensione)

IL METODO DI MAIGRET E ALTRI SCRITTI SUL GIALLO di Leonardo Sciascia (Adelphi)

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di Gianni Bonina

Raccogliendo in volume gli interventi di Leonardo Sciascia in tema di romanzo poliziesco, il curatore Paolo Squillacioti (che sta compiendo per Adelphi un’opera mirabile di recupero dei testi sciasciani dispersi e dallo stesso Sciascia accantonati: dopo Il fuoco nel mare e Fine del carabiniere a cavallo ecco appunto Il metodo di Maigret) non ha escluso, benché uscita nel 1983, con qualche modifica, su Cruciverba dove ha avuto la maggiore visibilità, la nota forse più famosa, Breve storia del romanzo poliziesco, pubblicata nel 1975 su Epoca, nota dalla quale conviene senz’altro partire per ricordare lo Sciascia amateur e haïsseur del giallo, parola da lui sempre usata tra virgolette a designarne la provvisorietà e forse l’approssimazione. Amatore per avere, su sua stessa ammissione, trascorso l’adolescenza leggendo gialli e continuando a farlo con grande passione; odiatore per la condivisione dell’opinione generale per cui il giallo è un sottoprodotto culturale, tanto da chiedersi, all’uscita di un saggio sul poliziesco scritto da un accademico quale reazione avrebbero avuto gli altri cattedratici.
Nell’articolo che ha per titolo quello stesso dato dal docente universitario al proprio saggio, Breve storia del romanzo poliziesco, per spiegare il favore del genere letterario (in Italia nel testo su Cruciverba, nel mondo in quello su Epoca), Sciascia sceglie una frase di Alain (ovvero Émile-Auguste Chartier) secondo cui «l’effetto certo dei mezzi di terrore e di pietà, quando li si adoperi senza precauzione, è lo sgomento e la fuga dei pensieri»: dove la precauzione è l’arte, l’uso della quale sterilizza “l’effetto certo” e del romanzo poliziesco restituisce, assieme allo sgomento, soprattutto il senso di un divertimento: idea questa che piace molto a Sciascia – il giallo come fuga dai pensieri – già in forma diversa espressa molti anni prima, nel 1953, in un articolo che adesso ritroviamo in Il metodo di Maigret e poi riproposta, come vedremo, nel 1957. Leggi tutto…

Gianni Bonina

Gianni Bonina, giornalista e scrittore, vive a Catania. Ha pubblicato romanzi e saggi. Per oltre venti anni a La Sicilia come capo delle redazioni decentrate di Siracusa e Ragusa, ha fondato e diretto Stilos. Oggi scrive su la Repubblica-Palermo e Reset.it. Cura un blog all’indirizzo giannibonina.blogspot.it

Su LetteratitudineBlog ha pubblicato la rubrica RUBEMPRÉ: elementi per un corso di scrittura e di lettura ed è in corso la rubrica dedicata ai classici della letteratura intitolata LEGGERENZA: i grandi libri da riaprire.

Gli articoli di Gianni Bonina pubblicati su LetteratitudineNews sono disponibili qui.

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Altre informazioni biografiche sono disponibili qui.

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

MORTE A DEBITO: intervista a Gianni Bonina

di Massimo Maugeri

Avevo avuto il piacere di incontrare Gianni Bonina anche in occasione dell’uscita del primo romanzo della serie di Natale Banco, intitolato “Cronaca di Catania“, oggi riproposto dalla casa editrice Mesogea insieme al nuovo libro: “Morte a debito“.

Natale Banco è un giornalista – redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» – dalle caratteristiche piuttosto spiccate. Tra le altre cose, come ci aveva raccontato lo stesso Bonina nella precedente intervista, “Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro“.

Torno a a dialogare con Gianni sulle vicende di Natale Banco che sono sfociate, appunto, nella pubblicazione di questo nuovo romanzo, dove il protagonista si trova a dover indagare sulla morte di un collega e sulle vicende – tutt’altro che limpide – che interessano il settore lattiero-caseario.

-Caro Gianni, partiamo dal titolo di questo tuo nuovo romanzo: “Morte a debito”. Il titolo rievoca il celebre “Morte a credito” di celiniana memoria…
Il riferimento a Céline è esplicito, ma me ne sono servito per fare della morte non l’unico credito certo che abbia l’uomo quanto il debito, morale e legale, che pesa in nome collettivo su una cerchia di uomini nei confronti di chi finisca nel vortice dei loro interessi tralignati, com’è nel caso di un personaggio, presidente di una cooperativa lattiero-casearia onesto e perciò prima infamato e poi ucciso.

