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THE GAME di Alessandro Baricco (recensione)

novembre 27, 2018

THE GAME di Alessandro Baricco (Einaudi Stile Libero Big)

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L’iperuomo di Baricco gioca ai videogame

di Daniela Sessa

Quando Pico della Mirandola davanti ai cardinali di Innocenzo VIII dimostrò -con scarso successo, è da ammettere- che l’uomo è un grande miracolo ossia un mediano libero (già questa cosa, del mediano, al destinatario di questa riflessione potrebbe piacere) tra il creato e Dio si capì che per l’uomo tirava un’aria nuova e migliore. Poi arrivò Leonardo e inscrivendo la prediletta creatura di Dio dentro la geometria, le fece capire di poter toccare con tutta se stessa l’infinito e il finito; anzi, come avverte lo stesso Leonardo da accorto “omo senza lettere”, grazie ai suoi nervi potersi muovere nell’immenso mare dell’essere. Di moto, nervoso, in moto, nervoso, l’uomo prova a litigare con il re dell’universo (leggasi Copernico, Cartesio e Pascal), in seguito lo mette decisamente da parte (vedi Voltaire) per poi accorgersi che, a contare solo su tutta quella chirurgica razionalità, si perdeva qualcosa di magico (divino, va bene lo stesso) e approda al sistema inquieto e magmatico dell’Ottocento. Perso in un mare di nebbia, l’uomo moderno un po’ alzava la testa verso il cielo nella convinzione di attraversarlo, fino a quando non avrebbe messo almeno un piede sulla Luna e vi avrebbe mandato sonde e astronauti; un po’ si contorceva per mettere quel piede dentro se stesso, impresa per fortuna ancora incompiuta. Nel frattempo sono arrivati i barbari (qualcuno aveva avvertito) e alcuni generosi – è un eufemismo –  imprenditori dello spazio, meglio etere, hanno cominciato a muovere invisibili algoritmi a uso e consumo di un’umanità moltiplicata. Benvenuti negli anni Duemila, vi presento l’iperuomo.  Anzi lo presenta Alessandro Baricco nel suo “The game”, prontuario della rivoluzione digitale e commentario di un nuovo Umanesimo.  Che posizione occupa l’uomo nell’universo della rete? Quanta responsabilità ha nella nuova mappa del mondo? Quale dimensione temporale ha elaborato? Se un narratore racconta il web e la rete, non prescinde dall’uomo, dalle riflessioni sul suo adattamento, sgomento o felice, all’ambiente, su quella dimensione dell’eterno duello Ettore contro Achille (bella immagine, tanto baricchiana) che l’ha infilato dentro il gioco. Il game è il nome nuovo del mondo e il mondo ha dimensioni grandemente piccole. L’espressione “basta un click” diventa altro di un luogo comune: è la traccia di esistenze smaterializzate, tanto più che il click ha azzerato anche il suo stesso rumore in un silenzioso touch a sfioramento. Una carezza allo schermo del nostro smartphone sembra il gesto residuale di un’umanità sensibile. Perché residuale? Da un’obiezione simile parte la campagna di Baricco volta a spiegare – semplificando – che smartphone e carezza possano stare dentro la stessa narrazione. Come aveva già suggerito con l’analisi dell’avvento della barbarie, linguistica e comportamentale, dell’ultimo Novecento, Baricco fa lo sforzo (corposo tanto quanto il suo libro: trecentoventiquattro pagine) di chiarire che la rivoluzione digitale è solo l’ultima fase del darwinismo: la specie umana, nei suoi individui più forti ossia maschio, bianco e ingegnere ha evoluto verso un ambiente capace di annullare il movimento e la materia e, nello stesso tempo, di soddisfare, già allo stato latente, ogni forma di desiderio. Prova ne sono due modifiche: una di approccio metodologico, l’altra fisica. Quest’ultima consiste nel ripiegamento dalla posizione eretta, prima a una fase intermedia uomo-scrivania- tastiera, e poi allo sviluppo di un’appendice a livello di arto superiore rigida e luminescente (il nativo digitale ha già la capacità prensile allungata a destra, l’uomo vecchio l’ha acquisita): il display contesto di app.
Per comprendere come questo sia avvenuto, occorre ribaltare l’iceberg della conoscenza: considerare il sommerso, guardare a ciò che muove sotto la superficie. Un capitombolo altrettanto arduo di quello copernicano, se si guardano alle prese di posizione reazionarie e nostalgiche di quei valori novecenteschi, terribili e per molti versi elitari (i sacerdoti di Innocenzo, per  intenderci), contro e in reazione ai quali è nato prima Internet e poi il web. Baricco fa leva sulla dote di onesto affabulatore e si traveste da storico, da geologo  e da cartografo. Disegna mappe: d’altronde la mappa è da un po’ di tempo il suo pallino per disegnare storie. Ricostruisce la storia del game scandendola in quattro archi temporali dal 1978 con l’archetipo del videogioco Space Invanders fino al 2016 con AlphaGo: in mezzo l’epoca classica dal Commodore a Google e la fase della colonizzazione con Napster, Linkedin, Skype, Facebook, Amazon, Kindle, Wikipedia, Twitter e l’iPhone.  