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TEA RANNO: da SENTIMI a L’AMURUSANZA

marzo 25, 2019

Proponiamo un testo critico del poeta Sebastiano Burgaretta dedicato al romanzo “Sentimi” e, in coda, un’anticipazione sul nuovo romanzo di Tea Ranno in uscita ad aprile per Mondadori: “L’amurusanza”

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Cunto e canto poetico quello di Tea Ranno in Sentimi

di Sebastiano Burgaretta

Conosco un po’ la genesi di questo libro, perché ho avuto il piacere di parlarne a più riprese con l’autrice a Roma, ora al Caffè Capitolino ora alla Libreria Feltrinelli. Devo precisare che, secondo me, esso, nell’ambito della produzione narrativa della scrittrice di Melilli, costituisce un momento fortissimo, forse il più completo, il più ricco e potente, quello che più copiosamente e sofferentemente gronda umanità, un’umanità che sempre invariabilmente si porta dietro pregi e difetti, eroismi e viltà, ricchezze e miserie. Di questa umanità Tea Ranno s’è fatta cantatrice, anzi cuntatrice, sofferente con essa, come un antico aedo del mondo classico, con toni, cadenze coralità da tragedia greca.

Il cunto che ne viene fuori è una sorta di dramma collettivo, di natura sociale, marcatamente socio-antropologico. È una specie di Spoon River ibleo, ma dalla valenza universale, cui la Ranno è stata chiamata e condotta, come esistenzialmente, oltre che letterariamente, obbligata. Le storie qui raccontate, infatti, vengono da lontano. Esse si sono coagulate nella sensibilità, nella mente, nella quotidianità e infine nell’immaginario e nella creatività artistica della narratrice lungo il corso degli anni, da lunga data, sin da quando lei giovanissima sentiva raccontare dalle donne della sua città tante di queste storie, che si sono impresse, stratificate nel suo essere di donna prima e di scrittrice dopo, fino a non poterne più reggere il peso a tratti angosciante, pena una incontenibile sofferenza, difficile da elaborare altrimenti.

Fino ad ora le Teresa, Stefana, Vincenzina, Viola erano riuscite a tamponare la pressione, ad arginare la marea travolgente di alcune di queste e di simili storie, convogliandola nella norma di una trama unica. Ma le storie erano tante e con molti aspetti e variazioni di registro identitario, di costume, di mentalità, di coraggio, di viltà, per cui il magma che, con esse andava accumulandosi, cresceva e si agitava dentro la scrittrice, fino a premere con una potenza tale, da rompere gli argini e dettare legge sulla sensibilità, sulla mente, sulla mano della donna e della scrittrice che è Tea Ranno, la quale, come una sorta di medium dotata di alti strumenti letterari, ha dovuto cedere, direbbe Dante, a tanto oltraggio.

Ed eccole amalgamate alcune di queste numerose storie – suppongo che altre ce ne siano all’orizzonte, pronte o già a premere sui battenti della porta del laboratorio creativo della nostra narratrice — in coro a interpellare l’autrice e obbligarla, in spirito di solidarietà umana e, nel contesto specifico, femminile, in spirito di sorellanza e di maternità, a séntiri, séntiri, sèntiri e a scrivere, scrivere, scrivere in fretta e dando ascolto a tutte, prima che finisca il tempo concesso per quest’operazione di intimo, viscerale colloquio con creature vive che vengono da un altrove sentito come lontanissimo e vicino al tempo stesso, un altrove  verso il cui ascolto l’anima si protende confusamente, bisognosa di aprirvisi.

