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LA SICILIA È UN’ISOLA PER MODO DI DIRE di Mario Fillioley (recensione)

ottobre 27, 2018

LA SICILIA È UN’ISOLA PER MODO DI DIRE di Mario Fillioley (Minimum Fax)

Siracusa come metafora. Il racconto della Sicilia di Mario Fillioley

di Daniela Sessa

Alla Sicilia e sulla Sicilia hanno detto di tutto. Senza citare i viaggiatori alla Goethe perché – direbbe Andrea Camilleri – i cabbasisi si sono rotti, basta il riferimento alla coppia buttanissima e bellissima o a tutta la letteratura siciliana contemporanea (da Pirandello ai tre grandi della famosa fotografia Sciascia, Consolo e Bufalino fino a Gaetano Savatteri) per cogliere della Sicilia tutte le sfumature di senso e non senso, tutte le stramberie e la poesia, tutta la tragicommedia. La Sicilia è anche quella di Colapesce e dei pupi, di PIF e di Ficarra e Picone ed è tutto un meraviglioso trallallero. Idillio? Lirismo? Sufficienza gattopardesca? Sicilitudine o redimibilità? Si sta ancora a discutere e magari bene ne venga. Tanto è cosa risaputa che ai siciliani piace lambiccarsi il cervello con argomenti capziosi e aporie: Leonardo Sciascia si divertiva, e tanto, a smascherare il barocchismo dei siciliani spacciato per illuminismo. Ma autoreggenti e décolleté col tacco a spillo alla Sicilia mancavano. Ce li ha messi Mario Fillioley in “La Sicilia è un’isola per modo di dire” (ed. Minimum fax) e d’improvviso la bella Trinacria, quella della bandiera siciliana e delle ceramiche di Caltagirone, si è annacata (traduzione: ha camminato lenta e ondeggiante) verso Siracusa e qui, non si capisce se in tutta coscienza o se vittima di un tranello dello scrittore, ha fatto la fine di Narciso, abbracciata alla sua stessa immagine.  Siracusa è una città bella, ha una luce rosa e gialla, una luce tutta sua che saetta la pietra degli edifici e delle piazze prima di tuffarsi a mare. Siracusa ha una storia che fa tremare d’orgoglio i siracusani e una voce antica che, se smetti un attimo di sentire il tuo respiro, arriva a eco dalla cavea del Teatro e dalle Latomie. A Siracusa cammini sopra la Storia e la Bellezza. Va da sé che la Sicilia che si specchia a Siracusa se bella non è, sarà bellissima come si augurava Paolo Borsellino, uno dei figli migliori di Sicilia. A Mario Fillioley, però, che la Sicilia sia un’attraente chimera pare idea da rovesciare. Da rovesciare pare soprattutto quell’idea di specialità che la Sicilia e i siciliani si sono cuciti addosso come un marchio o una corazza. Questa idea di Sicilia, greca, araba e normanna assieme, sicula e sicana, è l’isola che non esiste per confessione di chi c’è nato. Fillioley per raccontarcela usa il grandangolo e uno humor quasi inglese (quasi, perché talvolta gli scappa lo sfottò che anglosassone non è). Con la stessa fuga prospettica che aveva usato in “Lotta di classe” (il romanzo d’esordio dello scrittore sempre per Minimum fax) Fillioley scrive di se stesso, della sua famiglia, degli amici della sua adolescenza, di Siracusa per ricordare l’essenza della Sicilia. Ossia la sua normalità a fronte di una specificità che ha fatto all’isola stessa qualche danno di troppo. Fosse solo quella di considerare l’abusivismo, il turismo di massa, la delinquenza più o meno mafiosa, l’ignoranza, il precariato, il paesaggio, le dinamiche sociali  cose tradimentose come il mare, che anche quando è piatto e conosciuto può tradire e all’improvviso diventare pericoloso. Allo stupore, che rimbambisce la faccia dei siciliani, Fillioley suggerisce di sostituire il disincanto e la consapevolezza o anche solo il sospetto che un