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UN RICORDO DI ELENA SALIBRA

giugno 8, 2020

imageIl mio ricordo di Elena Salibra

L’incrollabile fiducia nella parola che, composta di “sillabe e aria ancora in armonia”, appare strumento insostituibile per rappresentare l’interazione dell’io con il mondo, nella consapevolezza che la scrittura poetica è il risultato di una ricerca paziente e faticosa.

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di Emma Di Rao

Con il tempo, si sa, i ricordi sono destinati ad assumere contorni che si fanno via via sempre più sfumati ed evanescenti; in alcuni casi, invece, si fissano inspiegabilmente nella nostra mente divenendo quasi indelebili. Ed è proprio così che mi appare il mio ultimo incontro con Elena Salibra (nella foto accanto e in basso – n.d.r.) o, meglio, il primo, dopo circa quarant’anni: una conversazione telefonica alquanto breve, quasi volessimo entrambe, per un tacito accordo, sorvolare sulla nostra conoscenza giovanile, troppo remota per imbastirvi un dialogo che non risultasse faticoso a causa dello spazio temporale che avrebbe dovuto coprire. Fu perciò quasi con sollievo che ascoltai la sua cortese richiesta, promettendo senza esitare la mia collaborazione. Ancora oggi, ripensando a quel fugace contatto con Elena, tento di leggervi un’incrinatura, un inciampo della voce, un qualsiasi segno che tradisse l’angoscia per la drammatica contingenza che da tempo era intervenuta e che di lì a poco sarebbe giunta ad un esito infausto. Ma ogni volta il tono si confermava sereno, fermo, come di chi si è abituato da tempo ad esercitare un controllo su se stesso e su una realtà che, già allora, doveva apparire precaria e prossima a dissolversi. Del tutto naturale mi parve il suo desiderio di presentare “Nordiche” – la raccolta poetica con cui aveva ottenuto il Premio Viareggio – nella città nativa che tanta parte del suo mondo affettivo e del suo immaginario artistico aveva nutrito. La triste notizia della sua scomparsa, qualche mese dopo, proiettò invece una luce diversa sul contenuto della nostra conversazione: quel suo desiderio cominciava ad apparirmi come la scelta di una direzione da imprimere a un destino in procinto di compiersi, quasi un filo che, in un tempo divenuto circolare, si riannoda su stesso e torna là dove tutto aveva avuto inizio. Anche per questo aderii con entusiasmo all’iniziativa di organizzare un convegno che ricordasse il profilo culturale e umano di Elena: al di là di un doveroso tributo a una studiosa e poeta di straordinario talento, la giornata di studi presso il Museo “Paolo Orsi” rappresentò per me, in modo del tutto irrazionale e personalissimo, la possibilità di prolungare la conversazione di qualche mese prima. A colmare il vuoto di un’assenza tanto dolorosa contribuirono le relazioni pronunziate dai suoi colleghi universitari, ma anche la commovente presenza di un pubblico numerosissimo che in quei momenti immaginai simile alla folla di studenti che gremiva i suoi corsi nell’ateneo pisano. Il sintagma, “Traghetti di poesia”, attribuito come titolo al convegno, non avrebbe potuto esprimere più efficacemente, con il suo slittamento di senso, il tratto più veritiero dell’itinerario lirico di Elena.

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Un itinerario che appare spesso come un movimento teso alla ricerca di un varco, come un transito verso un ignoto e misterioso ‘oltre’, per raggiungere il quale occorrerà affidarsi alla parola poetica, unico, salvifico elemento in grado di trasportarci verso nuove rotte, soprattutto quando la dimensione quotidiana sia stata tragicamente interrotta. Già da qualche anno, purtroppo, quel tempo nel cui ambito Elena aveva ricondotto ogni esperienza, biografica e interiore, era divenuto un tempo decisamente ostile che rendeva sempre più fragile la speranza di poter “contare altri giorni declinati al futuro”. Eppure, sia i versi de “la svista” sia i versi di “Nordiche”, le raccolte in cui l’io lirico appare più smarrito e perplesso, nulla concedono all’autocommiserazione o a toni inclini al patetico: al contrario, pur connessi intimamente al vissuto, essi trascendono l’occasione della malattia per scavare in profondità e dare spazio a interrogativi problematici sulle radici del dolore. Inoltre, proprio la prospettiva che azzera il tempo e vanifica ogni desiderio di proiettarsi verso il futuro, perché “…non è più il tempo di arrivare”, fa affiorare in “Nordiche”, come ha sottolineato Maurizio Cucchi, una vitalità irrinunciabile. Elena Salibra non rinuncia infatti a rappresentare ciò che è vivo e presente nel reale, anche se la nuova condizione esistenziale esige che le cose vengano guardate come elementi nuovi, frammenti di un tutto che stava lì da sempre e che solo adesso si rivela nel suo autentico significato. D’altronde, non aveva affermato Virginia Woolf che la malattia del corpo affina la nostra sensibilità e ci avvicina alla natura, inducendoci ad esprimere quanto si manifesta al nostro sguardo rinnovato dalla diversa percezione di sé che la sofferenza determina? Aderire al reale significa per Elena rappresentarlo anche nei dettagli riconducibili alla quotidianità – come una conchiglia spezzata e poi faticosamente ricomposta o una vecchia foto rinvenuta tra le cartelle ospedaliere –, sui quali interviene una “doppia visione” che permette non solo di coglierne un significato ulteriore, ma anche di esorcizzare l’inevitabile smarrimento che la malattia insinua nell’animo.