Per tanto tempo queste storie hanno inseguito la narratrice, di cui hanno individuato la capacità di ascolto, la ricettività emotiva ed empatica, tenendola d’occhio, preparandola emotivamente, e infine l’hanno colta là dove non poteva più sfuggire ad esse, a casa sua, cioè, nella piazza del paese comune, là dove tutto era avvenuto ed era stato oggetto di critiche e pettegolezzi, materia di pregiudizio e di farisaica condanna con la scure che taglia netto tra sante  e buttane, donne oneste e donne di malaffare, senza alternative di sorta che tenessero conto di contesti e di cause oggettive; là dove, insomma, il magma memoriale, fattosi lungo il tempo anche esistenziale, s’era sviluppato, era cresciuto, s’era trasmesso al cuore e alla mente della narratrice. Perciò solo lei aveva le credenziali per potersi fare interprete e messaggera di tante sorelle assetate di giustizia e, primariamente, almeno di ascolto. E lei dà libera parola a tutte, senza fare sconti a nessuna delle interlocutrici, che non mostra, come ha scritto Emanuela E. Abbadessa, acriticamente, in balìa di una forza cieca, aggiungendo che queste donne non sono soltanto martiri incolpevoli della follia omicida del maschio, perché esse stesse, a seconda dei casi, si sono fatte aguzzine delle loro simili in nome di amori impossibili o calcoli sbagliati. È il caso della superiora che provoca l’aborto e la morte della consorella violentata dal parroco del paese, esempio lucido della disperazione alla quale si può giungere in condizioni di segregazione del corpo e dell’anima[1].

Tea Ranno, nella piazza del suo paese, sotto la duplice veste di donna-sorella e di scrittrice, ha dovuto rispondere, nel breve arco di tempo che corre tra mezzanotte e l’alba, in un’atmosfera segnata da caligine fisica e mistero metafisico, a ognuna delle donne che l’hanno scelta e designata loro vindice e, se ci sono lettori capaci di salda memoria, anche eternatrice, in modo che venga ristabilito l’equilibrio dell’unica dimensione di vita che esiste nell’universo, equilibrio turbato e rotto, un tempo, dai limiti e dalle incapacità di cui l’essere umano è portatore e vittima.

Per tanto tempo la scrittrice ha lasciato sedimentare e stratificarsi dentro di sé tutte queste storie, che sembrerebbero frutto di fantasia. Non bastavano i precedenti romanzi, troppi erano i personaggi, eredi di persone reali, che si affollavano nel mondo superiore della scrittrice, la quale non per nulla a un certo punto[2] rivela esplicitamente questo carico di sofferenza umana ricevuto in eredità: Tutti ricordavo, tutti gli uomini e le donne che avevo generato, perché tutti continuavano a vivermi dentro, tutti, come se la loro storia non si fosse esaurita nei libri che li contenevano, ma continuasse a scriversi, in un continuo presente che era anche continua evoluzione.

Il demone della scrittura si sarà agitato dentro di lei, che finalmente, e con successo, ha dovuto dargli esito e liberazione per entrambi, oltre che, ovviamente, per la memoria e la sopravvivenza delle donne venute a presentarsi a lei e ai suoi lettori. Per troppo tempo queste storie si erano accalcate, sovrapposte, urtate tra di esse e nella mente della scrittrice, cui, già prima di concretizzarsi nella pagina, avranno insistentemente detto: Sentimi, sentimi, sbrigati, ché tutte dobbiamo parlare. È la parola, infatti, che salva, cuntannu dolore e chiedendo riscatto.

Credo che la scrittura di questo romanzo=epopea sia stata assolutamente necessaria. Queste storie dovevano venire fuori, e quello che appare, a un primo livello di lettura, un espediente letterario di natura strutturale finalizzato alla composizione delle voci in coro, in realtà è, ancor prima, una necessità personale di vita e di sopravvivenza emotiva ed esistenziale per la scrittrice. La stesura di questo romanzo ha avuto, a mio avviso, una forte valenza catartica, perché immagino che queste storie, nel corso degli anni, accatastandosi e premendo dentro l’animo della donna che vive nella scrittrice, avranno sicuramente fatto piangere di dolore, di sentimento di sorellanza Tea Ranno, persona la cui attenzione per certi argomenti e dimensioni di vita credo di conoscere un po’, grazie all’amicizia di cui lei mi onora. Cosa, questa, che conferma, nella scrittrice, la corrispondenza tra vita e pagina con una forza e un’incidenza rare e difficilmente riscontrabili in altre narratrici.

Dopo un lungo viaggio in treno da Roma, la narratrice arriva, di sera, al suo paese natale, che trova avvolto in una nebbia fitta che impedisce di vedere a breve distanza. In preda al freddo e all’emozione è bloccata da tutte le donne che vogliono raccontare la loro storia personale e con essa il tassello che portano alla composizione della storia corale e unitaria; il sottotitolo del libro è, infatti: Cento voci, una storia.