– Veniamo al protagonista del romanzo: Natale Banco. Come si è evoluto il personaggio, ammesso che ci siano stati cambiamenti rispetto al primo libro della serie (“Cronaca di Catania”)?
Forse ha inasprito il suo mal-aimé, forse è diventato più cupo. Ma ha ritrovato se non l’affetto certamente l’attenzione del figlio Marco ed è premurosamente accudito, quasi coccolato, dalla ex barbona Rosa Bartolotta. Non vedo grandi cambiamenti nella sfera di Banco, che continua a condurre una vita difficile nel giornale in cui lavora ma che può comunque contare sull’amicizia di colleghi come Mario Prazzi. Forse nel prosieguo della serie Banco cambierà alquanto perché conoscerà una donna della quale si innamorerà, ma non vorrei fare spoiler sulla sua vita.

– Cosa puoi dirci sul (già accennato) rapporto tra Natale Banco e suo figlio Marco che, dalla lettura del primo romanzo, sappiamo essere piuttosto problematico?

Rimane problematico, ma in questo secondo episodio si stempera alquanto per poi tornare ad essere di contrapposizione. Marco è un ragazzo di oggi, fragile, introverso, cerebrale, spinto a disconoscere la famiglia per la ragione che probabilmente, come succede in questi casi, la sente troppo e la vorrebbe diversa. Lui in sostanza la rimpiange, perché non ha più la madre. Ma ha trovato Rosa che vede come una nonna e alla quale è attaccatissimo, contando sulla sua presenza per immaginarsi la famiglia che non ha.

– Approfondiamo un po’ di più la conoscenza di Rosa… ex barbona che Banco ospita da tre mesi in casa sua. Il fatto in sé mette in luce l’aspetto della generosità della natura di Banco. Cosa puoi dirci da questo punto di vista? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (intervista all’autore)

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina
(Mesogea – originariamente pubblicato da Mursia)

cronaca di catania cover

[Leggi il primo capitolo del libro]

di Massimo Maugeri

A Catania brucia una casa del centro storico. Un dirigente d’azienda, Marco Moncada, si getta nelle fiamme per salvare i figli di un’immigrata, ma perde la vita. Comincia così il nuovo ottimo romanzo di Gianni Bonina, che segue il precedente “I sette giorni di Allah“, edito da Sellerio (consigliato anche questo). Il titolo è “Cronaca di Catania“, è edito da Mursia e potremmo definirlo come un thriller giornalistico. Protagonista della storia è Natale Banco, redattore in Cronaca di Catania a «La Tribuna» (che, sulla base di quanto ci dice l’autore, potrebbe essere un personaggio seriale).

– Gianni, cominciamo (nello stile di Letteratitudine) ad accennare qualcosa sulla genesi di questo tuo nuovo romanzo. Come nasce “Cronaca di Catania”? Da quale idea, esigenza o fonte di ispirazione?
Non dimentico mai di essere un giornalista, per cui ho osservato la realtà che sta emergendo a Catania. C’è una zona, attorno a Via di San Giuliano fino a ridosso di Corso Sicilia, che va sempre più popolandosi di stranieri. Questa enclave potrebbe diventare un ghetto, cosa che potrebbe spingere qualcuno a pensare di trasferire l’intero ghetto fuori città, come si fece con Librino per altro tipo di emarginati. Il fenomeno non riguarda solo Catania ovviamente, ma a Catania un’eventuale cittadella-satellite potrebbe fare gola a quanti vedono in essa un’occasione, proprio in forza di quella spinta speculativa che a Catania è più forte che altrove.

– Proviamo a conoscere il protagonista di questa storia: il giornalista Natale Banco. Che tipo d’uomo è? Come lo descriveresti ai nostri lettori?
Un uomo che alla lontana non può non richiamarmi ma che non è certamente un mio doppio. Banco è un giornalista che non accetta che l’editore sia un suo superiore e che invece vorrebbe vedere soltanto come uno che fa un altro lavoro. E che non accetta nemmeno che il direttore sia un sodale dell’editore e praticamente un suo camerlengo o centurione. Diciamo che Banco avrebbe lavorato molto volentieri con Pippo Fava.

