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L’ANIMA DEL TERRITORIO: FuoriAsse n. 23

dicembre 1, 2018

FUORIASSEPubblichiamo l’editoriale della direttrice del magazine culturale FuoriAsse del mese di dicembre. Si intitola “L’anima del territorio” e apre facendo riferimento al nuovo romanzo di Guido Conti: Quando il cielo era il mare e le nuvole erano balene (Giunti)

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di Caterina Arcangelo

Tra i libri pubblicati di recente colpisce in modo particolare quello di Guido Conti, Quando il cielo era il mare e le nuvole erano balene (Giunti), perché è un testo che racconta senza nostalgia di un particolare territorio, che è la bassa emiliana, restituendo al lettore sensazioni avvertite in questo luogo preciso e soprattutto aprendo lo sguardo anche su modi di vita che oggi sono andati persi. Vale la pena, in questo senso, ricordare il girovago che aveva addestrato il suo orso; ma anche la caratterizzazione degli altri personaggi che è sempre potente. I protagonisti sono “vivi”, sono dotati di ragioni e sentimenti, talvolta inesplicabili l’uno per l’altro, ma che hanno radici profonde, in quanto ognuno è ben collegato con il territorio in cui vive, conosce bene la propria terra, le piante che la rivestono e i sentieri che ne calcano il suolo. Ognuno si sente parte attiva della storia anche se sa di vivere «nella periferia più periferica del mondo». Un romanzo ambientato tra gli anni ’20 fino alla piena del Po del ’51. Una lettura non solo storica del dopoguerra ma anche di formazione spirituale. In questo caso, si tratta dei sentimenti del piccolo Bruno, il protagonista, che impara a conoscere la realtà della pianura e del fiume (il Po) mediante lo sguardo attento del nonno, ma anche attraverso le devastazioni lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ultimamente mi pare ci sia, da parte delle case editrici, la volontà di pubblicare libri in cui l’azione si verifica in specifici microcosmi, in cui il lettore può ritrovare tipiche atmosfere sia nel clima sia nei modi di fare dei personaggi; testi in grado di rimandare a un’idea di tradizione tipica di particolari ambienti. Ma diversi sono tentativi sterili, in quanto ciò che manca è proprio il collante con l’uomo, con tutti quei valori e le scelte che incidono radicalmente nella esistenza sua e degli altri. Queste caratteristiche di contenuti e di forma in Guido Conti ci sono da sempre; fa piacere che le case editrici abbiano preso a lavorare in una tale direzione. Nel romanzo di Conti, però, c’è anche altro: si scorge un profondo senso di trascendenza e di spiritualità laica, in cui bene si collegano natura ed essere umano, individuo e terra di cui si racconta. Per questo motivo, oltre che per l’approfondimento e la ricchezza delle sue esperienze formali e dei suoi studi, Guido Conti sarà forse uno di quegli autori destinati a essere ricordati, a diventare quindi un classico.
Resta comunque da capire come mai ci sia questa esigenza di ritornare ai luoghi e con essi all’uomo, di ristabilire insomma un contatto autentico di conoscenza e radicamento tra uomo e territorio. Non credo sia tanto per il profitto che possono trarne le case editrici. O forse sì? Forse l’urgenza di studiare il territorio e analizzarlo da un punto di vista più scientifico spinge la stessa letteratura a occuparsi di certi argomenti? Se così è, allora è proprio vero che la letteratura è sempre in grado di occuparsi dei grandi temi della vita, di trasmettere una profonda conoscenza attraverso la lingua e la narrazione.
In questo preciso momento storico si cerca forse di rimediare, di ricucire qualcosa che si è rotto, e questo qualcosa potrebbe essere il rapporto dell’uomo con la terra, che per anni è stata vista essenzialmente come terreno da sfruttare, strappandole così la sua stessa anima.