Durante la colonizzazione accadono due fatti, complementari nella loro fisionomia: quella tragica dell’11 settembre che cambia lo scenario di pace, adatto allo sviluppo del digitale, e quella divertita del 9 gennaio 2007 quando Steve Jobs presenta l’iPhone “un computer che faceva finta di essere un gioco”. Due fatti irreversibili dentro uno spazio solo in parte fisico: l’oltremondo. Il presente comincia con il fallimento della Lehman Brothers e si distende con l’invasione delle App e la nascita dell’illusoria democrazia digitale. A questo punto irrompe l’uomo, l’iperuomo o il multitasking senziente “Di ipertesto in ipertesto, l’uomo che viaggiava là dentro [il web, n.d.r] finiva per avere una percezione di sé stesso come di un IPERUOMO… UN UOMO CHE NON ERA COSTRETTO A ESSERE LINEARE. A essere inchiodato in un luogo mentale. A farsi dettare dal mondo la struttura dei suoi pensieri e i movimenti della sua mente.” Ecco il punto nodale di “The game”: la riflessione, il commentario, sull’uomo. Altro che Nietzsche e il suo Übermensch: qui l’oltreuomo, il dissacratore edonista ed esteta, lascia il posto a un’umanità matrioska che ha eletto la velocità e la fine della materia e offerto (o sacrificato) a nuova divinità a cristalli liquidi identità, emozioni e mistero. Sorprendente? Baricco scrive giustamente di no. Semmai prevedibile. All’inizio dell’avventura c’è Stewart Brand, tipico rappresentante della controcultura californiana degli anni ’70, che teorizza la rivoluzione digitale (a lui si deve l’espressione personal computer), poi arriva Steve Jobs e gli altri epigoni, fabbricatori di tool, strumenti che hanno cambiato il format del mondo, commenta Baricco. Uomini privi di un progetto di umanità, ma capaci di riconoscere la linea di fuga dal disastro ossia il Novecento con i suoi orrendi delitti. L’argomento appare debole, forse esso stesso prevedibile; tuttavia, Baricco coglie nel desiderio di rivoluzione dell’uomo sopravvissuto al secolo scorso una costante, che spiega il boom digitale: riappropriarsi del mondo, creandolo e replicandolo, collegandolo senza mediazioni nefaste (sacerdoti e intellettuali). Non c’è bisogno di un’idea del mondo: occorre uno strumento per fare il mondo. Il Web, lo smartphone, le App dimostrano il passaggio cruciale e irreversibile dalla psyché alla tecné. Baricco non dice che Eno, l’eroe di “Matrix” aveva avvisato ed era il 1999: “Mostrerò loro un mondo senza di voi, un mondo senza regole e controlli, senza frontiere e confini. Un mondo in cui tutto è possibile. Quello che accadrà dopo, dipenderà da voi e da loro”. Quel film, insieme al precedente “Blade Runner”, muoveva da una paura luddista, che le macchine e gli algoritmi s’impossessassero degli uomini, spingendoli  al confine  tra realtà e finzione, tra libertà e schiavitù. Baricco intende rompere con quest’idea, originaria e giustificabile – quasi quanto lo stupore del nativo americano davanti alle caravelle di Colombo – per ricordarci l’unico punto di vista possibile, che l’uomo non è schiavo del web ma il suo artefice. A questo punto tutte le lotte di resistenza sono destinate a vanificarsi. In senso letterale ossia a passare dall’esperienza alla post-esperienza, generatrice di una vibrazione nella superficie delle cose. La superficie è la nuova ontologia. L’anima, quella che l’uomo temeva di aver perduto consegnandosi a un tool (che agisce e pensa linkando per lui) si è trasferita in un campo di gioco nuovo che non ha fini ma traiettorie. Uno spazio senza margine, “un cosmo chiuso dentro le tre doppie vu” cantava un resistente Claudio Baglioni, impaurito dalla solitudine, sempre nel 1999 e chissà se era già finito in Napster, l’antenato di Spotify. La solitudine è il falso pregiudizio di chi si oppone all’iperumanità. Sullo sfondo della ricerca personale di Baricco potrebbe aggiungersi anche il rovesciamento dell’errore: l’umanità moltiplicata è l’antitesi della solitudine, anzi è l’irrompere del plurale sulla scena della storia e con la stessa portata valoriale dell’irrompere del démos nella storia antica. Democrazia digitale non vuol dire solo piattaforma Rousseau. Vuol dire ipertrofia di accesso ai desideri, vuol dire crescita esponenziale dei contatti nello spazio, illimitato, e nel tempo, immediato, della rete. Non c’è solitudine se l’uomo ha un altro da sé, che supera perfino la dimensione spaziale dell’oltremondo. Il fake è condizione esistenziale di chi entra nelle community di Facebook, Instagram, Twitter, Snapchat  e supera di gran lunga tutte le riflessioni letterarie e filosofiche sullo specchio dell’inconscio. Spostare il baricentro delle convinzioni è la sfida del pensiero contemporaneo: “Capitemi bene: non sto dicendo che l’habitat dell’iperuomo digitale sia l’oltremondo del Web. La cosa è ben più sofisticata. Il suo habitat è il sistema di realtà a doppia forza motrice, dove la distinzione tra mondo vero e mondo virtuale decade a confine secondario, dato che l’uno e l’altro si fondono in un unico movimento che genera, nel suo complesso, la  realtà. Quello sì che è il campo da gioco dell’uomo nuovo, l’habitat che si è costruito su misura… E’ il gioco che ci spetta ogni mattina: non conoscerne le regole può portare a sconfitte grottesche”.  