– Tra i protagonisti del romanzo figura senz’altro anche Catania. Che città è la Catania che racconti in questa storia e in cui si muove Natale Banco? Leggi tutto…

CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (le prime pagine del libro)

In esclusiva per Letteratitudine, pubblichiamo il primo capitolo del romanzo CRONACA DI CATANIA, di Gianni Bonina (Mursia editore)

Ormai l’incendio minacciava il tetto e il crepitio copriva le urla della gente radunata a distanza. Le fiamme sprigionavano un fumo così alto da essere visibile in gran parte di Catania. Una donna di aspetto nordafricano, tenuta a forza dai vicini, gridava fissando una finestra, dove anche altri – rumoreggiando e indicando la direzione – avevano intravisto per un attimo una bambina in lacrime. Furono attimi interminabili, come sospesi. Poi la piccola folla si scompaginò alla vista di un uomo diretto di corsa verso il portone che abbatté con una spallata. Molti gli urlarono provando a fermarlo.
«È pazzo, sta crollando tutto» strepitò una voce.
Lo sconosciuto scomparve dietro la cortina scura che invadeva sempre più Largo XVII Agosto e meno di un minuto dopo riapparve con la bambina in braccio. La depose a terra e si precipitò di nuovo verso la casa in fiamme mentre, appena arrivati, i pompieri soccorrevano la piccola che piangeva terrorizzata. Due di loro provarono a raggiungere l’uomo per bloccarlo, ma desistettero a pochi metri dall’ingresso. Trenta secondi dopo la casa crollò dentro un’alta nuvola di polvere che raggiunse la gente in un frastuono.
Nella coltre bianca si vide la donna straniera avvicinarsi barcollante, in lacrime, e ripetere frasi incomprensibili, salmodiando un nome che echeggiava un suono: «Adil, Adil». Un uomo, visibilmente scosso, si rivolse ai Vigili del Fuoco, intenti ad azionare potenti getti d’acqua: «Suo figlio è rimasto là dentro!». La donna mulinava gli occhi verso la casa dov’era il bambino arso vivo e verso la strada, dove due infermieri trasportavano su un’ambulanza la piccola in barella. Arrivarono auto di Polizia e Carabinieri, che allontanarono in gran fretta tutti, compresa la donna. Neppure ai fotografi e ai giornalisti fu permesso avvicinarsi. Dopo un po’, tra i resti della casa, apparvero due corpi carbonizzati: a quello più grande era avvinghiato il più piccolo. La donna straniera fu allontanata con la forza e portata in ospedale dov’era la bambina, mentre la gente commentava ripresa dalle telecamere.
«Quel cristiano mi spuntò dietro e si mise a taglio di me a guardare l’incendio» raccontava un pensionato in preda all’emozione, provando a non parlare in dialetto. «Disse: “Ma nessuno fa niente?” o una cosa così. Allora io mi girai e ci volevo dire chi è quel pazzo che si butta nel fuoco sapendo che ci muore, perché non c’era niente da fare ormai, si vedeva. Era uno tutto giacca e cravatta, di fuori via. Quando spuntò la bambina alla finestra, partì che pareva un razzo, tanto che pensai che era un parente. Ci gridai di fermarsi, che era un pazzo, che era inutile. Anche altri ce lo dissero, ma lui invece niente, si mise a correre e basta. Disse: “Mio Dio” e s’infilò là dentro preciso a un furetto.»
L’uomo si asciugò senza ritegno le lacrime, poi un agente lo chiamò in disparte e lo portò davanti a una Peugeot 406 lasciata aperta in doppia fila all’imbocco dello slargo. Gli mostrò la foto sulla patente trovata nel cruscotto e il pensionato la allontanò dagli occhi per guardarla meglio: «Qua è più giovane, ma lui è, sicuro».
Una donna che viveva in una casa vicina si fece intervistare dalle televisioni: «Io la conosco, è marocchina. Stava in quella casa da tre mesi con i suoi due figli piccoli. Glielo dicevo io che era pericoloso e non ci si poteva stare. Ma dove se ne dovevano andare, volendo? Lei faceva i servizi di casa alla gente e lasciava i bambini soli. Forse accesero la stufa. Chi lo sa. Nelle case vecchie tutto può succedere, questo e altro». Un’altra donna la scostò afferrando un microfono: «La colpa è del sindaco che tiene questo quartiere peggio di un porcile e tutte queste case sfitte che stanno cadendo una appresso all’altra. Bisogna demolirle, invece, che un pericolo sono diventate. Ecco cosa succede poi: che i poveracci ci vanno a stare e finisce che ci muoiono». Un uomo anziano si fece avanti per farsi sentire da tutti: «E se invece di tunisini, o quello che sono, era qualcuno di noi, qua ora non finiva a bordello veramente?». Leggi tutto…