Il cuntu che avvia il processo di redenzione e di liberazione di queste donne è affidato alla parola urgente e stringente di colei che è la prima a parlare e ad avviare la polifonia di questo coro tragico che cerca, pretende riscatto e giustizia, in una forma cui gli uomini e le donne non sono generalmente abilitati, stretti, come sono, al loro personale punto di vista o di interesse. Una forma di giustizia che è oggettivamente sottesa all’amore, all’amore gratuito, cioè quello che non soggiace a condizionamenti e/o imposizioni di sorta alcuna.

È Pietra ad avviare la tragica sinfonia di questo lungo e articolato spartito memoriale ed esistenziale che vale al tempo stesso per i personaggi e per l’autrice. È Pietra che, come racconta, si è presa cura dei figli che sua sorella Rosa ha avuto non da Rosario, suo marito, ma dal cognato Tano. Lo scandalo è venuto platealmente fuori quando è nata Adele, che con la carnagione chiara e i capelli rossi somigliava non al padre ma allo zio. Da qui la furia scatenata di Rosario, che uccide la moglie fedifraga e che, una volta morto anche Tano, fa di tutto, smuovendo mari e monti, pur di uccidere Adele, la cui esistenza in vita egli sente e vive come un affronto continuo al suo onore. Da una parte c’è Rosario, che persegue questo suo rovinoso proposito, dall’altra c’è una rete di donne, le quali, pur tra luci e ombre di natura umana ed esistenziale, fanno di tutto per proteggere e salvare la ragazza, che, si può dire, è il fulcro attorno al quale ruota e si muove tutta la complessa trama del romanzo, che per la sua articolazione con entrate e uscite, anticipazioni e rimandi, annunci e conferme, pause e riprese, si può ascrivere alla nobile configurazione del poema cavalleresco di stampo ariostesco mediato dalla tradizione, tutta sicula, dei contastorie popolari, il ritmo del cui stile la scrittura della Ranno ha saputo assimilare, arricchendolo di un corredo linguistico sapiente e variegato, che, tra italiano e rimandi al siciliano, la scrittrice domina e impiega con assoluta padronanza.

Attorno a questa linea che segna la trama di fondo, si dipana una serie di storie e di episodi che, pur avendo vita autonoma, finiscono, grazie alla regia scritturale, per confluire nella trama generale, potenziandola e arricchendola. Sono tanti i personaggi e le storie di raccordo, ma qui voglio richiamare l’attenzione almeno su due personaggi, per quello che attraverso di essi trasmette l’autrice. Si tratta di Claretta Lissandro, una ragazzina caduta in un pozzo, la cui storia ispira note di struggente tenerezza   all’animo e alla pena della scrittrice, in pagine che trasmettono tale tenerezza al lettore e che perciò vanno fatte oggetto di riflessione (p.112). L’altro personaggio è quello di Ianciulina Ornamento, una pescivendola che ha il dono della poesia, del quale va fiera e orgogliosa (pp.147-150), figura, questa, credo, di velata matrice autobiografica. Ciò, a conferma che sono la tenerezza, l’amore e la parola, specialmente se poetica, a salvare. E a tutti, se si è disposti all’ascolto delle voci che ci parlano dall’interno e dall’esterno, e a rispondere in assoluta libertà interiore, è dato il dono della poesia e dell’amore creativo. È la bellezza, in virtù dell’amore ad essa sottesa e della potenza della parola che sempre normalmente l’accompagna, a salvare l’uomo di ogni tempo. La bellezza della poesia, che attraversa e permea interamente questo romanzo e, in genere, la narrativa della Ranno.

