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DAVIDE ORECCHIO racconta MIO PADRE LA RIVOLUZIONE

agosto 31, 2018

DAVIDE ORECCHIO racconta la sua raccolta di racconti MIO PADRE LA RIVOLUZIONE (Minimum Fax)

libro finalista al Premio Campiello 2018 (Premio Selezione Campiello)

ritratto

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di Davide Orecchio
Volevo scrivere una raccolta di racconti dedicati alla storia e al mito della rivoluzione russa. Volevo lavorare con gli strumenti della narrazione per esplorare possibilità non accadute, ma sempre partendo dai documenti. Volevo proporre in ogni capitolo  un personaggio – a volte famoso, a volte no – e una situazione, un’epoca del Novecento, un luogo, dalla Russia alla Germania, dall’Italia al Messico. Così ho messo insieme i brani di Mio padre la rivoluzione. Anche qui, come nei miei lavori precedenti (Città distrutte e, in parte, Stati di grazia) ho seguito il percorso dell’ibridazione tra materiali storici – di archivio o da fonti secondarie – e invenzione narrativa. Ho manipolato e usato testimonianze e voci, le ho portate sulla pagina, nel racconto, nella storia; ho provato a governarle col ricorso a diversi registri (epico, mitologico, lirico). Ho affidato spesso il racconto a un noi che vorrebbe collimare col punto di vista della posterità, ossia davvero con noi tutti, i presenti, i vivi, chiamati a misurarci con un passato da risvegliare e interrogare. Così, accanto ai personaggi veri e propri dei dodici capitoli, emerge il tempo, creatura che insemina e genera, dal cui accoppiamento con le madri nascono gli eroi e i mostri della rivoluzione, i titani e i giganti, gli angeli caduti. Ma il tempo che sta in queste pagine prova a corrispondere anche a quello che vive nella mia coscienza; non fa distinzioni tra passato, presente e futuro, non accetta unità di misura e convenzioni di linearità; perché nella coscienza tutto è simultaneo, perché la memoria tiene il passato vicino, lo serba presente.

Gli anni, nel libro, sono personaggi essi stessi, e per identificarli, per dare loro una qualche personalità, ricorro ad analogie coi fiori. Il 1917 è un garofano. Il 1956 è un biancospino (ed è anche un uomo bifronte, corrispondente al personaggio allegorico della dissimulazione: poiché fu un anno ambiguo). Il 1945 è una primula di campo. Il 1938 è un fiore al veleno, un mostro che ha piaghe al posto dei petali. E via elencando.

La rivoluzione russa è un enorme repertorio di racconti, romanzi, epopee. Dal momento che – lo sappiamo tutti – è una storia finita molto male, ho chiesto aiuto alla fantasia per immaginare come sarebbe potuta andare, e se avrebbe potuto concludersi con un finale meno feroce, se alcuni dei suoi protagonisti avessero fatto scelte diverse, se non fossero morti prematuramente, o se non avessero perso le loro battaglie politiche. Il 1917 fece un’immane promessa di felicità, e non la mantenne in modo altrettanto gigantesco. Questo libro, nel suo piccolo, si misura con quella promessa tradita, convoca di continuo il passato e gli chiede, continuamente, perché. Certo: il comunismo, le speranze tradite, l’utopia che realizza incubi, le vittime, il rapporto tra storia e mito del comunismo, che ha inciso nettamente sulle vite di quattro generazioni di militanti: non è un argomento che si possa affrontare con leggerezza, sia sulla pagina, sia nei lavori preparatori. Il peso della rivoluzione è immane anche nella documentazione che porta. Un lavoro che si misuri col tema – per giunta dopo la “rivoluzione copernicana” del 1989 – ha insomma il dovere di comunicare il fardello, anche accettando il costo della complessità e il rischio del fallimento.

Eppure, ad essere sincero, l’innesco del libro è venuto da un personaggio che non ha a che vedere col 1917. Il metodo di questi racconti è stato lanciato da una storia vera, epperò estranea alla rivoluzione bolscevica. Spesso i libri nascono da altri libri. Anche questo è figlio adottivo di una moltitudine di volumi. Ma c’è sempre un primo, un patriarca che indirizza la specie. Mi spiego. Ho iniziato a ragionare su una raccolta a metà strada tra storia e ucronia dopo aver scoperto il diario di un sindacalista ebreo americano che se ne andò a vivere nella Berlino di Hitler nell’inverno del 1932-33. È la storia inverosimile ma realmente accaduta di Abraham Plotkin, che ho riportato nel racconto Plotkin. Pensava di entrare nella capitale dei rossi, nella patria dello Stato sociale. Voleva apprendere e riportare un po’ di quella patria in America. Invece scoprì i comizi di Goebbels, le uniformi naziste, la miopia socialdemocratica, i morti di fame di Wedding. Tenne un diario (An American in Hitler’s Berlin. Abraham Plotkin’s Diary, 1932-33, a cura di Catherine Collomp e Bruno Groppo, University of Illinois Press, Urbana and Chicago, 2009) nelle cui pagine rivivono gli ultimi giorni liberi di Berlino, in passeggiate e incontri frenetici e manifestazioni e punti interrogativi. Resocontò ogni giorno fino all’incendio del Reichstag, la notte del 27 febbraio 1933: la presa del potere nazista. Plotkin si ferma a guardare il Parlamento in fiamme ed è come se osservasse la sua stessa storia, le proprie speranze, andare in cenere. Noi invece osserviamo lui, il sindacalista ebreo, e per l’ennesima volta ci appare l’imprevedibilità della vita umana.

