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DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (intervista)

marzo 14, 2019

DAI TUOI OCCHI SOLAMENTE di Francesca Diotallevi (Neri Pozza)

Libro proposto all’edizione 2019 del Premio Strega

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Intervista all’autrice

di Simona Lo Iacono

Vivian scatta con un click deciso, afferra l’immagine, la archivia nel cuore, ancor prima che nella pellicola. Un gesto intenso e al tempo stesso fugace, che racchiude l’attimo e l’eternità.
E’ così la storia di ciascuno di noi, lo sa bene Vivian Maier. Una foto dietro la quale si acquattano sia i desideri perduti sia i bisogni d’amore. L’arte non fa che stanarli, a volte in modo inopportuno, alle altre con istinto provvidenziale. Ma resta pur sempre l’unica ad obbedire al suo vero padrone: la ferita che richiede l’unguento, la falla che esige il rimedio.
All’inizio è stato tutto un reagire all’istinto di divorare le esistenze degli altri. Come se quell’afferrare le figure di persone incontrate in modo imprevisto avviasse un contagio prodigioso e, nell’immedesimazione, operasse un insperato salvataggio. Ma dopo, quello stesso contagio l’ha portata là dove nessuno ha il coraggio di andare: oltre gli edifici allestiti per glorificare l’apparenza. Al di là dei nomi che proteggono dagli strapiombi. Dentro il buio che fatica a farsi abbeverare dalla luce.
Senza saperlo, Vivian ha imparato a guardare con gli occhi degli altri.
Francesca Diotallevi ritrae la storia di Vivian Maier con sconcertante bellezza. La fotografa vissuta a New York negli anni cinquanta svolgendo la professione di bambinaia, vive tra le sue pagine con umanità, dolore, incanto. L’infanzia difficile, a contatto con il rifiuto e il disamore. La fuga nelle case degli altri, in famiglie che non le appartengono, crescendo figli non generati. E quelli veri, di figli. Ossia gli scatti rubati alla realtà, nel momento preciso in cui quella realtà si rivela. Vivian non ritrae qualunque cosa, qualunque persona. Solo ciò che ha con lei un’affinità feroce e struggente. Il complicato richiamo di un riconoscimento.
Alla fine, non le importa nemmeno di svilupparle, le foto. Come bambini concepiti, preferisce tenerli nel grembo, al caldo di un covo che non vedrà la corruzione del vero, l’atrocità degli abbandoni, il rischio della solitudine. Con l’istinto di ogni madre che genera per necessità, o anche per sopravvivere a se stessa, Vivian non vuole che ai propri figli tocchi il suo stesso destino.

-Francesca, chiedo all’autrice, raccontaci di questa donna, del percorso che hai fatto per impadronirti della sua vita.
Si è trattato di un percorso non semplice, in cui spesso mi sono fermata a riflettere se fosse giusto “invadere” una vita vissuta con tanta discrezione; forzare la serratura e aprire uno spiraglio su una solitudine che, forse, non voleva essere disturbata. Ho cercato di farlo con delicatezza, con rispetto. Per raccontarla mi sono affidata soprattutto alle sue fotografie, l’unica autentica testimonianza della sua intimità. È uno scatto al contrario, il mio. Attraverso la sua opera, ho tentato di capire chi fosse questa donna tanto enigmatica, e perché abbia scelto di non presentarsi mai come artista, ma di vivere facendo la bambinaia. Non si tratta di una biografia: altri si sono cimentati nell’impresa di ricostruire il vissuto di Vivian Maier. Io volevo soprattutto rispondere a una domanda: perché accumulare tutti quei rullini senza mai provare l’impulso di svilupparli, di confrontarsi con il proprio lavoro e, eventualmente, con il giudizio altrui? Sentivo che la risposta a questa domanda andava cercata nell’infanzia di Vivian, il luogo in cui tutto ciò che saremo da adulti prende forma.

-A New York Vivian conosce Celia Warren attraverso un annuncio che legge sul New York Herald Tribune. Cercano una tata. E lei entra a far parte della famiglia, iniziando a coglierne le crepe sotterranee, i tagli imprevisti. L’infelicità di Celia. L’irrequietezza del marito, scrittore di romanzi di successo ma irrimediabilmente in crisi con la propria vocazione letteraria. L’ingenuità dei due figli della coppia, a cui si aggiunge una terza bambina. C’è in tutto il libro un innesto chiarissimo tra le dinamiche delle famiglie, i bisogni insoddisfatti di sguardi amorosi e l’obiettivo della Rolleiflex, la macchina fotografica di Vivian. Qual è il rapporto tra sofferenza e arte, per Vivian?
È un rapporto molto stretto: Vivian Maier è una artista che si serve dell’arte per comprendere se stessa, per sedare il proprio male di vivere, non di certo per emergere o riceverne un applauso. La Maier vive la propria arte in forma privata, utilizzando la macchina fotografica come uno scudo, ma anche come un filtro, attraverso cui rapportarsi, e difendersi, dal mondo. Le fotografie che ha scattato sono specchio della sua anima, di ciò che colpiva la sua attenzione, e grazie alla sua opera sappiamo oggi di trovarci di fronte a una persona che, sebbene apparisse rigida e brusca, incapace di avvicinarsi agli altri, o di lasciarsi avvicinare, era in realtà fortemente empatica, avvertiva dentro di sé ogni grammo del dolore altrui: quante volte la sua attenzione si è soffermata sugli ultimi, sugli indifesi, su coloro che soffrivano? Bambini, mendicanti per la strada, anziani, persone di colore (non dimentichiamoci che siamo pur sempre nell’America degli anni Cinquanta), alcolizzati accasciati su un marciapiede, ma anche persone colte da un malore, o ritratte in un momento di disperazione. Vivian vedeva e sentiva tutte le storture dell’esistenza.