Divenuta un’assidua consuetudine, la frequentazione dei testi che compongono le cinque raccolte – “Vers.es”, “sulla via di Genoard”, “il martirio di ortigia”, “la svista”, “Nordiche”- svelava ai miei occhi un mondo estremamente variegato, in cui convivevano memorie personali e vita presente, volti amati e figure amicali, voci dell’io e voci dell’alterità variamente declinata, sino a confluire spesso in ‘un altro sé’, ed ancora, luoghi visibili e luoghi dell’anima, come l’algido Nord Europa, luogo della cure mediche, e l’amato, solare nido, là “tra le canne e i mandorleti e il mare”. Costantemente affiorava da quei versi l’incrollabile fiducia di Elena nella parola che, composta di “sillabe e aria ancora in armonia”, appare strumento insostituibile per rappresentare l’interazione dell’io con quel mondo, nella consapevolezza che la scrittura poetica è il risultato di una ricerca paziente e faticosa. Ed è grazie a questo rigoroso affinamento stilistico che la parola, scelta con cura meticolosa, trova nel testo la collocazione più adatta – proprio “come quella stella marina al fondale/ha trovato /la giusta posizione” -, divenendo, così, suggestivo tramite per dar voce all’io lirico. In alcuni casi mi sembrava che fosse voce ironica e leggera, in altri pensosa e amara, fino a risuonare, in alcuni componimenti più connessi con il dramma personale, quasi sgomenta. In nessun caso, però, ho constatato il venir meno di quella misurata sobrietà che in Elena Salibra è la cifra espressiva ricorrente, e se anche si colgono le tracce inquiete della sofferenza, queste rimangono, appunto, solo tracce in controluce. Retaggio di una cultura classica radicata nell’animo o segno di innata lucidità intellettuale.

Sono certa che la sua dedizione alla poesia scaturisse dal desiderio di sottrarre il vissuto al buio della dimenticanza, ma fosse anche l’esito di una forte vocazione poetica, arricchita da una straordinaria sapienza metrica e retorica. Ancorata a radici profonde, sia psichiche che culturali, la poesia rappresentava dunque per Elena Salibra il centro intorno a cui aggregava il proprio universo sia che si trattasse di produzione personale sia che ne facesse oggetto di critica letteraria e di insegnamento, tre ruoli che, pur distinti, interferiscono continuamente, come ha più volte osservato Cristina Cabani. Dalla sua attività di studiosa della letteratura Elena aveva sicuramente acquisito, o rafforzato, l’idea della funzione sublimante che la creazione artistica assolve nei confronti del reale, soprattutto quando quest’ultimo rischia di irrompere con eccessiva asprezza nel discorso lirico, creando opache zone d’ombra. Se già in un componimento del “martirio di ortigia” si legge: “mi dicevi -perché non scrivi versi / per togliere quel tanto di gravezza”, è facile comprendere come questa finalità divenisse imprescindibile quando la malattia iniziò a corrodere ogni certezza e a delineare minacciosi presagi di morte. Credo che comporre poesie sia stato per Elena come catturare, in qualche modo, la vita e imprigionarne il respiro proprio mentre “il respiro/ s’allenta come una rete smessa”, ma alla scrittura l’autrice ha soprattutto affidato il compito di custodire il dramma di un arresto improvviso, di un varco che non si è pronti ad oltrepassare, di “un finale non chiaro”. E forse anche la speranza di un assoluto da opporre all’umana finitezza. Mi piace infine pensare che le sue liriche mi abbiano raccontato di Lei molto più di quanto potessi sperare da un incontro nella vita reale. D’altronde, la poesia, da sempre, colma i vuoti, dà voce al silenzio, svela il non detto, ma soprattutto è “luogo di resistenza”, è canto che sana e lenisce il dolore, persino quando “morire poteva /essere più facile che resistere”.

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