Il diario di Plotkin è il primo “reperto” – chiamiamolo così -, che mi ha mostrato la parentela tra una storiografia che esponga le possibilità e una letteratura che le racconti. In seguito è nato il capitolo Una possibilità di Lev Trockij, nel quale immagino che il leader bolscevico, ancora vivo nel 1956 (e non morto nel 1940, anno in cui fu assassinato da un sicario di Stalin), abbia l’opportunità di condannare l’invasione sovietica dell’Ungheria. Mi chiedevo: cosa avrebbe fatto Trockij nel 1956, l’anno della destalinizzazione e dei carri armati a Budapest? Cosa avrebbe scritto e detto nell’ennesimo tornante illusorio e tragico del comunismo mondiale? Così è venuto fuori il racconto. Allo stesso modo, in Lettera ai cittadini sovietici nell’anniversario della rivoluzione, ho immaginato una Rosa Luxemburg non assassinata nel 1919, ma ancora viva nel 1947. Teorica di un socialismo molto diverso da quello praticato dai bolscevichi, Rosa Luxemburg scrive una lettera al suo popolo per celebrare il trentesimo anniversario di una rivoluzione non violenta, pacifica, non sanguinaria. Cosa che non fu. Ma che forse, con lei alla guida, avrebbe potuto accadere.

Il racconto Un poeta sul Volga, invece, è stato un regalo degli archivi. Non avevo alcuna intenzione di scriverlo. Ma trovai un fascicolo sulle celebrazioni per il centenario della nascita di Lenin (1870-1970). Un opuscolo del Pcus (1969) conteneva istruzioni per tutti i partiti comunisti mondiali e chiedeva tra l’altro che inviassero giornalisti e scrittori in Unione Sovietica per raccontare la storia, o più precisamente il mito di Lenin. In quegli stessi giorni – poco prima o poco dopo, non ricordo – lessi su «Paese Sera» del 1969 un reportage in quattro puntate firmato da Gianni Rodari. Era un viaggio nei luoghi di Vladimir Il´ič Ul´janov e nel tempo della sua infanzia: la casa paterna, quella del nonno, le stanze da letto, i giochi, gli indumenti. Ci voleva poco a capire che le due fonti erano collegate. Il racconto era già nelle carte dell’archivio e dell’emeroteca. Non restava che scriverlo.

Adesso mi fermo qui, perché non potrei riepilogare la gestazione di tutti e dodici i capitoli. E anche perché, sinceramente, a quasi un anno dalla sua uscita, non ho più molto da dire su Mio padre la rivoluzione.

Aggiungo solo una cosa.

Durante una presentazione mi hanno chiesto cosa resti nella valigia della rivoluzione a un secolo di distanza. Ho risposto che sto come alla fine di un viaggio. La valigia è graffiata e impolverata, piena di ricordi, cartoline, opuscoli di musei, libri comprati strada facendo. Ma non ho neppure un abito pulito. Biancheria, maglie, camicie: è tutto sporco. Ho bisogno di una lavatrice e di molto detersivo. Ma, all’improvviso, irrompe la tentazione di buttare il mucchio di indumenti sopravvissuti al viaggio e di uscire di casa per andare a comprare vestiti nuovi. Forse quello che resta nella mia valigia della rivoluzione è proprio questo: il desiderio di abiti nuovi

(Riproduzione riservata)

© Davide Orecchio

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La scheda del libro

Finalista al Premio Campiello

Finalista al Premio Napoli

Finalista al Premio Bergamo

Finalista al Premio Corrado Alvaro – Libero Bigiaretti

Vincitore del Premio Fiction/Non Fiction del Premio Ceppo Racconto

Mio padre la rivoluzione è una raccolta di racconti, ritratti, biografie impossibili e reportage di viaggio attorno alla storia e al mito della Rivoluzione russa, dai protagonisti dell’ottobre 1917 (Lenin, Stalin e Trockij) a personaggi minori ma non per questo meno affascinanti. Davide Orecchio lavora sulla storia con gli strumenti della letteratura, ne racconta versioni altre e ne esplora possibilità non accadute: in questo libro Trockij è ancora vivo nel 1956 e medita sull’invasione sovietica dell’Ungheria e su Chrušcˇëv che rinnega Stalin. Qualche anno dopo, il giovane Robert Zimmerman entra in una libreria di Hibbing, Minnesota, e scopre i testi di Trockij, non diventa Bob Dylan ma compone altre bellissime canzoni rivoluzionarie come «The End of Dreams». Qui, proprio come nella realtà e oltre essa, il poeta Gianni Rodari che «ha il problema della fantasia» scrive un reportage dalla Russia per il centenario della nascita di Lenin. In Mio padre la rivoluzione la «controstoria» è una chiave offerta al presente per scardinare il passato, per fare i conti coi mostri politici e le speranze tradite del Novecento, ed è anche una guida per immaginare i futuri possibili. Con uno stile originalissimo, Davide Orecchio racconta il sogno e l’incubo della storia, le peripezie e le passioni, i destini aperti degli uomini.

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Davide Orecchio (1969), storico di formazione, ha pubblicato la raccolta di racconti Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi, 2012), vincitore del premio SuperMondello, e il romanzo di racconti Stati di grazia (il Saggiatore, 2014).

(Foto: Grazia Ippolito)

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