siciliano biondo e con gli occhi azzurri stia dentro la stessa percentuale di casualità di un settentrionale con gli stessi tratti somatici, perché i Normanni non invasero solo la Sicilia; che il boom degli affitti delle seconde case non sia vilipendio alla religione della bellezza ma un affare favorito dai tanti turisti, e che magari sarebbe bene avvertire i moderni Goethe in sandali e calzini che un cagnolo mancante (la piccola scultura che regge i balconi di origine seicentesca) è testardaggine e non sfregio artistico, è stramberia; che i gelsi più buoni li produce l’albero piantato nel terreno demaniale; che un ragazzo a Siracusa, città della Sicilia, negli anni ’90 ascoltava i Cure e non “Ciuri ciuri” e divenuto adulto non sa nemmeno cucinare la caponatina.
Qual è l’idea che hanno dei siciliani i non siciliani e pure i siciliani stessi? La Sicilia, ogni tanto provo ad argomentare, è un’isola per modo di dire, è enorme, è una specie di nazione, e comunque da Messina a Villa San Giovanni non sono neanche tre chilometri, venti minuti di traghetto, è Italia, è Europa, è Continente, non serve nemmeno il ponte. Tutte queste peculiarità, queste stranizze d’amuri, questi contadini saggi che si siedono su un muro a secco, scrutano nel cielo l’occhio di capra e vaticinano il meteo, che parlano per antichi detti, dove sono? E l’insularità, allora?, mi dicono i milanesi, e Manlio Sgalambro?”
Il fatto è che Fillioley per dire tutto questo e farsi certe domande ha usato l’ironia come un optical artist usava il bianco e il nero. Ogni aneddoto e ogni personaggio (il libro offre una carrellata di personaggi di irresistibile espressionismo comico) vivono di una doppia dimensione deformante e illusoria –la Sicilia per Fillioley è controintuitiva – che serve all’autore per sottolineare l’origine del pregiudizio e il giudizio. Entrambi, pregiudizio e giudizio, elementi topici della sicilianità e della sicilitudine per cui “Tutte le questioni diventano etiche”. E una specie di atteggiamento etico è l’immobilità con cui Fillioley si autoracconta, novello Giovanni Percolla.
“…il mio sogno era tenere la mia famiglia seduta al mio capezzale, come se fossi stato morente, tutti seduti sul pizzo del letto dove io stavo disteso, esattamente in quella posizione che io intendevo come mia supremazia e loro sottomissione, un trono cui loro dovevano inchinarsi e raccontarmi cose, oppure lasciarsi porre domande dal tono inquisitorio e infine attendere che io emettessi una qualche sentenza di stampo salomonico.”
A proposito di pregiudizi e di giudizi. Nemmeno lo scrittore con la sua arguta e più matura penna sfugge alla maledizione dello scrivere di Sicilia. Fillioley è stato attento a scrivere per sottrazione ed evitare quegli accenti lirici traboccanti sicilianità, ma poi cade nella trappola.
E Siracusa, che è di una bellezza sempre in lotta con lo svilimento, la trasandatezza, la sciatteria, si approfitta di questo tipo di cotte molto intense, che sono una cotta verso di lei e una cotta verso te stesso che ti senti un intenditore, che ti sei convinto di avere saputo vedere dove gli altri guardavano e basta.
E a chi legge va bene così.

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Mario Fillioley è nato a Siracusa nel 1973. È un insegnante di lettere in una scuola pubblica, ha tradotto diversi libri dall’inglese. Ha un blog personale, Aribiceci.com, e un blog sul Post. Vari suoi racconti e reportage sono stati pubblicati su IL. Un suo testo fa parte dell’antologia Non si può tornare indietro, edita da Marsilio nel 2015.

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