Una deriva non auspicabile per una nazione come l’Italia che, come già spiegava Piero Gobetti, in un articolo pubblicato nel 1918 in «Energie Nove» e intitolato Regionalismo, arte e cultura, è ricca di cultura proprio per la varietà dei suoi territori e perché variegate e molteplici sono le tradizioni delle regioni che la costituiscono. Inoltre, Gobetti, sin dal primo numero di «Energie Nove», insiste su particolari temi, tra tutti quello della scuola, proprio perché auspica la realizzazione di una scuola non di informazione ma, semmai, di formazione, in cui a essere privilegiato è il potenziamento spirituale dell’alunno. Ed è questo che lo spinge a concepire un’ottica diversa di insegnamento: «c’è solo l’imparare, non fatto passivo, ma attivo, calore interiore, fiamma che non si spegne: imparare è ricreare da sé il proprio intimo». Si tratta di «riportare la scuola all’autocoscienza» e in questo senso l’insegnante può solo aiutare lo sviluppo e risvegliare ciò che è già intrinseco nell’alunno, stabilendo così un rapporto di continuo e reciproco apprendimento. Ma tale “risveglio” spirituale può esserci solo se lo stesso studente è «desideroso di studiare» e conoscere. Concetto, quest’ultimo, ripreso da Giovanni Gentile, che, nello stesso periodo, usciva con un libretto pubblicato dalla Ricciardi e intitolato Il problema scolastico del dopoguerra. Riguardo alla riforma scolastica, Gobetti auspicava una revisione dei programmi capace di tener conto anche del «carattere spirituale» che le materie stesse (Fisica, Storia naturale e forse anche Matematica) posseggono. A tale proposito scriveva: «si offrono sempre i fatti, non si fa sentire l’importanza dei fatti […]. L’educazione è unità cioè filosofia; bisogna ridurre anche ad unità l’istruzione; bisogna far sentire che nelle letterature, come nel pensiero filosofico e scientifico c’è sempre e solo sviluppo storico e sviluppo critico; cioè spirito; bisogna rinsaldare, nel rivedere i programmi e i regolamenti, questa intima organizzazione umana fonte unica e insieme condizione necessaria della vera vita».
Si sente ancora discutere di concetti fondamentali riguardanti la scuola senza considerare la perdita di legame con la realtà stessa. Una rottura che avviene per diverse ragioni. Manca forse prima di tutto la dignità del lavoro, che si ricava anche dalla passione. Inoltre, i nuovi mezzi di comunicazione sono, sì, d’aiuto ma tendono, allo stesso tempo, a spostare l’attenzione dalle reali esigenze pratiche, costruendo quasi delle realtà parallele da curare e da gestire, anche se virtuali.
Risultati immagini per caterina arcangeloUna generale situazione di entropia che, in maniera inevitabile, crea qualche corto circuito. Non è questa una critica nei riguardi dei nuovi modelli  di telecomunicazione, visto il reale contributo che possono offrire nello sfoltimento anche di fastidiose pratiche burocratiche, quanto piuttosto l’affrontare quali altri problematiche possono sorgere dalla complessità dei “mondi” (virtuali) che si sono man mano venuti a creare. Appunto per questo, in una società in cui la parola “solidità” ha a che fare solo con il benessere economico – e non tanto con l’affermazione anche di altri valori umani per i quali l’attenzione sia rivolta a un benessere “spirituale” –, aggiungendo queste altre serie di problemi, tutto diventa ancora più traballante. In un simile contesto anche il valore profondo e carico di contenuti materiali e immateriali della terra viene a mancare, perché si pensa a torto che le sole conoscenze scientifiche siano sufficienti a riaffermare tutto quel mondo che man mano si è sgretolato e perduto. Un simile sfilacciamento forse avviene perché ormai in troppi ambiti si tiene poco conto degli aspetti antropologici, dell’etica, quindi degli stessi limiti delle capacità produttive umane. Si può aggiungere inoltre che l’uomo è anche del tutto impreparato ad affrontare eventi imprevisti e tragici. Un articolo di Ferruccio Sansa, pubblicato il 19 novembre 2018 su «Il Fatto Quotidiano», raccoglie le voci di singoli cittadini delle Dolomiti, costretti a rialzarsi dopo 14 milioni di alberi caduti, spazzati via come stuzzicadenti. L’articolo rimanda anche ad altri tipi di riflessione riguardanti il rischio di spopolamento nella provincia di Belluno, e le tristi condizioni che ne conseguono, tra queste la riduzione di personale, che porta a una generale carenza dei principali servizi, quali la sanità e istruzione. Eppure, dall’articolo stesso, si evince anche come, nonostante la catastrofe, sia ancora possibile sperare. Proprio l’assenza dei più moderni mezzi di comunicazione ha costretto gli abitanti del posto a riscoprire la piazza, a ritrovarsi in uno spazio fisico preciso per discutere dei problemi che ora tocca affrontare.

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