-E il rapporto materno. Quasi una cesoia che determina il futuro degli individui. Sia chi dà la vita, sia chi la riceve, sia chi resta, sia chi abbandona, si aggira intorno all’obiettivo di Vivian come un fantasma che chiede l’intervento del suo sguardo. A volte sembra che non sia Vivian a cercare le storie da ritrarre, ma che siano queste a stanarla, a costringerla a raccoglierle. E’ così?
Il rapporto con la madre è il nodo stretto con forza dentro la vita di questa fotografa. Un nodo che non si scioglie, ma resta lì, stretto, a impedirle di diventare la persona che avrebbe potuto essere se avesse avuto una madre in grado di comprenderla, di amarla. Non è un caso, forse, la scelta di trascorrere l’intera esistenza a prendersi cura di figli non suoi: c’è un tentativo di ricucire uno strappo, di lenire la ferita. C’è, forse, una volontà di riscatto. Le fotografie colmano un vuoto: il vuoto lasciato da una madre incapace di essere madre. La macchina fotografica non è solo un occhio puntato all’esterno, ma è soprattutto un mezzo per accertarsi di esistere, perché lo sguardo di chi avrebbe dovuto amarla più di chiunque, evidentemente, non è stato sufficiente a confermarle di essere reale.

-Francesca cara, questo libro meraviglioso è stato candidato al Premio Strega. Ti auguro che tutti restino stregati dalle tue parole, dal tuo sguardo, dal tuo modo di interpretare la vita come compagna indissolubile dell’arte. In bocca al lupo!
Cara Simona, ti ringrazio davvero molto per le tue parole e per il tuo incoraggiamento!

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La scheda del libro

Dai tuoi occhi solamente - Francesca Diotallevi - copertinaNew York, 1954. Capelli corti, abito dal colletto tondo, prime rughe attorno agli occhi, ventotto anni, Vivian ha risposto a un’inserzione sul New York Herald Tribune. Cercavano una tata. Un lavoro giusto per lei. Le famiglie l’hanno sempre incuriosita. La affascina entrare nel loro mondo, diventare spettatrice dei loro piccoli drammi senza esserne partecipe, e osservare la recita, la pantomima della vita da cui soltanto i bambini le sembrano immuni. La giovane madre che l’accoglie ha labbra perfettamente disegnate con il rossetto, capelli acconciati in onde rigide, golfini impeccabili. Dietro il suo perfetto abbigliamento, però, Vivian sa scorgere la crepa, il muto appello di una donna che sembra chiedere aiuto in silenzio. Del resto, questo è il suo lavoro: prendersi cura della vita degli altri. L’accordo arriva in fretta. A lei basta poco: una stanza dove raccogliere le sue cose; una città, come New York, dove potere osservare le vite incrociarsi sulle strade, scrutare mani che si stringono, la rabbia di un gesto, la tenerezza in uno sguardo, l’insopportabile caducità di ogni istante. Ed essere, nello stesso tempo, invisibile, sola nel mare aperto della grande città, a spingere una carrozzina o a chinarsi per raddrizzare l’orlo della calza di un bambino. Scrutare i gesti altrui e guardarsi bene dall’esserne toccata: questa è, d’altronde, la sua esistenza da tempo. Troppe, infatti, sono le ferite che le sono state inferte nell’infanzia, quando la rabbia di un gesto – di sua madre, Marie, o di suo fratello Karl, animati dalla medesima ira nei confronti del mondo – si è rivolta contro di lei. Sola nella camera che le è stata assegnata, Vivian scosta le tende dalla finestra, lancia un’occhiata al cortiletto ombroso e spoglio nel sole morente di fine giornata, estrae dalla borsa la Veronasua Rolleiflex e cerca la giusta inquadratura per catturare il proprio riflesso che appare contro l’oscurità del vetro. È il solo gesto con cui Vivian Maier trova il suo vero posto nel mondo: stringere al ventre la sua macchina fotografica e rubare gli istanti, i luoghi e le storie che le persone non sanno di vivere.

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Francesca Diotallevi (Milano 1985), laureata in Scienze dei Beni Culturali, è autrice di romanzi. Tra i suoi libri: Le stanze buie (Ugo Mursia Editore 2013), Amedeo, je t’aime (Mondadori Electa 2015), Dentro soffia il vento (Neri Pozza 2016), e il racconto pubblicato in e-book Le Grand Diable, prequel di Dentro soffia il vento. Nel 2018 ha pubblicato, sempre con Neri Pozza, Dai tuoi occhi solamente.

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