E, a tale proposito, voglio chiudere con le parole portatrici di vita che Tea Ranno mi ha consegnato in una sua lettera: È forse questo che ho voluto dire scrivendo Sentimi, che c’è una forma di amore che salva tutti quelli che dall’amore si lasciano permeare. Chi all’amore oppone l’interesse, il calcolo, la superbia, l’odio si consegna a un fuoco che comincia a bruciare in questo mondo, e che si chiama solitudine, esclusione da un consorzio umano tutto fatto di carità, di condivisione, di compartecipazione, di compassione, di misericordia, anche se questi sono termini che non si usano più. In Sentimi esalto la sorellanza e la maternità, quella di pancia e quella di cuore, quella che allatta anche se le mammelle restano asciutte, quella che si prende per figli non solo i bambini, come nel caso di Adele e di suo fratello, ma che adotta pure ragazze maltrattate (Giosetta, per esempio, che si fa figlia di Pietra, o le suorine che vedono in Cosima, la monaca vecchia, una madre), pure donne verso cui la vita è stata amara.

 

 

 

[1] E. A. Abbadessa, Le donne si raccontano storie di vittime e di carnefici, in “la Repubblica”, 11 marzo 2018.

[2] T. Ranno, Sentimi, Frassinelli, Milano 2018, p. 211.

 

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Il nuovo romanzo di Tea Ranno uscirà il 9 aprile. Si intitola “L’amurusanza” (Mondadori). Presentiamo la copertina del libro e il testo che i lettori troveranno sulla bandella.

Siamo in un piccolo borgo siciliano che, dall’alto di una collina, domina il mare: una comunità di cinquemila anime che si conoscono tutte per nome. Su un lato della piazza sorge la tabaccheria, un luogo magico dove si possono trovare, oltre alle sigarette, anche dolciumi e spezie, governato con amore da Costanzo e da sua moglie Agata. Sull’altro lato si affaccia il municipio, amministrato con altrettanto amore (ma per il denaro) dal sindaco “Occhi Janchi” e dalla sua cricca di “anime nere”, invischiata in diversi affari sporchi. Attorno a questi due poli brulica la vita del paese, un angolo di paradiso deturpato negli anni Cinquanta dalla costruzione di una grossa raffineria di petrolio.

Quando Costanzo muore all’improvviso, Agata, che è una delle donne più belle e desiderate del paese, viene presa di mira dalla cosca di Occhi Janchi, che, oltre a “fottere” lei, vuole fotterle la Saracina, il rigoglioso terreno coltivato ad aranci e limoni che è stato il vanto del marito. Ma la Tabbacchera non ha intenzione di stare a guardare. Attorno a lei si raccoglie, prima timida poi sempre più sfrontata, una serie di alleati: il professor Scianna, che in segreto scrive poesie e cova un sentimento proibito per la figlia di un amico, l’erborista Lisabetta, capace di preparare pietanze miracolose per la pancia e per l’anima, Lucietta detta “la piangimorti”, una zitella solitaria che nasconde risorse insospettate, e poi Roberto, Violante, don Bruno una compagnia variopinta e ribelle di “anime rosse” che decide di sfidare il potere costituito a colpi di poesia, di gesti gentili e di buon cibo: in una parola, di amurusanze. Tra una tavolata imbandita con polpettine e frittelle afrodisiache e una dichiarazione d’amore capace di cambiare una fede, le sorti dei personaggi s’intrecciano sempre più, in un crescendo narrativo che corre impetuoso verso la deflagrazione

Tea Ranno ha scritto il suo romanzo più solare, magico e sensuale: ha dato vita a una Dona Flor siciliana e l’ha calata in un’atmosfera fiabesca alla Chocolat; allo stesso tempo, con l’aiuto di un pizzico di realismo magico, ha raccontato una parabola attualissima di coraggio ed emancipazione, di una donna e di una comunità.

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Tea Ranno è nata a Melilli, in provincia di Siracusa, nel 1963. Dal 1995 vive a Roma. È laureata in giurisprudenza e si occupa di diritto e letteratura. Ha pubblicato per e/o i romanzi Cenere (2006, finalista ai Premi Calvino e Berto, vincitore del Premio Chianti) e In una lingua che non so più dire (2007). Nel 2012 per Mondadori è uscita La sposa vermiglia, romanzo vincitore del Premio Rea, e nel 2014, sempre per Mondadori, Viola Fòscari. Nel 2018 ha pubblicato Sentimi (Frassinelli) e, per Curcio editore, i libri per bambini e ragazzi: Le ore della contentezza, I vestiti di Babbo Natale, La befana e il colpo della strega.

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