Il nuovo Umanesimo ha un nome, ovviamente inglese, Contemporary Humanities. A questo punto occorre leggere il libro di Baricco tenendo conto di tre aspetti. Il primo è legato proprio alle sconfitte grottesche: Baricco sa che molte delle sue idee in questo lavoro sono suscettibili di critiche e a molte di esse risponde già nel libro. Con la sua acutezza, tra la beffa e il realismo, sa che libertà e digitale non solo fanno un’endiadi e che c’è sempre un Eldon Tyrell (il capitalista di Blade Runner) che venderà il “Più umano dell’umano”:  la formazione di una nuova elìte che governa la smaterializzazione è fin troppo evidente (da Cambridge Analytica alla Casaleggio Associati), perché la si voglia celare dentro l’entusiasmo (tradito dall’enfasi narrativa) del nuovo passo dell’umanità. Baricco ne è consapevole tanto da concludere che qualche caposaldo del Novecento è ancora in piedi e che “il Game non ha una costituzione scritta”. Il secondo aspetto è interessante, perché si assume la responsabilità di lanciare il dibattito: se è vero che la vita e l’intelligenza artificiale mettono a rischio l’identità della specie umana, il passaggio necessario non è il recupero dell’umanesimo ma lo slancio in avanti dell’umanesimo verso il Game. Non farlo sarebbe ottuso, afferma Baricco. Che, però, nell’indicare come fare il passo in avanti resta umanista: prendere i trattati del Quattrocento e Spinoza e infilarli nel gioco. Resta un dubbio: raddrizzare il volo del Game non è comunque una virata verso il passato? O basta leggere la Biblioteca dell’umanesimo nel web per restare umani e folli? Per ultimo una considerazione sullo storytelling di Baricco: eccezionale. Vale sempre la pena immergersi nel racconto di Baricco. Aedo dei nostri tempi, capace come pochi di coniugare ironia e sapienza, disegnatore di immagini spiazzanti per l’originalità mascherata nella semplicità, viaggiatore della parola e cacciatore di consensi, Baricco ha urgenza di entrare in empatia con il lettore, sempre. Qui mette in scena la scrittura come un gioco e invita il lettore a giocare con lui, scuotendone apatia e pregiudizi. Infilza un imperativo dietro l’altro; fingendo sia solo un invito, intima di seguirlo, di farsi marzianino e scansare ogni convinzione contraria alla bellezza necessaria del Game. Il libro è un videogame: digitare utente e password e cominciare a giocare. Arrivati al livello up, la storia del web è scritta ma vince il gioco chi s’immerge nei Commentari, dove la scrittura, agile nella frase e opulenta nel linguaggio, diventa confessione e testimonianza. ”The game” è un libro necessario perché la cronaca cominci a farsi storia. E’ un libro affascinante perché a dispetto del tema materializza, ancora una volta, la bellezza dell’incontro con la scrittura come arte, della narrazione come irrinunciabile forma del reale. Finito di leggere “The game”, viene voglia di fare quattro chiacchiere con Mr Gwyn, il personaggio più insolente di Baricco: forse l’avvento del Game ha reso superfluo quel suo lento gioco di buio e luce alla ricerca delle vibrazioni umane. Magari è meglio di no.

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La scheda del libro

Quella che stiamo vivendo non è solo una rivoluzione tecnologica fatta di nuovi oggetti, ma il risultato di un’insurrezione mentale. Chi l’ha innescata – dai pionieri di Internet all’inventore dell’iPhone – non aveva in mente un progetto preciso se non questo, affascinante e selvaggio: rendere impossibile la ripetizione di una tragedia come quella del Novecento. Niente piú confini, niente piú élite, niente piú caste sacerdotali, politiche, intellettuali. Uno dei concetti piú cari all’uomo analogico, la verità, diventa improvvisamente sfocato, mobile, instabile. I problemi sono tradotti in partite da vincere in un gioco per adulti-bambini. Perché questo è The Game.

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Alessandro Baricco è nato a Torino nel 1958. Ha pubblicato testi di narrativa e di saggistica. Per Einaudi ha pubblicato il suo primo libro, Il genio in fuga (1988 e 2006), Totem. L’ultima tournée (2003) e The Game (2018).

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